PIERGIORGIO BELLOCCHIO:: UN SEME DI UMANITA’. NOTE DI LETTERATURA, QUODLIBET, 2019 — +++ DUE RECENSIONI : 1. GOFFREDO FOFI — 2. GIANANDREA PICCIOLI DA ” VOLERE LA LUNA “ +++ ANTONIO GNOLI, INTEERVISTA, REPUBBLICA 1 DICEMBRE 2014

 

 

 

          Quodlibet

 

 

 

Piergiorgio Bellocchio

Un seme di umanità

Note di letteratura

Saggi

Critica e storia della letteratura, Cinema

pp. 272

€ 19,00€ 18,05 (prezzo online -5%)

IL LIBRO

«Mettendo insieme questi scritti» su autori che vanno da Casanova a Kubrick, e includono fra gli altri Stendhal, Dickens, Flaubert, i grandi narratori russi dell’Ottocento, Herzen, Hašek, Isherwood, Céline, Edmund Wilson, Orwell, Böll, Pasolini, Fenoglio, Bianciardi, Montaldi, Pampaloni, «mi rendo conto che la parzialità delle mie scelte non è stata del tutto casuale: essa individua o indica molte mie reali preferenze. Anche se alcuni sono stati commissionati da editori per collane economiche, cosa che spiega la forma e il taglio delle pagine su Casanova, Stendhal, Dickens, Flaubert o il romanzo russo, la necessità di un’esposizione piuttosto didascalica la trovo tuttavia a me congeniale oltre che doverosa (e da essa mi sono distaccato solo in parte in altri testi).

Benché con il passare degli anni la scrittura d’invenzione mi abbia interessato progressivamente meno a favore di scritture diaristiche, memorialistiche, storico-politiche, l’occasione editoriale mi ha sollecitato a tornare a certe mie passioni del passato: il risultato è perciò non di critica letteraria in senso rigoroso, ma comporta la tendenza a leggere di preferenza quella narrativa che illumina aspetti della storia sociale, verso i quali mi indirizzavano anche alcuni dei critici da cui mi è sembrato di imparare di più, come Edmund Wilson, Lukács, Adorno, senza dimenticare la saggistica di scrittori come Baudelaire, Proust, D.H. Lawrence, Orwell, Fortini

Più che dall’invenzione sono sempre stato attratto dalle testimonianze personali e dirette, dal giornalismo di reportage e dall’autobiografia».

 

Piergiorgio Bellocchio

 

INDICE

  • Premessa
  • La doppia vita di Casanova
  • Stendhal e la Restaurazione
    • Armance
    • Il rosso e il nero
    • La Certosa di Parma
  • L’ipocrisia vittoriana. La rivolta di Dickens
    • David Copperfield
    • Tempi difficili
    • Il nostro comune amico
  • La Rivoluzione nel romanzo russo dell’Ottocento
  • Lettere di Belinskij
  • Herzen, un russo europeo
  • Flaubert. Il grottesco diventa realtà
  • Il piacere di capire. Edmund Wilson
  • Il soldato Švejk, ultima maschera popolare
  • L’altra faccia di Thomas E. Lawrence
  • Isherwood come contravveleno ideologico
  • Chi ha paura di Céline?
  • George Orwell. Down and out
  • Per conoscere Orwell
  • «Stili dell’estremismo». Paul Nizan
  • Napoli ’44 di Norman Lewis
  • «Noi non amiamo la patria». Fedele alle amicizie di Geno Pampaloni
  • Böll e il romanzo. Biliardo alle nove e mezzo
  • Böll e il Sessantotto. Foto di gruppo con signora
  • L’autobiografia involontaria di Pasolini
  • «Sapere la verità». Una questione privata di Beppe Fenoglio
  • Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi
  • La «leggera» di Danilo Montaldi
  • Barry Lyndon da Thackeray a Kubrick
  • Notizia bibliografica
  • Indice dei nomi

