FEDERICO FUBINI : L’Italia è a un bivio in Europa. Rispetto alla Grande Recessione del 2008-2013, questa volta si intravedono condizioni per risollevare il Paese. CORRIERE.IT  / EDITORIALI / 28 NOVEMBRE 2020

 

 

CORRIERE.IT  / EDITORIALI / 28 NOVEMBRE 2020

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L’Italia è a un bivio in Europa

Rispetto alla Grande Recessione del 2008-2013, questa volta si intravedono condizioni per risollevare il Paese che dieci anni fa non c’erano

 

 di Federico Fubini ( Firenze, 1966 )

 

 

 

 

 

L'Italia è a un bivio in EuropaIllustrazione di Conc

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A volte bastano certi dettagli a intuire quanto sia in movimento il contesto intorno a noi. Nella prima metà dell’anno l’Italia ha perso appena un po’ più di occupati rispetto ai Paesi che ci circondano: meno 2,96% contro un calo di 2,83% nell’Unione Europea, secondo Eurostat.

A prima vista poteva andare molto peggio, perché una crisi di questo tipo specifico paralizza soprattutto certi settori vitali per un Paese molto forte nelle attività del turismo e degli stili di vita. Era inevitabile che l’Italia, la Spagna o la Grecia soffrissero la recessione da Covid più della media.

Non appena si guarda dentro ai dati viene fuori però un quadro diverso. Nei settori devastati da Covid come i tour operator, gli hotel, i ristoranti o i caffè, durante la prima ondata del virus (i primi sei mesi dell’anno), l’occupazione in Italia è scesa molto meno che nel resto d’Europa. Quel che aiuta a spiegare la risposta più debole dell’Italia in termini di occupazione, malgrado le decine di miliardi spesi a raffica per congelare nella cassa integrazione i posti di milioni di persone, è che abbiamo mancato la pars construens.

Ci sono attività che quest’anno sono esplose perché tutti o quasi ne hanno avuto bisogno: i servizi digitali hanno visto l’occupazione crescere del 17% in Europa (600 mila persone in più), ma restare ferma in Italia; l’industria farmaceutica registra un aumento degli occupati del 10% in Europa e un calo dell’11% in Italia; gli uffici privati di collocamento riducono a doppia cifra la percentuale degli addetti in Italia, eppure li aumentano in Europa. In altri termini, in piena pandemia abbiamo speso decine di miliardi per arroccarci a difesa dell’esistente di ieri ma non abbiamo colto le opportunità dell’oggi. Si chiama sclerosi. È esattamente quel che non possiamo permetterci se si guarda al domani.

A maggior ragione non possiamo, perché non è un quadro coerente questo. È un paesaggio colpito da un meteorite, tipico degli sconvolgimenti che ormai ci sta riservando a ripetizione un sistema globale interconnesso, efficiente, poderoso e per ciò stesso capace di propagare anche ciò che va storto in ogni singolo Paese. Ormai è chiaro che il passaggio di un virus da un animale a un uomo alla periferia di una città cinese in un giorno del 2019 sta portando in Italia conseguenze sociali, economiche e alla lunga anche politiche di cui abbiamo visto appena il prologo. Suo malgrado, il Paese si avvia a vivere uno dei momenti più carichi di trasformazioni degli ultimi 75 anni.

Questa però non è la replica della Grande recessione del 2008-2013, non necessariamente. Non sta scritto da nessuna parte che il finale della storia, sul piano economico e sociale, debba essere ancora una volta così negativo. In quella fase l’Italia cadde in trappola più di quasi tutti gli altri Paesi europei e ne riemerse dopo, più lentamente e più debole. Stavolta invece la situazione è diversa, più ambigua, perché l’intera comunità nazionale si trova davanti a due strade e non è chiaro quale imboccherà. Il primo percorso porta all’esacerbarsi dei problemi che ci tormentano da decenni: il debito pubblico, lo Stato inefficiente, l’innovazione e la conoscenza poco diffuse e ancor meno rispettate, le imprese a volte incredibilmente dinamiche ma incapaci di crescere oltre certi limiti che le rendono vasi di coccio nel mondo.

