IN ONORE DI ALBERTO ARBASINO, REPUBBLICA RIPUBBLICA L’INTERVISTA DI ANTONIO GNOLI DEL 20 APRILE 2001 -.-REPUBBLICA DEL 23 MARZO 2020

 

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Arbasino: “Non sono un moralista piuttosto un comico”

23 MARZO 2020

Gli amici, gli incontri, le nottate a via Veneto e un po’ di malinconia. Da Voghera a Roma i tic, i vezzi e le idee di un originale intellettuale: “Mi mancano gli amici scomparsi e poco più grandi di me, come Calvino e Parise, Manganelli e Testori. L’ultima volta che vidi Pasolini fu in una trattoria romana dove stava cenando con Sandro Penna”. Ripubblichiamo l’intervista dell’aprile 2001

DI ANTONIO GNOLI

Cadono impetuose le parole di Alberto Arbasino. Come un flusso inarrestabile la conversazione si dilata, ramifica e a tratti sembra perdersi in sottoinsiemi verbali, incisi, divagazioni, elenchi.

Scrive come parla, e parla come pensa. Scoppiettante? Lo è. Intelligente? Probabilmente fin dalla culla. Si ha l’impressione che anche la sua voce sia un tratto della sua opera.

Arbasino è nato nel 1930 a Voghera. Vive a Roma, all’ultimo piano di una casa tra Valle Giulia e piazza del Popolo. Fra lui e il mondo ha interposto una segreteria telefonica che cambia regolarmente.

Dice: “Non ho un segretario e sono molestato da una quantità enorme di richieste per pareri, opinioni, giudizi. È un vero accattonaggio televisivo e radiofonico quello che mi perseguita. Mi dicono: è roba di un minuto, però non abbiamo soldi. Ma allora invitatemi a un programma di quiz, lì i soldi ci sono eccome!”.

Cos’è che le dà più fastidio?

“Fare una cosa per niente. Trovo certe prestazioni come degli straordinari, dei cottimi, delle ferie non pagate. Perfino i sindacati disapproverebbero”.

Qual è il rapporto di un intellettuale con il denaro?

“È lo stesso di un professionista. Se chiami un medico a casa per fargli visitare la tonsillite della bambina gli fai un invito o gli chiedi una prestazione professionale?”

Ma i soldi sono per lei un valore assoluto?

“Un valore che cambia a seconda dell’epoca che si vive. Negli anni Cinquanta ce n’ erano pochi perciò avevano un valore diverso ed era diverso il modo di vivere”.

Che ricordo ne ha?

“Sarebbe lungo da raccontare. Pensi che Moravia mi diceva che da giovane – quindi siamo negli anni Trenta – lui e gli altri suoi amici si piazzavano sull’angolo di piazza Colonna, dove allora c’era l’Aragno, e sa cosa facevano in quelle notti inutili che finivano alle dieci di sera?”

No, che facevano?

“Contavano quante macchine passavano per via del Corso. Sette o otto macchine passavano tra le nove e le dieci di sera. Capisce? Ogni generazione avrebbe una quantità infinita di cose da raccontare. Io ricordo che appena arrivato a Roma con il mio piccolissimo stipendio di assistente universitario, andai ad abitare a via Frattina, angolo via Mario de’ Fiori, e lasciavo la mia lambretta sotto casa. C’erano al massimo tre o quattro macchine parcheggiate nella zona”.

Arrivò a Roma in che anno?

“Nel 1958”.

Ha detto come assistente universitario. Di quale disciplina?

“Diritto internazionale”.

Scelta da lei o voluta dai suoi?

“La ragione vera è che subito dopo la guerra si prospettava un grande avvenire per le organizzazioni internazionali, tipo Onu o Unesco. In fondo sarebbe stato gratificante andare a lavorare in una sede come New York o Parigi. Poi si è capito che tutto questo non era come ce lo immaginavamo e che potevi finire a fare il burocrate o il funzionario”.

Quando ha capito che questo mestiere non la interessava?

“Quando a un certo punto ho visto che quelli che erano gli hobby della domenica o delle vacanze – i concerti, la letteratura, le mostre – mi offrivano più possibilità. Cominciavo allora a pubblicare le primissime cose su Paragone e Il Mondo“.

Quindi lavorò con Longhi e Pannunzio. Com’ erano?

“Persone diversissime, anche perché non c’ era niente in comune fra le due riviste. In una collaboravano, per la parte letteraria, Bassani, Pasolini, Citati. Sul Mondo scrivevano Alvaro, Soldati, Comisso, Landolfi”.

Con chi si trovò meglio?

