UN RACCONTO NUOVO DI MGP, giugno 2020 : ” DELFINA ” —un bellissimo racconto

Il pescatore e la sirena. Opera di Frederic Leighton

Frederic Leighton. “Il pescatore e la sirena”, olio su tela, cm 66 x 49,  1856/1858

 

 

Eppure aveva qualcosa di conosciuto che non apparteneva all’abito elegante, alla sicurezza del gesto, al portamento, ma al candore della carnagione, allo sguardo fugace, celato dalle palpebre ben piene, ai riccioli di color rosso porpora che scivolavano giù del cappello nero, come se non volessero stare legati. Si alzò di scatto, la seguì nella metropolitana appostandosi dietro di lei e come un cane in posa rimase immobile, trattenendo il fiato per non farsi sentire. Vergognoso per quell’atto infantile e imbarazzato per il pulsare impetuoso del suo vecchio cuore, fece un piccolo passo avanti, con cautela, per fiutare avidamente il profumo e l’odore fresco degli abiti. Non riusciva a distogliere gli occhi da quel viso che intravvedeva appena sotto il collo di volpe bianca. Ne sfiorava con lo sguardo il profilo serio, sempre un po’ imbronciato, la forma rotonda della guancia, la linea scarna, un po’ marcata della mandibola e poco più in alto il lobo, morbido e rosa.
– Delfina – le sussurrava.
La donna si volgeva indietro per cercare chi potesse averla chiamata per nome, ma non riconosceva nessuno.
Affiancati uscirono dal metrò. Camminavano speditamente sotto i portici, passavano intorno al palco allestito per le feste e si allontanavano dietro l’albero di Natale cresciuto di sorpresa nel centro della piazza.

Un ricordo folgorante investì Edoardo che si lasciò trasportare da memorie vivide come scintille. Ritornò all’estate, ai momenti trascorsi con lei sulla scogliera di ponente.

– . . . E quando ti trovi in mezzo alla folla, nella città, che cosa pensi? – gli domandava curiosa.
– Vorrei avere qualcuno da tenere per mano – le rispondeva, pensando a quanto si sentiva solo anche in mezzo alla gente.
– Raccontami ancora della città, dei palazzi, dei giardini –
continuava Delfina.
– Oh, sì certo, posso dirti molte cose – si interrompeva per poco, il tempo di sedersi sulla scogliera, dalla parte più elevata, per evitare gli spruzzi improvvisi del mare – ma devo aggiungere che ora, ora che ti ho incontrata, ora, mentre sto parlando con te, ogni cosa mi appare bella, anche il traffico delle automobili, che normalmente odio o la folla impazzita che compera di tutto ai grandi magazzini.-
– Parlami ancora della tua vita, di tutto quello che fai. Oh, se potessi girare, perdermi nella città, tra incroci, semafori, autobus, entrare nei negozi e assaggiare ogni cosa, sedermi al ristorante, come dicevi tu . . . andare e andare con lo stupore di chi scopre vie sempre nuove e poi ritornare nel tepore della casa per camminare a piedi nudi. Sì, a piedi nudi sui tappeti, così hai detto. . .
– – Certo, e sprofondare nella mia poltrona alla luce della lampada. –
– Un po’ come lasciarsi cullare dall’onda quando il mare è calmo – suggeriva Delfina dondolando leggermente le braccia incrociate sul seno.
– Sì . . . è così . . . proprio così . . . e poi uscire al mattino presto, con l’aria fresca che mi accarezza il viso e mi rinvigorisce il corpo, quando ancora i palazzi dormono e l’erba dei giardini è gelata e il sole giù in fondo al viale incendia gli alberi secchi, allora mi sento pieno di energie e mi pare di appartenere alla città, alla vita, al mondo. –
– Come io appartengo al mare . . . voglio raccontarti del mare, i colori, le correnti marine, come fiumi che spingono i pesci durante le migrazioni, le onde, le grandi onde che mi sospingono nelle spettacolari gole calcaree, sulle montagne di corallo o giù in fondo nella gola delle murene e ancora attraverso le lunghe e striate laminarie o nel bosco ispido e violaceo delle pelvezie. –
– Che meraviglia! Ma il mare è insidioso, non hai mai paura? –
– No, io non conosco la paura. Però l’ho vista sul volto dei marinai di Caminìa, quando la loro nave si inabissò davanti al golfo di Pietra Grande, nello Ionio. E tu hai paura?