L’AUTORE

PIERGIORGIO BELLOCCHIO

Piergiorgio Bellocchio (Piacenza 1931) ha fondato con Grazia Cherchi e diretto per oltre vent’anni i «quaderni piacentini» (1962-84). Ha poi pubblicato «Diario», rivista “personale” interamente scritta con Alfonso Berardinelli (reprint integrale, Diario. 1985-1993, Quodlibet 2010). Dal 1977 al 1980 ha diretto a Milano la casa editrice Gulliver. Ha collaborato a vari periodici («Questo e altro», «Rendiconti», «Linea d’ombra», «Panorama», «Illustrazione italiana», «Tempo illustrato», «l’Unità»-Libri, «Paralleli», «King»), ha scritto prefazioni, voci per opere miscellanee, note di costume. Ha esordito come narratore con tre racconti, I piacevoli servi (Mondadori 1966). La sua produzione critico-saggistica è raccolta in Dalla parte del torto (Einaudi 1989), Eventualmente (Rizzoli 1993), L’astuzia delle passioni. 1962-1983 (Rizzoli 1995), Oggetti smarriti (Baldini&Castoldi 1996), Al di sotto della mischia. Satire e saggi (Libri Scheiwiller 2007). Con Gianni D’Amo ha promosso a Piacenza nel 2006 l’associazione Cittàcomune, tuttora in piena attività.

 

DUE RECENSIONI

                         

                      DI :::

 

 

1. GOFFREDO FOFI DALL’ AVVENIRE 24 GENNAIO 2020 DAL TITOLO::

 

Bellocchio, una rilettura illuminante dei classici

 

 

Diceva l’ultimo grande critico cinematografico europeo, Serge Daney, che la recensione di un film (vale anche per un romanzo, una mostra, un disco…) è una lettera che il critico destina al pubblico perché la legga l’autore. Un triangolo necessario. L’autore e la sua opera vengono prima, ma le altre due figure sono ugualmente indispensabili, e la funzione del critico è quella di stare in mezzo, e di collocare, chiarire, mediare. Ma quando il critico parla di autori defunti, di opere del passato? Entrano allora in ballo gli accademici, gli specialisti. Che sembrano essere diventati nel tempo, più che mediatori, imbalsamatori.

Sono loro a parlare sempre o quasi sempre degli scrittori e delle opere del passato, con i pregi e i limiti che sono appunto dello specialismo. Ci sono accademici che sono andati oltre, e tra loro, ieri, soprattutto Giacomo Debenedetti, che peraltro l’accademia non amava.

La raccolta delle note di letteratura di Piergiorgio Bellocchio, scrittore e recensore lontano da giornali e università e (purtroppo o per fortuna) poco compiacente nei confronti dell’attualità, fa pensare a Debenedetti, e si muove su tutt’altra lunghezza d’onda della critica che è definita ancora proditoriamente come “militante”.

In Un seme di umanità (Quodlibet) Bellocchio ha raccolto saggi prefazioni recensioni di illuminante chiarezza e profondità, che spaziano dai classici dell’800 (Stendhal e Dickens, i russi e Flaubert…), e affrontano di petto il ‘900 attraverso i suoi scrittori meno canonici, tra i più legati ai dilemmi di un secolo di tante tragedie e anche di molte ideologiche ipocrisie. Da Céline a T. E. Lawrence, da Hasek a Isherwood, da Orwell a Nizan a Böll e da Fenoglio a Bianciardi fino a un regista all’altezza dei grandi letterati, con un’illuminante analisi del Barry Lyndon di Stanley Kubrick, che anche riflette sui modi di affrontare la storia.

Lontanissimo dai luoghi comuni degli ultimi decenni, Bellocchio ha diretto riviste come «Quaderni piacentini» e «Diario», e non si è certo tirato indietro nel giudicare il nostro paese e non solo la sua cultura. C’è un saggio, in questo volume, che ne dà più ragione di altri, quello sullEpistolario di Pasolini (paradossalmente, è dai «Piacentini» che sono forse venute le riflessioni più utili su quel testimone e protagonista della nostra storia dal dopoguerra al boom e oltre).

