ROLAND TOPOR E PINOCCHIO —

 

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ROLAND TOPOR CON LA FIGLIA

 

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FOTO DA : https://www.bizzarrobazar.com/2010/05/22/roland-topor/

 

Roland Topor, che nasce a Parigi nel 1938 da genitori polacchi  e muore nel 1997, sfugge in ogni caso a definizioni settorializzanti. Romanziere di buon successo (un suo racconto, La locataire chimérique, fu tradotto in film, L’inquilino del terzo piano, da Roman Polanski), pittore, disegnatore, animatore (preparò i disegni per il cartone animato di René Laloux Le planète sauvage).

 

PINOCCHIO blog su un meraviglioso burattino: PINOCCHIO illustrato da Roland  Topor
IL SERPENTE
https://pinocchio-e-pinocchiate.blogspot.com/

 

Nell’opera solitaria di Roland Topor si trovano affinità con i grandi movimenti artistici del novecento (Dada, la metafisica, Fluxus, la Pop Art…) naturalmente miscelati con una raffinata conoscenza dei grandi illustratori dell’ottocento e conditi con una punta (più che una punta) di umorismo nero. Probabilmente si potrebbe continuare e varrebbe senz’altro la pena citare alcuni dei suoi libri per l’infanzia inquieti ma, allo stesso tempo, gonfi di poesia: Un bambino solo, ad esempio, con la favola del bimbo che vede la sua immagine e ne crea un alter egocompagno di giochi.

 


PINTEREST

 

A Pinocchio Topor giunge nei primi anni ‘70, auspice Giorgio Soavi che gli commissiona la strenna Olivetti per il 1972. Tra Pinocchio e Roland si instaura immediatamente un rapporto che va ben oltre quello che usualmente intercorre tra ‘illustratore’ e ‘illustrato’.

 

 

Topor, a domanda precisa, ebbe infatti a dichiarare: “Io l’adoro questo burattino. È l’unico personaggio letterario moderno, attuale, vero, con le sue curiosità, le sue viltà. E poi quel naso non le sembra un pene, il simbolo della crisi del maschio?

 

Illustration pour Pinocchio, Roland Topor, 1995 - Expositi… | Flickr

FLICKR

 

Lo guardi quel Pinocchio con quell’aria dimessa e arresa e quel gran naso floscio, in ammirazione della Fatina”.

 

 

Come traspare anche troppo evidentemente dalle sue parole Topor vede Pinocchio in chiave violentemente simbolica e scava all’interno della storia con matita chirurgicamente impietosa.

 

 

Pinocchio sale a simbolo esemplare della personalità dell’artista che legge e svela, sub specie populi, la propria vicenda interiore: il suo amore-odio per il sesso, i suoi complessi edipici mai spenti (Pinocchio che abbraccia le ginocchia della Fatina, ora più che mai donna, forse madre, sicuramente amante), i timori ancestrali mai completamente sopiti (il Serpente).

 

 

L’operazione-Pinocchio, vero e proprio viaggio all’interno della simbologia latente in Collodi, Topor lo compie tutto incidendo il foglio con il suo tratteggio meticolosamente ‘ottocentesco’ e la sua particolare vena triste e corrosiva.

 

 

E la conclusione, certo inevitabile, è la discesa del burattino in quell’inferno agognato e temuto dall’artista che è il ventre materno. Il Pesce-cane-grembo restituirà un Pinocchio-Topor nuovo, non sappiamo quanto ‘ragazzo perbene’, certo più consapevole e smagato, che cercherà di stemperare ogni conflitto nella sfera dell’inconscio.

 

 

Un inconscio che Roland aveva esorcizzato ogni giorno della vita con un grande sigaro nella mano sinistra, una matita-bisturi nella destra e una sonora, oceanica, irriverente risata nella grande bocca carnosa e tumida.

 

 

TUTTE LE ILLUSTRAZIONI SONO DI PINTEREST

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ROLAND TOPOR ( PARIGI, 1938-1997), UN ILLUSTRATORE FAMOSISSIMO.. anche::: paroliere, drammaturgo, scrittore, sceneggiatore e attore e scenografo francese. Figlio del pittore polacco Abram– vedi post

 

 

 

 

 

Roland Topor nel film Ratataplan (1979)—-  Gawain78

 

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Panico

 

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Il Viaggio Immobile, 1969

 

 

 

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Panico

 

 

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senza titolo, litografia

 

Il ritorno di Roland Topor

Torna in Italia, dopo quasi dieci anni, una mostra delle opere di Roland ToporRoi malgré lui è il titolo dell’esposizione (chine, acquarelli, dipinti a la bombe) che la galleria milanese Nuages, che pubblica anche un catalogo esaustivo, presenterà dal 26 maggio (inaugurazione ore 18) fino al 18 luglio. Cinquanta opere che permetteranno di riprendere il discorso su un artista e grafico tra i più importanti della fine del secolo scorso.