Un’eco a grande profondità risuonò nell’antro segreto del suo cuore, riportando a galla quel senso di precarietà della vita che si era placato al canto della risacca. Con gesto imbarazzato si ravviò i pochi capelli bianchi, volse gli occhi a terra e in quel momento un’onda alta, gonfia di schiuma bianca odorosa si alzò su di lui inondandolo da capo a piedi. Nella schiuma egli avvertì le braccia di lei stringergli il petto, il collo e sentì le labbra di lei strofinargli selvaggiamente il viso. L’onda si ritrasse trascinando Delfina a pelo d’acqua. Il respiro del risucchio portò un silenzio fondo e breve. I loro sguardi si unirono, Edoardo esplose in una risata fragorosa.

 – Che bello ridere! – esclamò Delfina. Se fossi una vera donna saprei ridere . . . come ridi tu . . .-

Anche quel giorno Edoardo aveva incontrato l’amico Paolo, come sempre, dopo il lavoro. Amici dal tempo del liceo, dello stesso anno di nascita, sposati e divorziati con due figli ciascuno. Tutti e due avvocati, Edoardo si occupava del traffico illecito di opere d’arte, Paolo di successioni. Seduti al bar del Museo del Rinascimento con vista su piazza Duomo non parlavano delle cause che stavano seguendo, non parlavano dei figli e dei grandi problemi che creavano, e neppure delle mogli che in qualche modo si erano ormai dileguate in un nebuloso tempo passato.