Si respira un’aria di esigente saggezza, nelle pagine di Bellocchio, e ci aiutano a capir meglio i suoi modelli le pagine che dedica a due figure che molti di noi hanno potuto, conoscere da vicino, Geno Pampaloni e Danilo Montaldi, esemplari anche nella scelta di marginalità.

 

 

2.

Il piacere di capire

Gianandrea Piccioli

«Volere la luna»

20 marzo 2020

 

 

“La guerra non mi è mai sembrata tanto schifosamente orribile come ora: ma non si è mai pensato cos’è una vita umana?”

Così il 19 giugno 1943 Pasolini in una lettera all’amico Farolfi citata in uno dei saggi del libro di Piergiorgio Bellocchio, da poco uscito nelle edizioni Quodlibet e non a caso intitolato Un seme di umanità. Sottotitolo, in levare si direbbe nel gergo musicale: Note di letteratura. Ma con apparente ossimoro il titolo è rinforzato da una citazione di Max Horkheimer in esergo: “Se soltanto conoscessi una parola migliore di “umanità” – questo povero slogan provinciale dell’europeo semicolto! Ma non ne conosco…” Titolo, sottotitolo ed esergo dicono, con apparente modestia, tutto sul libro: si tratta di una raccolta di saggi letterari estranea a tecnicismi filologici, a enfiagioni accademiche, a gerghi di scuola e caratterizzata piuttosto da un’ esemplare chiarezza quasi didattica che nulla toglie alla profondità dell’analisi. E attenta invece all’umanità, appunto.

“Umanità” è termine astratto, e Bellocchio si guarda bene dal definirlo: lo pratica, lo usa come criterio sottinteso di analisi e di giudizio. Del resto la misura prima di tutto, anche nella vita quotidiana non solo nella narrativa, è l’esperienza personale, l’esperienza vissuta del mondo e della vita reale. Un’esperienza che precede ogni astrazione, ogni tecnica, ogni ideologia, ogni statistica, ogni quantificazione. Umano è il disprezzato Samaritano che salva uno sconosciuto e umano è Enea che rallenta la sua fuga dalla città in fiamme per portare sulle spalle il padre Anchise. Umano è chi si sente responsabile del mondo, naturale e sociale, e solo da questa responsabilità vissuta può nascere la politica “buona”.

Ed è responsabile chi persevera anche andando in senso contrario all’ordine apparente delle cose, chi pazientemente, testardamente ricomincia sempre da capo. Ovviamente Bellocchio non discute di questo, non escludo che magari sia anche in disaccordo. Ma questo, a mio parere, è il sentimento che anima il suo interesse per la letteratura. E il criterio con cui legge i testi e li presenta a noi lettori, tenendosi lontano, lui uomo di sinistra, da ogni tipo di “cultura burocratizzata”.

 

Il libro raccoglie saggi di carattere diverso: alcuni sono più lunghi e quasi didattici, e sono le introduzioni a libri di collane editoriali di classici, come i romanzi di Stendhal, Flaubert, Dickens, o le Memorie di Casanova. Altri sono invece recensioni vere e proprie uscite in giornali e riviste. Molti autori amati da Bellocchio sono anche tra i miei preferiti: Orwell, a esempio, ma anche Dickens, Hašek, Böll, Fenoglio, Danilo Montaldi (generoso scrittore-sociologo oggi quasi dimenticato dal discorso pubblico, cui è dedicato uno dei saggi più partecipi di tutto il libro), Geno Pampaloni, a mio parere molto più interessante e attuale dell’ancor oggi mitizzato Fortini…Lucidissima e controcorrente la “difesa” di Bagatelle per un massacro di Céline, che quando apparve da Guanda, nella traduzione del poeta Giancarlo Pontiggia, suscitò per il suo antisemitismo un coro furibondo di proteste: da Filippini a Bogliolo, da Natalia Ginzburg a Moravia, per citarne solo alcuni, era tutto un dalli all’untore finché il libro venne ritirato tre mesi dopo l’uscita per volontà della vedova di Céline, Lucette Almansor.

