PIETRO CITATI :: L’AMICO GENIALE — LE LETTERE DI WALTER BENJAMIN A GERSHOM SCHOLEM ( 1932 – 1940 ) — REPUBBLICA DEL 16 FEBBRAIO 2020

 

 

REPUBBLICA DEL 16 FEBBRAIO 2020

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/02/16/news/l_amico_geniale-248672553/

 

 

 

Walter Benjamin nel 1925

 

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WALTER BENJAMIN

 

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WALTER BENJAMIN ( (Berlino, 15 luglio 1892 – Portbou, 26 settembre 1940) 

 

 

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GERHARD SCHOLEM —  1925

 

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Gershom Scholem (Berlino, 5 dicembre 1897 – Gerusalemme, 21 febbraio 1982) è stato un filosofo, teologo e semitista israeliano, proveniente da una famiglia ebraica di origine tedesca.

Nel 1923 emigrò in Palestina, dove divenne capo del Dipartimento di Ebraico della Biblioteca Nazionale Ebraica; nel 1933 ebbe la prima cattedra di misticismo ebraico all’Università Ebraica di Gerusalemme.

https://it.wikipedia.org/wiki/Gershom_Scholem

 

 

 

L’amico geniale

15 FEBBRAIO 2020

Le lettere che Walter Benjamin si scambiò tra il 1932 e il 1940 con Gershom Scholem testimoniano la tragedia della democrazia e dell’ebraismo

DI PIETRO CITATI

Archivio e camera oscura (Adelphi) contiene le lettere che Walter Benjamin e Gershom Scholem si scambiarono tra il 1932 e il 1940. Fuggito in Palestina nel 1923, Scholem aveva già scritto due libri su Benjamin: Walter Benjamin e il suo angelo e Walter Benjamin. Storia di un’amicizia, anch’essi pubblicati da Adelphi negli anni scorsi.

Archivio e camera oscura è un libro bellissimo, un capolavoro di intelligenza culturale e politica, uno scorcio di rara profondità, un documento impareggiabile sulla vita europea tra le due guerre. Comincia con un testo che Benjamin scrisse da Ibiza il 25 giugno 1932, e si conclude con una lettera che Scholem — fuggito in tempo dall’orrore tedesco — inviò da Gerusalemme nel febbraio 1940. Meno di un anno dopo, in Spagna, sul punto di fuggire e di liberarsi dal quotidiano accerchiamento infernale, Benjamin si uccise.

Hannah Arendt fu la intelligentissima, dolce, paziente testimone di questa tragedia della democrazia e dell’ebraismo. In quel momento le truppe di Hitler avevano già invaso e sconvolto l’Europa, e stavano per assalire l’Unione Sovietica. Intanto Benjamin viveva anni di disperazione, che non oserei paragonare alla vita di nessuno degli emigrati antifascisti europei: nemmeno a quella di Gramsci o di Joseph Roth. Il paesaggio era totalmente occupato da figure atroci: Hitler, che era diventato cancelliere e presidente della Germania nel 1933, e Stalin, che da anni uccideva puntigliosamente i suoi compagni di partito e milioni di contadini.

