LA GUERRA DI GADDA, ADELPHI, 2021 – 1. NICCOLO’ SCAFFAI, Gadda, Grande guerra nella trama della famiglia, IL MANIFESTO DEL 30 MAGGIO 2021 + 2. MARIO PORRO, Gadda: Lettere dal Fronte, DOPPIOZERO, 3 MAGGIO 2021

 

 

IL MANIFESTO DEL 30 MAGGIO 2021

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Auspicata dal ventiduenne Gadda con feb­brile entusiasmo, la Grande Guerra scon­volge la sua esistenza, ma fa di lui uno scrit­tore: lo dimostrano, oltre allo splendido Giornale di guerra e di prigionia, pubblicato solo nel 1955, le lettere che inviò ai familiari e di cui si presenta qui un’ampia scelta. Let­tere che insieme all’apparato iconografico, composto di fotografie per lo più scattate da lui stesso, ci consentono di seguire in presa diretta la sua partecipazione al conflitto, sorretta da incrollabili fermezza e sen­so del dovere: le estenuanti marce nottur­ne, calzato di «scarpe animalissime», sui ghiacciai dell’Adamello, sotto il tiro degli shrapnel, alla guida di alpini «carichi be­stialmente di viveri e munizioni» ma igna­ri di ogni «fifometro tribblo»; le soste nell’angusta, fradicia e afosa baracca ufficiali, al Rifugio Garibaldi, dove «tutti i dialetti, tutti gli accenti d’Italia» deflagrano «nelle più divertenti imprecazioni»; i «ricoveri» nella pietraia dell’Altopiano dei Sette Co­muni, pieni di mosche «come un’osteria di Cinisello», con l’acqua che filtra e «tanto disordine quanto basta per farmi morire d’itterizia»; e da ultimo la disfatta di Caporetto e la prigionia in Germania, che alla disillusione e al senso di inutilità aggiungo­no «un’orrenda vergogna», nonché la cer­tezza di un destino di «inelezione» e di do­lore: «felici quelli a cui le granate avversa­rie serbarono intatto l’onore».

 

 

ALIAS DOMENICA

 

 

Carlo Emilio Gadda: lettere dal fronte | Doppiozero

FOTO DA : DOPPIOZERO

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Gadda, Grande guerra nella trama della famiglia

Epistolari del Novecento. 121 missive alla madre, alla sorella e al fratello minore Enrico:

 

La guerra di Gadda, da Adelphi

 

 

Gadda in un deposito di munizioni a Romans d’Isonzo, 1917, Archivio di Fondi gaddiani di Arnaldo Liberati, Villafranca di Verona

 

 

 

Niccolò Scaffai

EDIZIONE DEL 30.05.2021

PUBBLICATO 30.5.2021, 0:54

AGGIORNATO 28.5.2021, 15:58

 

«E allora anch’io, come tutti, son disceso con la sensazione e con il pensiero, cioè con il corpo e con l’anima, ai fatti perentorii e banali della vita di guerra: e alla brutale immediatezza di questi fatti ho riconosciuto valore di causa, da poi che a volte essi vennero motivando tutta una serie d’altri fatti bruti e reali. (…) Ho sofferto: orrendamente sofferto: e delle mie angosce il 99 per 100 lo lascerò nella penna: il mio diario di guerra è una cosa impossibile, ognuno lo vede».

 

Così scriveva Carlo Emilio Gadda in un brano del Castello di Udine (1934), intitolato appunto Impossibilità di un diario di guerra.

 

Sul senso di quel titolo, così come sul rapporto di continuità e differenza tra il Giornale di guerra e di prigionia (ricavato dai taccuini degli anni di conflitto) e le opere successive di Gadda, la critica ha molto riflettuto: il diario può essere considerato come primo tempo di un itinerario narrativo coerente o si tratta piuttosto della registrazione di un disordine non ancora «organato» (il lemma ricorre nella Meditazione milanese)? In ogni caso, l’eredità dolorosa del conflitto appare come una camera magmatica, che ribolle nel sottosuolo riscaldando e scuotendo il terreno affiorante della scrittura. Sarà anche per questo che i fatti e gli scritti legati alla Prima guerra continuano a essere un fulcro degli studi gaddiani, quasi un’officina specializzata all’interno del grande cantiere che nel tempo ha visto all’opera una parte importante della filologia e della critica italiane: da Dante Isella a Giulio Ungarelli, da Gian Carlo Roscioni a Maria Antonietta Terzoli, a Paola Italia.