La seconda strada invece porta in direzione opposta e la novità è che, a priori, oggi non è sbarrata: si intravedono condizioni per risollevare il Paese che dieci anni fa non c’erano. Impossibile è piuttosto la soluzione di mezzo, l’idea di riprendere tra qualche mese il lento trascinamento di prima: come se nel frattempo non ci fosse stata la pandemia, come se la spesa pubblica e il debito non fossero esplosi e il reddito non fosse crollato; come se Covid-19 non avesse messo a nudo il grottesco livello di disfunzione dei poteri pubblici e di diseguaglianza nella società tra garantiti e no, tra i giovani e gli altri, tra i territori, tra le donne e gli uomini nei sistemi del lavoro. Cercare di congelare il mondo di prima significherebbe scegliere la strada dell’avvitamento, magari lento all’inizio ma poi all’improvviso inarrestabile.

E non ci sono scuse perché adesso, una dopo l’altra, una serie di precondizioni per imboccare la via migliore stanno andando a posto.

 I vaccini permetteranno un graduale ritorno alla normalità durante il 2021. Sul piano internazionale l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca sfebbra le relazioni fra potenze commerciali e offre all’Italia l’occasione di mettersi all’intersezione di tutti i giochi, perché il governo nel 2021 avrà la presidenza del G20 e la co-presidenza di Cop26, l’evento delle Nazioni Unite sul clima proprio nell’anno in cui gli Stati Uniti tornano negli Accordi di Parigi per la riduzione delle emissioni. Quanto all’Europa, possiamo contare sul sostegno della banca centrale e sul fatto che per più di un anno non ci sarà pressione per stringere sui conti pubblici.

Poi naturalmente c’è il Recovery plan, 209 miliardi per ricostruire il Paese in sei anni. I timori e il fastidio per eventuali ritardi dell’Italia non hanno alcun fondamento nel calendario europeo, perché per ora solo il Portogallo ha presentato in via definitiva il suo programma nazionale. Hanno invece molto fondamento nell’evidente paralisi di un governo che fatica persino a trovare un manager per la sanità in Calabria. La stessa segretezza imposta su tutti i progetti dal presidente del Consiglio non fa che alimentare la sfiducia e irritare gli alleati — Francia inclusa — che si sono molto esposti per l’Italia negli ultimi mesi. La verità è invece che ogni settimana gli uffici del governo lavorano con Bruxelles sulle componenti specifiche del Recovery plan e sarebbe ora di mostrare con trasparenza che si sta facendo sul serio.

L’alternativa dunque è questa: aggrappare gli appigli che ci portano sulla via alta fuori da questa crisi, oppure affondare nella via bassa verso l’avvitamento. Quest’ultima è popolata di politici di governo e maggioranza che blaterano di «cancellazioni» del debito, senza capire che ciò significherebbe devastare il sistema finanziario e colpire le famiglie che possiedono quei titoli di Stato; senza pensare che l’effetto per il resto sarebbe nullo dato che il debito comprato dalla banca centrale di fatto non pesa per il governo: il Tesoro recupera ogni anno come dividendi della Banca d’Italia gli interessi passivi che ha versato su quei bond. Ma forse il problema è proprio questo. Avere nei ceti dirigenti persone che non capiscono queste cose

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One Response to FEDERICO FUBINI : L’Italia è a un bivio in Europa. Rispetto alla Grande Recessione del 2008-2013, questa volta si intravedono condizioni per risollevare il Paese. CORRIERE.IT  / EDITORIALI / 28 NOVEMBRE 2020

  1. Donatella scrive:

    Mi sembra molto chiara e seria questa riflessione su come poter uscire dalla crisi attuale in modo positivo. Speriamo che l’eterno incantatore Berlusconi non riesca a metterci lo zampino.

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