ALESSANDRO ARESU:: Il gioco dell’oca riparte dal via, così ritorna la voglia di Iri. IL FATTO QUOTIDIANO DEL 22 GENNAIO 2020 –pag. 15-17

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 22 GENNAIO 2020 –pag. 15-17

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Il gioco dell’oca riparte dal via, così ritorna la voglia di Iri

Il gioco dell’oca riparte dal via, così ritorna la voglia di Iri

Il diktat del vincolo esterno e la fuga dello Stato: perché va letto

di Alessandro Aresu | 22 GENNAIO 2020

 

Il dibattito sull’intervento pubblico nell’economia ha ripreso un certo vigore. Senz’altro, più vigore dell’economia italiana. È presente anche nel contesto europeo, e si lega al conflitto tra Stati Uniti e Cina. In Italia, oltre a inseguire le crisi industriali, spesso si richiama – anche nelle dichiarazioni dei decisori pubblici – all’esperienza storica dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, fino all’auspicio (o alla paura) del “ritorno dell’Iri”. La stagione italiana delle privatizzazioni è spesso riassunta da una parola magica: “Britannia”. È il nome del panfilo reale britannico ormeggiato a Civitavecchia il 2 giugno 1992, quando ospita una conferenza-mini crociera sulle privatizzazioni organizzata dai “British Invisibles”, il gruppo di interessi finanziari della City costituito sulle intuizioni del giornalista William Clarke. Lo scopo dell’incontro è mettere insieme manager, decisori pubblici e investitori. Il giovane direttore generale del Tesoro Mario Draghi, che ha preso servizio da poco più di un anno su insistenza del ministro Guido Carli, partecipa alla conferenza su sua autorizzazione. Draghi – secondo la sua testimonianza al Parlamento del ’93 – legge un’introduzione e se ne va. Il suo discorso è tanto evocato quanto poco conosciuto. Per questo, scrollargli l’aura di leggenda e rileggerlo a quasi trent’anni di distanza è importante. Non solo per ridimensionare le teorie del complotto ma per inquadrare un’epoca storica, i suoi limiti e la sua attualità. È una stagione drammatica, in cui lo storico Luciano Cafagna coglie la saldatura tra crisi fiscale, crisi morale e crisi istituzionale. Le debolezze italiane si muovono nell’accelerazione dello scenario europeo: lo scioglimento delle Camere decretato da Francesco Cossiga il 2 febbraio 1992, la firma cinque giorni dopo del Trattato di Maastricht, in cui Carli ha un ruolo chiave, le elezioni di aprile con la prima affermazione della Lega Nord, l’accelerazione di Mani Pulite. Quel 2 giugno arriva pochi giorni dopo la strage di Capaci e l’elezione di Scalfaro. Lo stesso giorno si svolge il referendum danese che respinge il Trattato di Maastricht. Poi verranno molti altri passaggi della “grande slavina”, a partire dalla crisi valutaria.

In quel tornante, alcune personalità della classe dirigente italiana promuovono la riduzione dell’intervento pubblico. Soprattutto Andreatta, Carli, Ciampi, che non sono approfonditi in “1992” e meriterebbero una serie televisiva a parte. Ciampi vuole contenere la disgregazione italiana attraverso l’ancoraggio europeo. Carli, forse il personaggio chiave dell’epoca, è dominato dal pessimismo verso un’Italia che considera irriformabile dall’interno. Un pessimismo condiviso da Andreatta, il quale diffida dell’interferenza politica del suo stesso partito, la Dc, conosciuta sulla propria pelle, e che da ministro degli Esteri nel ’93 firma l’accordo col commissario europeo Karel Van Miert sulle imprese pubbliche che porta alla successiva liquidazione dell’Iri.

In questo gruppo, Draghi si muove come tecnico puro, ma ben consapevole del ruolo della politica. Come negli anni successivi, non abbocca alle illusioni di una “competenza” calata dall’alto senza negoziare coi poteri eletti dai cittadini. Per esempio, all’inizio dell’esperienza al Tesoro aggiorna sulle questioni economiche non solo Carli, ma anche l’allora presidente del consiglio Andreotti, il quale pesa nella trattativa su Maastricht per il suo rapporto personale con Kohl. Con la coscienza di quella stagione possiamo rileggere oggi il discorso del Britannia e fare alcune considerazioni.

Anzitutto, il rapporto tra le politiche e la società. Draghi crede che “una politica fiscale credibile” sarebbe stata parte di ogni programma di governo, come “l’aderenza al Trattato di Maastricht”. L’ideologia del vincolo esterno, propugnata da Carli, si basa sull’inevitabilità: siccome le politiche saranno sempre le stesse, l’unica decisione politica è applicarle autonomamente o farle applicare dagli altri. Del resto è inutile discutere. Oggi, è chiaro come questa visione del mondo generi un cortocircuito democratico, oltre a non riflettere più i reali rapporti tra economia, politica e società nel contesto europeo.

Sorprenderà i suoi detrattori quanto Draghi, in numerosi passaggi, si mostri consapevole dei limiti delle privatizzazioni. Per esempio, segnala in tutto il discorso l’importanza degli “obiettivi non di mercato”. All’occupazione e alle disparità territoriali, da lui stesso citati, si affiancheranno, nel corso degli anni, anche esigenze di sviluppo tecnologico, oltre che di competenza industriale. Così, la “grande trasformazione” dell’economia italiana avviene senza una risposta a queste domande: come perseguire in modo diverso alcuni obiettivi presidiati (con ampi costi) dal sistema delle partecipazioni pubbliche.

Inoltre, Draghi nel ragionare sulla “depoliticizzazione”, ricorda che si può ridurre l’influenza politica, ma i problemi dell’interferenza e della confusione tra proprietà e management possono proporsi anche nel privato. Il discorso del Britannia, in questo senso, rinvia allo sforzo successivo del Tesoro sulle regole per i mercati finanziari, che non impedisce– soprattutto in Telecom – la stagione dei “nocciolini” che avvia una stagione di impoverimento tecnologico dell’Italia, il caso scuola della privatizzazione fallita. Al tempo, Draghi non può prevedere una storia più vicina a noi, figlia delle scelte di questo secolo: il sistematico disinvestimento dello Stato dalle proprie competenze tecniche, che ha reso nei fatti impossibile una relazione sana tra pubblico e privato in alcuni settori regolati, soprattutto le infrastrutture.

Per queste ragioni rileggere il discorso del Britannia è essenziale per ragionare sui limiti dello Stato e del mercato in un’epoca molto diversa. Quando, dopo quasi trent’anni, il gioco dell’oca ci riporta un po’ per disperazione alla casella dell’Iri.

 

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One Response to ALESSANDRO ARESU:: Il gioco dell’oca riparte dal via, così ritorna la voglia di Iri. IL FATTO QUOTIDIANO DEL 22 GENNAIO 2020 –pag. 15-17

  1. Donatella scrive:

    Credo di avere capito un pochino, un pochissimo di più.

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