– Vai al lago domani? – chiese Edoardo all’amico.
– Sì, certo come tutti le settimane – rispose con tono sicuro
– E lei viene con te? E’ sempre Grace? –
– Si, mi trovo bene, abbastanza. E poi è una brava cuoca. Bah! sta imparando a cucinare all’italiana – osservò Paolo con una certa freddezza.- E tu al mare? –
– No, no, lo sai che ci vado raramente d’inverno. Mi piace di più d’estate. So che sarebbe ideale ora. Sì, il clima e la luce, ma Capo Pino è deserta in questo periodo e non sopporto di essere là in quel grande appartamento, da solo. –
– Ahi ahi ahi! sempre la solitudine che ti tormenta. – osservò Paolo con una certa ironia.
– Sempre – rispose Edoardo seriamente – credo che non me ne libererò mai. Per te è un’altra cosa, lo so, non puoi capire. – Aggiunse
– Non posso capire. . . certo che capisco, ma è anche inutile arrovellarsi, non so perché non ti decidi a trovarne una giusta per te. E dimmi cosa aspetti? –
– Sono preso da altro adesso. –
– Non sarà la vecchiaia, di cui parli sempre troppo. Hai finito di leggerlo quel maledetto libro di storia antica. Libri, riviste,conferenze . . . non c’è niente da scoprire di diverso, c’è da vivere e non pensarci. La vuoi capire che non sei vecchio. Guarda me. – Paolo si alzò in piedi gonfiò il petto e sorrise. – Non mi dirai che sono vecchio! E abbiamo la stessa età! – – Dai smettila, conosco bene la mia età, non ho paura di dire quanti anni ho, ma non ci posso credere. Mi guardo e non ci posso credere. Non è passato molto tempo da quando siamo andati al Paul Getty Museum per quei vasi greci trafugati, ti ricordi? Ah! Quei vasi erano meravigliosi, non ne ho più visti altri così perfetti.- Si interrompeva per un momento come per riordinare il pensiero, fece scrocchiare le dita e riprese il discorso. – Già . . . trentadue anni fa. Lo sai? Trentadue. – Ripeteva – Allora . . . era ben diverso. Gli anni scorrevano, lavorando e viaggiando, imparando, leggendo, collezionando e gustando una vita attiva. Una mattina mi sono svegliato mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto, ma chi è quello? Sono irriconoscibile, non sono io, o meglio . . . dentro sono un altro. Mi sono fermato a 27 anni, lo credi? E non mi posso pensare vecchio. Un grande imbarazzo e fastidio, o meglio una minaccia.–
Parlava con disinvoltura del suo sentire all’amico. Non poteva nascondere il suo pensiero diventato quasi un tormento dal quale non poteva uscire in nessun modo. Un tempo senza più orizzonte. Sentiva quasi un distacco da se stesso, dal proprio corpo e dal proprio spirito, quasi una umiliazione senza pari inflitta dalla vita che pareva averlo abbandonato.
– Sai che questa mattina un ragazzo sul metrò si è alzato per cedermi il posto? E questo. . . cosa vuol dire? Dimmi?-
Paolo si girò verso di lui e intervenne con voce decisa. – Dimmi invece della tua decisione sulle opere del pittore Frederic Leighton quale hai scelto? –
– “Il pescatore e la sirena” sì, meraviglioso. Ne faccio fare una copia per me. E’ uno dei più belli. Il giovane uomo è immobile, perso tra le braccia di lei e quel corpo di giovane donna, morbido, sinuoso, esaltato dalla luce. Lei è una sirena. . . sì, una meravigliosa sirena . . . e poi ci credo . . . voglio dire agli dei dell’acqua, dell’aria, della notte, dell’abisso, che diventano figure antropomorfe tra il divino e l’umano.
Le ninfe dell’acqua e tra queste le sirene, erano guaritrici per i feriti e i malati. Portavano la vita . . . ho bisogno di una nuova energia. Non ti pare stupendo?
– Certo, certo – rispondeva Paolo perplesso. – Certo, hai bisogno di una nuova energia, è quello che ti serve, il problema è dove trovarla. –
– Sì, credo di sì, ma sono così confuso e non so bene a cosa credere. – Si fermò un momento con la testa piegata e un senso di ansia che gli opprimeva la gola, poi riprese cambiando discorso. – Ti ho portato il film, vorrei che tu lo guardassi. –
– Quale film? – – Quello che ho visto ieri sera, dovresti vederlo anche tu che te ne intendi. “ Ella& John” conosci il regista è Virzì, lo conosci e ti piace, Edoardo posò l’astuccio, sul tavolino. – Ti dicevo, è anche spassoso, non ti farà ridere banalmente, un po’, mentre ti commuove. No, lui è troppo malato, ma non c’entra. E’ il coraggio, sì il coraggio di raccontare quanto sorda e quanto profonda sia la paura dell’invecchiamento. La rabbia, lo smarrimento e la perdita inesorabile delle proprie fondamenta e la forza di superare ogni confine. Avrei voglia di abbracciarli quei due. Dico i protagonisti. Partono a bordo del Leisure Seeker, il camper di famiglia, per raggiungere la Florida, in un viaggio che potrebbe essere l’ultimo della loro vita. –

Paolo, ascoltava con una certa indifferenza, sorbiva l’aperitivo a piccoli sorsi senza posare il bicchiere sul tavolo, guardando la piazza dall’alto. Voleva godersi il momento, tagliare via i residui del mattino trascorso in tribunale e allontanare ogni cosa. Non voleva sentire storie di vecchiaia, ma sapeva che l’amico doveva parlargli proprio di quello.