Da quell’officina esce ora un nuovo, importante volume, che prosegue la serie delle opere gaddiane diretta dalla stessa Paola Italia con Giorgio Pinotti e Claudio VelaLa guerra di Gadda Lettere e immagini (1915-1919), a cura di Giulia Fanfani, Arnaldo Liberati e Alessia Vezzoni (Adelphi «La collana dei casi», pp. 424, 96 tavv. f.t., euro 30,00).

Il libro include una parte rilevante del carteggio di Carlo con i famigliari (la madre Adele Lehr, la sorella Clara e il fratello minore Enrico, caduto nel 1918 mentre era alla guida del suo aeroplano): 121 missive per lo più inedite, che vanno dal giugno 1915 al marzo 1919.

Una cronologia iniziale colloca le vicende nel contesto degli eventi bellici, ulteriormente illustrati nell’ampio commento che segue le lettere; questo procede principalmente lungo tre direttrici: l’approfondimento di circostanze e dettagli storici; la ricostruzione di legami e rapporti famigliari; l’individuazione di riscontri e passi paralleli nell’opera gaddiana.

In appendice si trovano una mappa dei luoghi di guerra e gli alberi genealogici delle famiglie Gadda, Ronchetti e Fornasini (ricordati nel carteggio).

Alla Nota al testo seguono un cospicuo dossier iconografico (con le foto di Carlo ed Enrico sotto le armi e la riproduzione di appunti e documenti) e la Postfazione di Arnaldo Liberati, il nipote della governante Giuseppina, cui Gadda ha lasciato il suo patrimonio documentale.

 

Proprio dall’Archivio Liberati di Villafranca di Verona provengono alcune delle missive qui pubblicate, che integrano la parte più consistente del corpus epistolare conservato nel Fondo Gadda dell’Archivio Contemporaneo «Alessandro Bonsanti» del Vieusseux di Firenze. Affidati dall’autore a Bonsanti negli anni quaranta, e restaurati dopo l’alluvione del ’66, quei documenti presentavano delle grandi difficoltà di decifrazione, affrontate meritoriamente dalle curatrici.

Ora che queste lettere sono finalmente disponibili, vale la pena chiedersi quale possa essersene la migliore fruizione. Questa sarà almeno duplice: da un lato infatti, come tutti gli epistolari, si tratta di testi ausiliari, che contribuiscono cioè al commento delle opere; dall’altro, la ‘trama’ famigliare e soprattutto la qualità e postura del Gadda epistolografo richiedono di trattare questi scritti come pagine d’autore.

Osserva Liberati che il carteggio rivela «uno scrittore a tal punto padrone dei mezzi espressivi da costruire ogni lettera come un testo unico, stilisticamente connotato (…), dove spiccano di volta in volta la sua intelligenza del mondo, la sua capacità di osservazione, la sua perizia tecnica, lo sguardo acutissimo con cui abbraccia la topografia e la geologia dei luoghi».

 

Proprio la descrizione dei luoghi, che spesso sembra espandere appunti del diario, è uno degli aspetti che danno una connotazione letteraria a certi brani epistolari: «L’azione attraverso i ghiacci è qualche cosa di meraviglioso, raccapricciante; e di inconcepibile a chi non è spettatore: senza la ferrea azione del comando e il sublime spirito di sacrificio di tutte queste truppe non sarebbe possibile non dico l’effettuazione ma neppure la concezione di queste vite» (dalla lettera di Gadda alla madre, datata «30 aprile 1916»).