La risata di Pinocchio
Andrea Rauch

Chi ebbe la fortuna di conoscere, anche solo superficialmente, Roland Topor non riesce a dimenticare la sua risata; forte, acuta, invadente, sfrontata, continua. Quasi un segno di distinzione, una griffe di nobiltà smodata tutta proiettata all’esterno, capace di colpire come una frustata e creare scandalo. Tutta il contrario della sua arte, comunque, ridondante anch’essa, rigonfia di idee e segni febbrili e inquieti, ma proiettata sempre all’interno di sé, un’arte angosciante e ‘panica’ .

“Per guadagnare da vivere – diceva – io non dispongo che dei prodotti derivati dalla mia paura… La realtà in sé è orribile, mi dà l’asma. La realtà è insopportabile senza gioco, il gioco consente una immagine della realtà. Io non posso perdere il contatto con la realtà, ma per sopportarla ho bisogno di questo gioco astratto che mi permette di trovare quello che può essere ancora umano”.

Nei suoi giochi onirici e folli, specchio di una realtà che fa paura, Topor rappresenta quindi sempre l’uomo con le sue frustrazioni e le sue angosce e ce ne racconta un quotidiano allucinante e assurdo che diventa normalità, ricorda Gianmaria Giorgi, “… con la perversione del realismo, la crudeltà della verità, l’inquietudine dell’ironia più dissacrante.”

 

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Roland Topor (1938-1997) - La Fabrique, N/D

 

 

Alice Roland Topor

Alice

 

L... Comme Loi - R. Topor

 

 

topor

 

Roland Topor by Cardboard Cutout Sundown, via Flickr

 

Topor Roland

 

Illustrations From 1960s Book Depict People In Absurd Masochistic Situations

 

 

 

Topor: Guardabosques al vino de Madeira.

 

 

Roland Topor | ... .dailymotion.com/video/xa5zw3_roland-topor-t-as-pas-une-idee_creation

 

 

 

 

 

Roland Topor

 

Roland Topor (1938-1997) - Marathon on the head (Marathon sur la tête), N/D Anne-Marie et Roland Pallade Gallery, Lyon, France

Marathon sur la tete

 

magictransistor: Roland Topor

 

 

Online veilinghuis Catawiki: Roland Topor

 

horror

 

Roland Topor

 

Roland Topor, "Education culturelle", 1981 (MNAM)

Education culturelle, 1981

 

Roland Topor

 

roland topor

 

Roland-Topor-Illustration-14

 

Roland-Topor-Illustration-6

 

Los Masoquistas: Ilustrando situaciones absurdas

 

Arte de pesadilla - Roland Topor - Un artista único.

 

Roland Topor

 

 

 

topor

 

Shadows Of The Mind : Photo

 

 

Roland Topor | roland-topor-securite-1986

 

 

 

 

Roland Topor

 

Roland Topor | Entêtée

 

Topor 2

 

 

by Roland Topor Plus

 

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Roland Topor ( French: 1938 – 1997)

 

 

 

 

 

Topor

 

 

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Topor

 

 

 

L’ULTIMA VENTINA DI DISEGNI SONO PRESI DA PINTEREST SOTTO IL NOME TOPOR ROLAND

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Enzo Jannacci – Mexico e Nuvole -1970 + Paolo Conte, 1988

 

 

 

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SELVAGGIA LUCARELLI, La lezione dello storico Alessandro Barbero che tra Putin e Zelensky non si schiera –EDITORIALE DOMANI, 19 MAGGIO 2022

 

video dell’intervista di Barbero al liceo di Somma Vesuviana- 

PUBBLICATO SU ISTANGRAM DA SELVAGGIA LUCARELLI-  che ringraziamo !

24 minuti ca 

https://www.instagram.com/tv/CdvUo71o3vZ/?igshid=YmMyMTA2M2Y=

 

 

EDITORIALE DOMANI, 19 MAGGIO 2022

https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/la-lezione-dello-storico-alessandro-barbero-che-tra-putin-e-zelensky-non-si-schiera-yka6ctb2

 

 

CONTRO L’ADESIONE DI FINLANDIA E SVEZIA ALLA NATO

La lezione dello storico Alessandro Barbero che tra Putin e Zelensky non si schiera

 

Dall’inizio della guerra in Ucraina lo storico Alessandro Barbero ha sempre rifiutato richieste di interviste e interventi televisivi. Lo hanno cercato tutti, ha sempre risposto che preferisce evitare di infilarsi nell’aspro dibattito sul tema.

