CARLO BONINI, STRAGE DI PIAZZA FONTANA ::: Guido Lorenzon: sapevo tutto, anzi troppo. repubblica.it / venerdì / 27 novembre 2019

 

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Guido Lorenzon, 78 anni, trevigiano di Maserada sul Piave, fotografato fa in un hotel a Milano (Claudia Greco/ Agf)

 

 

Guido Lorenzon: sapevo tutto, anzi troppo

Oggi ha 78 anni. Ne aveva 28 quando scoppiò la bomba. Due giorni dopo il neonazista Ventura gli disse come erano andate le cose. Lui ne parlò coi giudici ma non gli fu facile essere creduto. Intervista

DAL NOSTRO INVIATO CARLO BONINI

MILANO. C’è un uomo che avrebbe potuto cambiare la storia della strage di piazza Fontana. E che, a uno Stato che non sapeva e non riusciva a immaginare complice in alcuni dei suoi gangli nel depistaggio della verità, offrì la chiave per individuarne immediatamente gli autori nella cellula padovana degli ordinovisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura. Oggi, è un signore di 78 anni. Si chiama Guido Lorenzon. E conserva nel movimento vispo degli occhi chiari, nelle parole scandite con il suo accento trevigiano di Maserada sul Piave, una vitalità che esprime, insieme, il dolore della sconfitta, il fardello della memoria e il dovere di trasmetterla. Quantomeno «perché quello che è accaduto a me e a una generazione di italiani non accada più», dice.Da quel venerdì pomeriggio 12 dicembre 1969, in cinquant’anni, Lorenzon non ha mai voluto mettere piede in piazza Fontana. Né ha intenzione di farlo oggi. O domani. O quando dovesse capitare. «È successo una volta, forse, che, di passaggio per Milano, il taxi su cui ero si avvicinasse alla piazza. Chiesi a chi guidava di girare a largo», dice. Perché «fa troppo male. Troppo». «Lì non riesco proprio ad andare». Lo sguardo si allaga di lacrime e il discorso viene interrotto da una tosse stizzosa. «Non è una bronchite, mi creda. Sono i ricordi. È sempre così. Quando mi aggrediscono, come ora che ne sto parlando con lei, tossisco».La mattina di lunedì 15 dicembre 1969, giorno dei funerali delle vittime della strage, Guido Lorenzon aveva 28 anni e insegnava con incarico annuale lingua francese nella scuola media di Arcade, a dieci chilometri dalla sua Maserada. E fu quel giorno, ancor più che il venerdì precedente, quando della bomba seppe solo a tarda sera dalla madre che aveva sentito la notizia alla radio, che la sua vita cambiò. «Che si consumò il trauma» come dice oggi. Aveva radunato più classi e il bidello aveva sistemato un monumentale televisore sulla cattedra. Di quelli con il tubo catodico, che pesavano una tonnellata.«Ricordo l’immensa folla raccolta in piazza Duomo mentre entravano le bare e il silenzio trasmesso in quelle immagini sgranate in bianco e nero. Sì, il silenzio. Che era anche quello dei miei bambini. Lo sento ancora, mi creda. Fu comunque allora che decisi che non potevo tacere.  Non potevo più tacere». Cosa? Quello che in quel momento custodisce Guido Lorenzon è un segreto che, se condiviso, potrebbe voler dire molto. Perché Lorenzon da tempo conosce e frequenta Giovanni Ventura, neofascista ordinovista, o nazimaoista se si preferisce. E proprio lui, Ventura, soltanto il giorno prima, la domenica 14 dicembre, quando lo ha incontrato a Treviso, gli ha fatto intendere, o comunque sospettare, di essere coinvolto nella strage. Tutti parlavano infatti della responsabilità degli anarchici, mentre lui malediceva il fatto che la seconda bomba che doveva esplodere a Milano avesse fatto cilecca e che quella di Roma, città da cui era appena tornato, avesse fatto pochi feriti.Ventura si fida di Lorenzon. E, a suo dire, non deve sorprendere che in quei momenti si abbandonasse a quelle confidenze. E non perché fossero amici – «la parola “amico” la uso per altre persone» dice – ma perché si conoscevano da giovanissimi. «Nel 1962, ero stato per un anno l’assistente dei ragazzi che frequentavano un collegio del Bellunese. E tra quei ragazzi c’era Ventura. In quel collegio era il solo trevigiano, come me, e così accadde che per un anno ci ritrovassimo ogni giorno, pranzo, cena, colazione, allo stesso tavolo del refettorio. Diventai per lui un punto di riferimento. E così, quando lo rividi nel ’66, ’67, gestore della Galleria del Libraio, una libreria di Treviso che già frequentavo, ci ritrovammo. Ventura mi procurò dei testi di Céline per la tesi che mi aveva assegnato Carlo Bo. Cominciammo così a frequentarci. Aveva un tratto narcisista molto pronunciato e un modo di dire le cose in cui era difficile percepire dove finisse il vissuto di ciò che raccontava e la proiezione che ne faceva la sua testa. Anche per questo, con il tempo, avevo