Altre volte la natura diventa locus horridus straziato dalla guerra: «buche enormi, massi proiettati dovunque, massi minori che hanno inghiaiato i prati, pini divelti, stroncati» (30 giugno 1916). Descrizioni come questa, oltre che nella letteratura della Grande guerra, trovano una corrispondenza in alcune foto del dossier iconografico che ritraggono un Gadda ‘eroico’ contro lo sfondo degli alberi ischeletriti.

Ma oltre che un volume sulla guerra, questo è anche una specie di ‘libro di famiglia’, con tre protagonisti principali: Adele, Carlo ed Enrico. All’inizio del conflitto, i due fratelli sono entrambi iscritti al Politecnico di Milano, entrambi sono interventisti. Il maggiore viene chiamato alle armi il primo giugno 1915 e mandato a Parma per l’addestramento (da qui invia le prime lettere alla madre); il minore, volontario negli Alpini, raggiunge subito la zona di guerra: una differenza che è già un destino. Carlo ed Enrico scrivono alla madre in italiano ma spesso anche in francese, lingua privilegiata della comunicazione famigliare.

Adele, che di francese era stata insegnante prima di diventare direttrice di scuola (e trasferirsi per lavoro, durante la guerra, dapprima a Modica e poi a Lagonegro), indica così il ‘codice’ della comunicazione, di cui fa parte anche una certa retorica patriottica (simile a quella in seguito imitata e parodiata dallo scrittore): «So che l’azione vostra si fa intensa e vigorosa» scrive Adele a Carlo il 31 ottobre 1915 «e riesce un’apoteosi delle recondite fibre dell’anima italiana». A questi accenti si alternano le comunicazioni pratiche (per esempio sugli indumenti e le scarpe per il figlio), speculari alle cure espresse da Carlo nel Giornale; e le raccomandazioni austere impartite come capofamiglia (il padre dello scrittore, Francesco Ippolito, era morto nel 1909): «i punti di demerito gravano sempre sulle promozioni» (22 luglio 1915).

Se Carlo è l’epistolografo più dotato in famiglia, il ruolo di pivot nel carteggio è occupato da Enrico. Già nelle lettere, come poi sarà nella Cognizione, il fratello diventa un nodo di reticenze e tensioni. Carlo gli chiede di non alimentare le ansie della madre e della sorella raccontando loro i pericoli che affronta (con quell’ardimento che lo scrittore ammira e soffre, come termine di confronto e capo d’accusa rispetto alla propria inettitudine); non lo incoraggia ma neanche lo dissuade dall’unirsi all’aeronautica (scelta che gli sarà fatale); allude alla sua condotta economicamente disinvolta. D’altra parte, Adele e Clara nascondono a Carlo, ancora prigioniero, la morte del fratello; cosicché il trauma della scoperta, una volta rientrato in patria, si sommerà alla vergogna di Caporetto. «Non poter far nulla per lui» scrive Gadda alla madre nel gennaio del ’19 «non aver fatto nulla, non averlo visto e ora dovrei godere la vita?». Da allora in poi, una «inutile, monotona vita» lo attende, come scrive nelle ultime pagine del Giornale. Si può dire che la fine di Enrico segni quasi la fine della vita come evento, come avventura; tanto che all’autore di queste lettere e diari di guerra subentrerà un io biografico fermo nella volontà di restare nell’ombra.

 

 

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3 MAGGIO 2021

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Carlo Emilio Gadda: lettere dal fronte

Mario Porro

 

“Quel cane interventista d’un Gaddus, dirà qualche furbo studioso, spesato de formaggio e fichi secchi … per annà in piazza a picchiar la questura de Giolitti, quel bojaccio, quello schifo, quel pederasta, quel fottut’in culo, il giorno 21 gennaio 1916 magnava ‘e pappardelle alla mensa dioboia …”.