“Stavo benissimo con entrambi i gruppi. E avevo poi i miei amici come De Feo e Chiaromonte, con cui ci conoscevamo sin dagli inizi della dolce vita”.

Chi aveva coniato l’espressione “dolce vita”?

“Fu Flaiano, che fra l’altro ispirò anche il titolo del film di Fellini”.

Grande battutista Flaiano, ma anche malinconico. Non è così?

“Lo era moltissimo, ma a parte le vicende personali, di cui lui non ha mai parlato, credo che dipendesse dal fatto che fosse un uomo del Sud”.

Credo che soffrisse anche il rapporto con Fellini.

“Fellini, ma anche Visconti. Con i collaboratori si comportavano come dei padroni”.

Da un lato loro, dall’altro i valletti.

“Amavano circondarsi di una piccola corte dalla quale assorbire spunti, idee, senza riconoscere i meriti o il talento di nessuno”.

Sembrerebbe più naturale un simile comportamento in Visconti, che dopotutto era un aristocratico vero, che non in Fellini.

“Fellini era un polipo, una piovra. Mentre Visconti faceva il signorotto con la sua corte di nani, buffoni e sarte”

.Ma lei ha mai lavorato con loro?

“Né con l’ uno né con l’altro. Avevo l’università, scrivevo le mie cose, per cui ogni giornata con loro mi sembrava persa”.

Ha un’attitudine molto lombarda.

“Non so se sia lombarda, ma so che un lombardo come Testori è stato sfruttato moltissimo da Visconti per il film Rocco e i suoi fratelli, senza che gli fosse riconosciuto niente del lavoro svolto”.

Da come parla di Visconti sembra che fra voi sia accaduto l’irreparabile.

“Non è accaduto niente”.

Non è possibile.

“Su Il Giorno ricordo che recensii una ridicola Salomè che fece a Spoleto. Poi Pannunzio che adorava i ritratti che io facevo per Il Mondo me ne commissionò uno su Visconti. Lo intitolai: Da Marx alle opaline, credo che non me lo abbia mai perdonato. Come Strehler del resto, che si legò al dito la sbeffeggiatura del suo Galileo. Lo avevo intitolato: Da Galilei a Giovannini!

Ma a lei cosa non piaceva del “Gattopardo” di Visconti?

“Allora sembrava tutto un fatto di arredo. Era un’epoca molto lontana dal gusto postmoderno. Io come post-gattopardo ho scritto Specchio delle mie brame che è una presa in giro del Gattopardo e di tante altre cose di maniera. Un po’ come accade nel Super-Eliogabalo, qui la Roma imperiale, lì la Sicilia gentilizia. Allora non si usava ancora la parola Kitsch e tanto meno Camp. Però era questa mescolanza di alto e basso, di sublime e pecoreccio quello a cui pensavo”.

A proposito di “Super-Eliogabalo” è appena uscita da Adelphi una nuova edizione, la terza per l’esattezza. La prima apparve nel 1969…

“Il libro lo scrissi nel 1968 e uscì appunto l’ anno dopo da Feltrinelli”.

Ricordo una copertina in carta dura, color rosa.

“La grafica era bellissima, ma più che rosa la copertina doveva essere porpora imperiale, cioè porpora e oro che sono i colori dell’ impero, o anche le maglie della Roma come diceva Zeri”.

Poi venne la seconda edizione.

“Sì, uscì da Einaudi nel 1978.

L’anno prima c’era stato tutto quel trallalà giovanile, per cui era doveroso aggiornare il libro”.

Perché doveroso?

“Perché con gli anni certe cose non si capiscono più. Quelle che ci sembravano più ovvie dopo un po’ non dicono più niente”.

È il destino di molti libri e di tante persone.

“Figuriamoci delle chiacchiere. Tutto quello che è attualità alla fine sfugge”.

Antichità e attualità sono stati spesso i suoi referenti.

“Nel Super-Eliogabalo c’ è questo gioco reciproco”.

Ma perché il bisogno di aggiornarlo continuamente, penso anche a Fratelli d’Italia?

“È diventato un libro lunghissimo”.

Una conversazione di mille pagine…

“Il libro fu pubblicato una prima volta nel 1963. Fu scritto in contemporanea con altri eventi. E siccome gli eventi di ogni decennio si storicizzano, finisce che riprenderli diventa necessario”.

Nel senso che cambiava la sua sensibilità?

“No, cambia la ricezione del lettore. Uno nato dopo il 1963 cosa vuole che sappia di un’Italia culturale e ideologica in cui non c’era ancora la televisione di massa e si passava intere nottate a chiacchierare”.

Trovo un po’ singolare questa sua lotta contro l’oblio.

