SILVIA BENCINELLI :: QUANDO LA STORIA E’ UBRIACA — REPUBBLICA. VENERDI’- 26 GENNAIO 2018

 

 

 

Breve storia dell’ubriachezza

Mark Forsyth

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente
Traduttore: Francesca Crescentini
Editore: Il Saggiatore
Collana: La piccola cultura
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 28 giugno 2018
Pagine: 292 p., Brossura
17 EURO- PREZZO PIENO

Descrizione

Secondo una leggenda africana, le donne persero coda e pelliccia quando il dio della creazione insegnò loro a fare la birra. Fu così che ebbe origine l’umanità. Da allora, incontriamo l’alcol ovunque, dai primi insediamenti neolitici fino alle astronavi che sfidano l’ignoto spazio profondo, e insieme al bere troviamo la sua compagna più sfrenata, allegra e sovversiva: l’ubriachezza. L’ubriachezza è universale e sempre diversa, esiste in ogni tempo e in ogni luogo. Può assumere la forma di una celebrazione o di un rituale, fornire il pretesto per una guerra, aiutare a prendere decisioni o siglare contratti; è istigatrice di violenza e incitamento alla pace, dovere dei re e sollievo dei contadini. Gli esseri umani bevono per sancire la fine di una giornata di lavoro, bevono per evasione, per onorare un antenato, per motivi religiosi o fini sessuali. Il mondo, nella solitudine della sobrietà, non è mai stato sufficiente. “Breve storia dell’ubriachezza” osserva il nostro passato dal fondo di una bottiglia, da quello spazio vitale – il bar – che è abolizione temporanea delle regole dominanti, festa del divenire e convegno di gioie. Grazie alla scrittura colta ed esilarante di Mark Forsyth, vivremo l’ebbrezza di un viaggio che dalle bettole degli antichi sumeri penetra nelle stanze di un simposio ateniese; assisteremo al sorso di vino che ha cambiato il mondo per sempre, quello bevuto da Cristo nell’ultima cena; entreremo nella taverna in cui è nata la letteratura inglese e ascolteremo il crepitio dei revolver nei peggiori saloon del Selvaggio West. Infine, come in quell’antica leggenda africana, scopriremo che la nostra civiltà nasce grazie al sacro dono dell’alcol: perché bere è umano, ubriacarsi è divino.

 

REPUBBLICA. VENERDI’- 26 GENNAIO 2018

https://rep.repubblica.it/pwa/venerdi/2018/01/22/news/quando_la_storia_e_ubriaca-187053218/

 

 

(Getty Images)

 

 

il venerdì

Scienza

Quando la storia è ubriaca

Dai riti dionisiaci a oggi, un libro parla dell’ebbrezza e di come è stata (e viene) vista. Distinguendo tra società “asciutte” e “bagnate”. Indovinate com’è la nostra?

DI SILVIA BENCIVELLI

Ogni società ha (e ha avuto) le sue bevande alcoliche. Ogni società ha (e ha avuto) i suoi ubriachi. Ma se le conseguenze dell’ubriacarsi sono sempre molto simili, i modi, le ragioni, o i pretesti per farlo sono tanti e diversi. C’è chi si ubriaca per parlare con gli dei, chi per sentirsi meno triste o per avvicinare gli altri, chi per noia o abitudine, chi per dimostrare la propria forza o per migliorare la propria creatività. Sono anche tanti e diversi i modi in cui l’ubriachezza di qualcuno viene vissuta dagli altri: in certi ambienti alcune di queste motivazioni sono ritenute nobili mentre in altri sono deprecate o considerate ridicole, in certi posti di alcolismo non è nemmeno il caso di parlare mentre in altri si strabeve fino a star male, pubblicamente e a cadenza settimanale. Il nostro approccio alla bottiglia racconta molto di chi siamo e delle società in cui viviamo.È la tesi del linguista e scrittore Mark Forsyth, che ha pensato di scrivere un’inusuale breve storia dell’ubriachezza per i tipi dell’editore inglese Penguin dal titolo A Short History of Drunkenness (in Italia uscirà a giugno pubblicato dal Saggiatore). Vi si scopre, tra le altre cose, che in tante culture del passato sono esistiti dei delle bevande alcoliche, come la sumera Ninkasi per la birra o il greco Dioniso per il vino. E c’erano riti mistici nei quali le divinità venivano invocate attraverso estasi alcoliche, dalle isole del Pacifico all’antica Cina. Del resto, evocazioni metafisiche per l’ebbrezza sono arrivate fino a noi: una tra tutte la famosa frase di Benjamin Franklin, per cui l’esistenza del vino è una «prova del fatto che Dio ci ama, e ama vederci felici». Si scopre anche che il nostro Paese si distingue per una mancanza: non abbiamo una parola per dire “postumi della sbornia”, l’inglese hangover, sebbene Plinio il Vecchio abbia dato di questo stato descrizioni sublimi, e consigli per la sopravvivenza. Perché? Semplice, dice Forsyth: «Nessun italiano ammetterebbe di soffrirne».

