Macarena Vidal Liy, EL PAIS :: Ritorno a Wuhan un anno dopo: alla ricerca del ground zero della pandemia-Traduzione di Luis E. Moriones –REPUBBLICA.IT — 22 GENNAIO 2021 

 

 

REPUBBLICA.IT — 22 GENNAIO 2021 

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Ritorno a Wuhan un anno dopo: alla ricerca del “ground zero” della pandemia

di Macarena Vidal Liy

(afp)

Il mercato dove furono rilevate le prime polmoniti oggi è chiuso e abbandonato. Dodici mesi fa iniziava il lockdown che paralizzò la città cinese per 76 giorni

22 GENNAIO 2021

WUHAN – Del mercato di Huanan a Wuhan, considerato all’inizio della pandemia come il ground zero del coronavirus, oggi non resta che un guscio vuoto celato da recinzioni azzurre. All’interno – per quello che si può vedere da qualche fessura, grazie alla momentanea assenza delle guardie addette alla vigilanza – la desolazione: lunghi corridoi fiancheggiati da cancelli arrugginiti, spazi vuoti dove c’erano le bancarelle, qua e là degli estintori, due palme rinsecchite. Tutte le insegne che identificavano le bancarelle sono scomparse. Il cartello di un’azienda allevatrice di polli dondola sinistramente mosso dalla corrente d’aria: è l’unica cosa che si muove. Solo al piano superiore, a cui si accede da un ingresso laterale, sono rimasti aperti diversi negozi di occhiali.

A un anno dal giorno in cui Wuhan fu paralizzata per 76 giorni, il mercato, grande come quattro campi di calcio e dove si vendevano frutti di mare, carne, verdure e animali selvatici, è uno dei pochi posti di questa città industriale di 11 milioni di persone che non abbia riaperto la propria attività. Le sue strutture gemelle, separate da un viale, rappresentano un gigantesco memoriale del fatto che questa città è stata il primo obiettivo della pandemia, una cosa che i suoi abitanti vorrebbero dimenticare. È, invece, uno dei primi posti che la missione internazionale dell’Oms, arrivata finalmente a Wuhan la settimana scorsa, vuole visitare per indagare sull’origine del virus.

A una ventina di chilometri, sempre a Wuhan, il mercato alimentare di Baishazhou è in piena attività. In una zona appartata, separata da recinzioni rosse, dei funzionari in tute protettive disinfettano e controllano i prodotti congelati importati, che il governo cinese considera possibili portatori del virus. Attraverso gli altoparlanti, un messaggio ripete che l’uso delle mascherine è obbligatorio e che tutti i prodotti devono essere ispezionati prima di poter essere venduti. I venditori spiegano che le disinfezioni sono state intensificate e che devono sottoporsi regolarmente a test per il coronavirus. Alcuni dei 1.180 commercianti che lavoravano nelle 653 bancarelle del sospetto mercato dei frutti di mare si sono trasferiti qui.

“Certo che il virus non è partito da Huanan!”, sostiene Hu, che ha venduto carne di vitello per un decennio in questa struttura prima che venisse improvvisamente chiusa un anno fa. Quest’uomo esile, dai folti capelli e dalla barba rada, sostiene – come molti in città – le teorie, amplificate dal governo cinese, secondo le quali il virus sarebbe arrivato dall’estero, in prodotti importati o portati dai soldati che parteciparono ai Giochi militari di Wuhan nell’ottobre del 2019. “Quello che so è che non è iniziato nel mercato, qui non c’erano mai stati problemi”, insiste.

Nel dicembre del 2019, i negozianti cominciarono a sentir parlare di casi di colleghi malati. Negli ospedali di Wuhan, i medici rilevavano i sintomi di una strana polmonite nei pazienti ricoverati. La maggior parte – il 70 per cento – avevano legami con Huanan: erano venditori o loro parenti e clienti. Per gli altri, non c’erano connessioni dimostrabili.

Quasi nello stesso momento in cui si annunciava al mondo la nuova malattia, si affermò che l’origine era nel mercato, che fu immediatamente chiuso il 1° gennaio 2020 (“Avevo pagato in anticipo tre mesi di affitto per i frigoriferi e non li ho mai riavuti”, si lamenta Hu). Mesi dopo, il capo del Centro cinese per il controllo delle malattie, Gao Fu, parlando dei pazienti originali, disse che non avevano alcuna connessione con il mercato, assicurando che queste strutture erano “una vittima”, non l’origine della pandemia.

La missione dell’Oms cercherà di chiarire – anche se avverte già che non ha garanzie di successo – se il mercato può essere stato il luogo in cui il virus ha fatto un salto di specie trasferendosi all’uomo, o se sia stato solo il luogo dove un “superdiffusore” ha infettato un gran numero di persone.

Finora, Pechino non ha reso pubblici tutti i dati ottenuti dagli esperti cinesi. Gli Stati Uniti hanno chiesto di mettere tutta la documentazione a disposizione della missione dell’Oms. Si sa che furono raccolti campioni ambientali e di carni congelate di animali; non è chiaro se ci furono prelievi su animali vivi. Nessuno dei campioni di carne è risultato positivo al coronavirus; 69 dei campioni ambientali, sì. Per lo più provenienti dall’ala ovest, dove si vendeva ogni genere di mammifero.

Non c’è traccia, invece, di studi epidemiologici tra i commercianti e i loro clienti del mercato, e questa è una delle lacune che la missione dell’Oms vuole colmare. Gli esperti internazionali cercheranno di ricostruire le catene di approvvigionamento per scoprire l’origine degli animali che vi si vendevano e registreranno le specie messe in commercio.

Anche se è quasi certo che il virus provenga da un pipistrello, gli esperti ritengono che probabilmente sia arrivato agli esseri umani attraverso un’altra specie intermedia, che finora non è stata identificata. L’Oms ha registrato 500 specie possibili e nota che “gatti domestici, furetti, criceti e visoni sono particolarmente suscettibili all’infezione”. Circa il 13,5 per cento dei campioni di gatti testati a Wuhan durante la pandemia risultarono positivi al coronavirus.

La Cina insiste sul  fatto che anche se il virus è stato individuato per la prima volta a Wuhan questo non implica che sia sorto lì o in un altro punto del suo territorio. Rimanda, tra l’altro, a diversi studi che suggeriscono che l’agente patogeno può essere stato presente in altre aree del mondo – a Barcellona, Milano o in Brasile – prima di essere localizzato in quella città.

Il rapporto di un panel indipendente ha accusato sia l’Oms che la Cina di aver reagito troppo lentamente nelle prime settimane della pandemia, a gennaio. Pechino ha respinto con forza queste accuse: “Di fronte allo sconosciuto virus SARS-Cov-2, – ha assicurato – la Cina ha immediatamente notificato all’Oms la situazione epidemica, ha condiviso la sequenza del genoma del virus il più presto possibile e ha adottato le misure di controllo e prevenzione più complete e rigorose”.

Traduzione di Luis E. Moriones

©El PaÍs/Lena, Leading European Newspaper Alliance 

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