Ma di questo testo “maledetto” Bellocchio scrive invece: ”Posso capire chi non è disposto a perdonare i peccati di Céline. Trovo invece disonesto che, per cavarsi d’impaccio, si faccia passare per brutto, mancato, scadente, vomitevole un libro di tale importanza artistica e culturale. (…) Bagatelle appartiene al maggior Céline, al Céline che conta. (…) il libro deriva la sua forza dalla capacità di denunciare mali ben altrimenti concreti e reali che non l’ebreo.” E commentando Mea culpa, un altro testo “maledetto”, soprattutto dalla sinistra, perché impietoso con l’involuzione dell’Unione Sovietica, Bellocchio scrive: “Céline con le sue unghie sporche continua a sembrarmi carico di verità anche quando è al suo peggio.”

Mi sono soffermato su questo capitolo “celiniano” perché mi sembra particolarmente rivelatore del Bellocchio critico letterario: estraneo ai luoghi comuni, attento all’umanità degli scrittori di cui si occupa, esegeta indipendente anche quando cita Lukács tra i suoi maestri (ma a me sembra molto più vicino a un Pampaloni), di rara onestà intellettuale.

Questa onestà si esplicita nel lungo saggio, già ricordato, sull’epistolario di Pasolini, autore che in generale non mi sembra nelle sue corde. Eppure la lettura che Bellocchio fa del primo volume (quello più significativo, essendo il secondo soprattutto di lettere di lavoro e di umori prevedibili e ripetitivi) è straordinaria per sottigliezza e partecipazione, direi affetto.

Davanti a queste lettere “il lettore deve progressivamente arrendersi a un’evidenza del tutto imprevista. Deve cioè ammettere, ancora incredulo, e poi riconoscere con piena convinzione di trovarsi di fronte all’opera decisiva di e su Pasolini. L’opera che meglio lo comprende e lo consegna alle patrie lettere e alla storia italiana secondo la misura più giusta del suo significato e del suo valore.” E il volume tutto diventa “l’autobiografia involontaria dello scrittore forse più furiosamente autobiografico della letteratura italiana.”

Ho abbondato in citazioni anche per mostrare l’approccio di Bellocchio agli autori e ai testi di cui parla e lo stile con cui ne scrive: una specie di passione fredda, di lucida empatia. Vale per lui quanto scrisse Manganelli per Edmund Wilson (altro autore inserito nella raccolta): “Il piacere di capire è ancora più acuto del piacere di avere ragione.”.

Bellocchio è coltissimo ma non appartiene a scuole, è impegnato ma non è ideologico, è di parte ma non fazioso: ha passione per l’umano e per questo entra nei libri (non sempre si tratta di romanzi) di cui scrive libero da pre-giudizi e pronto a cogliere (e partecipare al suo lettore) personaggi e autori immersi nel loro tempo, nei conflitti e nelle ambizioni sociali, nella povertà morale o nel sacrificio, nella violenza e nell’amore, nella lotta interiore tra la propria individualità che vuole realizzarsi e le forze che si oppongono.

 

Piergiorgio Bellocchio ha fondato con Grazia Cherchi e diretto la rivista “Quaderni piacentini” (1962-1984), che fu per anni tra le riviste di riferimento di molta sinistra non ortodossa. Poi, col critico e saggista Alfonso Berardinelli, la rivista “Diario” (1985-1993). Da anni raccoglie foto varie di vita italiana, le incolla su ampi quaderni e le commenta a mano: un’editoria meno pigra della nostra ne avrebbe già pubblicato un’ampia scelta. È tra i personaggi dello spassosissimo romanzo di Paolo Colagrande, Fìdeg, edito da Alet, dove tra l’altro discetta sulla giusta ricetta dello stracotto d’asino.

 

QUESTE RECENSIONI SONO TRATTE DAL SITO DI QUODLIBET DOVE SONO PUBBLICATE INSIEME AD ALTRE

https://www.quodlibet.it/recensione/4033

 

 

 

 

 

Bellocchio Pier Giorgio | Studio Segre

foto Studio Segre

 

 

Piergiorgio Bellocchio (Piacenza, 15 dicembre 1931) è un critico letterario e scrittore italiano.