“Ma è un riguardo per il lettore”.

Lei insiste su questo lettore come se fosse la Madonna di Pompei.

“Ma scusi, io faccio libri: a chi devo pensare se non al lettore?”.

Tornerei al “Super-Eliogabalo”, un’opera che ha anticipato il gusto kitsch. Da dove ha preso questo capacità di mescolare l’alto e il basso?

“Stilisticamente direi da Gadda che è ineguagliabile a incastonare termini alti e bassi. Molto diverso poniamo da Pasolini il cui dialetto in Ragazzi di vita ricorda quello delle commedie romanesche”.

Che ricordo ha di Gadda?

“Era un uomo solitario e introverso. Ma sapeva essere amabilissimo. Ogni tanto lo invitavo a colazione e lui si presentava con due bottiglie di vino francese. Se andava da una signora era immancabile la scatola di cioccolatini”.

Era molto cerimonioso.

“Ma anche molto sofferente. Era convinto che i critici della sua generazione non lo avessero capito. Lo consideravano un eccentrico, un anomalo”.

Però c’era Contini che ammirava la sua grandezza.

“È vero, ma Contini era un filologo più che un militante della critica. Furono Pietro Citati, Leone Piccioni, Angelo Guglielmi, Giuliano Gramigna e il sottoscritto a scoprirlo. E Gadda fu contento di trovare finalmente dei lettori giusti, ma con la sensazione che fossero arrivati troppo tardi”.

Si sentiva vecchio?

“Si sentiva tagliato fuori. Come accadde anche con Praz e Palazzeschi che non ebbero mai nessun potere sui media, a differenza dei Moravia o dei Bassani. Perciò quando li riscoprimmo furono sorpresi e felici”.

Fu una generazione irripetibile.

“Ma questo vale anche per la Francia, la Germania, l’Inghilterra, gli Stati Uniti. Se penso che quando viaggiavo in quegli anni a Parigi incontravo Céline e Cocteau, a Francoforte Adorno ha esattamente la misura della distanza che c’ è fra le epoche”.

Di Adorno che ricordo conserva?

“Lo ricordo furibondo durante gli anni della contestazione. Fu attaccato violentemente dagli studenti e la cosa gli fece talmente male che qualche mese dopo morì di ictus per un rigurgito di collera”.

È singolare che se la prese in quel modo, dopotutto aveva insegnato l’importanza della rivoluzione.

Quando fu contestato lui non era il maestro rivoluzionario tradito, ma l’alto accademico. Credo gli bruciasse che si mancasse di rispetto a un docente della università tedesca”.

Ma lei come hai vissuto il Sessantotto?

“Quelle cose io le avevo già viste a San Francisco qualche anno prima. Avevo quasi quarant’anni, mica facevo come Pasolini e Moravia che andavano all’università per dire “anche noi siamo giovani”. Non ho mai fatto il ragazzo in vita mia!”.

Gadamer disse una volta che Adorno era una sorta di cocotte del pensiero.

“Non è giusto, i suoi saggi sulla musica non sono quelli di una cocotte. Forse le sue opere filosofiche che io non sono mai riuscito a leggere”.

Perché illegibili o per cosa?

“Perché non ho una mente filosofica”.

Ma era anche un saggista.

“Ma un conto è Minima moralia un conto La dialettica negativa, diciamo la verità”.

“Minima moralia” uscì in Italia nei primi anni Sessanta…

“No, guardi che da noi arrivò alla fine anni degli anni Cinquanta. Lo ricordo perché il mio Anonimo lombardo uscì nel 1960 e in una nota, sul concetto di dono, citavo appunto Minima moralia“.

Oltre a scrivere e a insegnare, cosa faceva allora?

“Di giorno si lavorava in casa senza obblighi di orario. La sera teatro o cinema, poi in trattoria. All’una di notte si finiva in via Veneto, fra i tavoli e i personaggi che la frequentavano. Facevamo orari spagnoli”

.Lei chi frequentava?

“De Feo, Flaiano, Ercolino Patti, Caprioli, Franca Valeri, Patroni Griffi…”.

Quanto è durata la dolce vita?

“Quattro o cinque anni. Dal 1957 al 1961. C’è la famosa battuta di Flaiano che indicando uno dei tavoli di via Veneto diceva: Quelli là credono di essere noi”.

Quel mondo non c’ è più. Ma anche molti protagonisti di allora, e suoi amici sono scomparsi. Come vive tutto questo?

“Con malinconia”.

Lei scrisse: erano degli amici, ora sono solo delle edizioni complete.