– Parla di vita, dell’ultima parte della vita perché ora non ci possono essere più ripensamenti, né inversioni a U. Dovresti vederlo questo film. La possibilità di scegliere, ecco, prima che sia troppo tardi. Non è banale la questione. La consapevolezza del tempo che resta.- Insisteva con convinzione.
– Il problema è che te ne fai un problema. – ribatteva Paolo – è chiaro che il tempo è cambiato. Hai mai sentito parlare dell’arte di saper invecchiare . . . sì, penso sia un’arte, un equilibrio tra i desideri, che ci sono, perché ancora ci sono, un equilibrio tra i desideri e la misura, e anche l’abitudine. “Una nuova disposizione che entra in vigore” per dirla in termini legali. Una ridefinizione delle attese. Non credo che sia necessario pensarci tanto. Succede, viene da sé. E poi una certa distanza, devi trovarla. Le donne aiutano in questo, aiutano molto, non è che devi sposarti, né impegolarti troppo, devi alleggerirti. Non puoi continuare a vivere il presente come un’irrimediabile tragedia quotidiana-

Paolo aprì la borsa stretta e rigonfia di documenti e infilò dentro la custodia del film. – Sì, lo guarderò. – disse spingendola dentro. Edoardo sorrise – Sono certo che ti piacerà – aggiunse e con lo sguardo serio riprese – La mia giovinezza non è così indietro nel tempo. – Tornò a guardare l’amico. – Ho poche speranze, cioè, no anche questo non posso dirlo, se devo essere sincero sono pieno di speranza. No, la speranza non mi abbandona mai. E’ che vivo una sconfitta, che mi annienta, un limite invalicabile, mentre ancora sogno un ultimo amore, sogno di perdermi nel desiderio, di passeggiare sulla spiaggia, di incontrarla e di abbracciarla, di cadere in un sentimento puro, eterno, giovanile, senza fine. Sogno un tempo senza età. – Guardò Paolo negli occhi. – Non ridere, ma è così. –
Il cameriere portò le pizzette calde e qualche salatino. Subito Paolo ne mangiò un paio e riprese il discorso.
– Sai che sono un teorico del saper vivere bene, con allegria e leggerezza. Mi pare che siano un po’ gli altri a metterci un’etichetta in fronte; sai quel mio nuovo collaboratore giovanissimo, certo, mi guarda come si guarda un padre rompiscatole. Non mi importa, lui fa quello che dico io, non è poco, mi piace molto questo, è un potere anche questo. –

Arrivò Grace l’amica americana di Paolo per portarlo via.

– Voglio parlarti del film. – gli disse Edoardo a voce alta, mentre l’amico si stava alzando – se lo guarderai ne parleremo domani, no, non domani. Lunedì? Voglio parlarti delle mitologie greche, delle sirene, quel libro che tu maledici, è meraviglioso!–
Paolo alzò un braccio per acconsentire e con l’altro strinse Grace alla vita e subito la baciò leggermente sulle labbra. Si allontanarono, Edoardo discese le scale del Museo, si perse tra la folla e affrettò il passo dirigendosi alla Metropolita.

La seguiva a pochi passi di distanza, senza perderla di vista neppure un attimo; non si accorgeva del bailamme circostante, non sentiva il borbottare sordo accalcatosi per la via, né le voci della gente che gli passava accanto o il frastuono delle auto, ma pensava all’estate, ascoltava il mare, là sul piccolo molo di ponente. Incessante si infrangeva sulla scogliera, in un moto perpetuo; si allungava per tutta la marina correndo eternamente da un capo all’altro come un adolescente spensierato, reso quotidianamente infaticabile dal riposo notturno. E gli scogli, nodose radici della terra lambite dall’acqua, sembravano indistruttibili; non si vedevano nuove fenditure tra gli antichi alveari di sale, né altre modificazioni sopraggiunte dall’anno passato, né negli ultimi venti o cento anni.

