ALDO TORTORELLA ( NAPOLI, 10 LUGLIO 1926 )– per festeggiare i suoi 94 anni oggi, pubblichiamo il suo Editoriale di Critica Marxista del 5 giugno 2020

 

 

 

 

 

link di facebook della rivista — con il sommario

 

CRITICA MARXISTA ONLINE —

 

5 GIUGNO 2020

 

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NOTIZIE E CONTRIBUTI

ALDO TORTORELLA, IL MESTIERE DEL VIRUS E QUELLO DEGLI UMANI

 

Editoriale Critica Marxista 2/3-2020

 

 

 

 

 

La lunga reclusione imposta dal virus ha avuto come conseguenza molte istruttive discussioni sulle complesse cause della pandemia e sulle sue ipotizzabili conseguenze economiche, sociali e politiche, ma anche un’alluvione di luoghi comuni ancora più che di false notizie. Abbiamo dovuto ascoltare o leggere una spropositata quantità di volte che le epidemie ci sono sempre state e sempre ci saranno, che era impossibile prevedere una sciagura di queste proporzioni, che è impossibile prevedere come e quante altre ce ne saranno, che così l’uomo che si credeva onnipotente ha visto la sua fragilità, che la ricerca della colpa è come la caccia all’untore (ovviamente “di manzoniana memoria”), tanto è evidente il fatto che la colpa è dei cinesi (cioè degli asiatici, cioè degli stranieri, mormorano i consueti razzisti), però i cinesi hanno vinto il virus perché laggiù c’è uno che comanda, la democrazia è una bella cosa ma è inefficiente… eccetera.

Naturalmente, ogni luogo comune è radicato in qualche verità di fatto. È vero che le epidemie hanno segnato la storia cui apparteniamo, che gli attuali viventi sono i successori di quelli che scamparono nonostante tutto ed è vero che dei virus se ne sa relativamente poco ed è certo possibile che ne combinino ancora delle brutte. È vero che la credenza sulla onnipotenza umana è una favola permanente nonostante le smentite incominciate dal povero Prometeo che volle regalare il fuoco all’uomo e finì in un film dell’orrore, incatenato alla roccia alla mercé dell’aquila divoratrice e poi scaraventato al centro della terra.

È vero che il pessimo virus coronato è comparso dapprima in Cina. Ed è pure vero che la democrazia è una cosa faticosa… eccetera.

 

Tuttavia queste constatazioni di fatto diventano luogo comune fastidioso e dannoso quando servono a negare o a occultare il bisogno e la possibilità di saperne di più di ciò di cui si discute. Era certo difficile prevedere questa specifica pandemia, ma non è vero che non fosse stato abbondantemente previsto nella comunità scientifica competente – e non solo dal molto citato Bill Gates – che bisognava prepararsi alla difesa da nuove prevedibili epidemie virali a causa dei numerosi precedenti sempre più motivati dalla distruzione umana dei residui spazi rimasti di natura incontaminata.

Ed è vero, invece, che questi avvertimenti sono stati del tutto ignorati da molti regimi politici e da altri sottovalutati, è vero che, ove esisteva, la sanità pubblica ha sofferto di pesanti tagli, e in Italia più che altrove, cosicché la impreoarazione materiale è costata la vita a molti chiamati a sacrificarsi per salvare gli altri ed ha significato la condanna anche per tanti che avrebbero potuto essere salvati. Dobbiamo la gratitudine più grande ai medici, agli infermieri, al personale sanitario, ed è giusto averli chiamato eroi: quelli che sono caduti e quelli che hanno compiuto senza risparmiarsi e fino in fondo la loro opera di protettori della vita altrui.

Ma questo non toglie, oltre al dolore, l’indignazione per il modo con cui spesso hanno dovuto lavorare senza protezione adeguata e senza mezzi sufficienti. Le più gravi conseguenze dell’epidemia nel nostro paese sono state nella regione più ricca, con il suo vantato sistema privatistico lombardo, con la trascuratezza dei suoi stessi impegni pubblici presi nella precedente epidemia, con il penoso scaricabarile tra apriamo tutto e chiudiamo tutto dei suoi dirigenti regionali oltre che con gli scandali avvilenti da Formigoni in giù.

La imprevidenza non è stata figlia di inettitudine ma di un’ideologia e di una politica.

Quando il primo ministro inglese ha enunciato la dottrina dell’immunità di gregge non raccontava una scoperta sua. Veniva illustrando il modo di affrontare un’epidemia senza interrompere il processo produttivo: la gran massa in buona salute se si ammala elaborerà gli anticorpi e sconfiggerà il virus e ai più deboli, ai vecchi, ai malati si cercherà di dare qualche difesa anche se molti saranno quelli destinati a cadere.

L’ipotesi considerata possibile per il Regno Unito era di qualche centinaio di migliaia di vittime(ovviamente i più fragili).

