+++ Mirko Mussetti, Usa- Russia – Ucraina .. LIMES ONLINE 27 GENNAIO 2022  + Fëdor Luk’janov, Limes, 9 dicembre 2021

 

 

LIMES ONLINE DEL 27 GENNAIO 2022 

https://www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-27-gennaio-diplomazia-usa-russia-nato-ucraina-blinken-wang-cina-germania-egitto/126514

 

La risposta degli Usa, le armi all’Egitto e altre notizie interessanti

Carta di Laura Canali - 2019

Carta di Laura Canali – 2019

 27/01/2022

La rassegna geopolitica del 27 gennaio.

analisi di Mirko Mussetti, Niccolò Locatelli

SCONTRO USA-RUSSIA, SCONTRO USA-CINA, GERMANIA, UCRAINA, EGITTO

LA RISPOSTA DEGLI STATI UNITI

 

di Mirko Mussetti

L’ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca John Sullivan ha consegnato nelle mani del viceministro degli Esteri della Federazione Russa Alexander Grushko la risposta scritta di Washington alle proposte russe per le garanzie di sicurezza.

 

Il «documento negoziale non formale» è stato «pienamente coordinato» con l’Ucraina e gli alleati europei, parola del segretario di Stato Usa Antony Blinken.

 

Perché conta: La risposta non protocollare di “chiusura-apertura” di Washington giunge a distanza di oltre un mese dalle richieste formali di Mosca (17 dicembre 2021). Segno questo di una duplice esigenza di guadagnare tempo sul piano del soft e dell’hard power.

Primo (soft power), la ricerca di una formula consona in grado di salvare capre e cavoli di fronte alle brame del lupo – o meglio dell’Orso – russo richiede ingegno e pazienza. Le divergenze interne alla Nato sono evidenti, così come i timori di Kiev di essere abbandonata al proprio destino. Alle misure forti invocate dai “falchi” baltici (Polonia e Lituania) e anglosassoni (Regno Unito e Canada) si contrappone il generico desiderio di evitare guai delle “colombe” della retroguardia continentale (Francia, Germania, Italia, Spagna).

O addirittura il rifiuto manifesto di intervenire a difesa di un paese «corrotto» non membro dell’Alleanza Atlantica, come quello espresso dalla Croazia. Ecco perché la risposta statunitense prevede di non rinunciare (chiusura) alla politica euroatlantica delle “porte aperte” per rassicurare i partner esterni Ucraina e Georgia, ma propone altresì di continuare i negoziati con Mosca (apertura) per rincuorare diplomaticamente le cancellerie meno assertive.

Secondo (hard power), l’esposizione militare pressoché assoluta dell’Ucraina (accerchiamento bellico), la sottodimensionata presenza di truppe americane nei paesi B9 (fronte est della Nato), le lunghe linee logistiche intercontinentali e il sorgere di nuove minacce in altre regioni del mondo richiedono un riassetto che non può essere repentino. Soprattutto in considerazione dell’enorme ammontare di truppe e mezzi russi in fase di dispiegamento nei distretti più occidentali della Federazione e, soprattutto, in Bielorussia. Il dipartimento di Stato Usa ha addirittura proposto a Mosca l’ispezione delle basi Nato di Redzikowo (Polonia) e Deveselu (Romania), affinché si accerti del carattere puramente difensivo dello scudo missilistico a stelle e strisce. Subappaltare ai satelliti europei (Polonia e Romania in primis) la difesa dell’appendice occidentale del Vecchio Continente, rifornendo al contempo l’Ucraina di armi moderne per l’autodifesa, pare essere l’unica via realizzabile e dagli oneri contenuti per la superpotenza. Ecco perché la risposta statunitense non è formale: se fosse ammantata di carattere definitivo e insindacabile, il rivale russo sarebbe spronato a intervenire militarmente prima che Washington riesca ad approntare adeguate contromisure belliche.