–   Anche le alghe – egli osservava, immergendo le mani nel mare – e i pesciolini, qui nella piccola rada, sembrano conosciuti, nuotano in branco, come sempre e questo granchio che prende il sole o passeggia dietro la scaletta è tornato, per la stagione calda, ad abitare nello stesso buco. – Si rivolgeva a lei con il suo pensare ad alta voce. – Anch’io vengo a sedermi su questo scoglio tutti i giorni alla stessa ora, per incontrarti, quando sale la marea e penetra negli anfratti fini infondo e tu emergi dal fondo del mare. L’acqua riempie incavi, respira profondamente e galleggia a bocca aperta tra i sassi, poi fatalmente si ritira, abbandonando i molluschi incollati alle rocce. Tu mi confermi nel pensare che questo luogo è il paradiso dove la vita non invecchia – egli supponeva, lasciandosi infervorare da quell’idea stravagante e lusinghiera senza riuscire a capire in quale misura fosse creata dal suo desiderio o suggerita dalla realtà circostante.
– Ma voi, voi seducete gli uomini e poi li uccidete. E così? –
– Sì, sì, anche, era nel passato – aggiunse Delfina con grande disinvoltura – sì la conosco la storia di Scilla e Cariddi, di Ulisse e dei marinai, ma loro ci volevano catturare. Noi vogliamo solo incontrare gli uomini. Noi vogliamo solo amare gli uomini. –
Edoardo si faceva largo tra la folla per non perderla di vista mentre continuava a pensare, come rapito da quei ricordi.
Delfina si muoveva nell’acqua con scioltezza, ondeggiava con gesti lenti e misurati e con il movimento sinuoso del corpo sopra e sotto la superficie; aspettava l’onda per appoggiarsi allo scoglio in attesa che Edoardo le ravviasse i capelli. Quel gioco si ripeteva ogni giorno, a quello egli si dedicava con maestria e grande piacere mentre un’esaltazione sublime si insinuava in lui e cresceva con l’intreccio della chioma profusa di gocce perlate. – Ma forse puoi catturarlo anche tu un po’ di questo paradiso – ella suggeriva, afferrandogli le mani per strusciarle sul suo viso, sugli occhi, sulle labbra fino a mordicchiare le dita tra i piccoli denti aguzzi.
– Se ti lasci andare, se galleggi sull’acqua come un pesce, o se ti distendi sullo scoglio, al sole, come un gabbiano. Allora la tua eternità è garantita . . . finché dura la luna d’agosto. – Ancora sorrideva maliziosamente.
– Certo, io guardo e non vedo, io sogno e non penso – aggiungeva Edoardo assorto, quasi stregato dai movimenti di Delfina resi ancora più levigati dalla luce del tramonto. E proprio all’eternità pensava seduto là, tra cielo e mare, mentre qualcosa di sovrabbondante gli gonfiava il petto e un fremito sulla pelle lo rendeva euforico.
-E’ vero . . . sì . . . mi sento come sospeso, non posso immaginare niente di più beato, attraente se non ciò che mi sta succedendo. Sono tornato giovane, mi pare che tutto sia possibile, ora. E tu, dimmi, sei felice? –

Delfina non rispose, si tuffò nel mare calmo della sera, blu, quasi denso. Immerse il viso proteso in avanti, poi le spalle, le rotondità dei seni, dei fianchi e infine, con un guizzo largo e composto, la bellissima coda.
I capelli lunghi di porpora si raccolsero dietro il capo in un mulinello d’acqua che scendendo avvolse ogni forma del corpo; la pelle tesa brulicava di mille gocce lucenti e i colori della coda, liberati dal calore del sole, si dissetavano al lento mareggiare dei flutti.

