LIMES ONLINE DEL 24 GENNAIO 2020 –ULTIMI 7 GIORNI:: LIBIA // GERUSALEMME E POLONIA // IRAQ, LA MARCIA DI UN MILIONE

 

LIMES ONLINE DEL 24 GENNAIO 2020 —

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Il riassunto geopolitico degli ultimi 7 giorni.

 

 

IL FRONTE DELLA LIBIA 

di Daniele Santoro

 

La settimana libica è iniziata con l’inconcludente conferenza di Berlino – palcoscenico usato dai leader dalle potenze coinvolte nel conflitto in Nordafrica per pesare la propria influenza – ed è proseguita con un relativo riassestamento tattico dei principali protagonisti. Eccezion fatta per l’Italia, che continua a non toccare palla.

Paradossalmente, tra gli attori libici è il generale Haftar a trovarsi nella condizione di maggiore debolezza. Il comandante dell’Esercito nazionale libico ha fallito l’offensiva su Tripoli. Circostanza che rende particolarmente precaria la sua posizione, stante l’inevitabile insoddisfazione dei suoi principali sponsor.

Haftar potrebbe essere la prima vittima illustre di questa fase del conflitto libico. Ciò che spiega la disperata tenacia – chiusura dei pozzi petroliferi, minaccia di abbattere qualsiasi aereo civile approcci l’aeroporto di Tripoli – con la quale il generale sta provando a riaprire la partita.

Determinazione speculare a quella del principale sponsor del governo di accordo nazionale, la Turchia, uscita piuttosto indebolita dalla conferenza di Berlino. Anche in conseguenza del mezzo fallimento dell’offensiva diplomatica lanciata in tandem con la Russia. Insuccesso che ha indotto Erdoğan a militarizzare ulteriormente l’approccio turco alla Libia, dove Ankara ha già inviato centinaia di combattenti turcomanni della brigata Sultan Murad, di fatto ormai parte delle Forze armate turche.

 

Proprio i mercenari siriani rivelano la dimensione competitiva della relazione turco-russa. Il fallimento del tentativo di spartizione della Libia ha infatti incrinato i progetti regionali di Erdoğan e Putin, inducendo quest’ultimo a riprendere in grande stile l’offensiva su Idlib, in Siria. Allo scopo di imporre al suo omologo turco uno scambio tra la provincia occupata dalla Turchia e una tregua in Libia che garantisca gli interessi di Ankara. Finora la coalizione russo-siriana non ha tuttavia compiuto significativi progressi a Idlib, malgrado la violenza rovesciata sui civili. Soprattutto, l’esito del negoziato di Mosca del 14 gennaio ha dimostrato chiaramente che la Russia non ha le chiavi della Libia.

Erdoğan e Putin dovranno dunque rimettere in sesto l’asse turco-russo. Operazione che potrebbe causare qualche scossone ai rapporti bilaterali: per i mercenari siriani il vero nemico, in Libia, non è Haftar ma la Russia.

 

 

 

 

GLI USI DELL’OLOCAUSTO

 

di Simone Benazzo

 

 

Il presidente polacco Andrzej Duda non ha partecipato alla commemorazione dell’Olocausto a Gerusalemme, per protesta contro la presenza del presidente russo Vladimir Putin, accolto in pompa magna dalle autorità israeliane.

Se la storia oltrecortina non è mai finita, pochi Stati ne sono così ossessionati come la Polonia. Ma il governo conservatore del Pis ha portato lo scontro a un livello superiore. Nel nome della sovranità, ha trovato nella memoria storica un utile instrumentum geopoliticae, interpretando il passato come un campo di battaglia su cui combattere i nemici di oggi – e di sempre.

Anche limitandosi solo all’anno scorso, Varsavia ha chiesto alla Germania di pagare le riparazioni di guerra; si è impegnata per spingere il Parlamento europeo a adottare una risoluzione sulle vicende della seconda guerra mondiale; ha accusato la Russia di riscrivere la storia per umiliare la nazione polacca. Il leitmotiv di queste rivendicazioni è evidente: del conflitto del 1939-45, l’odierna Polonia si considera (solo) vittima, non (anche) carnefice.

Visione non esattamente condivisa da Mosca – il che non stupisce – e come sembra nemmeno da Gerusalemme, il che stupisce di più, essendo Polonia e Israele due tra i più solidi alleati degli Usa.

Per capire come mai, più che gli infuocati dibattiti degli storici, contano gli obiettivi di politica estera odierni.