All’origine di questa dottrina, il pensiero liberistico, la riduzione al minimo dell’intervento pubblico. Un pensiero tanto fallace, oltreché disumano, che Johnson è stato costretto a smentirsi rapidamente, ancor prima di ammalarsi, di confessare di essere stato in pericolo di morte e di essersi salvato per l’opera di due immigrati, quelli che la sua brexit aborre. Un esempio da ricordare. Dai suoi errori lui ne è uscito vivo, ma tanti altri hanno pagato con la vita.

Come sempre quando ci sono svolte drammatiche nella vicenda umana, si è semplificata la casistica dei sentimenti, i buoni e i cattivi, i sapienti e i fanfaroni, chi fa il bene e chi si esibisce, chi pensa agli altri e chi solo ai suoi interessi o addirittura specula sulla disgrazia comune. Ma a me pare sia soprattutto divenuta evidente la incommensurabile stupidità dell’assetto umano in cui ci troviamo a vivere. Impegnati ad ammazzarci fin da quando stavamo nelle caverne, siamo arrivati ad essere così sapienti da costruire armi da fine del mondo per cui si bruciano capitali immensi e abbiamo ignorato la voce di quelli che ci dicevano che basta un esserino da un milionesimo di millimetro per bloccare tutti quanti con la fondata paura che ci distrugga in massa.

È la stupidità dei vincitori. Quelli che con la mazza più grossa stendevano a terra il rivale a fini mangerecci e hanno continuato così fino ad oggi, immaginando che il mondo perfetto è quello in cui domina chi si fa più forte con qualsiasi mezzo. Fondando, in linea di principio, sull’interesse proprio, poi esteso alla propria tribù, al proprio Stato, al proprio Impero. È stata l’epopea dei cattivi sentimenti considerati veramente umani, in cui siamo ancora pienamente immersi. La preistoria diceva il vecchio Marx (anche se non sappiamo quel che verrà).

Sono anch’io tra gli estimatori di don Jose Mario Bergoglio, Francesco in quanto Papa, che con suo grave rischio sta cercando di rappacificare le religioni e i culti – che tra di loro si combattono selvaggiamente, spesso a mano armata – anche parlando di un Dio unico non più frammentato tra le fedi, ben sapendo, attraverso la storia dei popoli originari della sua terra, cosa ha voluto dire essere conquistati dai seguaci di quella religione che in nome della vittoria della croce (cioè di se stessi) adoperavano la spada, la polvere da sparo e la frusta degli schiavisti. L’uso delle religioni come strumenti di guerra e di conquista al servizio dei dominanti non è mai finito.

Il Papa Francesco è odiato da tanti dei suoi colleghi cardinali non solo per gli scarponi da contadino ma perché va predicando che la guerra serve solo ai mercanti di armi e ai finanzieri, che la terra non è stata data agli uomini per distruggerla, che il fine supremo non può essere il profitto privato, che vorrebbe una chiesa povera per i poveri. Lui ricorda che non fa altro che predicare il Vangelo, ma i suoi nemici gli danno del comunista perché sanno che a praticare il discorso della montagna (Matteo, 5) si perde la consociazione con i potenti.

Ma se Francesco papa appare un pericoloso e troppo isolato rivoluzionario, questo accade perché coloro i quali avrebbero dovuto e potuto continuare a denunciare le insanabili contraddizioni del sistema vincente, anche solo al fine di mitigarne le peggiori conseguenze, lo hanno sposato col corpo e con l’anima a partire dall’idea di uno sviluppo infinito in un mondo finito e dalla pratica di lasciare nella mano dei pochi il risultato del lavoro e dell’intelletto sociali.

E hanno continuato a giustificare vergognose guerre neocoloniali e a fingere di non vedere la “guerra mondiale a pezzetti” (copyright papale).

I ldanno non ha riguardato solo la parte politica che ha dimenticato il suo compito e cioè quella che è detta “sinistra”. Questo importerebbe poco se il ripudio di una critica del presente non fosse stato un danno per tutti con l’avanzare di una politica miope quando (alla fine del Novecento) questa sinistra pareva vincente in gran parte dell’occidente ritenendosi egemone mentre, al contrario, preparava l’avvento della destra più becera.

Solo il contributo rappresentato da una riflessione e da un’azione ispirate da uno sguardo critico sulla realtà, può consentire di introdurre il dubbio sul presente come unico orizzonte, la ricerca di altre visioni del mondo, di altre relazioni umane possibili e dunque anche di altre politiche per l’immediato.

La caduta di questa ricerca e di questa speranza oggi viene pianta da molti. Lacrime di coccodrillo, spesso, ma poco importa se, finalmente, si darà retta a coloro che una critica di fondo alla realtà data l’hanno avviata su basi nuove che correggono le antiche non solo nelle loro degenerazioni (il dogmatismo, l’autoritarismo, il burocratismo), ma nella loro unilateralità.