Walter Benjamin nacque a Berlino il 15 luglio 1892, undici anni prima di Theodor Wiesengrund Adorno, nato a Francoforte nel 1903. Nel 1923, Gershom Scholem — che era il più accorto e colto tra gli amici — aveva raggiunto la Palestina: in quegli anni molte famiglie ebree lasciavano la Germania per Gerusalemme, dove gli ebrei non avevano ancora, come adesso, uno stato. Scholem non amava Marx, nel quale vedeva il male del diciannovesimo e ventesimo secolo — il male cristiano ed ebraico. A Gerusalemme e a Parigi, frugava appassionatamente nelle biblioteche e negli archivi: studiava il Bahir, Maimonide, scopriva nuove versioni della Qabbalah (che sono incalcolabili, come ha raccontato Moshe Idel). Immaginava di scrivere un testo smisurato, di cinquecento o mille pagine, al quale sarebbero seguiti moltissimi, preziosi saggi, fondamentali anche per gli studiosi di altre religioni. Non poteva tornare in Germania, dove la Gestapo o addirittura Hitler gli aveva proibito di parlare e di scrivere: ma ne preparava una redazione ebraica, una tedesca e una inglese. «Ho bisogno — diceva — di ispirazione»: quei testi, talvolta oscurissimi, chiedevano un lettore di genio come lui. Così tra le sue mani, senza aiuti o quasi senza aiuto, rinascevano miracolosamente secoli di vita ebraica. E si accorse di possedere una intensa qualità narrativa, che in parte mancò a Benjamin. Altri lo circondavano: in primo luogo la intelligentissima Hannah Arendt, che era stata, purtroppo, amante di Heidegger, e da Parigi preparava i bambini ebrei che raggiungevano la Palestina. Come ebreo e come antifascista, Walter Benjamin avrebbe dovuto seguire Scholem in Palestina: ma non ci andò mai, per qualche misteriosa ragione che non riesco a comprendere. Da un lato non sapeva l’ebraico: la Palestina non gli garantiva la sussistenza: nemmeno l’università gli apriva le porte; e poi, cosa avrebbe insegnato, lui che era un vagabondo e un dilettante spiritosissimo? In Palestina, nessuno conosceva la letteratura tedesca: non conoscevano nemmeno l’insopportabile Brecht, che era vagamente suo amico. Non accettò i continui inviti di Scholem e delle sue mogli: non aveva soldi per il viaggio; e un viaggio da Amburgo a Haifa era costosissimo, quasi come il giro del mondo.

Quando, nel 1933, Hitler prese il potere, fu il disastro assoluto. Mentre Scholem teneva conferenze negli Stati Uniti e conosceva Adorno (allora Wiesengrund) e Horkheimer, Walter Benjamin andò a Mosca, dove aveva un’amica comunista lituana. Anche lui era — chissà come e perché — comunista. Su Mosca scrisse pagine durissime: allora gli ebrei erano fortemente ostili al comunismo, al cadavere imbalsamato di Lenin, e a Stalin, che cominciò le sue ferocissime purghe. Non capisco perché Benjamin continuò a essere comunista: scrisse contro i suoi nemici letterari, Benn, Céline e sopratutto Jung e la sua “infernale” psicologia della psiche. Compose L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: libro che non amo. Avrebbe voluto ottenere la cittadinanza francese, e salvarsi dall’inferno tedesco: ma non gli fu possibile.

Con ragione Scholem disse che l’amico, nel profondo, era un mistico. Benjamin vide spesso Horkheimer, che non amava, e Adorno e la moglie, per i quali aveva molta simpatia. Con l’avvento del nazismo, in Germania molti giornali e case editrici, soprattutto ebraiche, tra le quali la sua casa editrice, furono costrette a rinunciare alle pubblicazioni. Senza la collaborazione dei giornali e delle case editrici, Benjamin cadde in miseria; e fu assalito da una profonda depressione, alla quale non sapeva dare un nome. L’Istituto che lo finanziava chiuse i battenti. Benjamin ebbe l’impressione che l’ebraismo — la storia di migliaia di anni di felicità e di terrore — fosse finito per sempre. Tutto si proiettava a tinte così cupe, che la sua fantasia si rifiutava di rincorrere l’intollerabile realtà — sempre più tetra, sempre più tenebrosa e assillante.

La miseria non aveva rimedio. Non aveva nemmeno più i soldi per comprare i francobolli. Non sapeva come sopravvivere, in qualsiasi paese del mondo. In Germania, come ebreo, non poteva insegnare. Assisté a quella che venne chiamata “la notte dei lunghi coltelli”. Non aveva soldi per inviare a Parigi i suoi libri, finanziando l’imballaggio e il trasloco. «La precarietà della mia esistenza — scrisse a Scholem — mi colpisce ogni giorno, e dipendo giorno per giorno direttamente dalla grazia del buon Dio». Attendeva il miracolo, che non giunse mai. Sapeva che il passaporto — per lui assolutamente indispensabile — non gli sarebbe stato mai più rinnovato.

Nel febbraio 1935 pensò di andare in America: ma rimase a Sanremo, dove la moglie lo manteneva. Non c’era che una soluzione, Parigi, dove scese all’Hotel Istria, rue Campagne-Premièrè, uno dei miserabili alberghi dove in quegli anni soggiornava, perennemente ubriaco, Joseph Roth;  oppure venne invitato dalla figlia di Edmond De Rotschild.

Cominciò a scrivere: Paris capitale du XIX siècle, poi cambiò casa. Ora a villa Robert Lindet 7, ora a rue Bénard 23, cominciò a studiare i famosi passages, intorno ai quali fantasticò lungamente. Si ammalò, senza venire curato da un medico. Lesse cinque romanzi di Simenon e il bellissimo Lutero di Lucien Febvre. Continuò a studiare: Le affinità elettive di Goethe, con cui avrebbe voluto cominciare un nuovo libro; Hoffmannsthal disse che era un testo «assolutamente incomparabile». La cosa singolare, o singolarissima, è che egli aveva conosciuto la stessa storia narrata da Goethe: dunque aveva amato una Ottilie, di cui non conosciamo il nome.

Nella primavera del 1940, le armate naziste conquistarono la Francia e l’Europa. Mussolini, di cui Benjamin non aveva mai detto o letto una parola, entrò in guerra, e con lui lo sconosciuto conte Ciano, che invase l’Albania, dove venne rapidamente sconfitto. L’esistenza di Benjamin ripeté quella di Simone Weil.

Lasciò Parigi. Scese verso il sud, verso la Spagna e la morte. Non c’era salvezza, e desiderava uccidersi. Era certo che, tra poco, ci sarebbe stata un’altra guerra mondiale, distruggendo per sempre la civiltà umana. Nessun Dio, nemmeno quello ebraico, aveva voglia di intervenire nelle noiose faccende degli uomini.Quando si suicidò, appena varcata la frontiera spagnola, scrisse: «la mia situazione senza speranza non mi lascia altra scelta che uccidermi. È in un piccolo villaggio dei Pirenei, dove nessuno mi conosce, a Port-Bou, che la mia vita finisce».

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PORT-BOU, PAESINO CATALANO SUL MARE

 

 

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LA TOMBA DI BENJAMIN INCASSATA IN UN ROCCIA

 

 

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LA CHIESETTA DEL CIMITERO A PORT-BOU

 

Il suo gesto salvò alcuni compagni in fuga. Lasciò una lettera a Hannah Arendt — la paziente, la dolcissima, che a sua volta la diede ad Adorno. Quando Gershom Scholem apprese, da un biglietto di Hannah Arendt, giunto l’8 novembre 1940, la notizia della morte di Benjamin, «uscì precipitosamente e disperatamente di casa e non vi ritornò per diversi giorni». Poi, l’8 gennaio 1941, scrisse: «è un colpo terribile, e non c’è modo di risollevarsi dal dolore». Secondo Arthur Koestler, «Benjamin possedeva trenta pastiglie di un composto di morfina, che voleva ingoiare nel caso in cui fosse stato catturato». Per un gioco del caso, Benjamin, ebreo non praticante, ricevette il sacramento dell’estrema unzione con rito cattolico e fu sepolto nel camposanto centrale di Port-Bou, riservato ai cattolici. Hannah Arendt definì il cimitero «il più bel luogo del mondo dove riposare per sempre».Walter Benjamin aveva scritto: «Persino gli angeli nuovi in pochi attimi si moltiplicano in schiere innumerevoli secondo una leggenda talmudica — vengono creati per cessare di esistere e dissolversi nel nulla, appena abbiano cantato il loro inno davanti a Dio». Benjamin era stato un angelo: un angelo colorato di Klee, e per tutta la vita non aveva fatto che scrivere e dipingere per qualche Dio sconosciuto, ebraico o cristiano o indiano, che noi tutti, anche oggi, continuiamo a venerare in silenzio insieme a lui.

Il libro  — Archivio e camera oscura di Walter Benjamin e Gershom Scholem, edizione italiana a cura di Saverio Campanini (Adelphi, pagg. 463, euro 26)

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