Nelle ultime settimane, la diplomazia moscovita ha mostrato una certa insofferenza verso l’approccio traccheggiante dell’Occidente. Ma il continuo rinvio di una risposta chiara e netta da parte della Casa Bianca ha concesso al Cremlino un vantaggio enorme. Con tutti gli occhi occidentali puntati sull’Ucraina, la Russia di Vladimir Putin sta letteralmente occupando la Russia Bianca di Aljaksandr Lukašėnka. Con il benestare di quest’ultimo e nella solida cornice dell’Unione statale, i russi potrebbero anche decidere di non andarsene più.

 

 

 

Per approfondire:

LIMES ONLINE  9 DICEMBRE 2021

https://www.limesonline.com/cartaceo/non-tutti-i-paesi-possono-aderire-al-patto-atlantico

 

 

 

NON TUTTI I PAESI POSSONO ADERIRE AL PATTO ATLANTICO

 

Carta di Laura Canali - 2020

Carta di Laura Canali – 2020

 

 9/12/2021

Aveva torto Obama quando declassava la Russia a potenza regionale. Ma aveva anche ragione. Quando l’Eurasia sostituirà l’Europa, Mosca sarà pronta? La responsabilità per il conflitto in Ucraina è tutta della Nato. È tempo di fermare la sua espansione.

 

di Fëdor Luk’janov

Pubblicato in: CCCP, UN PASSATO CHE NON PASSA – n°11 – 2021

 

 

Limes 11/2021 - Cccp, Un Passato Che Non Passa - Aa.Vv. | Libro L'espresso (Gruppo Editoriale) 12/2021 - HOEPLI.it

 

 

1. Nel marzo 2014, una settimana dopo che la Crimea venne ufficialmente proclamata parte della Russia, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama dichiarò che Mosca aveva dato prova di debolezza. Come sostenne al summit sulla sicurezza nucleare dell’Aia, a suo parere la Russia non era che una potenza regionale.

«La Russia è una potenza regionale che minaccia alcuni dei suoi vicini immediati non a causa della sua forza, ma della sua debolezza», disse il presidente statunitense. Washington esercita un’influenza sui propri vicini, aggiunse, ma «in generale non ha bisogno di invaderli per avere uno stretto rapporto di collaborazione con essi». A fini di persuasione Obama affermò anche che le azioni della Russia «non rappresentano la minaccia numero uno per gli Stati Uniti. Resto più preoccupato di un’eventuale esplosione nucleare a Manhattan».

Questa affermazione ebbe un’eco vasta e piuttosto eterogenea. Negli Stati Uniti molti rimproverarono Obama di non cogliere la reale situazione strategica e l’importanza del fattore della forza, o di fingere di non comprendere questi aspetti. In Russia la reazione principale fu l’offesa: come osa degradare una superpotenza atomica allo status di potenza regionale? E soprattutto come osa farlo ora, dopo che essa ha compiuto un passo decisivo, a dimostrazione della sua capacità di agire? Sarà per questo motivo che Obama, a dispetto della sua popolarità nel mondo, in Russia è uno dei presidenti statunitensi meno amati e rispettati. In ogni caso, Obama toccò in quell’occasione un nervo scoperto.

Potremmo sintetizzare così il Leitmotiv della politica estera russa degli ultimi venti-venticinque anni, ovvero da quando la Federazione Russa è divenuta un soggetto internazionale: Mosca intende tornare a essere uno degli attori più significativi nello scenario geopolitico.

Per quanto strano possa sembrare, l’obiettivo non è cambiato nel corso dell’intero periodo, sebbene la Russia e i suoi leader abbiano incarnato fenomeni diversi nel tempo. La Russia del 1995, quelle del 2005 e del 2015, ad esempio, sono paesi quasi completamente diversi l’uno dall’altro e anche i princìpi cui si attenevano i suoi leader si differenziano profondamente.

Non solo El’cin fu diverso da Putin, ma anche il Putin della metà degli anni Duemila si distingue dal Putin della metà degli anni Dieci. Tutte queste differenze non vanno però a intaccare un fatto: sono cambiate le idee in merito ai mezzi atti a raggiungere l’obiettivo, ma non quest’ultimo.

