+++ DANIELE SANTORO, Alla Turchia la Libia serve per imparare a nuotare — LIMES ONLINE 9 GENNAIO 2020

 

 

LIMES ONLINE 9 GENNAIO 2020

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Alla Turchia la Libia serve per imparare a nuotare

Carta di Laura Canali - 2019

Carta di Laura Canali.

 

 9/01/2020

La priorità di Ankara non è occupare il paese nordafricano ma garantirsi un governo non ostile a Tripoli. Presupposto per difendere Cipro e la dimensione acquatica della patria. L’intesa con la Russia è tattica ma poggia su solide basi.

 

di Daniele Santoro

RECEP TAYYIP ERDOĞAN, VLADIMIR PUTIN, ARTICOLI, TURCHIA, RUSSIA, LIBIA, MEDITERRANEO, CIPRO,APPUNTI GEOPOLITICI, MARI, AFRICA, MEDIO ORIENTE

Si scrive Libia, si legge Cipro.

La Turchia guarda alla crisi libica con lenti cipriote, interpreta le dinamiche nel paese nordafricano alla luce delle proprie priorità strategiche nel Mediterraneo, dei propri interessi esistenziali nell’isola prospicente la costa anatolica.

A differenza che in Siria, la proiezione di potenza turca in Libia non implica velleità espansioniste. Non lo potrebbe. Come dimostra banalmente la debolezza di cui ha dato prova Ankara dall’inizio dell’ennesima offensiva su Tripoli del maresciallo Khalifa Haftar. Non solo la Turchia non è stata in grado di stabilire la no-fly zone chiesta dal governo di accordo nazionale (Gna) per mancanza di mezzi (portaerei) e infrastrutture militari (le basi che gli “alleati” tunisino e algerino non hanno concesso), ma lo stesso aeroporto internazionale di Tripoli sembra ora essere stato incluso nella no-fly zone russo-emiratina.

 

Le roboanti dichiarazioni di Erdoğan sull’invio di truppe in Libia – la cui amplificazione da parte dei media occidentali ha fatto il gioco di Ankara – si sono risolte nell’arrivo in Nordafrica di poche decine di consiglieri militari, qualche centinaio di mercenari turcomanni e altri droni destinati a essere abbattuti con imbarazzante facilità da Russia ed Emirati. Non proprio lo sbarco in Normandia. La minaccia dell’invio dei Mehmetçik ( Mamelucchi ) in Libia è parte del confronto muscolare tra i pesi massimi dell’area: è stata messa sul tavolo come strumento negoziale, potrebbe essere lasciata in sospeso.

 

Perché l’obiettivo strategico fondamentale perseguito dalla Turchia non è l’occupazione della Libia ma la garanzia che a Tripoli ci sia un governo non ostile, in grado di rispettare l’accordo sulla divisione delle piattaforme continentali stretto lo scorso novembre.

Dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016 la grande strategia turca è stata depurata del suo elemento ideologico. Gli sconvolgimenti generati nelle profondità dello Stato turco da quell’evento hanno innescato una progressiva riconciliazione tra la leadership politica e una parte degli apparati, la quale è a sua volta risultata in una sintesi geopolitica propriamente neokemalista che rimette al centro il pensiero strategico del fondatore della Repubblica, attualizzandolo.

 

Il punto di partenza è il 24 aprile 1915.

 

A Çanakkale, l’Anatolia deve sacrificare 70 mila dei suoi figli nella difesa della patria. Perché è senza Marina.

 

Non può proteggere le sue coste, allontanare da esse la minaccia, prevenire che quest’ultima si manifesti sul proprio territorio. Ed è dunque costretta al grande sacrificio. Risultato di un processo millenario riassumibile mediante quattro episodi:

  1. nel 1092 il futuro sultano selgiuchide Kılıç Arslan I fa uccidere il fondatore della prima Marina turca (l’ammiraglio Çaka Bey, suo rivale al trono) lasciando i turchi senza difese a fronte dell’invasione crociata del 1096;
  2. nel 1554 Piri Reis, padre della cartografia moderna, viene condannato a morte da Solimano il Magnifico malgrado l’ormai ultraottuagenario fosse riuscito nell’impresa impossibile di contenere la proiezione portoghese nel Golfo di Basra;
  3. nel 1571 il primo ministro Sokollu Mehmet Paşa regola i conti con i suoi rivali nello Stato profondo ottomano provocando la strategica sconfitta di İnebahtı (Lepanto), che segna la fine del dominio turco sul Mediterraneo Orientale;
  4. nella guerra con i greci per Creta del 1897 il sultano Abdülhamid II decide di tenere nei porti del Corno d’Oro le navi da guerra ottomane (compresi i due sottomarini che lui stesso aveva ordinato) perché teme di essere rovesciato dagli ammiragli come lo zio.

Carta di Laura CanaliCarta di Laura Canali

 

È per questo che si arriva al sacrificio di Çanakkale. Perché gli ottomani non sono mai riusciti a concettualizzare la dimensione marittima della potenza. Hanno sempre considerato la Marina una forza ancillare, dispensabile, un orpello inessenziale. Sokollu Mehmet Paşa, un bosniaco, non avrebbe mai ceduto mezzo millimetro di territorio balcanico. Si privò senza rimorsi della sovranità sull’intero Mediterraneo Orientale. Perché si trattava di acqua. Elemento non calpestabile, sotto al quale non possono essere seppelliti i martiri. Il grande sacrificio di Çanakkale impone ai turchi di stravolgere il modo in cui guardano al mare, innescando una rivoluzione strategica portata a compimento dal controgolpe del 2016.

