MGP CI REGALA UNO STRAORDINARIO RACCONTO :: “ POLVERE DI SANGUE CONSERVATA IN GRANDI VASI DI VETRO ” ++ due immagini del pittore Lucian Freud

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UNA PICCOLA INTRODUZIONE DELL’AUTRICE

 

Questo racconto nasce proprio nella biblioteca di Calvairate a Milano. Andavo spesso a leggere lì, era un posto molto piacevole per l’atmosfera, la luce e la possibilità di avere ogni testo desiderato che poteva arrivare dalla Sormani. Ho cominciato poi ad avere informazioni sulla costruzione dell’edificio e anche sulla storia del quartiere e la trasformazione sociale dagli anni ’80 in poi. Nelle sale di lettura c’erano giovani che studiavano e mi piaceva molto esser tra loro, se pur non più giovane.

Di fianco a questo c’era un’altra considerazione tutt’ora valida rispetto alla scuola e agli strumenti che può usare per coinvolgere i ragazzi negli studi e trascinarli nella conoscenza. Il personaggio descritto nel racconto, Drago, è un esempio paradossale della necessità di conoscere attraverso l’esperienza e l’ impossibilità di entrare nel discorso astratto. Questo era ed è un problema reale e mi pare che in molti casi non abbia soluzioni se non la rabbia e di conseguenza l’abbandono scolastico.

 

 

 

IL RACCONTO ::

 

POLVERE DI SANGUE CONSERVATA IN GRANDI VASI DI VETRO “

 

Era un vecchio borgo rurale fuori Porta Vittoria, dalle parti di Viale Molise, ora quasi completamente scomparso. Al suo posto qualche piazza e tante case popolari costruite prima della guerra per dare alloggio ai facchini del vecchio Verziere, per gli operai delle molte fabbriche di zona, per i “mattatori” del Macello e per i tranvieri del deposito Molise.

Un quartiere dove non si vede un vigile“, afferma il prete dove l’assistente sociale per minori non c’è, dove l’ambulanza tocca aspettarla quaranta minuti… parlano di istituzioni ad ogni livello, qui son tutti latitanti. E poi la scuola. E’ inutile che ci parlino dell’estensione dell’obbligo a 16 anni come di una conquista. Da noi sarebbero altri anni di parcheggio, qui la scuola serve per fare il camionista o lo scaricatore: all’Esselunga se sei di Seggiano o all’Ortomercato se sei di Calvairate. Qui i ragazzi si riconoscono nelle bande, la microcriminalità é tanta, gli scippi all’ordine del giorno e ogni cortile ha il suo capo. Al punto che un motorino comprato senza il permesso del capo é “abusivo” e può essere rubato, quelli “autorizzati” non li tocca nessuno. Noi viviamo porta a porta con i picciotti dei clan, mentre il procuratore generale ci dice che di mafia a Milano non ce n’é. La grande ondata che abbiamo adesso di tossici, ragazzi senza prospettive di impegno si è annidata anni fa con le grandi riduzioni della Breda e della Pirelli; a botte di 50 licenziati per caseggiato ogni volta.»

 

Sono l’unica sopravvissuta di quella classe ” dice l’ex alunna della Scuola Media Manara di Via Cadore, riferendosi al fatto di sangue accaduto nella Biblioteca di Cicero Visconti 1.
” Da quel giorno, nessuno è tornato più a scuola. Uno sfacelo. La cultura è un lusso vietato a gente come noi. ”  La ragazza lavora ai grandi magazzini e frequenta le scuole serali. ” Ma io devo farcela. Ho ricevuto un mandato da Ulisse. ”  E’ decisa e sicura di arrivare in fondo. Ma sentiamo il suo racconto.

 

Era uno strano impasto tra un animale selvatico, un vaso di vetro e una lucertola senza coda. Gli mancava qualcosa. Gliel’avevano strappata via quando era piccolo. E da quel giorno gli si era bloccato il cervello, sì gli si erano ghiacciati i pensieri in testa. Per questo parlava a quel modo, a morsi.

Era con noi dalla prima, tre anni di rabbia e di pena. Già, ci faceva anche pietà e lui lo sapeva. Se ne stava in fondo a incidere il banco con il coltello.

Quando arrivava Ulisse gli si appiccicava dietro, senza perderlo un attimo, lo marcava in un corpo a corpo da specialista. ” Sei il mio segugio ” gli diceva. Non capiva quel segugio, ma gli piaceva lo stesso, era affettuoso. Si sedeva in prima fila, si accucciava con il mento tra le mani e lo sguardo fermo. Ascoltava. Pareva attaccarsi alle parole come una sanguisuga affamata. Assorbiva i suoni, i gesti e tutte quelle storie dall’inizio alla fine senza mollare neppure un respiro.

La voce di Ulisse era una promessa. Una partita che ci scardinava. Uno sballo. Partivamo tutti, in viaggio dietro di lui. Non aspettavamo altro. Non era un insegnante, ma un profeta.

Ci scaraventava fuori, oltre le mura, finalmente orfani e padroni. Come un verme immondo che diventa una farfalla. E vola. Una trasformazione a razzo che ci faceva diventare altri, degli altri e ogni volta in cammino, senza arrivare mai.

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In quelle ore crescevano fantasie strane dentro di noi, forse ridicole. Quel giorno, il giorno della visita alla Biblioteca, ci aspettavamo di entrare all’inferno o in paradiso, non sapevamo bene, in ogni caso in un altro mondo. Drago era carico come un’arma da fuoco. Beh, carico lo era sempre. Una volta andò in pezzi, sì, ebbe una crisi, la bidella gli mise in bocca le forbici avvolte in un fazzoletto, ” per la lingua ” disse. Tremava e scalciava come una bestia. Pensavo che poi sarebbe morto e invece si alzò e si sedette. Posò il suo testone bianco sul tavolo, Nunzia gli teneva la mano e lui non voleva più lasciarla, la stringeva. ” Drago ” gli diceva ” sei il mio Drago ” e lui soffiava. Il giorno dopo spedì Tommaso all’ospedale, lo aveva ridotto male per via di quella ragazza. Quell’anno Cetty si era fatta tutti i maschi della classe, solo Giovanni si era salvato. Li portava a casa sua il giovedì pomeriggio, quando la madre andava a Linate. Una volta le chiesi ” Ma tu vai liscia? “

” Sono cazzi miei ” mi aveva risposto. Era odiosa, saltava come una rana, così diceva mio fratello.

Saverio e Robin facevano a gara nelle prime. Io e Lilli nelle terze, quattro a quattro eravamo. Mi piaceva Edo quell’anno, ma era un maiale con la lingua ruvida di un bue, io non volevo. Quando mi braccava, in cortile mi schiacciava contro il muro. ” Ecco ” diceva ” hai sentito ? ”  Era sempre grosso. Drago mi seguiva per strada e mi diceva: ” Io ti sposo. ” Per dirlo ci voleva un po’, per via della balbuzie, mi faceva ridere. Una volta mi baciò sulla guancia, era rosso fino all’ombelico. Il giorno dopo mi mandò la sua saliva e un ciuffo di peli in una scatola di mentine.

No, non ero la sua ragazza, lui non aveva una ragazza. Però gli volevo bene. Io ero stata a casa sua. Un macello.

Suo padre lavorava all’ortomercato, ma quando lo mettevano dentro doveva andarci lui a scaricare i camion. A noi portava il resto: tutto quello che trovava. Animali schifosi, li leccava e li faceva correre sui tavoli, poi li schiacciava con la punta della matita. Quel giorno portò i lombrichi, ne aveva le tasche piene. Apriva i libri, li arrotolava dentro e poi li schiacciava. Li faceva a brandelli. Strappava le pagine dei libri e poi le mangiava. Una volta mangiò un capitolo intero della Divina Commedia, ridevamo. Pagine e pagine appallottolate e infilate in bocca, come un panino e poi giù, senza neppure bere.