Il passo, tratto da una delle Lettere agli amici milanesi (il Saggiatore, 1983), dà voce al risentito disagio di chi, animato dal desiderio di accorrere dove si combatte, conosce la frustrazione dell’inazione ed il timore di passare per imboscato. Studente del Politecnico, Carlo Emilio Gadda, come altri suoi coetanei, rampolli della borghesia milanese, si è schierato a favore dell’intervento in guerra; ha sottoscritto un appello a D’Annunzio contro la decisione governativa di impedire l’arruolamento immediato degli universitari, poi una lettera al “Popolo d’Italia” (il quotidiano appena fondato da Mussolini, dopo la cacciata dalla direzione di “L’Avanti”) rivendicando il “sacro diritto” alla “reale partecipazione alla guerra”. Alla domanda di arruolamento nella milizia territoriale degli Alpini, fa presto seguito la chiamata alle armi il 1° giugno con la sua classe, il 1893; anche Enrico, il fratello di tre anni più giovane, matricola universitaria, parte volontario nel 5° reggimento Alpini e subito è inviato in zona di guerra.

 

Di quell’esperienza militare Gadda lascerà testimonianza nel diario che subito comincia a comporre, anche se la pubblicazione avverrà, fra mille incertezze, solo nel ’55 con il titolo Giornale di guerra e di prigionia: pagine che ora possiamo integrare con La guerra di Gadda (Adelphi), ampia scelta di lettere e cartoline che negli anni tra il ’15 e il ’19 vennero scambiate con i familiari, la madre, Adele Lehr, la sorella minore Clara ed Enrico.

In gran parte inedite, esse costituiscono solo una parte della cospicua corrispondenza proveniente da due fonti: il Fondo Gadda dell’Archivio “Alessandro Bonsanti” presso il Gabinetto scientifico letterario Vieusseux di Firenze (include un subfondo riguardante la madre, e un altro relativo al fratello), e il patrimonio documentale lasciato per testamento da Gadda alla governante che si prese cura dello scrittore nei suoi ultimi anni, Giuseppina Liberati, ora di proprietà del nipote Arnaldo. Sulla documentazione imponente si è compiuta la giudiziosa cernita delle curatrici, Giulia Fanfani e Alessia Vezzoli, mentre allo stesso Liberati si devono la postfazione e il Dossier iconografico: fotografie, alcune dello stesso Gadda, e cartoline che illustrano alcuni luoghi in cui transitò nel corso del conflitto.

 

In uno scritto pubblicato su L’Ambrosiano nel dicembre 1931, intitolato Impossibilità di un diario di guerra, poi confluito nel secondo libro di Gadda, Il Castello di Udine (1934, il primo era stato La Madonna dei filosofi nel ‘31), l’autore motivava l’impossibilità di pubblicare le scrupolose, talora ossessive, registrazioni delle esperienze di vita militare e di prigionia. Vi si facevano i nomi e i cognomi di ufficiali e commilitoni, si formulavano giudizi, non sempre lusinghieri, che avrebbero potuto turbare amici e rinnovare il dolore dei parenti. Liberati rileva giustamente che ancor più  risulta impossibile una corrispondenza di guerra; le Regie Poste si trovano a smistare nei quattro anni del conflitto 4 miliardi di corrispondenza militare; la censura lavora a pieno ritmo per non far trapelare informazioni sulle posizioni dei reparti e per non demoralizzare il “fronte interno”; soprattutto è attiva l’autocensura dei soldati al fronte, nel desiderio di non allarmare i propri cari lontani. Un dovere morale che Gadda sente  profondamente: tende a minimizzare i pericoli corsi, non si sofferma sui corpi straziati dei compagni, anche se non potrà nascondere le condizioni atroci della prigionia nel campo di Rastatt, dopo la disfatta di Caporetto sul finire dell’ottobre 1917. Per alcuni mesi non arrivano pacchi da casa, l’esercito tedesco fatica già ad alimentare i propri soldati, il governo italiano e i vertici militari sospettano di viltà, se non di diserzione, i prigionieri, fra i quali fame e malattie mietono vittime (un calcolo approssimativo stima in 100.000 i soldati italiani morti sui 600.000 deportati).

 

Gadda raccomanda spesso al fratello, presto chiamato in prima linea, di essere “moderato” nel descrivere alla famiglia i rischi corsi: Enrico non fa mistero nelle lettere dei pericoli affrontati già nel ’16 nei combattimenti in alta montagna, anzi con accenti spavaldi si vanta dei “sacri cimeli di quest’anno fortunato”, cioè dei resti della granata che lo ha sfiorato, ferendo il commilitone al suo fianco. Racconta alla sorella che le farà ammirare le munizioni austriache recuperate in prima linea: potrà comunque ammirarle per suo conto “quando il governo ti invierà le mie spoglie”. Tutti i familiari esortano Enrico alla prudenza, ben conoscendo la sua temeraria impazienza. Fisico atletico e amante del rischio, la sua audacia esprime l’esaltazione vitalista del giovanilismo d’inizio secolo, il culto futurista per la velocità: abile motociclista, segue il corso per diventare pilota d’aereo e durante la fase di istruzione al volo, nei pressi di Busto Arsizio, finisce agli arresti per una pericolosa discesa in picchiata. E forse sarà proprio l’imprudenza a provocarne la morte nel corso di una esercitazione nell’aprile del ‘18.

 

Ma Enrico è anche spendaccione e imprevidente, inguaribilmente prodigo: forse è la sorte che attende quanti la morte chiama troppo presto e, come ne fossero consapevoli, sentono il bisogno di consumare in fretta, quasi dissipare, l’esistenza. Ama vestirsi con eleganza, non disdegna la bella vita, festicciole e brindisi; si è comprato una motocicletta usata, con la quale si reca a Longone quando è di stanza alla scuola di aviazione presso Malpensa, e che sarà poi costretto a vendere per colmare parte dei debiti. La madre e Carlo Emilio, notoriamente parco (se non avaro, come raccontano tanti aneddoti dei decenni successivi, raccolti dal collega alla RAI Giulio Cattaneo in Il gran Lombardo, Einaudi, 1973), sono costretti a fargli avere denaro per spese voluttuarie e debiti di gioco. È un momento in cui la famiglia conosce “strettezze finanziarie”, al punto che la madre, direttrice scolastica, deve accogliere la destinazione di Modica, poi di Lagonegro per garantirsi uno stipendio adeguato.

“Carlotto”, spesso contratto in “Lotti”, tiene metodica e nevrotica contabilità delle minime spese: “Mi pare che la roba e il denaro siano cose troppo preziose per gettarle”. Economo scrupoloso, lascia in deposito parte dei suoi guadagni di soldato all’avvocato Semenza, padre di uno dei suoi amici milanesi. Le spese sono molte, gli imprevisti in agguato ancor più dei nemici, bisogna procurarsi scarpe adatte alla montagna, calze di lana, abiti per il gelo dell’inverno, un sacco a pelo, cannocchiale e macchina fotografica, acquisti per i quali bisogna talvolta ricorrere a prestiti familiari. Di qui le istruzioni, in cui eccelle il suo scrupolo descrittorio, sui materiali più adatti, sui negozi dove compiere gli acquisti, sul preventivo dell’importo, una contabilità ulteriormente complicata dalle difficoltà della distribuzione dei pacchi, anche per i continui spostamenti di sede dei due fratelli.

 

Per l’affabile Enrico il cruccio maggiore è la misantropia del fratello, il suo carattere scontroso e poco accomodante che lo rende incapace di adattarsi al clima grezzo della caserma, alle facili battute un po’ volgari, al chiacchiericcio incolto della gente del popolo.

Consapevole della “sensività morbile” del fratello, lo esorta a “comunicare anche coi rozzi discorsi, colle idee puerili dei montanari”, per evitare che diventi inerme bersaglio degli scherzi e delle angherie dei commilitoni: un tratto che emerge fra le righe delle pagine del Giornale ed è ricordato nell’impareggiabile biografia che Gian Carlo Roscioni ha dedicato al Gaddus, Il Duca di Sant’Aquila (Mondadori, 1997).