Poi però succede che qualche giorno fa decida di concedere un’intervista a un liceo, il Torricelli di Somma Vesuviana. Che quel video, un po’ nascosto, venga caricato su youtube, passando pressoché inosservato. Ed è un peccato, perché ci sono inciampata per caso e racconta il suo punto di vista, come sempre lucido e per nulla scontato. Eccolo:

«La Russia e l’Ucraina sono paesi in cui il passato, al contrario che nell’Occidente, conta molto sia nell’atteggiamento collettivo che nelle scelte politiche. Il discorso con cui Putin ha annunciato l’entrata in guerra è impressionante, dopo pochi secondi lui stava già parlando dell’Unione Sovietica e di come non ripeteranno più gli errori del passato.

Ha giustificato la sua azione facendo riferimento ai nazisti, alla memoria. Che ovviamente è una memoria selettiva. Ma anche l’Ucraina guarda molto al passato ed entrambi i paesi scelgono la memoria che fa più comodo.

Nella memoria dei russi la più grande tragedia del ‘900 è l’invasione nazista e il fatto che in quel frangente i nazisti abbiamo trovato collaboratori e simpatizzanti tra gli ucraini. L’oppressione che l’Ucraina ha subito da Mosca è ignorata.

Dall’altra parte, in Ucraina c’è la consapevolezza dei periodi di oppressione subiti dalla Russia e per loro la tragedia del Novecento è la grande carestia, quando milioni di persone morirono affamate da Stalin.

Nella memoria pubblica degli ucraini però viene rimosso il fatto che i loro grandi leader indipendentisti sterminavano gli ebrei con grande piacere e del resto nelle piazze ci sono monumenti dedicati a quei leader ucraini sterminatori di ebrei».

«Per questo nel cercare di interpretare quello che accade oggi bisogna fare attenzione alla complessità, parola che non è di moda nel dibattito pubblico.

La selettività della memoria vuol dire che la cultura collettiva dell’Ucraina è basata su un passato di oppressione da parte dai russi e su una faticosa conquista della libertà.

Tutto questo è vero, ma è solo un pezzo della verità. In certi momenti della lotta per l’indipendenza gli ucraini hanno sterminato gli ebrei, sono stati anti-russi e antisemiti.

Ci sono stati reparti delle SS che parlavano ucraino e hanno collaborato con i nazisti fino all’ultimo. Ciò non fa parte della loro narrazione, del resto chi se ne vanterebbe oggi. Questo fa sì però che se qualcuno in Ucraina è ancora attaccato a quel passato nazista, nella narrazione ufficiale si dice “è un fenomeno irrilevante, marginale”. Noi però nel nostro paese non accetteremmo mai l’esistenza di gruppi neo nazisti riconosciuti dall’autorità e integrati nell’esercito.

All’opposto, nella narrazione russa il filone minoritario neo-nazista con reparti ucraini che si ispirano alla tradizione nazista e eroi nazionali che hanno collaborato con i nazisti è un tema centrale. Insomma.

Gli ucraini dicono che tutto questo non è importante, i russi invece dicono è l’unica cosa importante».

«Chi fa lo storico, ma anche chi vuole comprendere la realtà a mente aperta deve essere consapevole che siamo di fronte a una realtà e a due modi di raccontarla in modo propagandistico: il modo ucraino di dire “il passato nazista è irrilevante” e il modo russo di dire “il passato nazista è la caratteristica di fondo dell’Ucraina”. Entrambe le narrazioni sono false perché c’è un passato filo-nazista presente, con cui l’Ucraina dovrebbe fare i conti, ma anche la pura propaganda russa per cui l’Ucraina è tutta nazista». 

LA DOMANDA DELLO STUDENTE

Uno studente del liceo replica che tutto questo sarà vero ma «esistono un aggressore e un aggredito».

Il professore Alessandro Barbero replica:

«Questa osservazione tradisce l’odierno clima collettivo: noi oggi siamo trascinati da questa necessità di decidere chi ha ragione e torto e per deciderlo ci sembra che ci sia un unico elemento, ovvero quello di ricordare che un paese ha invaso l’altro. E quindi anche nel valutare le menzogne dell’uno e dell’altro dovremmo avere due pesi e due misure.