“Erano solo di pochi anni più grandi di me. Pasolini, Calvino, Parise, Manganelli, Testori furono gli amici di tutta una vita. Abbiamo avuto fior di polemiche, ma sui libri, sulle idee e mai sulle persone. Sento moltissimo la loro mancanza”

.Di Pasolini cosa le piace ricordare?

“Le poesie. Il resto non so. Francamente non saprei che effetto farebbe oggi rileggere Ragazzi di vita“.

Ma il Pasolini cinematografico?

“Apprezzavo i suoi primi film”.

Quando lo vide l’ultima volta?

“Una sera a Roma prima che lui andasse a girare una scena di Salò. Arrivò alla Carbonara, che è una trattoria di Campo de’ Fiori, insieme con Sandro Penna. È chiaro che aveva deciso di fare una buona azione”.

Verso Penna?

“Sì, Penna era molto invecchiato e lamentoso”.

E c’era anche lei con loro?

“No, io arrivai dopo con altra gente e li sorpresi che cenavano. Pierpaolo ci vide con sollievo e con la sua vocetta inconfondibile ci disse: “venite qui”. Eravamo un alleggerimento alla conversazione”.

Una costante della sua vita sono gli interventi sui giornali. Perché questa scelta?

“Avendo scartato la carriera universitaria e quella diplomatica non restava che fare la cosa che mi divertiva di più”.

Questo impegno ha reso diverso il suo rapporto con la scrittura?

“Ho sempre avuto un solo linguaggio, non vedo il problema”.

Però ha spesso dato l’ idea di uno scrittore che interviene, corregge, modifica i propri scritti.

“Non è manierismo, né birignao”.

Ma questo suo eccesso di scrupolo può essere interpretato come una ossessione.

“Lo è. Il perfezionismo è una mania. D’altronde, a parte la solita manutenzione periodica, senti in un testo se c’è un vuoto, un’oscurità, un eccesso”.

Ne parla come fosse il motore di un auto.

“Ma questo è Sklovskij di Sulla teoria della prosa. Lui del resto durante la guerra fu un motorista”.

Formalismo e strutturalismo in Italia hanno prodotto eccessi. È d’accordo?

“Assolutamente. Nasce una tendenza ed ecco la scuola: gli imitatori, gli epigoni. Io vissi con entusiasmo i primi anni dello strutturalismo. Erano i tempi del giovane Barthes”.

E quello maturo?

“Molto meno. Con Sistema della moda il profilo universitario prese il sopravvento. Fece un lavoro enorme, inutile e per giunta senza nessun piacere”.

Recentemente ho sentito dire in giro che Arbasino in fondo è un moralista.

“Mica tanto di recente. Fu Calvino che per primo, con un certo sarcasmo, mi definì un moralista”.

Si sente tale?

“Per niente. Io sono sempre stato un comico”.

E anche spregiudicato?

“Perché no. Sono libero. Certo se si pensa che oggi tutti sono provocatori e trasgressivi, spregiudicato è ancora poco”.

Davvero la provocazione dilaga?

“Lo dicono i giornali, no? La provocazione della moda, del calcio, dell’ arte, della gastronomia. Non capisco cos’ è questa ossessione di voler essere dirompenti a tutti i costi”.

Un comico si diverte e diverte. E lei?

“C’è stato un tempo in cui ci si divertiva, insieme a Missiroli, Cobelli, Laura Betti e Adriana Asti, con le strofette, le canzonaccie, i cabaret”.

Era un’altra stagione. Cosa ci divide da quel tempo?

“Non lo so. Semplicemente a un certo punto è sparita l’ironia e il sense of humor“.

Un aneddoto?

“Siamo il paese del gossip, non degli aneddoti”.

Allora un ricordo.

“Parlando di cabaret intellettuale ricordo che Roberto Longhi cantava certe mie strofette”.

Lo storico dell’arte?

“Proprio lui, adorava fare spettacolo. Erano gli anni in cui Mina si affacciava alla televisione e Longhi, con immenso scandalo dei suoi assistenti, amava farne l’imitazione”.

Le piacciono le canzonette?

“Le mie canzoni sono quelle degli anni Quaranta che trasmetteva l’Eiar. Sono le scemenze tipo Il vecchio organinoSuona Veronica la fisarmonica“.

Che fine ha fatto la “casalinga di Voghera”?

“Sto scrivendo dei rap per lei, che reciterò a Milano il 7 maggio al Franco Parenti”.

Un’ultima curiosità: lei è uno dei pochi intellettuali senza telefonino.

“Mai! Già mi rompono le palle quelli che telefonano a casa e dicono: scusi, vorrei spiegarle… E io: è inutile che spieghi, mandi un’impegnativa”.

20 aprile 2001 

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