preso l’abitudine, ascoltandolo, di non chiedergli una seconda volta cosa pensasse».Tra il ’66 e il ’69, Ventura di cose a Lorenzon ne racconta e ne mostra molte. Forse perché nel loro rapporto pesa quell’incipit  nel collegio del Bellunese. O forse perché il giovane Guido è stato ufficiale di complemento dei carristi e Ventura vede in lui un uomo potenzialmente reclutabile nella cellula nera che ha costruito con Freda e che si prepara al giorno X. Quando l’ordine repubblicano nato dalla resistenza al nazifascismo e dalla Costituzione andrà sovvertito da un regime militare (come, in Europa, quelli di Spagna, Portogallo e Grecia) facendo leva sul pericolo comunista e anarchico. Ventura gli ha confidato di far parte di un’organizzazione segreta, gli ha mostrato veline del Sifar (l’allora servizio segreto militare) di Guido Giannettini che fanno riferimento ai piani di Gladio. Gli ha mostrato un deposito di armi e, soprattutto, gli ha descritto, poco prima di Piazza Fontana, il ruolo che avrebbe avuto nella campagna di attentati ai treni che, nell’agosto del ’69, hanno visto deflagrare otto bombe identiche. Nell’esplosivo e nell’innesco.«Mi disse che gli erano costate 100 mila lire ad attentato, ma che il lavoro era stato fatto male. Che non erano stati usati involucri di metallo, come pure si sarebbe dovuto». Ventura gli ha mostrato anche il  Libretto rosso scritto da Freda. Un pamphlet neonazista aperto da una citazione di Mao – «La giustizia è come il timone di una nave, dove la si gira va» – che contiene minacce all’allora procuratore di Padova Aldo Fais, colpevole di averlo messo sotto inchiesta. «In quegli anni e in quei mesi prima della strage» dice ora Lorenzon  «ascoltando Ventura, mi chiesi più volte: ‘Ma questo è matto, o cosa?’. E ogni volta restavo in bilico. Prigioniero dell’alternativa se raccontare a qualcuno quanto avevo saputo o tacere. Poi scacciavo dalla testa il pensiero e tornavo alla mia vita. Lo feci anche dopo l’estate degli attentati ai treni. Mi consolai con l’idea che non c’erano state vittime e conclusi che non toccava a me parlare. Anche se una cosa penso oggi di poterla dire: se avessi detto qualcosa prima del dicembre ‘69, se avessi raccontato a qualcuno del “libretto rosso” o delle bombe, sarei probabilmente finito in fondo a una tromba delle scale. E la mia morte sarebbe stata archiviata come un incidente. Un po’ come accadde ai due fratelli di Ventura. Morti tutti e due. In due incidenti stradali. Insomma, se avessi parlato prima, ci sarebbe stato solo un morto in più».Quel lunedì 15 dicembre 1969, invece, il silenzio di piazza Duomo e della scuola media di Arcade lo convincono a varcare la sua linea d’ombra. Anche perché, nel frattempo, è diventato segretario cittadino della Democrazia cristiana di Maserada sul Piave, casa sua. Grazie al consiglio del cugino, Lorenzon incontra la sera di quello stesso 15 dicembre l’avvocato Alberto Steccanella di Vittorio Veneto, anche lui un consigliere comunale Dc. Ed è un racconto, quello della cellula nera di Ventura e Freda, che lascia l’avvocato sconvolto. Rimangono a parlare fino a notte alta, proprio mentre dal quarto piano della Questura di Milano precipita nel vuoto il corpo del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, l’uomo il cui fermo è proseguito per tre giorni e che deve accreditare l’inesistente pista anarchica della strage. L’avvocato Steccanella si rivolge all’allora procuratore generale di Venezia, Luigi Bianchi d’Espinosa, che indirizza Lorenzon a un giovane magistrato di prima nomina a Padova, Pietro Calogero, che ha appena trent’anni. Trent’anni Calogero, ventotto Lorenzon. Quei due giovani uomini che, insieme, non arrivano a sessant’anni, hanno in mano le chiavi della “pista nera” per la strage di piazza Fontana. Calogero convince Lorenzon a registrare clandestinamente i suoi incontri con Freda e  Ventura, a provocarne la confessione. Il materiale tecnico necessario viene chiesto alla Questura di Milano. A quel questore, Marcello Guida, che nell’Italia fascista è stato responsabile del confino di Ventotene e in quella repubblicana ha appena costruito sugli anarchici l’accusa di stragismo.Va da sé che il materiale per le registrazioni che arriva da Milano faccia regolarmente cilecca. Tanto che gli incontri cui Lorenzon si presta producono solo cassette vuote. Almeno fino a quello decisivo del 20 gennaio 1970, in un hotel di Mestre, quando Calogero capisce di non potersi fidare di nessuno e minaccia di provvedere lui stesso a quelle registrazioni. E quando dunque, e finalmente, le voci di Ventura e Freda rimangono incise nei nastri. L’inchiesta di Calogero sarà comunque