In questi ultimi tempi mi sono reso conto che il mio mestiere di storico rischia di anestetizzarmi rispetto a certe emozioni.

Lo storico, di fronte agli avvenimenti del presente, è come il medico abituato a vedere gente che muore e non si emoziona più come gli altri davanti alla malattia e alla morte. Intellettualmente è giusto, ma succede che non si sia più in sintonia con i contemporanei.

Quando sento che è una guerra nel cuore dell’Europa penso che anche l’atroce guerra nella ex Jugoslavia era nel cuore dell’Europa.

La storia è fatta di aggressioni e lo storico sa che farsi prendere dalle emozioni, avere come reazione principale la condivisione della sofferenza di chi è aggredito non può essere la reazione dominante. Il mio mestiere è un altro, è capire. Questo non vuol dire che non ci siano casi in cui io faccio il tifo.

Nella Sconda guerra mondiale i vincitori erano dalla parte giusta, ma non faccio fatica a dire che hanno commesso orrori. Che i sovietici hanno sterminato gli ufficiali polacchi nelle fosse di Katyn, che Churchill ha fatto morire milioni di indiani ai tempi della carestia del Bengala, non faccio fatica a dire che i bombardamenti aerei degli alleati sulle città italiane e tedesche siano stati indiscriminati.

Tutto questo non mi impedisce di dire che c’era una parte che aveva ragione. E per fortuna ha vinto quella che aveva ragione. Anche nella guerra tra Russia e Ucraina, se uno è convinto che l’Ucraina abbia ragione va bene, ognuno fa le sue scelte emotive e morali, ma questo non deve diventare tifo da stadio.

E’ come se uno, discutendo di Seconda guerra mondiale, siccome gli alleati avevano ragione dicesse “non voglio discutere delle bombe atomiche sul Giappone e se tu discuti la legittimità di sganciare delle bombe atomiche vuol dire che sei con Hitler”. Io non ci sto».

«Lo storico deve analizzare anche le motivazione dei malvagi perché i malvagi non sapevano di esserlo, pensavano perfino di fare cose giuste. Se si accentua una dimensione e se ne attenua un’altra, si fa politica».

Sulle ragioni per cui Putin ha invaso l’Ucraina il professor Barbero parla di “ventaglio di motivi”:

«Immaginiamo un paese A e uno B che confinano, non si vogliono bene e hanno un lungo passato di contrasti. Nel paese A, vicini al confine, ci sono abitanti che parlano le lingue del paese B e si trovano male nel paese A, dicono che sono oppressi, discriminati. Molti di loro vorrebbero essere nel paese B. A un certo punto il paese B invade A con lo scopo dichiarato di liberare i compatrioti dall’oppressione.

Sto raccontando il 24 maggio del 1915 quando l’Italia ha dichiarato guerra invadendo l’impero austriaco per liberare Trento e Trieste. Una pagina della nostra Italia che è sempre stata raccontata come gloriosa.

Se però stessi raccontando la decisione della Russia di invadere l’Ucraina per liberare i connazionali oppressi del Donbass, in cui i russi che vivono in Ucraina non hanno diritto di usare la loro lingua neppure nelle scuole, cosa diciamo?

Uno dei problemi dell’Europa orientale post sovietica è che ci vivono minoranze russe.

I russi sono stati la nazione imperiale che ha dominato tanti piccoli paesi.

Quando quei paesi sono diventati indipendenti, i russi rimasti lì sono diventati minoranza guardata con antipatia e discriminata. Anche gli italiani sono stati discriminati quando sono diventati minoranze dopo il 1945 nella Jugoslavia, Hitler ha smembrato la Cecoslovacchia per recuperare gli abitanti tedeschi dei Sudeti. É la normale vendetta dei popoli che a lungo sono stati dominati contro il popolo dominatore.

Poi c’è la paranoia russa. Nella cultura politica russa l’ossessione di essere aggrediti è costante, risale ai tempi delle invasioni mongole. Certo, la Russia è sempre stata spietata e imperialista ma nel suo dna non ha mai avuto la voglia di espandersi a occidente “fino al Portogallo”, come qualcuno ha detto.

L’Occidente, diciamo nel suo candore, aveva promesso a Gorbaciov di non allargarsi ad est e invece ha progressivamente fatto entrare nella Nato tutti i paesi dell’Europa orientale, ci sono le basi della Nato ai confini con la Russia.

Ora. Se tu hai a che fare con una grande potenza paranoica, devi sapere che se ti avvicini ai suoi confini potrà avere una reazione».

«Riguardo la richiesta di Finlandia e Svezia di entrare nella Nato, va detto che l’Ucraina intratteneva rapporti con la Nato da parecchi anni, gli istruttori Nato istruivano l’esercito ucraino che è a tutti gli effetti un esercito della Nato.

Putin ha invaso l’Ucraina per questo e perché c’era probabilità che l’Ucraina entrasse nella Nato. Se fossi un cittadino della Svezia o della Finlandia non direi che per essere più sicuri si dovrebbe entrare nella Nato, a meno che non ci sia la convinzione che la Russia sia pronta a lanciarsi in azioni di conquista.

Ma non mi sembra uno scenario plausibile, quindi secondo me non è una scelta sensata».

 

 

 

 

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II. ENRICO BERLINGUER, VIA DEMOCRATICA E VIOLENZA RIVOLUZIONARIA – 5 OTTOBRE 1973 — DA ARCHIVIO EDDYBURG

 

EDDYBURG.IT / ARCHIVIO

https://eddyburg.it/archivio-categorie/enrico-berlinguer/

 

05.10.1973
VIA DEMOCRATICA
E VIOLENZA REAZIONARIA
di Enrico Berlinguer


È necessario ricordare sempre le ragioni di fondo che ci hanno portato a elaborare e a seguire quella strategia politica che Togliatti chiamò di «avanzata dell’Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace».

È noto che le origini di questa elaborazione stanno nel pensiero e nell’azione di Antonio Gramsci e del gruppo dirigente che si raccolse attorno a lui e lavorò nel solco del suo insegnamento.

Il Congresso di Lione del 1926 sancì la vittoria della lotta contro l’estremismo e il settarismo che avevano caratterizzato l’azione del partito nel primissimo periodo della sua esistenza e che Lenin aveva aspramente criticato e invitato energicamente a superare.

Il Congresso di Lione segnò l’avvio di quella analisi comunista della storia e delle strutture della società italiana che fu poi sviluppata e approfondita da Gramsci negli scritti dal carcere e negli orientamenti e nell’attività del gruppo dirigente, guidato da Togliatti, che fu alla testa del partito durante gli anni del fascismo e che lo rese capace di svolgere azione politica.

Ma il momento decisivo, per la vita del partito e per la vita del paese, dell’affermarsi e del pieno dispiegarsi della scelta storica e politica che informa tutta la nostra azione, fu costituito dalla linea unitaria che indicammo e seguimmo nella guerra di liberazione antifascista e dalla svolta di Salerno.

Dopo la liberazione, riconquistate le libertà democratiche, l’Italia si trovò nelle condizioni di paese occupato dagli eserciti delle potenze capitalistiche (Stati Uniti, Gran Bretagna). Questo dato di fatto non poteva davvero essere sottovalutato, così come successivamente e ancor oggi non può essere sottovalutato il dato – che abbiamo già ricordato – costituito dalla collocazione dell’Italia in un determinato blocco politico-militare.
Dove, come nella Grecia del 1945, questa condizione internazionale non fu considerata in tutte le sue implicazioni, il movimento operaio e comunista andò incontro alla avventura, subì una tragica sconfitta e venne ricacciato indietro, in quella situazione di clandestinità dalla quale era appena uscito.

Ma non fu questo il solo fattore che determinò le nostre scelte di strategia e di tattica.

Il senso più profondo della svolta stava nella necessità e nella volontà del partito comunista di fare i conti con tutta la storia italiana, e quindi anche con tutte le forze storiche (d’ispirazione socialista, cattolica e di altre ispirazioni democratiche) che erano presenti sulla scena del paese e che si battevano insieme a noi per la democrazia, per l’indipendenza del paese e per la sua unità.

La novità stava nel fatto che nel corso della guerra di liberazione si era creata una unità che comprendeva tutte queste forze. Si trattava di una unità che si estendeva dal proletario, dai contadini, da vasti strati della piccola borghesia fino a gruppi della media borghesia progressiva, a gran parte del movimento cattolico di massa e anche a formazioni e quadri delle forze armate.

«Noi eravamo stati in prima fila tra i promotori, organizzatori e dirigenti di questa unità, che possedeva un suo programma di rinnovamento di tutta la vita del paese, un programma che non venne formulato in tavole scritte se non parzialmente, ma era orientato verso la instaurazione di un regime di democrazia politica avanzata, riforme profonde di tutto l’ordinamento economico e sociale e l’avvento alla direzione della società di un nuovo blocco di forze progressive. La nostra politica consistette nel lottare in modo aperto e coerente per questa soluzione, la quale comportava uno sviluppo democratico e un rinnovamento sociale orientati nella direzione del socialismo. Non è, dunque, che noi dovessimo fare una scelta tra la via di una insurrezione legata alla prospettiva di una sconfitta, e una via di evoluzione tranquilla, priva di asprezze e di rischi.

La via aperta davanti a noi era una sola, dettata dalle circostanze oggettive, dalle vittorie riportate combattendo e dalla unità e dai programmi sorti nella lotta. Si trattava di guidare e spingere avanti, sforzandosi di superare e spezzare tutti gli ostacoli e le resistenze, un movimento reale di massa, che usciva vittorioso dalle prove di una guerra civile.

Questo era il compito più rivoluzionario che allora si ponesse, e per adempierlo, concentrammo le forze». Così Togliatti si esprimeva in quella magistrale sintesi della nostra politica con la quale aprì il rapporto presentato al X Congresso del partito ( 1962 )

Sappiamo bene che la politica di rottura dell’unità delle forze popolari e antifasciste perseguita dai gruppi conservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana- una politica che il paese ha pagato duramente – ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza.

Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza.

Il compito nostro essenziale – ed è un compito che può essere assolto – è dunque quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell’intera società e dello Stato
la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo.

Solo questa linea e nessun’altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile, può far avanzare la trasformazione della società. In pari tempo, solo percorrendo questa strada si possono creare fin d’ora le condizioni per costruire una società e uno Stato socialista che garantiscano il pieno esercizio e lo sviluppo di tutte le libertà.

Abbiamo sempre saputo e sappiamo che l’avanzata delle classi lavoratrici e della democrazia sarà contrastata con tutti i mezzi possibili dai gruppi sociali dominanti e dai loro apparati di potere. E sappiamo, come mostra ancora una volta la tragica esperienza cilena, che questa reazione antidemocratica tende a farsi più violenta e feroce quando le forze popolari cominciano a conquistare le leve fondamentali del potere nello Stato e nella società. Ma quale conclusione dobbiamo trarre da questa consapevolezza?
Forse quella, proposta da certi sciagurati, di abbandonare il terreno democratico e unitario per scegliere un’altra strategia fatta di fumisteria, ma della quale è comunque chiarissimo l’esito rapido e inevitabile di un isolamento dell’avanguardia e della sua sconfitta?

Noi pensiamo, al contrario, che, se i gruppi sociali dominanti puntano a rompere il quadro democratico, a spaccare in due il paese e a scatenare la violenza reazionaria, questo deve spingerci ancora più a tenere saldamente nelle nostre mani la causa della difesa delle libertà e del progresso democratico, a evitare la divisione verticale del paese e a impegnarci con ancora maggiore decisione, intelligenza e pazienza a isolare i gruppi reazionari e a ricercare ogni possibile intesa e convergenza fra tutte le forze popolari.

È vero che neppure l’attuazione coerente di questa linea da parte dell’avanguardia rivoluzionaria esclude l’attacco reazionario aperto. Ma chi può contestare che essa lo rende più difficile e crea comunque le condizioni più favorevoli per respingerlo e stroncarlo sul nascere?

L’eventualità del ricorso alla violenza reazionaria «non deve dunque portare – come ha affermato il compagno Longo – ad avere una dualità di prospettive e di preparazione pratica».
A chi si chiede, anche alla luce dell’esperienza cilena, come si raccolgono e si accumulano le forze in grado di sconfiggere gli attacchi reazionari, noi continuiamo a rispondere con le parole del compagno Longo: «Spingendo a fondo l’organizzazione, la mobilitazione e la combattività del popolo, consolidando ed estendendo ogni giorno le alleanze di combattimento della classe operaia con le masse popolari, realizzando in questo modo, nella lotta, la sua funzione di classe dirigente».
L’essenziale è dunque «il grado raggiunto da questa mobilitazione e da questa combattività» nella classe operaia e nella maggioranza del popolo.

Proprio la fermezza e la coerenza nell’attuazione di questi princìpi e di questi metodi di lotta politica hanno consentito di abbattere la tirannide fascista, di ristabilire un regime democratico e di far fallire i tentativi compiuti dalle forze conservatrici e reazionarie – da Scelba fino ad Andreotti – di colpire le libere istituzioni o comunque di ricacciare indietro il movimento operaio e popolare.