– Ma dimmi, tu rimarrai eternamente giovane? – Insisteva Edoardo avvicinandosi all’acqua per farsi sentire meglio. – Dunque non diventerai vecchia? –
– No, no, ma io . . . io vorrei conoscere i tuoi entusiasmi . . .io vorrei piangere e ridere come capita a voi, io vorrei essere una donna vera.–
– E potresti diventare come noi? – Le domandava ancora, mentre con aria pensierosa seguiva l’ondeggiare lento della coda. Non poteva distogliere lo sguardo da quella meraviglia di squame verdi-azzurre; flessuosa e turgida si muoveva allargando e stringendo il ventaglio della pinna caudale, e ancora fluttuando in avanti e indietro mescolava il verde pigro e trasparente al blu cobalto, oltre mare; confondeva il grigio-azzurro con la limpida acqua marina e coglieva smeraldi e turchesi con i fili argentei della luna che sorgeva sulla costa orientale della baia. Edoardo alzò lo sguardo.
– Ma perderai la tua coda?!…- Incalzava con tono preoccupato, poi spingendosi indietro di qualche passo si appoggiò alla scogliera, chiuse gli occhi per un attimo e si trovò nel buio, imprigionato nel labirinto con il filo spezzato tra le mani.
– Tu non rispondi, dunque è vero, perderai la tua coda. – Ripeteva.

 

 

 

William Henry Margetson (1860 - 1940), A Little Sea Maiden, Il dipinto fu probabilmente ispirato dal libro Den lille havfrue (La piccola fanciulla di mare / La Sirenetta) di Hans Christian Anderson, pubblicato per la prima volta nel 1837, che narra la storia della figlia del Re Marino che per poter sposare un principe mortale ed ottenere un'anima, vendette la sua meravigliosa voce ad una strega in cambio della trasformazione della sua coda di pesce in un paio di gambe.William Henry Margetson (1860 – 1940),  A Little Sea Maiden

Un passante lo spinse contro il muro, egli si risvegliò bruscamente e vide Delfina fermarsi davanti a una vetrina illuminata. Con grande stupore guardava la ricostruzione di un villaggio natalizio con i personaggi che si muovevano e la funivia che saliva sulla montagna innevata. Edoardo si avvicinò con prudenza per riconoscerla un’altra volta: quel profilo serio, la guancia, la linea affusolata del viso. Ebbe il coraggio di accostarsi ancora un po’ riguardoso e bisbigliare con voce trepida:
– E quando ti trovi sola in mezzo alla folla, nella città, che cosa pensi? –

Non riuscì a finire la frase perché la donna si voltò di scatto e lo guardò infastidita, poi prese a esaminare quel viso con attenzione e giunta all’altezza degli occhi si soffermò meravigliata. Un chiarore immediato a fior di labbra, aprì la bocca serrata in una fessura di luce che subito allargò i contorni e curvò gli angoli in piccole parentesi rotonde. Un’aria di sorpresa soffiava di lato, pareva portare con sé un colore e una forma lieve sulle guance e tesa sulla pelle delle labbra.
Sorrise. Un guizzo felice e lento salì fino ad arricciare gli occhi verso le sopracciglia e in un balzo scoppiò risonante in gola, sulla lingua, sui denti. Rise e ogni cosa intorno prese ad animarsi, a muoversi, a saltare. Quell’aria di sorpresa divenne un vento di ritorno, un soffio nuovo, sempre più vicino e ancora più forte cambiò il canto in un fragore d’acqua. Poi si spense senza preavviso.

-Vorrei avere qualcuno da tenere per mano – rispose. – Sei tornato!? –
E ancora tutto il viso si aprì e divampò in alto e la bocca sonoramente tornò ad aprirsi. – Rideva al vento, rideva alla città, ai passanti, lo abbracciava e rideva sulla spalla, sulla fronte, sulla bocca.
– Che bello ridere, ora finalmente posso ridere. – Aggiunse trattenendo l’impeto della risata. Gli prese la mano tra le sue, se la portò al viso e con quella si asciugò gli occhi umidi di lacrime.