 

 

Quaderni Piacentini. N. 39. Novembre 1969 - Piergiorgio Bellocchio - Libro Usato - UTEP - | IBS

 

Quaderni Piacentini. N. 38. Luglio 1969 - Piergiorgio Bellocchio - Libro Usato - UTEP - | IBS

 

A ritroso nel tempo: “I piacevoli servi” di Piergiorgio Bellocchio - Blog

 

Fondatore nel 1962 della rivista Quaderni Piacentini, che ha animato fino alla chiusura, ha vinto con i racconti I piacevoli servi (Mondadori, Milano 1966) il premio Pozzale di Empoli.

Nel 1969 è stato il primo direttore responsabile di Lotta Continua, organo ufficiale dell’omonima formazione extraparlamentare, non ne seguì però l’evoluzione redazionale.

Dal 1977 al 1980 ha diretto la casa editrice Gulliver di Milano; nel 1985 ha fondato, con Alfonso Berardinelli, la rivista letteraria Diario.

Le sue prose critiche sono raccolte in Dalla parte del torto (Einaudi, Torino 1989), Eventualmente (Rizzoli, Milano 1993), L’astuzia delle passioni (Rizzoli, Milano 1995), Oggetti smarriti (Baldini Castoldi Dalai, Milano 1996), Al di sotto della mischia. Satire e saggi (Scheiwiller, Milano 2007) e Diario 1985-1993 (con Alfonso Berardinelli), Macerata, Quodlibet, 2010. Nel 2020 viene pubblicata da Quodlibet la raccolta Un seme di umanità.

Vive a Piacenza.

 

DA:

https://it.wikipedia.org/wiki/Piergiorgio_Bellocchio

 

 

Pier Giorgio Bellocchio e le donne

Pinkitalia

 

 

 

Piergiorgio Bellocchio - Wikipedia

wikipedia

 

 

Biografia di Pier Giorgio Bellocchio @ ScreenWEEK

Screenweek

 

 

 

Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici. Intellettuali e riviste della sinistra eterodossa : Muraca, Giuseppe: Amazon.it: Libri

 

 

 

 

Piergiorgio Bellocchio – Roberto R. Corsi

Roberto R. Corsi

 

 

Un seme di umanità" di Piergiorgio Bellocchio arriva in libreria - Corriere Padano

Corriere Padano

 

 

Amazon.it: LE CENTO PAGINE PIU' BELLE DI DICKENS - Piergiorgio Bellocchio - Libri

a cura di Pier Giorgio Bellocchio

Edizioni Club, 1982

 

 

 

REPUBBLICA.IT / CULTURA–1 DICEMBRE 2014 

https://www.repubblica.it/cultura/2014/12/01/news/bellocchio_sono_un_intellettuale_privato_che_bello_non_contare_niente-101844824/

 

 

Bellocchio: “Sono un intellettuale privato, che bello non contare niente”

Antonio Gnoli

 

Critico letterario e scrittore, una passione mai sopita per editoria e politica, racconta come ha aperto e chiuso due storiche riviste e a 83 anni crede ancora che nella vita bisogna “limitare il disonore”

 

01 DICEMBRE 2014

 

IL TASSISTA che dalla stazione di Piacenza mi porta al Circolo dell’Unione  –  un luogo sobrio e fuori dal tempo dove si mangia, si leggono i giornali, si gioca a carte, e dove ad attendermi c’è Piergiorgio Bellocchio  –  dice che è per Matteo Salvini. Dice che non vuole più i “negri dentro casa”. Dice che ora che è morta la vecchia madre vorrebbe trasferirsi a Santo Domingo, dove c’è “tanta gnocca e la vita è meno cara di qui”. Dice che non può farlo. Per colpa della Fornero non potrà andare in pensione. Aggiunge parole irriferibili. Un fiume in piena: di stracci ideologici, di pregiudizi a buon mercato, di risentimento profondo, di protesta che nasce da un dissesto lontano e mai sanato: “Quella voce non è rappresentativa della città. Ma ci avverte che qualcosa di irrecuperabile è avvenuta nelle fratture che attraversano la società”, osserva Bellocchio. Sono andato a trovarlo perché come intellettuale e scrittore è un’eccezione. Un provinciale dallo sguardo lungo. Coerente. Appartato. Un moralista senza moralismi. Senza paraocchi.

