ETTORE BOFFANO : Se ne va lo “schiaffeggia-leoni”: l’uomo che commissariò la Fiat, CESARE ROMITI — IL FATTO QUOTIDIANO DEL 19 AGOSTO 2020

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 19 AGOSTO 2020

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/08/19/se-ne-va-lo-schiaffeggia-leoni-luomo-che-commissario-la-fiat/5903886/

 

Se ne va lo “schiaffeggia-leoni”: l’uomo che commissariò la Fiat

Se ne va lo “schiaffeggia-leoni”: l’uomo che commissariò la Fiat

La morte di Cesare Romiti a 97 anni

di Ettore Boffano | 19 AGOSTO 2020

Diego Novelli, il sindaco comunista di Torino, in dialetto lo chiamava “Sgiafelaleun”, Schiaffeggialeoni. Quasi a volerlo accusare di essere un velleitario. In realtà, Cesare Romiti era tutt’altro che un rodomonte, anzi: la sua vittoria più brutale era stata proprio contro il Pci, il sindacato e gli operai. Nel 1980 quando, al termine dei “35 giorni” alla Fiat, la “marcia dei 40 mila” di capi e quadri aveva spazzato via 70 anni di “scontro di classe” nella città laboratorio di Einaudi, Gobetti e Gramsci, il vero trionfatore era stato proprio Romiti, più ancora dell’Avvocato. Un padrone, nel più pesante significato del termine: “In quei giorni, a Torino si era installato il mio amico Valentino Parlato, del Manifesto. Sosteneva che avrei sbattuto il grugno e che sarebbe sorto il comunismo…”. Un nemico mai domo della sinistra e dei lavoratori anche se, in segreto, affascinava qualche capo del Pci subalpino.

La sconfitta più clamorosa, invece, arrivò nel 1997, quando gli toccò la condanna per i falsi in bilancio della Fiat, dopo un rito abbreviato: chiesto come se confidasse, vai a sapere, in qualche aiutino giudiziario. Sentenza poi senza più effetti, dopo la riforma del reato. Il verbale del suo primo interrogatorio, in un’inchiesta figliata da Tangentopoli, si chiudeva però con parole che gli valsero più di un’assicurazione sulla vita: “A questo punto, non intendo più rispondere: ne andrebbe della sopravvivenza della Fiat”. Un anno dopo, infatti, lascerà la presidenza ottenuta nel 1996 (il secondo a ricoprire quella carica, dopo Valletta, pur non essendo un Agnelli e come successore dell’Avvocato) con una buonuscita da favola (196 miliardi di lire) e soprattutto il controllo di Gemina e la gestione di Rcs e del Corriere della Sera. Non gli porterà bene: non riuscirà a fondare una nuova dinastia, tradito dai rovesci e dalle traversie dei figli Maurizio e Piergiorgio.

Romano, era nato nella capitale il 24 giugno 1923. All’apparenza quanto di più lontano per la ruvidità da Gianni Agnelli, collaborerà invece con lui per decenni. Imparando via via, dalla città sabauda, un po’ di charme e il gusto per i salotti e per certe giovani signore della Torino-bene, stemperando passionalità e irruenza da riservare ormai soprattutto agli avversari: nell’azienda e nella politica. Da Bettino Craxi si beccò l’epiteto di “energumeno” e a Ciriaco De Mita, invece, riservò l’accusa di fomentare “rigurgiti anticapitalisti”.

Una conversione alla torinesità simboleggiata dal suo barcamenarsi nel tifo calcistico, “la Juventus è come un’amante, la Roma resta la moglie”, e dalla sequela dell’Avvocato. Nel 2003, durante il funerale di Agnelli, resterà sempre in piedi: “Un omaggio all’Avvocato, lui faceva sempre così quando andava a messa”. “Eravamo amici, ma ci davamo del lei. Un giorno me lo fece notare, ma gli risposi: va bene così. Parlavamo di tutto: le famiglie, le amicizie, le donne. Mi sono sempre piaciute. Perché sono migliori di noi. Sanno ascoltare. Non ti tradiscono. E se proprio lo fanno, porterai sempre dentro di te la loro dolcezza”. Per anni i due si inseguirono nel ruolo del poliziotto buono e del poliziotto cattivo: Agnelli mieteva consensi, Romiti martellava portando a casa astio ma risultati.

Figlio di un impiegato statale, “si chiamava Camillo e lavorava alle Poste: con uno stipendio solo in casa, facevamo una vita dura”, si laurea in Economia e comincia la sua carriera alla Bomprini Parodi Delfino e poi infilza una raffica di incarichi e di scalate gerarchiche, passando per Snia Viscosa, Alitalia e Italstat. Sino al 1974: quando approda al gruppo Fiat come direttore finanziario. “Ci finii su consiglio di Enrico Cuccia. Personaggio affascinante. Un azionista antifascista con la moglie che si chiamava Idea Socialista e una cognata di nome Vittoria Proletaria”. Il suo primo compito sarà di risanare e sarà, con Gabetti e Grande Stevens, uno dei registi dell’accordo che porta nel gruppo i capitali libici di Gheddafi. “Era una enorme azienda dove tutta la contabilità era ancora fatta a mano. Eppure, eravamo in novembre, non c’erano in cassa neanche i soldi per le tredicesime. C’era bisogno di un capo vero. Ne avrò parlato mille volte con l’Avvocato, che ne era perfettamente cosciente: gli Agnelli sono bravissimi a regnare. Non a governare”.

Pronto, dunque, al grande salto come amministratore delegato nel 1976, instradato da Enrico Cuccia e da Mediobanca che, per due volte, toglieranno dalla sua strada Umberto Agnelli. Protagonista del capitalismo italiano del secondo Novecento: “familiare”, ma sotto protezione dei grandi demiurghi della finanza. Spietato e cattivo, nelle sfide interne, ottenendo sempre la testa degli avversari: Carlo De Benedetti, Vittorio Ghidella, cacciato senza mai dire il perché, e il fratello dell’Avvocato, appunto.

Ha affrontato gli anni del terrorismo a Torino, con le Br che colpivano i dirigenti Fiat, “nei giorni del sequestro del generale statunitense Dozier, stavano per rapire anche me”, la grande ripresa degli anni Ottanta (nel 1989, l’utile del gruppo fu di 3.300 miliardi di lire), la crisi del ’93 e di Mani Pulite (“La festa è finita”, disse Agnelli). Non sarà lui a vivere gli anni del quasi fallimento e di un’azienda ormai nelle mani delle banche più che della Famiglia, anche se tutto era cominciato nel finale della sua gestione.

Il resto sono gli insuccessi dei figli e l’uscita forzata e amarissima da Rcs e dal Corsera, e due risposte negative a Berlusconi: “Mi voleva come suo manager, ma era impossibile con uno così. Poi mi propose di candidarmi a sindaco di Roma contro Veltroni”. Dell’ultima Fiat parlava solo ogni tanto, ma con qualche staffilata perfida: “Marchionne non l’ho mai conosciuto davvero. Dopo la sua nomina lo chiamai, dovevamo incontrarci, poi tutto sfumò. Credo gli avessero suggerito di lasciarmi perdere”. Due anni fa dichiarò che Fca non era più “un’azienda italiana”. Forse il più grande rammarico, ora che è da un’altra parte, è di non poter più dire la sua quando l’azienda del Lingotto sarà venduta per sempre.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *