SABRINA PROVENZANI :: Anche l’apparato è stufo. Xi, il mondo come nemico — IL FATTO QUOTIDIANO DEL 19 AGOSTO 2020 : INTERVISTA A CAI XIA, INTELLETTUALE DISSIDENTE DAL 2019 NEGLI STATI UNITI

 

 

 

 

Cai Xia Was A Communist Party Insider in China. Then She Denounced Xi. - The New York Times

 

Cai Xia Expelled from the CCP, Calls Xi "a Mafia Boss" and the Party "a Political Zombie"

 

CAI XIA – ottobre 1952 (età 68 anni), Changzhou, Cina, è un dissidente cinese che in passato era un membro di alto rango del Partito Comunista Cinese (PCC). È una professoressa in pensione della Scuola Centrale del Partito del PCC . È una sostenitrice della liberalizzazione politica ed è stata critica nei confronti del segretario generale del PCC Xi Jinping . È stata espulsa dal Partito Comunista Cinese nell’agosto 2020 per aver criticato il PCC. Risiede negli Stati Uniti d’America dal 2019. 

Secondo un articolo dell’agosto 2020 su The Guardian , Cai iniziò a dubitare dell’ortodossia del partito all’inizio degli anni 2000, quando assistette il presidente Jiang Zemin nella stesura della sua teoria dei Tre Rappresentanti .  A quel tempo era spesso presente nei media cinesi, sostenendo visioni liberali inclusa l’apertura del PCC a più uomini d’affari e professionisti. 

Per alcuni anni ha continuato a credere nella capacità del PCC di risolvere i suoi problemi attraverso le riforme, ma le sue speranze sono gradualmente svanite dopo che Xi Jinping è salito al potere nel 2012 e ha implementato misure che Cai considerava andare nella direzione sbagliata. 

Nel 2013, ha scritto un saggio in difesa di Charles Xue (Xue Manzi) dopo che Xue era stato arrestato con l’accusa di adescare una prostituta. Nel pezzo, ampiamente diffuso sul sito di Weibo, Cai ha affermato che il reato era stato una questione privata senza conseguenze per il pubblico e ha chiesto una discussione sulla tutela dei diritti individuali. 

Nel 2016, ha scritto un articolo in difesa di Ren Zhiqiang , che era stato messo in libertà vigilata dopo le pesanti critiche di quest’ultimo alle dichiarazioni del presidente Xi sul ruolo dei media cinesi. Questi e altri saggi sono stati successivamente rimossi dalla censura di Internet.

In un’intervista dell’agosto 2020, dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti, Cai ha affermato che l’incidente che aveva cancellato tutta la sua fede nel partito era stata la gestione da parte delle autorità cinesi della morte dell’ambientalista Lei Yang in custodia della polizia.  In un saggio del 25 luglio 2020, pubblicato da Radio Free Asia , ha denunciato il trattamento di Xu Zhangru , che era stato arrestato all’inizio di quel mese, come ” apertamente intimidatorio verso chiunque appartenesse alla  comunità accademica cinese”

Il 17 agosto 2020, l’appartenenza di Cai al PCC è stata revocata e le sue prestazioni pensionistiche sono state ridotte.

 

 

DA:

https://en.wikipedia.org/wiki/Cai_Xia

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 19 AGOSTO 2020

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/08/19/anche-lapparato-e-stufo-xi-il-mondo-come-nemico/5903901/

Anche l’apparato è stufo. Xi, il mondo come nemico

Anche l’apparato è stufo. Xi, il mondo come nemico

Cai Xia era docente alla Scuola del Partito: ha definito il presidente Jinping “un boss della mafia” ed è stata espulsa

di Sabrina Provenzani | 19 AGOSTO 2020

 

“Sotto il regime di Xi Jinping il Partito Comunista Cinese non è una forza per il progresso della Cina. Sono certa di non essere l’unica che vuole lasciarne i ranghi. Avrei voluto uscire dal partito molti anni fa, quando è stato chiaro che non c’era più alcuno spazio di critica e la mia voce è stata completamente censurata”. Cai Xia è una intellettuale di spicco dell’establishment cinese, ex docente di politica alla Scuola Centrale del Partito che della classe dirigente cinese forma l’elite politica. Lunedì dal Partito è stata espulsa, la pensione revocata, dopo la diffusione, a giugno, di un audio in cui manifestava le sue critiche alla gestione del Xi Jinping e lo definiva “un boss della mafia”.

Il Guardian era riuscito a intervistarla subito dopo quella fuga di notizie, ma lei aveva chiesto di non pubblicare l’intervista per timore di ritorsioni contro la sua famiglia.

Dopo l’espulsione dal Partito ha dato l’autorizzazione a riprodurre in inglese quella testimonianza: “Ho molta più libertà ora. Rispondo solo a me stessa e ai miei principi”.

È una lettura micidiale per la reputazione del regime di Jinping. Una condanna totale della sua crescente autocrazia, fin dall’insediamento nel 2012, con una brutale accelerazione dal 2018 in poi, quando ha ottenuto dal plenum del Congresso Nazionale di emendare la costituzione in modo da abolire la scadenza del suo mandato. Da allora “Il partito comunista cinese è diventato uno zombie politico. Non può correggere i propri errori.

Xi ha ucciso, da solo, un partito e un paese, perché ha dimostrato che il partito non era in grado di fermarlo nemmeno di fronte a un cambiamento radicale della costituzione”. Come tutti i leader cinesi dal 1993 in poi, oggi Xi è segretario del Partito, Presidente della Repubblica Cinese e capo della Commissione Militare Centrale, cioè delle forze Armate. Ma lo è senza limiti di mandato e senza il freno di una seppur minima opposizione interna. Cai spiega come, in un contesto di sempre maggior isolamento, Xi operi con una mentalità da bunker. Sul piano interno ha abusato, persino per gli standard cinesi, di cicliche campagne anti-corruzione per liberarsi dei suoi nemici. Sul piano internazionale, spiega Cai, ha “reso il mondo un nemico”: una strategia strumentale “a distogliere l’attenzione del pubblico cinese dai problemi interni rinfocolando il conflitto con altri paesi e incoraggiando il sentimento anti-americano o anti-indiano”.

Una strategia pericolosa, come dimostrato dalla gestione fallimentare dell’epidemia di Covid: “Il suo potere è assoluto, può punire chi vuole è quindi nessuna osa dirgli la verità. Se non conosce la realtà è inevitabile che sbagli. È quello che è successo a Wuhan… un circolo vizioso: tutti sono troppo spaventati per dire la verità”.

Cai non è l’unica intellettuale ad avere il coraggio di criticare pubblicamente l’autoritarismo di Xi. Nel 2018 fu il professor Xu Zhangrun, costituzionalista alla Università Tsinghua di Pechino, a pubblicare una serie di saggi in cui, senza nominare il presidente, denunciava il rischio che le sue politiche dispotiche trascinassero il paese al disastro.

Sospeso dall’insegnamento, le sue idee hanno circolato malgrado l’onnipresente censura. Lo scorso 6 luglio è stato arrestato per una settimana, per sfruttamento della prostituzione, dopo la pubblicazione a New York di una raccolta di 10 saggi in cui, fra l’altro, attribuisce all’autoritarismo di Xi la responsabilità della diffusione incontrollata del Covid da Wuhan al resto del mondo.

C’è poi Ren Zhiqiang, ricco uomo d’affari indagato perché associato a un articolo anonimo in cui “il grande leader” è definito un “pagliaccio nudo ancora deciso a giocare all’Imperatore”. Ora deve difendersi dalle usuali, e forse strumentali, accuse di corruzione. E Xu Zhyyong, dissidente che ha scritto una lettera aperta chiedendo le dimissioni del presidente per la gestione del Covid, e per questo è accusato di “sovversione dello Stato”.

Quanto può durare una gestione così autocratica? La professoressa si dice convinta che l’ostilità a Xi sia molto diffusa nel partito e che l’arrivo della democrazia in Cina sia solo questione di tempo. È il grande enigma cinese: per decenni gli osservatori occidentali hanno predetto che il benessere economico e l’apertura commerciale avrebbero generato un desiderio di rappresentanza e inevitabilmente portato alla nascita di una società democratica. Finora non è successo, e la Cina resta un misterioso ibrido di dinamismo economico e censura politica.

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