 

L’avvocato Bellocchio che figura tra i fondatori del Circolo?

“Era mio padre. Se avessi chiesto l’ammissione al Circolo quarant’anni fa (ma non ne avevo la minima intenzione) sarei stato sicuramente respinto, come traditore della mia classe. Ora prendono tutti, purché paghino la quota. Preferisco quella vecchia borghesia, che sapeva distinguere. Oggi non esiste più”.

Com’è la vita a Piacenza per uno come lei?

“Quella di un ultraottantenne che, oltre alla naturali offese all’età, patisce quelle supplementari dell’amministrazione e dei servizi. Chi è più in grado di decifrare una bolletta del gas, telefonica, un bilancio condominiale, una tassa? Io non ho la forza di provarci, e la cosa mi avvilisce e mi nausea. Numeri, sigle, formule misteriose. Non riesco neanche più a leggere i giornali, vedere la televisione, andare al cinema. Bombardati dalla pubblicità. Assediati telefonicamente da offerte che si spacciano per convenienti. Il libero mercato ha scatenato il nostro peggio. Rimpiango i monopoli”.

Com’erano i rapporti con suo padre?

“È morto che avevo 24 anni. Fu una relazione ovviamente conflittuale. A cominciare dalle delusioni scolastiche”.

La immaginavo uno studente modello.

“Tutt’altro. Un liceo classico tirato via. L’insofferenza per il ron ron scolastico e il conformismo culturale. Il desiderio di scrivere e fare altre letture”.

Scrivere cosa?

“Pensavo di fare il giornalista. Anzi, all’inizio, vista una mia predisposizione al disegno, avrei fatto volentieri il vignettista”.

E invece?

“La mia passione giornalistica, nonché editoriale, mi ha portato a optare per l’autogestione (sia nel caso di Quaderni piacentini che di Diario): che è poi ciò di cui vado più orgoglioso”.

Cominciamo dai Quaderni. Come avvenne la loro nascita?

“Farei un piccolo passo indietro. Con alcuni amici avevamo dato vita a un circolo per dibattere argomenti di politica e di cultura. Riuscimmo a invitare personaggi come Danilo Dolci, Paolo Grassi, Carlo Bo, Ernesto De Martino, Franco Fortini”.

Soprattutto Fortini fu importante per i Quaderni.

“Con lui il rapporto fu decisivo e difficile. Era inviso al potere politico e culturale: ai miei occhi, un valore. Mi piaceva la sua capacità di dare una versione del marxismo meno scontata e ortodossa”.

Più Brecht che Lenin.

“Una volta  –  cinquant’anni fa  –  mi chiese cosa preferissi di Brecht. L’opera da tre soldi, risposi. Si vede che non sei marxista, replicò. Santa Giovanna dei macelli è il suo miglior testo, aggiunse con enfasi. In fondo la mia incapacità di essere marxista fino in fondo equivaleva per lui a un brutto voto”.

E per lei?

“Un po’ anche per me, allora. Ma non mi sono mai vietato frequentazioni sospette. E presto ho capito che proprio in questa indisciplina stava la mia salvezza”

.L’anno prima dei Quaderni Piacentini, ossia nel 1961, uscì a Torino Quaderni rossi, la rivista fondata da Raniero Panzieri. Fu un modo di rispondere a certe ipotesi nate nel seno della sinistra?

“La sinistra, soprattutto comunista, aveva subito due grosse crisi: la sconfitta del 1948 e il trauma del 1956. Ma tra noi e i Quaderni rossi la distanza era notevole. Loro avevano messo al centro la fabbrica. Noi, la società, gli individui, la vita, le idee”.

 

Ha conosciuto Panzieri?

“Ho fatto in tempo a incontrarlo prima che morisse nel 1964. Un uomo di qualità politiche del tutto singolari. Niente a che fare con i partiti. Aveva lavorato in Einaudi. Ne uscì nel 1963 in maniera traumatica. Di fatto venne buttato fuori”.