Così è avvenuto, a partire dal 1947-’48, nella lotta contro la politica di discriminazione, le persecuzioni e gli attentati liberticidi dei governi centristi. Così è avvenuto nel 1953 quando fu battuto il tentativo di distorcere in senso antidemocratico, con la legge-truffa, il meccanismo elettorale e la rappresentatività del Parlamento.
Così è avvenuto nel 1960, quando fu stroncata sul nascere l’avventura autoritaria iniziata dal governo Tambroni. Così è avvenuto nel 1964, quando furono sventate le manovre antidemocratiche e i propositi di colpi reazionari che videro anche il tentativo di coinvolgere e di utilizzare contro la Repubblica una parte delle forze armate e dei corpi di pubblica sicurezza.

Così è avvenuto dal 1969, nella lotta contro la catena di atti di provocazione e di sedizione reazionaria e fascista, ispirati e sostenuti anche da circoli imperialistici e fascisti di altri paesi, con i quali si cercò di alimentare un clima di esasperata tensione e di determinare una situazione di marasma politico ed economico per aprire la via a soluzioni autoritarie, anticostituzionali o comunque a una duratura svolta verso destra.

In tutti questi casi noi abbiamo sempre risposto facendo nostra la bandiera della difesa della libertà e del metodo della democrazia, chiamando a lotte che sono state anche assai aspre, le grandi masse lavoratrici e popolari, e promuovendo la più ampia intesa e convergenza tra tutte le forze interessate alla salvaguardia dei princìpi della Costituzione antifascista.
Queste esperienze vissute dalla classe operaia, dal popolo italiano e dal nostro partito, confermano il carattere un po’ astratto di quelle tesi che tendono a ridurre schematicamente al dilemma tra via pacifica e via non pacifica la scelta della strategia di lotta per l’avanzata verso il socialismo.

Le vicende sociali e politiche che si svolgono da tanti anni in Italia sono state pacifiche nel senso che non hanno portato alla guerra civile. Ma tali vicende non sono state certo tranquille e incruente: esse sono state segnate da lotte durissime, da crisi e scontri acuti, da rotture o rischi di rotture più o meno profonde. Scegliere una via democratica non vuol dire, dunque, cullarsi nell’illusione di un’evoluzione piana e senza scosse della società dal capitalismo al socialismo.

Sbagliato ci è sembrato sempre anche definire la via democratica semplicemente come una via parlamentare. Noi non siamo affetti da cretinismo parlamentare, mentre qualcuno è affetto da cretinismo antiparlamentare. Noi consideriamo il Parlamento un istituto essenziale della vita politica e non soltanto oggi ma anche nella fase del passaggio al socialismo e nel corso della sua costruzione.

Ciò tanto più è vero in quanto la rinascita e il rinnovamento dell’istituto parlamentare è, in Italia, una conquista dovuta in primo luogo alla lotta della classe operaia e delle masse lavoratrici. Il Parlamento non può dunque essere concepito e adoperato come avveniva all’epoca di Lenin e come può accadere in altri paesi solo come tribuna per la denuncia dei mali del capitalismo e dei governi borghesi e per la propaganda del socialismo. Esso, in Italia, è anche e soprattutto una sede nella quale i rappresentanti del movimento operaio sviluppano e concretano una loro iniziativa, sul terreno politico e legislativo, cercando di influire sugli indirizzi della politica nazionale e di affermare la loro funzione dirigente.

Ma il Parlamento può adempiere il suo compito se, come disse Togliatti, esso diviene sempre più «specchio del paese» e se l’iniziativa parlamentare dei partiti del movimento operaio è collegata alle lotte delle masse, alla crescita di un potere democratico nella società e all’affermarsi dei princìpi democratici e costituzionali in tutti i settori e gli organi della vita dello Stato.

A questo preciso orientamento si sono ispirate le molteplici battaglie che abbiamo condotto per la Repubblica e per la Costituzione; per realizzare con il voto alle donne la pienezza del suffragio universale; per difendere il principio della rappresentanza proporzionale contro il tentativo di liquidarlo; per assicurare giorno per giorno alle Camere le loro prerogative contro ogni tendenza dell’esecutivo e di altri centri del potere economico, politico e amministrativo di limitarle e svuotarle; e per affermare il principio e la prassi di una libera dialettica, senza preclusioni e discriminazioni, fra tutte le forze democratiche rappresentate nel Parlamento.

A questo stesso orientamento hanno obbedito e obbediscono le nostre battaglie per l’istituzione delle Regioni e per il rispetto dell’autonomia e dei poteri degli enti locali.