Nell’intricato puzzle siriano, Israele punta ad accattivarsi le simpatie del Cremlino per isolare l’Iran. La scommessa di Netanyahu è che anche Mosca possa gradire un ridimensionamento dell’influenza di Teheran nella regione, come suggerito dall’implicito riconoscimento della necessità israeliana di neutralizzare le operazioni di Hezbollah da parte russa.

Per ottenere questi risultati Gerusalemme è pronta a sacrificare l’amicizia con Varsavia e digerire il revisionismo storico di Mosca, come ben esemplificato dalle pesanti dichiarazioni anti-polacche rilasciate dal ministro degli Esteri Israel Katz lo scorso anno. Dal canto suo, da questo possibile avvicinamento la Russia avrebbe tutto da guadagnare: cedendo tatticamente alle lusinghe israeliane, Mosca consoliderebbe il proprio ruolo di arbitro della regione, obbligando i partner musulmani con cui coopera in Siria (Ankara, Teheran e Damasco) a fare concessioni. Sempre che Washington continui a tollerare il flirt moscovita del suo principale alleato in Medio Oriente. Al Pentagono l’ardua sentenza.

 

 

 

LA MARCIA DEL MILIONE NELLA SFIDA USA-IRAN

di Federico Petroni

 

Strade piene, cori anti-americani, fantocci di Donald Trump impiccati. Se la “marcia del milione di persone” indetta a Baghdad dal leader sciita Moqtada al-Sadr abbia raggiunto il risultato numerico non si sa. Di certo, centinaia di migliaia di iracheni hanno manifestato per chiedere l’espulsione delle truppe statunitensi dalla Mesopotamia. Ridando fiato all’Iran. Che quella marcia non l’ha organizzata, ma l’ha appoggiata, rimpolpandola dei propri alleati, le milizie sciite da Kataib Hezbollah al braccio armato di Badr. Con l’obiettivo di cacciare il nemico dalle sponde di Tigri ed Eufrate. La vendetta più dolce per l’uccisione del generale Soleimani.

L’Iraq è placca decisiva nella geopolitica del Medio Oriente. Ancor di più nel braccio di ferro Usa-Iran. Al di là delle risorse tangibili che vi si trovano, conta il simbolismo. Chi lo perde è perduto. Qualora la Repubblica Islamica smarrisse influenza presso gli sciiti, vedrebbe avvicinarsi a casa la prima linea difensiva e delegittimata la pretesa a parlare a nome di questa comunità religiosa. Qualora gli Stati Uniti ne fossero espulsi, vedrebbero i pasdaran dilagare verso Beirut, ciò che avvicinerebbe sinistramente negli incubi degli strateghi d’Oltreoceano un dominio persiano fra l’altopiano iranico e il Mediterraneo.

Per questo, l’Iraq è diventato il teatro dove si misura la forza dell’una e dell’altra potenza. Dopo la risoluzione del parlamento di Baghdad che intimava agli americani il ritiro, Washington è passata al contrattacco. Con piglio tipicamente imperiale, ha minacciato di imporre sanzioni, sospendere gli aiuti, congelare il 95% dei fondi governativi depositati in banche americane. Ha ripreso le operazioni contro lo Stato Islamico, per ricordare a che cosa serve l’ombrello a stelle e strisce. Ha ventilato di smettere di esentare l’Iraq dalle sanzioni per l’acquisto di gas dall’Iran. Ha incassato il sostegno delle minoranze (yazidi, curdi, cristiani, sunniti), che più hanno tratto giovamento dall’influenza americana. Ricordando che senza il collante della propria presenza, militare e finanziaria, il paese semplicemente rischia di non esistere più. Di frantumarsi. Con inevitabili spargimenti di sangue.

Basterà la marcia del milione a rovesciare questa tendenza? No. Chi l’ha organizzata, Sadr, non è da considerarsi cliente di Teheran. Il suo obiettivo è il potere, possibilmente senza dover rendere conto agli iraniani e agli americani. Se la Repubblica Islamica l’ha appoggiato è per cavalcare il sentimento popolare. Gli iracheni sono stanchi di morire da 17 anni nelle guerre d’influenza tra gli stranieri.

 

 

 

NEL LINK ALL’INIZIO, CHI E’ INTERESSATO TROVA :

 

  1.  CORONAVIRUS [di Giorgio Cuscito, dalla puntata settimanale del “Bollettino Imperiale“]

2. LE CONSEGUENZE DELL’AUSTRALIA IN FIAMME [di Viola Stefanello]

 

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