 

Perché?

“Panzieri aveva commissionato a Goffredo Fofi un libro inchiesta su cosa era l’immigrazione meridionale a Torino. Il libro fu letto e cassato da gran parte dei responsabili e consulenti della casa editrice. Fu uno scontro aspro. Panzieri ci rimise il posto. Renato Solmi, per solidarietà, si dimise a sua volta”.

 

Ma Einaudi non era una casa editrice di sinistra?

Non era totalmente infeudata al Pci. C’era una parte liberal-azionista che pesava: Bobbio, Mila, Venturi ecc. Ma quella inchiesta era un pugno sferrato in pieno volto alla città di Torino, dominata dalla Fiat. E poi, diciamo la verità, Giulio Einaudi  –  che considero un grande editore capace di circondarsi di collaboratori straordinari  –  non aveva una vera autonomia finanziaria. Dipendeva dalle banche (Raffaele Mattioli), dal Pci, da Giovanni Pirelli. Non aveva i soldi di Feltrinelli, da cui in seguito il libro di Fofi uscì”.

 

Chi l’ha affiancata nel lavoro redazionale fu Grazia Cherchi. Che ricordo ne ha conservato?

“Il lavoro organizzativo toccava a me. Ma nei rapporti con i collaboratori il suo contributo fu straordinario. Sapeva stimolare e blandire. È merito suo se la rivista è durata così a lungo. Grazia aveva un’intelligenza affettiva. Si rivelò poi molto adatta al lavoro che andò a svolgere in varie case editrici”.

 

Quaderni Piacentini chiuse nel 1984. Qualcuno disse che la rivista morì in buona salute

.“La gestione autonoma finì nel 1980. Eravamo passati da 12 mila copie, nel 1968, a circa 5 mila. Che era ancora un bel capitale. Ma era venuta meno la funzione “agitatoria” e cresciuta la quota di accademia: ottima, ma pur sempre accademia”.

 

Colpivano le prime parole del primo numero: “Limitare il disonore”. Cosa volevano dire?

“Prendere atto di una sconfitta storica e inappellabile, senza passare dall’altra parte”.

 

L’anno dopo, nel 1985, con Alfonso Berardinelli, dà vita a Diario.

“Dura meno di un decennio. Con Alfonso immaginammo una rivista che colpisse valori e luoghi comuni della

 

Fu, come la chiamaste, un'”opera a puntate” (nel 2010 ripubblicata integralmente in edizione anastatica da Quodlibet).

“Giornalismo inattuale. Per otto anni fu un esperimento sia letterario in forme raramente praticate sia editoriale, fuori dalle convenzioni e dai pregiudizi degli editori. Proponemmo autori  –  come Kierkegaard e Leopardi, Herzen e Thoreau, Weil e Orwell  –  da leggere senza cautele interpretative. Non avemmo l’approvazione di molti dei vecchi compagni, a cominciare da Fortini e Cases. Solidali invece Renato Solmi, Timpanaro, Jervis, Edoarda Masi, Luca Baranelli e altri. Fu una confortante sorpresa la sintonia di Carlo Ginzburg e Cesare Garboli”.

 

Da quale educazione proviene?

“Blandamente cattolica. Le prime simpatie politiche a 16 anni per il Pci. Ma venendo dall’Azione cattolica non avevo nessuna voglia di entrare in un’altra chiesa”.

 

Su quali letture si è formato?

“Molta narrativa otto-novecentesca. La letteratura può essere una infatuazione, un lusso inutile. Ma anche un insuperabile strumento di conoscenza sociale e storica. Un libro che mi sconvolse fu Lettere di condannati a morte della Resistenza , lo lessi nel 1952. La mia fedeltà politica ha la sua origine in quelle storie tragiche di partigiani fucilati. Finita la guerra non sapevo niente di ciò che era accaduto”.

 

C’era stato il processo di Norimberga nel 1946.