El’cin riteneva che il posto che la Russia meritava di occupare nell’arena internazionale poteva essere riconquistato collaborando con i paesi leader a livello mondiale e partecipando attivamente alle organizzazioni internazionali più importanti.

Putin all’inizio della sua presidenza continuò energicamente a portare avanti l’approccio del suo predecessore, ma si rese conto che i partner occidentali non erano interessati a un ritorno della Russia al rango di grande potenza.

Fu proprio Putin a formulare in maniera estremamente concreta la questione del ripristino dello status del paese come obiettivo principale della Russia. E lo fece fin dall’inizio. Il suo articolo «La Russia a cavallo dei millenni», pubblicato il giorno prima di divenire presidente ad interim il 31 dicembre 1999, si concludeva così: «Forse per la prima volta in 200-300 anni (la Russia) si trova faccia a faccia con il rischio reale di ritrovarsi nel secondo, se non nel terzo compartimento degli Stati del mondo. Perché questo non accada, è necessario un enorme sforzo di tutte le forze intellettuali, fisiche e morali della nazione. Occorre un lavoro costruttivo e coordinato. Nessuno lo farà per noi al posto nostro».

 

La politica estera russa tra il 2007 e il 2015 rappresenta uno slancio verso la realizzazione dell’obiettivo formulato da Putin, dopo che la strada della collaborazione internazionale fu riconosciuta come un vicolo cieco. Questa politica raccoglie giudizi diversi, ma nessuno mette in dubbio il fatto che la Russia sia tornata tra i paesi che esercitano maggiore influenza nel mondo.

A testimoniarlo non è l’Ucraina del 2014, ma la Siria del 2015:

per la prima volta dai tempi dell’Urss, Mosca si è trasformata in un attore chiave di un conflitto non regionale o postsovietico ma globale, al quale prendevano parte tutte le principali potenze mondiali. Si può dire che in quel momento l’obbligo che Putin si era assunto nel 1999 fu rispettato. Ciò ha determinato l’apertura di una nuova agenda geopolitica, se possibile ancora più complessa.

 

Carta di Laura Canali - 2008Carta di Laura Canali – 2008

 

2. Torniamo però alla dichiarazione di Obama in merito alla Russia come potenza regionale. In un certo senso, il presidente statunitense aveva ragione, sebbene intendesse dire tutt’altro. Obama voleva ridimensionare il peso di Mosca, mentre non ha fatto altro che sottolineare il giusto criterio che ora determina l’influenza di un paese sullo scenario internazionale. L’epoca delle superpotenze si avvia alla conclusione e non perché gli Stati Uniti o la Cina si stiano indebolendo, ma a causa del cambiamento della struttura della politica e dell’economia mondiali.

Queste sono sempre più diversificate, meno universali; il livello regionale è ora determinante.

 

In questo senso, affermare che lo status della Russia sia quello di potenza regionale significa sottolineare il suo peso, tanto più che, in virtù di una serie di parametri oggettivi, Mosca possiede anche diversi strumenti di influenza globale (il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, armi atomiche, un potenziale militare significativo, enormi risorse naturali).

Va considerato poi in quale specifica regione si trova la Russia in qualità di grande potenza: l’Eurasia, regione che storicamente ha determinato l’andamento della geopolitica globale e che lo farà ancor di più nei prossimi decenni, man mano che il baricentro geopolitico si sposterà dall’Europa all’Asia. Pertanto, lo status di potenza regionale non è affatto umiliante per la Russia, quanto vantaggioso e comodo. Una questione che tuttavia sorge ora e che è di vitale importanza per la stabilità regionale nei prossimi anni è se la Russia verrà confermata come potenza regionale e se sarà riconosciuta tale dagli attori principali, in primo luogo da quelli occidentali. Il tema è direttamente connesso agli esiti del trentennio passato dal collasso dell’Unione Sovietica.