Condividi

12 Responses to UN RACCONTO NUOVO DI MGP, giugno 2020 : ” DELFINA ” —un bellissimo racconto

  1. Donatella scrive:

    Sono contenta perché finisce bene.

  2. Donatella scrive:

    Abbiamo bisogno di storie che finiscono bene, come abbiamo bisogno di favole che accarezzino la nostra mente.

  3. Rosemary Collini Bosso scrive:

    Lei ha avuto il coraggio di fare una scelta, lui non, è rimasto passivo, tormentato dall’ombra della vecchiaia e la solitudine. Ma anche la vita di questa donna forte ha bisogno della presenza di una persona da amare nonostante che sia più debole.

    • Chiara Salvini scrive:

      Se vogliamo immedesimarci nel cuore di Delfina, non è facile definire la sua scelta le cui ragioni, a mio parere, rimangono oscure: sembra essersi invaghita del mondo degli uomini dove tutto è provvisorio e scorrevole, dove non esiste l’eternità dei destini, dove ci sono privazioni ma si può lottare per vincerle…Per questo non saprei dire se è una ” lei ” che ” ha bisogno della presenza di una persona da amare nonostante sia più debole “. Forse l’autore ha preferito lasciare tutto indefinito…Ciao Rosemary, chiara

  4. Giancarlo scrive:

    Il racconto è carino ,mi è piaciuto.Mi sembra di entrare all’interno del mondo dei sogni con uno spaccato di vita normale(il ritorno alla realtà). Quando ti guardi allo specchio o qualche giovane ti cede
    il posto in metropolitana sei diventato vecchio e puoi solo sognare, cosi’ come Delfina che invece
    felice,eternamente giovane sogna di diventare una donna vera( ohimè) per poter piangere e ridere
    in un mondo di uomini,provvisorio e insicuro. Devo dire che il racconto mi ha fatto pensare : ho
    visto un po’ me stesso nel tempo che scorre con la vecchiaia che ti opprime,la gioia pero’di vivere
    ancora l’amore per gli altri e per tutte le cose che ci circondano. Grazie è bello sognare.

  5. roberto scrive:

    Che dire? ( Potrei non dire e sarebbe meglio: mi capita spesso)
    E’ scritto bene e questo non è poco ma non basta. purtroppo mi viene l’ansia di sapere quando finisce. La storia tra luci e ombre , o meglio, penombre, mi fa girare avanti e indietro ed ad un certo punto non so più dove sono e devo tornare indietro se voglio capire dov’è Delfina e dov’è Edoardo che si trova improvvisamente, immagino da Milano, a Capo Pino che ben conosco e mi mette una tristezza infinita per quella mancanza di rocce e quell’accumulo di cemento…
    Però si trova là e lei un po’ più in giù , immagino ( visto che sono “terra terra”?) e poi me la trovo sul tram ( no, son tornato a leggere, non è sul tram è per una strada) e lei Delfina si è fatta umana e lui Edoardo è rimasto quello che era. Giustamente perchè gli uomini parlano più che fare ( ma lui non aveva promesso nulla).
    E dunque, come finisce la storia?
    Scusami MPG sono un rompiglioni incredibile e questa faccenda dell’età che avanza che poi si chiama vecchiaia , e guai se non ci fosse! Saremmo semplicemente morti prima e quindi.
    Fatti i conti i due amici Paolo ed Edoardo hanno 59 anni : due ragazzini! quindi Edoardo diventa uno sfigato. L’amico ha Grace e lui non ha niente e s’inventa questa Delfina che vien dal mare.
    Perchè dite che finisce bene?

    Ciao
    e scusami ma chi mi conosce sa che sono così.

  6. roberto scrive:

    p.s. tutto questo per dire che non amo le storie senza una storia, però nel suo genere è buono.