Ne faceva tante di porcherie. Io lo sapevo, era stato lui a rubare la borsa a Ulisse, l’avevo visto. Se la portò a casa, poi due giorno dopo si mise gli occhiali del professore sulla punta del naso e con il dito alzato lo imitava:

” Devi sapere, caro ragazzo ” farfugliava ” Io sono Ulisse e tu…. una merda. “

Lo avevano preso già un’altra volta per via dei libri, li bruciava e li lanciava dalla finestra della scuola. ” Lo vuoi ? ” urlava ” te lo regalo ” e via.

Quel giorno non gli venne in mente il fuoco, portò un sacchetto di terra e lo sparse tutto intorno nel settore di scienze e nel laboratorio. Era tutto nuovo allora. Fu Ulisse anzi il Professor Morigi, così si chiamava. Ci sputò l’anima sua per organizzare questo posto, dico per la Biblioteca di Calvairate. E’ stata inaugurata insieme al Teatro Quartiere, è uno dei centri chiave per la vita di questa zona.

” Sarà un’isola in mezzo al mare ” diceva. Sì, per dei naufraghi come noi. Un rifugio in questa landa di lupi.

E’ intitolata a lui, al Prof. Edgardo B. Morigi, e proprio in questo luogo accadde il fatto orribile, durante la visita alla Biblioteca.

Io vengo sempre qui, c’è caldo, a casa come faccio e poi qui ci sono gli amici. L’hanno trovato disteso tra lo scaffale di storia e la sala video. Gli mancava un labbro. Non ce l’hanno mai voluto dire, ma io l’ho sognato tante volte. Ulisse nudo e senza labbra.

Aveva i capelli sempre arruffati e le orecchie grandi. Immagino ancora adesso la sua testa tagliata con il bordo della pelle arricciato, blu e rosso, increspato di sangue duro come un muro dipinto.

Quel pazzo ci dormiva con il coltello, quando ridevo me lo puntava in pancia e diceva: ” Io sono un Drago ” e ruggiva. Gli piaceva quel nome.

Gli ha strappato le labbra a morsi, una faccia senza labbra, con i denti aperti e pieni di carta. Tutti i suoi libri cacciati in gola.

Lo hanno trovato al mattino.

Drago era venuto a scuola il giorno dopo, non ricordava niente. Ogni tanto lo vado a trovare, è sempre là, seduto, con un libro aperto sulle ginocchia che finge di leggere. E’ perso ormai.

Quel giorno saltellava come una molla, non poteva star fermo. Era zeppo, se lo toccavi faceva scintille. Pareva un palo dell’alta tensione. Ulisse era salito nell’atrio. Raccomandava la calma e un po’ di ordine, con il suo solito tono pacato. E noi sparsi qua e là per il giardino a sniffare odori, a sbirciare tra sassi e toccamenti. Non si sentiva puzza di mutande sporche quel giorno. Anche Drago aveva i jeans nuovi e le scarpe bianche. Credo che si aspettasse di trovare ordigni miracolosi, spettacoli con canti e musiche, foreste intere, cose grandiose come Polifemo in persona o l’isola del tesoro o il capitano Ahab in lotta contro la balena o almeno il cavallo di Troia. Aveva il coltello in tasca e ogni tanto lo tirava fuori e lo guardava luccicare. Arrivati alla porta d’ingresso il professore si era girato e mentre agitava le braccia in avanti ripeteva:

“ State raccolti e non fate chiasso. “

Drago scalciava come un cavallo, pensava alle Biblioteche Africane.