 

L’autunno 2021 (vigilia dell’anniversario della scomparsa dell’Urss) è stato accompagnato dalla crescente preoccupazione circa la stabilità dell’Europa orientale. Teatro dello scontro fra Russia e Ucraina, ma anche della contrapposizione tra Bielorussia e Polonia. Se quest’ultimo dipende direttamente, per molti aspetti, dal leader bielorusso, il primo è di natura strutturale. La situazione dei rapporti russo-ucraini (o piuttosto russo-statunitensi in riferimento alla questione ucraina) può rappresentare un momento storico rilevante nel percorso europeo successivo alla guerra fredda. Sulla base di quella crisi si discuterà della preservazione o cancellazione delle fondamenta su cui si è costruita la geopolitica in Europa dopo la riunificazione tedesca, vero punto di partenza perché proprio con la decisione della Germania unita di aderire alla Nato iniziò lo smantellamento concreto del precedente sistema di sicurezza europeo. Ora non ha più senso domandarsi se fossero possibili alternative.

 

La cosa importante è che il postulato relativo al diritto di qualsiasi paese di scegliere di aderire a un’alleanza politico-militare (o più chiaramente, di scegliere come provvedere alla propria sicurezza), sancito dalla Carta di Parigi per una nuova Europa, è divenuto da allora fondamentale.

Dietro alle parole della Carta si celava però della malizia: a partire dal 1991 è possibile scegliere di aderire unicamente al Patto Atlantico, giacché altre alleanze in Europa non ce ne sono più. L’Unione Sovietica, che acconsentì all’adesione alla Nato della Germania unita, con ciò di fatto impostò i futuri sviluppi della sicurezza europea. Per quanto la Russia se ne sia successivamente lamentata, la risposta era sempre la stessa: siete stati pur voi a consentirlo!

 

Che la stessa Nato sia caduta nella trappola è divenuto chiaro molto più tardi.

L’ampliamento automatico e, come si riteneva, privo di problemi del Patto Atlantico fu un’impresa geopolitico-ideologica, mentre l’aspetto militare giocava un ruolo secondario. Questo vale sia per l’apporto concreto dei nuovi paesi membri alla prontezza operativa del blocco, per la solerzia con cui l’Alleanza intende mettere eventualmente in pratica l’articolo 5, ovvero la mutua difesa fra tutti i membri. A livello formale la cosa è riconosciuta, ma è difficile che Washington o le altre capitali europee occidentali abbiano mai inteso entrare in guerra con la Russia per difendere la Lettonia o la Slovacchia. Non è mai stato considerato uno scenario probabile. Da un lato, si ventilavano vaghe idee sulla possibile adesione della Russia a una qualche struttura comune di sicurezza. Come dovesse configurarsi nella pratica questa eventuale struttura non se lo immaginava nessuno; era tutto limitato ad astratte riflessioni, mentre sullo sfondo la Nato accoglieva sempre nuovi membri.

 

La Federazione Russa nel suo primo decennio di esistenza era così dipendente dai partner stranieri da convincere chiunque che, se anche una qualche minaccia fosse mai sorta, si sarebbe potuta alleviare con metodi pacifici. Il ripristino dell’autosufficienza del paese avrebbe richiesto tempo.

 

Dati i presupposti, qualsiasi tentativo russo di concordare delle garanzie giuridiche in materia di sicurezza era limitato a priori nella sua riuscita. La Russia poteva protestare, domandare, ma qualsiasi sua proposta – schietta o meno che fosse – presupponeva un confronto alla pari, che l’Alleanza Atlantica, abituata a far valere soltanto le proprie ragioni, non era disposta a intraprendere. Viceversa, per la Russia l’atteggiamento della Nato era inaccettabile.