“È vero. Mancavano tuttavia le proporzioni dell’accaduto. Le dimensioni della persecuzione contro gli ebrei erano insospettabili. Non è un caso che Primo Levi non trovasse un editore. Einaudi rifiutò Se questo è un uomo , uno dei libri capitali della cultura del ‘900. Solo dopo che fu pubblicato da De Silva, Einaudi ci ripensò. Un altro libro che mi ha formato è stato Minima moralia del 1954″.

 

A tradurlo fu Renato Solmi, uno degli uomini più intelligenti e tormentati

“Secondo me un genio purtroppo anche nel rigore con cui si è autorepresso. A lui dobbiamo il più bel testo che sia uscito su Quaderni piacentini: un saggio di quasi cento pagine dedicato alla Nuova sinistra americana. Uscì nel 1965. Solmi seguì gli sviluppi di una sinistra le cui radici non erano comuniste ma radical”.

 

Un altro suo obiettivo polemico fu il “Gruppo 63”. Anche lì c’erano delle belle intelligenze.

“A me non piacque l’autopromozione del gruppo. Occuparono la Feltrinelli, cacciarono Bassani. E pure Fortini. Dopo Poesia ed errore e il bellissimo Dieci inverni, fu costretto a bussare altrove”.

 

Torniamo alla sua famiglia.

“Era numerosa. Eravamo otto figli. Io ero il terzo. Marco, nato nel 1939, l’ultimo”

 

Marco regista. L’esordio, con I pugni in tasca, fu folgorante.

“Sì, fu incredibile. Mi fece leggere la sceneggiatura e gli dissi che era pessima. Ma quando vidi le prime scene del girato, restai sbalordito. Era un film bellissimo”

 

I pugni in tasca che uscì nel 1965 era un atto di accusa contro la famiglia borghese, le sue nevrosi, le sue malattie. Bellocchio sembrò prendere a modello la propria. Come reagiste?

“Come crede che reagimmo? Mia madre e mia sorella non lo accettarono volentieri. Perfino io ho avvertito qualche disagio. Poi, col tempo, ho capito che i film di Marco sono sempre un po’ imbarazzanti”.

In che senso?

“Si ha spesso l’impressione di sentirsi coinvolti, additati, messi sotto una lente di ingrandimento. È la sua maniera di agire liberamente anche di fronte al proprio privato. Ma le sue scelte nascono da un’onestà assoluta e da una coerenza che mi piace”.

Ancora una volta tentare di “limitare il disonore”?

“Ma sì. Guardarsi dal diventar delle puttane”.

Ce ne sono molte in giro?

“Una quantità industriale”.

Che genere di intellettuale ritiene di essere stato?

“Non lo chieda a me. Comunque ormai da tempo sono un intellettuale quasi totalmente privato. Non ho un editore ormai da vent’anni. Non scrivo su nessun giornale. Finito Diario nel ’93, non ho smesso di scribacchiare noterelle, appunti, e, quando capita, appiccicare ritagli di giornali  –  minimi documenti di quotidiano orrore e squallore  –  intercalati con riproduzioni di immagini di un passato che visto da oggi sembra migliore”.

 

Più vicino a Montaigne che a Marx?

“Di Marx mi restano soprattutto il materialismo e il moralismo nel vedere che i conflitti sociali sono dovunque e forse politicamente insuperabili. Tra le mie letture degli anni Sessanta ci furono La Rochefoucauld, La Bruyère, Chamfort. Sì, i moralisti francesi sono stati un modello”.

 

E Karl Kraus?

“L’ho letto più tardi. Non appartiene alla mia formazione. Semmai Adorno e Horkheimer. Mi chiedo cosa ne capissi allora. È un mistero. Evidentemente quando sei digiuno e affamato assimili anche quello che non capisci o che capisci a modo tuo”.

 

Chi è un maestro?

“È chi sa trasmettere qualcosa e sa dare anche l’esempio”.

 

I tempi che viviamo sono anni di finis sinistrae. Che giudizio ne dà?

“Quella sinistra che abbiamo conosciuto è finita e forse non è un male”.

 

Non è troppo orgoglioso e sprezzante?

“Perché? Dopotutto a pochi è concesso il privilegio di “non contare niente””.

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