 

Gli obiettivi fondamentali sono cinque.

 

Primo: riasserire la propria sovranità sulla dimensione liquida del territorio nazionale.Quest’ultima è la “patria blu” (Mavi Vatan), lo spazio marittimo composto da Mar Nero, Egeo e Mediterraneo che cinge la “nave-territorio” anatolica.

Secondo: delimitare tale sovranità mediante l’apposizione di confini nitidamente delineati come quelli che delimitano la dimensione solida del territorio nazionale.

Terzo: comprendere che la “patria blu” è ricca di vita e di risorse come la patria anatolica. Dunque, adoperarsi perché del loro sfruttamento possano beneficiare le future generazioni anatoliche.

 

Quarto: dotarsi di una Marina sufficientemente potente per realizzare i primi tre obiettivi, da perseguire in un ambiente particolarmente ostile.

Notevole, in tal senso, il fatto che entro fine anno entrerà in servizio il più potente mezzo navale della storia turca, l’unità d’assalto anfibio multiruolo Anadolu e che a partire dal 2022 la Marina turca disporrà di un nuovo sottomarino all’anno per i successivi sei anni.

 

Quinto: interiorizzare lo slittamento geopolitico avvenuto negli ultimi tre secoli, durante i quali l’egemonia globale è divenuta conseguenza diretta del dominio dei mari. Se la Turchia vuole partecipare alla competizione planetaria, deve diventare una potenza navale. Più nello specifico: deve guadagnare una solida proiezione oceanica fino allo stretto di Malacca, epicentro della competizione marittima globale.

 

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Traiettoria delineata nitidamente dalle basi militari che Ankara mantiene a Doha, in Qatar, e a Mogadiscio, in Somalia.

 

 

E che magnifica l’importanza strategica del canale di Suez e dello stretto di Bab al-Mandab (che congiunge il Golfo di Aden con il Mar Rosso ), controllati da paesi attualmente ostili come Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

 

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BAB-EL-MANDEB E L’ISOLA DI PERIM

 

 

L’intesa tattica con la Russia è strumento essenziale di questa strategia. E meno innaturale di quanto appaia. Se è vero che quella tra turchi e russi è forse la rivalità per eccellenza, è altrettanto vero che senza i consiglieri militari, l’oro e gli armamenti sovietici probabilmente la Repubblica di Turchia non esisterebbe. Tanto che Mustafa Kemal Atatürk considerava l’alleanza con l’Unione Sovietica parte integrante del Patto Nazionale, documento fondativo della Repubblica. Perché una Turchia che si impone di perseguire una linea strategica autonoma dalle potenze occidentali non può evidentemente prescindere dalla sponda russa (oggi anche da quella cinese).

Specularmente, nell’impossibilità di occuparla i russi hanno un interesse fondamentale a che in Anatolia si insedi un potere autoctono autonomo, in quanto tale non necessariamente ostile. Blandibile perché mosso da considerazioni legate ai propri interessi strategici, non agente di prossimità del nemico.

Nel quadrante mediterraneo Turchia e Russia sono ulteriormente unite dall’imperativo di rompere il contenimento americano, percepito come assedio.

Dalla necessità di allontanare la minaccia dai propri nuclei territoriali che si manifesta ad esempio nel notevole aumento della presenza militare americana in Grecia, in chiave antirussa per Washington e antiturca per Atene.

In tal senso, l’aspetto più rilevante del cessate il fuoco in Libia annunciato l’8 gennaio da Erdoğan e Putin non riguarda le imprevedibili conseguenze sul terreno – la questione non è la spartizione di quella porzione di Nordafrica – ma le relazioni tra Turchia e Russia. In particolar modo, la (relativa) sensibilità che Mosca mostra nei confronti degli interessi fondamentali di Ankara. Per ragioni che poche ore prima dell’annuncio sul cessate il fuoco in Libia il presidente turco Erdoğan ha espresso simbolicamente con la trionfale cerimonia dinaugurazione della prima sezione del TurkStream, infrastruttura che quando completata permetterà alla Russia di esportare il gas in Europa bypassando l’Ucraina controllata dagli americani.

 

Pochi giorni prima dell’arrivo di Putin a İstanbul, inoltre, Erdoğan ha dato un’accelerazione violenta al progetto “Kanal İstanbul”, ambizioso canale artificiale parallelo al Bosforo.

Ribadendo che Montreux vale solo per quest’ultimo e i Dardanelli e legando dunque indissolubilmente la realizzazione dell’opera alla revisione della Convenzione del 1936 sugli Stretti turchi.

Tramite queste vie d’acqua, ricordava il ministro degli Esteri sovietico Vjačeslav Molotov, la Turchia “tiene per la gola la Russia”.

 

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Una risposta a +++ DANIELE SANTORO, Alla Turchia la Libia serve per imparare a nuotare — LIMES ONLINE 9 GENNAIO 2020

  1. Donatella scrive:

    Mamma li Turchi!

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