 

Le lettere ribadiscono i timori delle pagine del Giornale in merito alla scarsa predisposizione al comando: timidezza, mancanza di autorità, eccessiva indulgenza nei confronti di “persone rozze” che la confondono con debolezza d’animo, se non incapacità. Carlo Emilio non ama la convivialità grezza dei soldati, anzi la cagnara dei compagni non fa che rendere più acuto il suo senso di solitudine e di “isolamento spirituale”. Nell’estate del ’15, nel caldo opprimente della caserma di Parma, lamenta di trovarsi in “un vero bagno penale”, fra commilitoni che godono del “massimo buon umore, salvo me” e del “minimo buon odore”. “Il naso, certo, adesso valeva di più dell’anima”, si dirà nella Cognizione del dolore, a commento del fetore dei peones, i contadini brianzoli, porci questuanti che assediano la casa di don Gonzalo (alter ego dell’autore), accolti benevolmente dalla madre, la Signora.

 

L’ossessione dominante di Gadda è l’impossibilità di appagare il desiderio di combattere, di trovarsi in prima linea dove poter mostrare “l’infinito amore” che prova per la sua patria. Per quella generazione borghese e letterata, animata dalle accensioni nazionaliste di riviste come “Lacerba” e “Il Regno”, dalla brama dell’azione, tra slanci di confuso nietzscianesimo e di oratoria dannunziana, la guerra è l’occasione propizia per dare prova di eroismo, per mettere in scena un poema futurista. La volontà interventista è sorretta anche dallo spirito tardo risorgimentale, dall’irredentismo mosso dalla speranza che “si compiano gli auspicati destini d’Italia”.

Il sentimento della nazionalità oppressa che attende la sua rigenerazione appare soprattutto un lascito materno; le lettere di Adele sono intrise di una retorica patriottarda che scorge nell’esperienza militare dei figli “l’apoteosi delle recondite fibre dell’anima italiana da alcuni ritenuta solo idealista e sentimentale”. E i tanti giovani uccisi in guerra “recano al regno delle ombre il gagliardo spirito invitto […]. Che sia questa la suprema gioia degli eterni nemici dell’Italia?” Una retorica a cui non sfugge neppure la sorella Clara per la quale “sacri e inviolabili devono essere gli eroi d’Italia, poiché santo e sublime è il dovere che compiono”.

 

Quando, nell’estate del ’17, sembra profilarsi un’offensiva vittoriosa, si rivolge a Enrico, “anelante” per la sua salvezza nei pericoli incombenti, ma convinta che stia per suonare “l’ora sacra e fatidica […] per gli Italiani”. Vittorie, replica il fratello, “non certo guadagnate con gli schiamazzi da studentelli come i buoni bottegai idioti di Milano chiamano la gioventù illuminata”; facendo presto seguire però all’esaltazione patriottica i toni umoristici e ironici che gli erano abituali: la compagnia si è coperta di gloria, ma “anche ricoperta di fango, pidocchi et peiora etiam”. A giudicare dalle lettere, è il fratello minore a mostrarsi abile nel gioco delle variazioni dei registri espressivi, nel produrre il pastiche fra tono alto e basso che sarà la cifra della prosa “spastica” di Carlo Emilio.

 

L’amaro (o provvido?) destino che attende Carlo Emilio è restare nelle retrovie, magari per seguire corsi di istruzione, prima a Parma, poi dall’estate del ’15 a Edolo, dove si dice “rabbioso e umiliato” per non essere mai chiamato a compiere il suo dovere “alla fronte”, per essere finalmente partecipe del compiersi della storia. In una lettera a Clara del luglio 1916, lamenta di restare confinato in un punto “bellicamente morto”, ai margini dell’Altopiano di Asiago dove si combatte; gli toccano al più azioni di rifornimento di viveri e munizioni alle truppe alpine isolate fra le nevi. Una condizione che accresce il senso di desolazione e impotenza, come attestano le pagine famose del Giornale in cui, per la scarsa disciplina e l’insipienza dei soldati, confessa che “il pasticcio e il disordine mi annientano”, che “il disordine è il mio continuo cauchemar”: un caos che scatena, insieme alle rabbie stizzite, anche la sua felicità espressiva. Rifugiato in una tana sotterranea in cima alla pietraia, la sua postazione da talpa “è piena di mosche come un’osteria di Cinisello”, la branda è fatta di due bastoni su cui sono tesi dei sacchi, ma in quello spazio angusto “c’è tanto disordine quanto basta per farmi morire d’itterizia”: il tavolo è invaso di formiche, fucili e caricatori sparsi qua e là, carte e pagnotte sbriciolate, bottiglie e biancheria sporca, e la noia come sentimento dominante.

 

Da Vicenza, Gadda può solo raccontare l’eroica resistenza delle truppe italiane alla spedizione punitiva austriaca del ’16; la devastazione provocata dalle incursioni nemiche – a cui si somma il barbaro gesto di travestire i cadaveri dei soldati austriaci con divise di soldati italiani – è passata al filtro letterario della discesa dei Lanzichenecchi negli amati Promessi sposi, la cui lettura, ad opera di Alberto Arbasino e altri, sarà il conforto dei suoi ultimi giorni nel 1973.

Le richieste di passare prima sottotenente, poi tenente, per le quali mobilita nel vasto parentado tutte le conoscenze in grado di intercedere per lui, subiscono spesso intralci nell’odiata e inefficiente burocrazia del Regno. Nei primi mesi del ’17 si ritrova a Verona, città natale della madre, nel maggio del ’17 è a Torino dove segue un corso per mitraglieri, a cui si è iscritto sperando in una più rapida chiamata in prima linea. Di qui, scoraggiato e avvilito, con il timore di essere creduto un imboscato, confida alla sorella: “la mia vita militare è stata purtroppo senza soddisfazioni”, neppure “l’onore di una ferita” a testimoniare il suo sacrificio per la patria. A scandire la sua vita militare ci pensa il ricorrente “mal di panciazza”, i disturbi gastroenterici per i quali sarebbe facile ipotizzare una eziologia nevrotica, ma la “febbre da trincea”, gastro-reumatica, che lo costringerà al ricovero nel convalescenziario ufficiali di Iseo, era patologia diffusa fra le truppe.

 

Più rapida è la carriera militare del fratello minore, subito in prima linea e ben presto insignito di due medaglie al valore, il che non manca di suscitare in Carlo Emilio qualche accenno d’invidia. Diventato aviatore, Enricotto “ha la soddisfazione di affrontare la guerra nel modo in cui i meriti personali possono meglio rifulgere”, scrive il fratello maggiore. In effetti, i combattimenti aerei sono l’unico ambito in cui la Grande Guerra evoca il duello cavalleresco, in cui possono “rifulgere” il coraggio e l’audacia, tanto cari alla retorica libresca degli studi classici e ai giovani liceali formatisi sull’Iliade.

Ai fanti o agli alpini è concessa solo la guerra moderna, la condizione del soldato-massa entrato nell’ingranaggio dell’officina della guerra, pezzo anonimo nei calcoli cinici del generale Cadorna, carne da macello da computare nell’assalto alle trincee nemiche. Per strapparsi “dalle grinfie merdose del mio porco destino”, Gadda decide di passare in fanteria e finalmente si ritroverà dal luglio del ’17 nel fuoco della battaglia sull’Isonzo, dove Enrico è spesso impegnato in incursioni aeree. Nel settembre è nella zona del Sabotino e dei monti del Goriziano, da dove può esprimere alla madre la gioia di ritrovarsi fra gli alpini: “il mio animo non è mai stato così lieto e serenamente occupato”.

 

Nei combattimenti dell’agosto nei pressi del Dosso Faiti, Gadda guida sotto fuoco nemico la sua compagnia incaricata del rifornimento di munizioni ai soldati in prima linea; per la sua azione riceve l’onorificenza di una medaglia di bronzo. Il 23 ottobre giunge l’ordine di difendere la conca di Plezzo, proprio il giorno prima che le truppe d’assalto austro-tedesche si infiltrino nel fondo valle isolando le postazioni in quota. Per assenza di comunicazioni e la fitta nebbia, l’ordine di ritirata arriva nel pomeriggio del 25, quando ormai molte compagnie sono accerchiate. Gadda e i suoi uomini cercano di passare l’Isonzo presso Caporetto, ma sono fatti prigionieri da un reparto tedesco. Condotto nel campo di prigionia di Rastatt nel Baden-Wurttemberg, solo il 6 novembre, ai parenti in trepidante attesa di notizie, potrà scrivere “Sono prigioniero in Germania e sto bene”, unica comunicazione concessa ai prigionieri.

In marzo gli italiani sono trasferiti a Celle, nella Bassa Sassonia, ma già dal 29 ottobre Gadda redige il Memoriale della battaglia dell’Isonzo, resoconto “veridico” composto già presentendo future accuse di vigliaccheria o diserzione; per lui è un dovere morale giustificare le decisioni assunte come tenente, quando il suo battaglione si era ritrovato isolato e privo di indicazioni. Accanto all’amarezza della disfatta di Caporetto, “la fine delle fini”, nei mesi amari della prigionia Gadda patisce la desolazione di essere diventato “un gravame” per la patria, l’umiliazione di aver dovuto distruggere le armi per non lasciarle in mano nemica.

 

Nella tenda sul Krasji, presso Caporetto, ha dovuto lasciare le casse in cui teneva libri e vestiti, finendo per ritrovarsi soltanto con gli abiti indossati e una penna stilografica, per cui è costretto a chiedere viveri e indumenti a casa.

Nelle casse è rimasto anche il diario dell’estate del 1917, la registrazione da “diligente notaio” delle azioni sul Carso e sull’Adamello. Forte è il rimpianto per la “splendida vita” di soldato, mentre altri Italiani continuano a combattere: “Tutto ha congiurato contro la mia grandezza”, suonerà il bilancio conclusivo del Giornale. “Nel ritorno non ci sarà gioia, ma vergogna”. Ma ancor più profondo sarà il dolore per la morte del fratello, comunicatagli solo al ritorno nella casa di Milano nel gennaio del ‘19.

Clara aveva suggerito alla madre pochi giorni dopo l’incidente fatale di Enrico nell’aprile del ’18: “Finché sarà prigioniero glielo dovremo tenere nascosto”, impegno mantenuto nonostante le continue richieste di Gadda sulla sorte del fratello, quel fratello per il quale si era angosciosamente ripetuto: “che la guerra prenda me, ma non mio fratello!”.

La scomparsa di Enrico equivale alla negazione stessa della volontà di vivere: “il più orrendo dolore della mia vita, quello che ha superato per l’intensità il tragico 25 ottobre 1917, che si è fuso con questo in una sola onda di atroce agonia”, scrive nel Giornale. La morte del fratello, “con due fili rossi sui labbri dalle narici”, tornerà spesso a scandire le pagine della Cognizione del dolore: nella casa restano le sue fotografie, la madre, nel richiamo del vento “che le aveva rapito il figlio verso smemoranti cipressi”, si reca in mesto pellegrinaggio al cimitero di Lukones, quel Longone al Segrino dove la tomba di famiglia reca sulla lapide l’epitaffio composto da Gadda per il fratello minore.

 

L’eco di quel dolore si impone anche, in modo quasi incongruo, nel Pasticciaccio, come se un automatismo associativo lo risvegliasse di fronte al cadavere insanguinato di Liliana Balducci: “Er sangue aveva impiastrato tutto er collo, er davanti de la camicetta, una manica: la mano: una spaventevole colatura d’un rosso nero, da Faiti o da Cengio (don Ciccio rammemorò subito, con un lontano pianto nell’anima, povera mamma!)”. Il Faiti e il Cengio, dove Gadda aveva combattuto nel ‘17, sono eletti a luoghi antonomastici di cruenta carneficina; e l’esclamazione “povera mamma!” sembra uscire dalla mente del narratore stesso più che del protagonista, il commissario don Ciccio Ingravallo.

 

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  1. i. scrive:

    Forse si può capire molto di Gadda partendo da questi terribili lutti.

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