Non andava combattuta unicamente la contraddizione interna al meccanismo economico capitalistico, ma le sue premesse: i fondamenti della società patriarcale (la competizione esasperata e la violenza, figlie del maschile come valore assoluto), la signoria indebita contro la natura considerata rapinabile a volontà, la sottomissione dell’intelletto sociale, cioè della scienza e della tecnica, al servizio del dominio e non della libertà.

Il femminismo, l’ecologismo, la critica dell’uso capitalistico della rivoluzione informatica oltre che di una globalizzazione dominata dalla finanza, parvero esercitazioni intellettuali anziché fonti di un ripensamento di fondo, capace di vedere le nuove contraddizioni e dunque i nuovi pericoli.

 

“Inaspettata” fu detta la crisi economica del 2007-2008 (bugia), “inaspettata” è stata definita la pandemia (bugia recidiva). Dovrebbe essere venuto il tempo di voltare pagina rispetto a questa cultura della menzogna.

Ora, tutto il mondo è in pesante affanno, l’Europa rischia il disfacimento, l’Italia ha l’acqua alla gola. Si parla della necessità assoluta di mobilitare quantità enormi di capitali, ma chi li ha li lesina, vuole garanzie, teme il contagio dei debitori come l’Italia nella sua condizione di ricchezza privata notevole e povertà pubblica non meno notevole, così che come garanzia abbiamo da dare solo «le mura e gli archi, le colonne e l’erme», Pompei e il Colosseo. Si sente dire che forse è meglio fare da soli.

A parte i prezzi enormi che ciò costerebbe innanzitutto ai più deboli, cedere al nazionalismo e disfare l’Europa significherebbe tornare a una gara fratricida insensata e potenzialmente micidiale.

Ho letto, mentre scrivevo questa nota, il discorso pronunciato dalla Von der Leyen al parlamento europeo sui modi di uscire dalla crisi generata dalla pandemia. Non sono mancati accenti nuovi politici, sulla necessità dell’Unione, e programmatici, sulla qualità della necessaria ripresa. Non è molto, ma è l’indizio che è possibile battersi perché non tutto torni come prima.

Non credo alla retorica secondo cui tutto sarà diverso. Il rischio è, anzi,che i prezzi più pesanti della ripresa cadano ancora sulle spalle delle classi subalterne. Una disoccupazione ancora maggiore del passato e la guerra tra poveri sono un pericolo già in atto e angoscioso. Mobilitare le risorse di chi le ha dovrebbe essere un obiettivo da sostenere con determinazione. Ed è anche reale il rischio per la sopravvivenza di ciò che di democratico è rimasto nella post democrazia in cui viviamo.

 

Orban ha dato l’esempio del peggio. Dopo la violazione della libertà di stampa, dell’autonomia del potere giudiziario, dei diritti delle minoranze, dopo lo sciovinismo come programma, è arrivato ai pieni poteri. E senza un contrasto europeo che dovrebbe essere drastico.

In Italia non siamo a questo, anche se l’attuale opposizione un obiettivo simile lo aveva in parte enunciato prima che, casualmente, fosse fermata. Ma quanto più la crisi economica si accentuasse, tanto più il pericolo sarebbe maggiore. È tutto molto difficile perché non è immediatamente alle viste in Italia un governo migliore di quello, debole e diviso, che ha fin qui cercato di fare la sua parte, certo non senza errori ma con un certo decoro, in uno Stato lacerato da una pessima riforma (del centrosinistra che fu) del testo costituzionale sulle regioni, uno Stato oppresso dai debiti, sminuito nelle sue capacità produttive, insidiato dai ritorni fascistici.

Ma proprio perciò dovrebbe essere il tempo della azione comune delle sinistre residue, moderate o alternative che si dicano, e delle forze che hanno a cuore la democrazia costituzionale. Partendo dalla riconquista dell’animo popolare.

Si è dimostrata una volontà solidale, una compattezza, una comunanza insolita. È un patrimonio che si può conservare solo ascoltando i bisogni e le speranze di coloro che sono stati chiusi in casa magari in quattro o in cinque in piccoli o minuscoli appartamenti, di chi già ha perso il lavoro, di chi stenterà ancor più ad arrivare alla fine del mese.

Una nuova politica economica tutta indirizzata alla creazione di opportunità di lavoro è certo indispensabile. Ma le parole contano. È importante la denuncia dei motivi veri del disastro, della inumanità delle ideologie e delle politiche che hanno presieduto alla costruzione del mondo così com’è. I virus continueranno nel loro inconsapevole esserci che s’attacca dove può senza volere, magari uccidendo a suo stesso danno. Agli individui della nostra specie spetterebbe di volere esserci per una vita degna, senza parassiti nocivi, inanimati o animati che siano.

Aldo Tortorella

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