In realtà, dal punto di vista antropologico, la questione è un po’ più complessa, ammette Forsyth: «Quella italiana è una di quelle che gli studiosi chiamano “società bagnate”, in cui l’uso di alcol è quotidiano, rilassato, familiare. Mentre quella inglese è una “società asciutta”, in cui c’è diffidenza verso l’alcol, e si beve solo quando le convenzioni lo permettono». Nelle società bagnate il vino non manca mai a tavola, non si eccede e quando si eccede la cosa è considerata disdicevole. In quelle asciutte, come i Paesi nord-europei, l’alcol è una trasgressione: «Bere tanto nel fine settimana è una dimostrazione di forza, una cosa da veri uomini, e gli inglesi quando buttano giù tre o quattro pinte di birra ne vanno orgogliosi». E questo è solo uno degli esempi di come «le ragioni e i modi del bere non siano affatto immobili e immutabili nella storia e nei Paesi, che poi è la ragione per cui ho scritto questo libro» chiosa Forsyth.

Ma è proprio vero che noi italiani abbiamo un rapporto con l’alcol più felice degli altri? Mica tanto, a vedere i numeri. Quelli dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto superiore di sanità non sono affatto leggeri. Li presenta Emanuele Scafato, che è direttore dell’Osservatorio e del Centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità per la ricerca e la promozione della salute sull’alcol e le problematiche alcolcorrelate:

«Ci sono 35 milioni di consumatori di alcol in Italia (e fin qui niente di male), di cui 12 milioni i consumatori quotidiani. Di questi però 8,5 milioni sono a rischio, cioè eccedono le quantità che l’organismo può eliminare evitando danni».

Quanto agli italiani che il problema lo hanno già adesso? «Sono circa 710 mila, e solo 72 mila sono presi in carico dai servizi territoriali. Cioè il 90 per cento di chi ha bisogno di cure per problemi legati all’uso di alcol non è intercettato dal Servizio sanitario nazionale».

Si calcola che i morti causati dagli eccessi del bere, ogni anno, in Italia siano 18 mila, mentre l’Oms stima che siano 25 miliardi di euro i danni sociali e sanitari che l’alcol provoca alla collettività.

«I nostri medici» riflette Scafato «non sono preparati a identificare precocemente il rischio e tanto meno a intervenire». Il medico non fa domande, il paziente non deve dare risposte, e tutto resta lì. Eppure si è visto che «nei consumatori a rischio un colloquio di soli cinque minuti riduce del 25 per cento il pericolo». Intanto i nostri adolescenti stanno puntando al modello anglosassone con la pericolosa moda dello sballo del sabato sera a suon di gare di “shottini”, cioè “bevutine” da banco fortemente alcoliche e altrettanto economiche, che garantiscono una sbornia tanto rapida e feroce da poter portare al coma.

Una società sempre più bagnata, insomma. Ma è davvero la nostra scivolosa, quanto orgogliosa, tradizione, quella del bere e del bere tanto e tutti i giorni? Difficile da dire con precisione. Certo alcune cose sono cambiate nel tempo. «Il vino una volta era una schifezza» dice Alessandro Marzo Magno, giornalista e scrittore, autore di Il genio del gusto. Come il mangiare italiano ha conquistato il mondo (Garzanti editore, pp. 412, euro 18,70).

«Fino a qualche decennio fa avevamo vini leggeri, che andavano presto in aceto: li diluivamo con acqua e spesso aggiungevamo spezie e miele per renderli meno imbevibili. Solo dall’Ottocento in Francia, ma dal Novecento qui in Italia, le cose sono cambiate». E poi, come dice Forsyth, parlare di alcolici significa parlare di tanti aspetti del nostro vivere. Guardando alla storia d’Italia dell’ultimo secolo e mezzo e al suo attaccamento alla bottiglia si trovano intrecciate molte questioni scientifiche e sociali, dall’approccio alla salute e alla malattia mentale al mantenimento dell’ordine pubblico, dalla crescita della nostra industria agroalimentare alla nascita della classe operaia. Le riassume bene Paolo Nencini, farmacologo, nel suo libro La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia (Il Mulino editore, pp. 360, euro 23,80):

«Il problema dell’abuso di alcol nasce in Italia quando i contadini, che nelle campagne bevevano solo di domenica, arrivano nelle città. E cominciano a bere tutti i giorni. Per i socialisti e per i primi igienisti, che erano attenti alla salute delle classi deboli e dei lavoratori, l’alcol era un elemento di degrado sociale. Nasce così la prima legge contro l’alcolismo, fortemente voluta da Turati, che è del 1913».

Altrettanto preoccupati erano i conservatori, allarmati dall’idea che le osterie potessero diventare covi di ribelli e di delinquenti. Ma dall’altra parte c’erano i produttori di vino, che in un giovane paese agricolo avevano una forte influenza sulla politica, e tutto l’interesse a diffondere l’abitudine al bere, e l’idea che esistesse un “vino genuino”, non adulterato, e quindi non tossico (come se l’alcol di per sé non lo fosse comunque). Ecco come siamo diventati la società bagnata di cui sopra, quella che crede che basti “bere bene”, che si vergogna dell’hangover e lo subisce in silenzio.

«In fondo» conclude Forsyth «a livello sociale, per l’alcol come per le droghe, è questione di darsi delle regole. Decidere dove e come si può consumare, se lo si deve fare da soli, di nascosto, o in compagnia…». Oltre le regole sociali c’è la questione medica: bere troppo, più di quanto il proprio metabolismo possa tollerare, fa male, e fa male in un sacco di modi. E questo, sia chiaro, vale per tutti gli ubriachi del mondo e della storia.

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