Gli avevano detto che i neri conservano le unghie e i denti che strappano ai visitatori. Che squartano i corpi aperti per estrarne il fegato e svenano i bambini per conservare la polvere di sangue in grandi vasi di vetro.

Quel giorno tutto era strano, anche il vento tirava dalla terra al cielo e in alto girava portandosi una sabbia d’argento. Una nuvola viola si era fermata sopra di noi, calcando le altre, una addosso all’altra, ai quattro angoli dell’orizzonte. Sembrava volesse staccarsi dal cielo premendo i palazzi contro l’asfalto e schiacciando noi con una tale forza da impedirci ogni movimento.

” Presto ragazzi ” incalzava Ulisse ” possiamo entrare. “

Una luce evanescente e nebulosa ci avvolse.

Una specie di materiale vaporoso usciva dagli scaffali e dai libri e ristagnava nell’aria, appena visibile. Era un’esalazione gassosa o un fenomeno di elettricità sconosciuto. Saliva e scendeva dal soffitto al pavimento e si allungava in fondo, fino alle vetrate. Il colore verde ricopriva ogni cosa e si stendeva muovendosi lentamente intorno alle sedie, ai tavoli, agli schedari, mentre l’odore del legno e della carta si mescolavano al ronzare delle voci e al frullare degli occhi.  ” Una donazione della famiglia Falk, circa 20 mila volumi, 250 posti a sedere, suddivisi tra spazio adulti, ragazzi e periodici, oltre ai 90 posti della sala proiezione.”  Seguivamo Ulisse, senza sentire, né vedere niente. La luce verde della finestra ci spostava avanti, ci catturava, entrava nei nostri corpi e nei nostri pensieri. ” La narrativa, il teatro e la poesia in ordine d’autore. La scientifica per materie, contraddistinte da diverse lettere dell’alfabeto.”

I vecchi seduti a leggere il giornale ci spiavano. Ogni tanto si sentiva un ” ssst ” accanito dalla sala di lettura. Alcuni avevano preso un libro e si erano messi per terra. Altri, ancora ispezionavano o cacciavano in giro o frugavano negli schedari, Lorella e Nanni si baciavano contro la colonna.

Drago alzava le mani e le stropicciava sulla faccia, come per lavarla dal contagio della luce. Era pallido fino alle labbra, tirava gli occhi in alto e alitava. Tutti quei libri. Nient’altro che libri. Mi si avvicinò e mi chiese:

“ Ma dove sono le cose, le altre cose, quelle vere qui non ci sono che libri ?! “

Si sentiva circondato e minacciato da tutta quella pagine scritte. Il cuore gli si era infuocato dentro e le midolla si erano tirate, così che non poteva più stare nella pelle. Saltava, cantava, gridava, correva e spintonava la gente, strepitava e lanciava ululati feroci. Quando esplose era un uragano. Prese a strappare ogni cosa, a sibilare, a impennarsi, a tirare calci e a testa bassa si scagliò contro Ulisse.

Lo portarono fuori a braccia. Aveva gli occhi incavati nelle tempie, la fronte gonfia.

Nessuno pensò che quella fosse solo la prima fase d’attacco e che lo schianto finale si sarebbe sentito più tardi.

Dalla ricostruzione dei fatti, Drago ritornò alla Biblioteca alle 22,30, all’ora di chiusura. Non furono rilevati segni di lotta sul cadavere, né furono ritrovati oggetti particolari, ma solo il diario per terra insieme ai tanti libri.

Nella prima pagina Ulisse gli aveva scritto una lunga lettera che si concludeva con questa frase: ” Felice è l’uomo che sa nutrirsi di beni immortali. “

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One Response to MGP CI REGALA UNO STRAORDINARIO RACCONTO :: “ POLVERE DI SANGUE CONSERVATA IN GRANDI VASI DI VETRO ” ++ due immagini del pittore Lucian Freud

  1. Donatella scrive:

    Mi sembra un racconto molto bello, horror e realistico al tempo stesso.

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