  7. MGP scrive:

    Delfina è innamorata della vita, vuole piangere e ridere come gli umani, vuole accettare il dolore e la gioia ed entrare nel vivere con le esaltazioni e le sofferenze che questo comporta.
    Vuole uscire dal mito dell’eterno, dell’incanto, dell’immutabile, vuole perdere la coda che significa seduzione, illusione e inganno. Non vuole più essere l’imperturbabile creatura che non cede ai sentimenti e non li subisce, essendone fuori.
    Delfina vuole la vita vissuta dall’interno, non guardata, non padroneggiata dall’impassibile sguardo della sirena che si prende gioco delle passioni umane. Vuole la vita come pianto e riso, come sgomento e desiderio, con il coraggio e la passione di chi osa.
    Trascinerà anche Edoardo in questa avventura. MGP

  8. Maria scrive:

    Ma certo che finisce bene!

    … Dopo lungo tempo – un tempo di sogno, come dice Giancarlo, o che passa inesorabile, come tra tanti posti ed emozioni, quelli di una vita intera – Delfina ed Edoardo si possono tenere per mano….. non è questa l’eternità?!

    Molto bello, amo le colorate evocazioni dalla scrittura immaginifica di MGP che non ci lascia mai indifferenti. Grazie

  9. MGP scrive:

    Grazie Maria, bello quello che scrivi.
    Sì, la scrittura che non è solo un raccontare, ma di più, un condividere una parte di me, del mio pensare e del mio sentire. Sono felice se mi dici che non lascia indifferenti. E poi quell’eternità . . . di cui parli, il cercare una mano e trovarla . . . . certo quella è l’eternità.
    Un grazie ancora MGP

  10. Giovanni scrive:

    Certo. Leggendo i racconti di MGR ormai ho imparato che è necessaria una doppia lettura,

    Nella prima si è portati a seguire la trama per capire come va a finire il racconto: trascinati dalla ricca prosa ci si perde nei meandri delle varie scene e istantanee scattate in tempi e luoghi diversi, trascurando magari la sapiente caratterizzazione dei i personaggi, essenziale per comprendere il pensiero della autrice. Questo emerge meglio ad una seconda lettura.

    Il personaggio di Edoardo è il più reale. L’uomo, fotografato nella sua situazione di solitudine, riflette pensieri e sensazioni mie e di tanti miei coetanei. Tra l’altro, leggendo del posto ceduto in metropolitana all’anziano, ho rivissuto una analoga personale esperienza di una decina di anni fa su una metro di New York che ricordo con una particolare precisione, tanto mi aveva colpito.
    Anche l’amico Paolo è ben caratterizzato: uomo appagato, realizzato, tranquillo: l’esatto contrario di Edoardo.
    I due caratteri, forse gli estremi possibili di un unico carattere maschile, rappresentano il mondo reale.
    Su questi due personaggi che, a mio parere, sono i veri protagonisti del racconto, aleggia la figura fiabesca di Delfina, quella apparentemente più carnalmente descritta, ma in realtà solo oggetto del desiderio e del sogno incompiuto.
    Il racconto finisce bene? Non lo so: la risposta credo sia legata allo stato d’animo del lettore nel momento della lettura.

  11. MGP scrive:

    Grazie Giovanni del tuo commento sempre molto puntuale.
    In effetti i personaggi maschili rappresentano due soluzione opposte davanti all’avanzare degli anni. Come tu dici due caratteri antitetici che ho separato volutamente, ma che possono convivere nella stessa persona. Così che se anche la vecchiaia spaventa e annienta, è meraviglioso conservare le spinte “giovanili”, i progetti che possono diventare una nuova vita.

    Delfina sa di essere l’oggetto del sogno e forse è anche stanca di vivere di riflesso, di incarnare il desiderio maschile, non vuole più essere l’immagine perfetta della bellezza e della seduzione, vuole vivere davvero, vuole entrare nell’avventura della vita per intero, rischi compresi.
    Un caro abbraccio MGP

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *