IL FATTO QUOTIDIANO DEL 27 GENNAIO 2020 –pag. 14-15 / in collaborazione con MEDIAPART::: Svolta tunisina: nuovo premier un riformatore indipendente

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 27 GENNAIO 2020 –pag. 14-15 / in collaborazione con MEDIAPART

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Svolta tunisina: nuovo premier un riformatore indipendente

Svolta tunisina: nuovo premier un riformatore indipendente

I temi sul tavolo – L’ingegnere Fakhfakh, ex ministro delle finanze, dovrà gestire importanti questioni: la privatizzazione delle aziende pubbliche, la riforma amministrativa e la lotta alla corruzione

di Lilia Blaise | 27 GENNAIO 2020

A 48 anni, Elyes Fakhfakh, ingegnere, ex ministro, nonché amatore della birra nazionale Celtia (come confidato durante la campagna elettorale), è passato in pochi mesi da ex candidato alle presidenziali – dove ha raccolto solo lo 0,34% dei voti – a capo del governo della Tunisia.

 

Kaïs Saïed. il presidente della Tunisia

 

Il nuovo premier, nominato dal presidente Kaïs Saïed lunedì scorso ha un mese per formare una nuova squadra di governo da sottoporre all’esame dell’Assemblea. Durante i dibattiti televisivi della campagna, il candidato ha affermato la sua immagine di “persona serena e lucida”, osserva Elyes Ghanmi, ex attivista del partito di Fakhfakh, Ettakatol. Anche se il risultato alle urne è stato deludente ed Ettakatol non può vantare neanche un seggio in Parlamento, l’ex ministro delle Finanze della “Troika” (la coalizione tripartitica al potere dal 2011 al 2014, composta da Ennahda, Ettakatol e Cpr) potrebbe, secondo Ghanmi, trarre vantaggi dal suo profilo di “attivista politico e federatore”.

Fakhfakh “ha dalla sua parte la legittimità storica di Ettakatol, un partito di centrosinistra che ha militato sotto Ben Ali. È abituato alla politica tunisina – aggiunge – e ha affrontato più volte il partito Ennahda mentre era ministro. È una persona pragmatica”.

Fakhfakh è stato anche direttore di diverse aziende in Europa e in Tunisia e nel 2014 ha cofondato una società specializzata nella consulenza e nel finanziamento di progetti per le infrastrutture e il recupero dei rifiuti nel Nord Africa.

Un altro punto di forza del nuovo premier è il seguente: la sua “coscienza sociale”, ereditata dall’ideologia del suo partito. “Nominando Fakhfakh, e non uno degli altri due candidati alla carica di premier, di tendenza più liberale, Kaïs Saïed ha fatto una scelta più coerente”, osserva ancora Ghanmi.

Nel suo primo intervento mediatico dopo la nomina, Fakhfakh ha sottolineato l’importanza di cambiare le politiche pubbliche e di costruire delle istituzioni forti e giuste, con uno Stato che ponga fine alle disuguaglianze.

 

La nomina di Fakhfakh segue di poco il fallimento di Habib Jemli, che il partito di orientamento islamista Ennahda aveva proposto come premier. Dopo due mesi di complicate trattative, la squadra di governo proposta da Jemli è stata respinta dall’Assemblea. Più noto nel mondo politico di Jemli, Fakhfakh, pur avendo fatto parte del governo di Ennahda dopo la rivoluzione, non è però membro di Ennahda. Alla testa dell’esecutivo parte dunque con un handicap: non essere stato proposto da nessuno dei due principali partiti presenti in Assemblea, Ennahda appunto (54 seggi) e Qalb Tounes (“Nel cuore della Tunisia”), il partito dell’uomo d’affari Nabil Karoui (38 seggi).

Queste formazioni avevano proposto due nomi: Hakim Ben Hammouda e Fadhel Abdelkefi, entrambi ex ministri ed economisti. “Non c’è da sorprendersi se Kaïs Saïed non ha scelto nessuno dei due. Ci aspettavamo che il presidente non avrebbe rispettato la logica dei partiti politici”, afferma Hatem Mliki del partito Qalb Tounes. Ma, secondo lui, è importante che le difficoltà incontrate nel precedente tentativo di formare un governo, con Habib Jemli, non si ripetano: “Siamo di fronte ad un’emergenza socio-economica e il fallimento del precedente tentativo – continua Mliki – ci insegna che non dobbiamo esitare e che bisogna avere in partenza una visione chiara prima di formare la squadra di governo”.

La nomina di Fakhfakh rimescola ancora una volta le carte sul tavolo da gioco della politica tunisina. Al termine di elezioni che hanno sanzionato i partiti politici e portato alla presidenza un outsider politico, il nuovo capo dello Stato rompe col passato nominando alla testa del governo un tecnocrate, noto per la sua indipendenza e la sua volontà di riformare.

“In questo sistema il presidente gode di una legittimità popolare, ma le élite e le lobby hanno ancora una certa difficoltà ad accettare il cambiamento. La sfida per il nuovo governo sarà di riuscire a navigare tra tutte queste dinamiche”, sottolinea Mohamed Dhia Hammami, ricercatore in Scienze politiche.

Stando alle dichiarazioni di diversi suoi leader, Ennahda non sarebbe sfavorevole a Fakhfakh. Il partito islamista avrebbe tuttavia avanzato una condizione: che Fakhfakh costituisca un governo di unità nazionale insieme alle formazioni politiche. Alcuni non avevano apprezzato il fatto che il precedente candidato premier, non riuscendo a raccogliere consensi intorno a sé, avesse proposto un governo di personalità “indipendenti”. “È stato un errore. Si sarebbe potuto aprire il dibattito su chi è davvero indipendente e chi no”, spiega il deputato di Ennahda Nourredine Arbaoui.

 

La Tunisia ha visto susseguirsi nove governi in altrettanti anni di transizione post-rivoluzione e questa instabilità mette in crisi il sistema politico e le sue istituzioni.

“Si pongono a questo punto diverse questioni: sono necessarie delle riforme economiche urgenti per ripristinare le finanze pubbliche e combattere la povertà. Allo stesso tempo, le elezioni e il risultato ottenuto da Kaïs Saïed, oltre il 70% dei voti, solleva un interrogativo importante: bisogna andare avanti con questo sistema politico ibrido, semi parlamentare e semi presidenziale, che finora non si è dimostrato efficace?”, si chiede Hatem Mliki.

Attualmente, sebbene divisi in diverse piccole fazioni senza una vera maggioranza in Assemblea, i parlamentari non hanno altra scelta che votare a favore del governo di Fakhfakh, in modo tale da evitare lo scenario estremo previsto dalla Costituzione: lo scioglimento dell’Assemblea da parte del presidente della Repubblica e l’organizzazione di nuove elezioni legislative in caso di sconfitta al voto di fiducia. Ma, una volta approvato, il governo di Fakhfakh riuscirà a ottenere un consenso pieno anche all’interno di un panorama politico frammentato e senza far capo a nessuno dei partiti rappresentati in Assemblea?

“Secondo me, Fakhfakh è la persona giusta. Sin dalle elezioni, abbiamo voluto riporre tutta la nostra fiducia in Saïed. C’è un forte movimento rivoluzionario nel paese, con proteste sociali e tensioni latenti. Era necessario calmare gli animi scegliendo un candidato relativamente vicino alla gente e evitare candidati troppo liberali o vicini alle lobby”, sottolinea Karim Baklouti Barkatellah, membro dell’ufficio politico del partito Tahya Tounes che ha proposto Fakhfakh come capo del governo di Saïed.

L’obiettivo di Fakhfakh è di “essere federatore”, sostiene Chokri Jelassi, membro dell’ufficio politico di Attayar (“Corrente democratica”), un partito di sinistra e conta 22 seggi in Parlamento e ha un’alleanza parlamentare con il Movimento del popolo con cui costituisce un blocco di 41 deputati. “Lo abbiamo sostenuto e apparteniamo praticamente alla sua stessa famiglia politica, quindi ora resta da vedere il suo programma. Speriamo che sia all’altezza della fiducia che abbiamo riposto in lui”, aggiunge Jelassi.

Anche all’interno della stessa formazione politica di Fakhfakh, le aspettative sono molte alte. “Spero che si orienterà verso un governo ristretto e paritario. In ogni caso lo spingeremo ad andare in questa direzione”, ha dichiarato Hella Ben-Youssef Ouardani, la vicepresidente del partito Etakattol.

Sul piano politico e ideologico, Elyes Fakfakh soffre dell’esperienza negativa vissuta all’interno della “Troika”, considerata un fallimento totale dal momento che il governo di questa coalizione si è dimesso nel 2014. Il nuovo premier dovrà anche gestire fascicoli economici urgenti con i sindacati, per la privatizzazione delle aziende pubbliche o ancora per la riforma amministrativa e la lotta alla corruzione.

Il ricercatore Mohamed Dhia Hammami avverte: “Una volta che il governo avrà il via libera del Parlamento, rischieranno di emergere i primi attriti. Potranno venire dall’amministrazione o dai sindacati, che non è detto gli siano per forza favorevoli”.

(traduzione Luana De Micco)

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