uccisa nella culla. Trasferita per competenza a Roma, dove Ventura aveva nel frattempo denunciato per calunnia Lorenzon, sarà archiviata nel “porto delle nebbie”, come gli uffici giudiziari della Capitale erano stati battezzati per la capacità di annegare nel nulla le inchieste sul Potere, e lui, “il testimone”, verrà liquidato come uno svitato. Solo nel 1972 un giudice di Treviso, Giancarlo Stiz, raccoglierà le parole di Lorenzon incriminando Freda e Ventura e trasformando lui nel teste di accusa nel processo di Catanzaro che li avrà entrambi come imputati. Fu quella l’ultima volta in cui Lorenzon vide Ventura (morto a Buenos Aires nel 2010, dopo aver ricevuto insieme a Freda l’assoluzione definitiva per insufficienza di prove nell’87 che lo avrebbe così risparmiato, in forza del principio del ne bis in idem, dalla sentenza della Cassazione che, nel 2005, all’esito di una nuova istruttoria, avrebbe invece confermato proprio nella cellula ordinovista padovana la responsabile della strage). «Dissi a Giovanni: ‘Mi hai rovinato la vita’. E quando è morto ho pensato: ‘Peccato, si sarebbe potuto sapere di più’».A rovinare la vita di Lorenzon fu anche la solitudine in cui venne lasciato. Qualcuno, nella Democrazia cristiana, non dovette essere entusiasta quando venne a sapere che si era messo a raccontare certe cose sulla cellula padovana di Freda e Ventura. E se è vero che fu un galantuomo democristiano, un avvocato trevigiano allora giovane deputato, Dino De Poli, ad accompagnarlo poi nel suo calvario di teste di accusa contro i neri, nessuno del partito si sarebbe mai fatto vivo con lui negli anni. Anzi, in quel 1970, la Dc veneta, il granaio dei consensi del partito, avrebbe provato a farlo fuori dalle liste delle elezioni amministrative.«Mi resi conto molto presto che c’era un pezzo di Stato che ostacolava le indagini. Ma, per fortuna, non comprendevo che il gioco in cui ero finito era così grande, come poi il tempo avrebbe dimostrato». Un gioco condotto dal famigerato Ufficio affari riservati di Federico Umberto D’Amato al ministero dell’Interno. «In quegli anni, ero come in una corsa in montagna. Mi mancava il fiato. Avevo la vista annebbiata. Ma sapevo che non avevo altra scelta che non fosse continuare a correre fino a raggiungere la cima. Ebbi anche fortuna» dice. «Quella di incontrare almeno due magistrati coraggiosi. Di riferire subito tutto ciò che sapevo. E di non aver partecipato a una riunione dell’aprile ’69 a Padova cui mi aveva invitato Ventura. Probabilmente quella in cui venne pianificata la strage».L’incubo di Guido Lorenzon si è dissolto solo nel 2005, con la sentenza di Cassazione che ha confermato le responsabilità nella strage della cellula ordinovista di Freda e Ventura. Ma la sua esistenza, ormai, aveva compiuto il suo corso. Lastricata come è stata di minacce, isolamento, diffidenza, per un periodo gli ha consigliato di lasciare l’Italia, dove suo figlio, oggi adulto, non è più tornato da venticinque anni a questa parte. «Mi è stata accanto mia moglie. Sempre. Ma guardando indietro so solo che vorrei non aver mai messo piede in quel collegio di Belluno. Vorrei non aver mai conosciuto Ventura».Oggi Lorenzon vive in Veneto, lavora come ufficio stampa di un gruppo di industriali e ha trovato un modo per dare un senso a quel 12 dicembre 1969. A quello che è stato il sacrificio degli innocenti che morirono nella Banca dell’agricoltura, alla storia del Paese, il cui corso venne deviato per sempre. E alla sua vicenda personale, umana. Oggi, insieme a Daniele Ferrazza, suo amico e giornalista, porta in giro per le scuole italiane la storia della strage e di come questa sia diventata la storia della sua vita. Un dialogo civile, un monologo, rivolto alla curiosità vergine di chi, nel 1969, non era ancora nato e non sarebbe venuto al mondo ancora per diversi lustri.«Voglio raccontare ai giovani che Piazza Fontana doveva servire a sovvertire la democrazia del Paese in cui sono nati. È una cosa che faccio senza provare alcun piacere, ma con convinzione. Perché, vede, oggi che sono passati cinquant’anni posso dirlo con certezza. Io non ho perso, ma loro hanno vinto». Loro.

Sul Venerdì del 29 novembre 2019

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Una risposta a CARLO BONINI, STRAGE DI PIAZZA FONTANA ::: Guido Lorenzon: sapevo tutto, anzi troppo. repubblica.it / venerdì / 27 novembre 2019

  1. Donatella scrive:

    Penso che una vicenda come quella di Lorenzon potrebbe essere accaduta a molti. Nel mentre che le cose succedono è difficile stabilire quali siano vere e quali frutto di immaginazione.

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