 

Il Patto Atlantico può considerare o meno gli interessi degli altri, ma non li porrà mai sullo stesso piano dei propri. Tra gli anni Novanta e gli anni Dieci del nuovo millennio, risuonava come un mantra l’assunto che nessuno poteva avere diritto di veto sulle relazioni della Nato con gli aspiranti membri. Di fatto, naturalmente, la regola aveva anche delle eccezioni. Si prenda il summit di Bucarest dell’Alleanza Atlantica Nato tenutosi nel 2008: allora Germania e Francia respinsero la pressione degli Stati Uniti in favore dell’approvazione del Membership Action Plan (Map) per Georgia e Ucraina, in quanto temevano ritorsioni da parte di Mosca; fu raggiunto un compromesso, che spinse però la situazione in un vicolo cielo, giacché il Map per quei due paesi non passò, ma nel documento finale si dichiarò che un giorno essi avrebbero fatto parte dell’Alleanza. È scritto in maniera chiara e senza alcuna riserva. A livello diplomatico al Cremlino venne assicurato che si trattava di una semplice dichiarazione: nessuno avrebbe accettato l’adesione di questi due paesi, era una pura formalità, comprendevano la situazione e via dicendo. Tuttavia, quest’ambiguità di fondo riconosciuta quasi in maniera ufficiale infangò le relazioni politico-militari e diplomatiche, cancellando le basi della fiducia. Il tutto si aggravò ulteriormente a causa dell’esistenza stessa dell’Unione Europea, un’organizzazione apparentemente slegata dalla Nato, ma che di fatto si presenta come una cornice di Stati d’assetto euroatlantico comprendente pressoché gli stessi membri dell’Alleanza. Il confronto con la Russia, acuitosi nel 2014 in seguito a Jevromajdan, ha livellato in maniera definitiva i confini geopolitici tra le due strutture europee. Almeno per Mosca essi sono scomparsi del tutto.

 

Carta di Laura Canali - 2021Carta di Laura Canali – 2021

 

La situazione, sempre più intricata e nebulosa si complica ora a causa di dinamiche interne alla maggioranza degli Stati europei, agli Stati Uniti, alla Russia, all’Ucraina e ad altri paesi della periferia orientale europea. Queste dinamiche sono capaci di annullare i calcoli strategici di chi dall’alto crede di giocare nella maniera più abile, anche quando è convinto di reagire tuttalpiù alle mosse dell’avversario. A rendere la situazione pericolosa è la mancanza di comprensione reciproca riguardo a ciò che sta accadendo.

A trent’anni dall’inizio di questa nuova epoca, a Mosca è chiaro che continuare a basarsi su non detti e ammiccamenti si fa sempre meno efficace e provoca solo un peggioramento della crisi. Quando Vladimir Putin nel suo discorso al ministero degli Esteri nel novembre 2021 ha chiesto di elaborare assieme agli interlocutori occidentali un sistema duraturo nel tempo che garantisca sicurezza alla Russia, non si trattava dell’ennesima esortazione nello stile degli anni Duemila.

Occorre oggi parlare concretamente di una cancellazione del principio di adesione libera degli Stati all’alleanza di loro scelta. Per la geopolitica tradizionale basata sull’equilibrio di forze, questo principio è privo di senso, sebbene negli ultimi decenni lo ritengano tutti un assioma. Questo approccio ha esaurito le sue possibilità. Tuttavia, sembra che costruire una nuova cornice attraverso negoziati politico-diplomatici sia impossibile.

3. Siamo giunti politicamente al limite e ora la polemica (ormai datata) sull’ampliamento della Nato va in qualche maniera risolta: o si conferma l’inappellabilità del diritto dell’Alleanza a espandersi (finora e in futuro) o al contrario si riconosce che la logica per cui tutti gli Stati hanno diritto a aderire a un’alleanza (logica su cui si basa l’idea dell’ampliamento della Nato dal 1991) non sia più valida. Quest’ultima opzione determinerebbe una svolta radicale, ma in entrambi i casi i rischi sono molti. Progetti di possibili organi cosmetici che imitino le interazioni tra Russia e Nato sono falliti da tempo. Il confronto paramilitare si è rinnovato e il Patto Atlantico deve ottemperare alle sue promesse. Tuttavia, in primo luogo, i paesi membri sono, per usare un eufemismo, ben poco propensi a intervenire in missioni rischiose. In secondo luogo, difendere una serie di paesi entrati nella Nato negli anni Novanta-Duemila (come le repubbliche baltiche) è complesso da un punto di vista militare.

In terzo luogo, il grado di divergenza di vedute all’interno della stessa alleanza è incomparabile rispetto a un tempo.

Il problema, in precedenza espressamente teorico, delle garanzie di mutua difesa offerte ai nuovi membri può oggi divenire concreto, sebbene sia difficile immaginarsi nella realtà quei terribili scenari di cui parlano i più «giovani» nell’Alleanza (ad esempio, l’idea che Putin intenda mettere alla prova la Nato attaccando i paesi baltici o la Polonia). Pare che a Mosca ci sia più rispetto per l’Alleanza che non a Riga e a Tallinn e che qui non si nutrano dubbi sul fatto che essa manterrà i suoi impegni.

Quando però la questione interessa paesi che non sono parte della Nato, ma che si comportano come se a momenti lo fossero, il rischio di scontro aumenta. Il problema che ha portato alla guerra russo-georgiana del 2008 può ripresentarsi.

L’assenza di garanzie formali da parte della Nato, unita alla ventilazione di un supporto formale a livello politico-ideologico e in parte militare a questi paesi non ancora membri, crea un’indefinita «zona grigia». Quando Putin chiede ai propri diplomatici di mantenere viva una certa «tensione» nei confronti dell’Occidente, ricorda loro una cosa sempre valida: che ogni disattenzione in queste «zone grigie» può determinare gravi conseguenze. È un avvertimento che la superficialità strategica, l’indifferenza alle «linee rosse» dichiarate da Mosca può andare a finire male.

L’acuirsi della situazione in Europa orientale è un segnale del fatto che il principio alla base dello spazio di sicurezza stabilito trent’anni fa non funziona più.

L’ampliamento della Nato ha disegnato il paesaggio geopolitico-militare in cui viviamo adesso. Conservare questo assetto può determinare escalation militari, mentre rigettarlo richiede una radicale revisione del sistema delle «linee rosse». Ad esempio, si può considerare di tornare al concetto di «finlandizzazione» dell’epoca della guerra fredda, finita la quale è passato a essere percepito in maniera critica; ma ogni cosa cambia nel tempo.

 

 

Carta di Laura Canali - 2020Carta di Laura Canali – 2020

 

 

A distanza di trent’anni, la questione della struttura regionale dell’Europa è ancora aperta, sebbene ora lo sia in maniera diversa. Di per sé l’Europa è diventata una periferia strategica: non possiede una volontà politica unica ed è sempre più ripiegata su sé stessa.

La Russia è storicamente e culturalmente legata all’Europa e non è possibile troncare questo legame. Allo stesso tempo, però, il ruolo della Russia sullo scenario internazionale dipende in minima parte dalle sue relazioni con l’Europa, giacché gli eventi fondamentali a livello globale si terranno a sud e a est dei confini russi. C’è un paradosso nel fatto che mentre la Russia chiuderà il capitolo legato agli esiti della guerra fredda e al collasso dell’Urss, questo tema continuerà a distrarla da altre questioni più importanti. Per raggiungere nuovi accordi sulla sicurezza europea, la Russia dovrà usare le proprie abilità non in Europa, ma a livello mondiale. Se non lo farà, è impossibile immaginare che gli interlocutori occidentali rivedano la «sacralità» delle regole del modello del biennio 1990-91. Una volta raggiunti gli obiettivi posti a cavallo dei millenni, la Russia non ha ancora risolto la questione del suo status nel futuro assetto globale e dovrà farlo nei prossimi anni. È questo l’esito bizzarro dei trent’anni trascorsi dal crollo dell’Unione Sovietica.

 (traduzione di Martina Napolitano)

Pubblicato in: CCCP, UN PASSATO CHE NON PASSA – n°11 – 2021

ARTICOLINATO, RUSSIA, SCONTRO USA-RUSSIA, UCRAINA

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