Ma vi è anche un altro aspetto assai importante della nostra strategia democratica. La decisione del movimento operaio di mantenere la propria lotta sul terreno della legalità democratica non significa cadere in una sorta di illusione legalitaristica rinunciando all’impegno essenziale di promuovere, sia da posizioni di governo che stando all’opposizione, una costante iniziativa per rinnovare profondamente in senso democratico le leggi, gli ordinamenti, le strutture e gli apparati dello Stato.

La stessa nostra esperienza, prima ancora di quella di altri paesi, ci richiama a tenere sempre presente la necessità di unire alla battaglia per le trasformazioni economiche e sociali quella per il rinnovamento di tutti gli organi e i poteri dello Stato.

L’impegno in questa direzione deve tradursi in una duplice attività: quella diretta a far sì che in tutti i corpi dello Stato e in coloro che vi lavorano penetrino e si affermino sempre più estesamente orientamenti ispirati a una cosciente fedeltà e lealtà alla Costituzione e sentimenti di intimo legame con il popolo lavoratore;

e quella diretta a promuovere misure e provvedimenti concreti di democratizzazione nell’organizzazione e nella vita della magistratura, dei corpi armati e di tutti gli apparati dello Stato.

Quest’azione può contribuire in misura assai rilevante a far sì che il processo di trasformazione democratica della società non prenda indirizzi unilaterali e non determini uno squilibrio tra settori che vengono investiti da questi processi e altri che ne vengono lasciati fuori o che vengono respinti in posizioni di ostilità: rischio, questo, gravissimo e che può divenire fatale.

In definitiva, le prospettive di successo di una via democratica al socialismo sono affidate alla capacità del movimento operaio di compiere le proprie scelte e di misurare le proprie iniziative in relazione, oltre che al quadro internazionale, ai concreti rapporti di forza esistenti in ogni situazione e in ogni momento, e alla sua capacità di badare, costantemente, alle reazioni e contro-reazioni che l’iniziativa trasformatrice determina in tutta la società: nell’economia, nelle strutture e negli apparati dello Stato, nella dislocazione e negli orientamenti delle varie forze sociali e politiche e nei loro reciproci rapporti.  Si ripropongono così i problemi dei criteri di valutazione dei rapporti di forza, della politica delle alleanze, del rapporto tra trasformazioni sociali e sviluppo economico e i problemi degli schieramenti politici.

 

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Mauro Biani @maurobiani — 17.09 — 19 maggio 2022

 

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I. A proposito della polemica su Enrico Berlinguer e La Nato, pubblichiamo dall’archivio Eddyburg, il testo di Enrico Berlinguer : ” IMPERIALISMO E COESISTENZA ALLA LUCE DEI FATTI CILENI ” del 28 settembre 1973

 

EDDYBURG.IT –sito ideato di Edoardo Salzano

https://eddyburg.it/archivio-categorie/enrico-berlinguer/

 

Golpe de Estado 1973.jpg11 settembre 1973– Biblioteca del Congreso Nacional

Cile, l'altro 11 settembre: il golpe che chiuse l'esperimento socialista di Allende - Corriere.it

 

28.09.1973


IMPERIALISMO E COESISTENZA
ALLA LUCE DEI FATTI CILENI


di Enrico Berlinguer


Gli avvenimenti cileni sono stati e sono vissuti come un dramma da milioni di uomini sparsi in tutti i continenti. Si è avvertito e si avverte che si tratta di un fatto di portata mondiale, che non solo suscita sentimenti di esecrazione verso i responsabili del golpe reazionario e dei massacri di massa, e di solidarietà per chi ne è vittima e vi resiste, ma che propone interrogativi i quali appassionano i combattenti della democrazia in ogni paese e muovono alla riflessione. Non giova nascondersi che il colpo gravissimo inferto alla democrazia cilena, alle conquiste sociali e alle prospettive di avanzata dei lavoratori di quel paese è anche un colpo che si ripercuote sul movimento di liberazione e di emancipazione dei popoli latino-americani e sull’intero movimento operaio e democratico mondiale; e come tale è sentito anche in Italia dai comunisti, dai socialisti, dalle masse lavoratrici, da tutti i democratici e antifascisti.

Ma come sempre è avvenuto di fronte ad altri eventi di tale drammaticità e gravità, i combattenti per la causa della libertà e del socialismo non reagiscono con lo scoramento o solo con la deprecazione e la collera, ma cercano di trarre un ammaestramento. In questo caso l’ammaestramento tocca direttamente masse sterminate della popolazione mondiale, chiamando vasti strati sociali, non ancora conquistati alla nostra visione dello scontro sociale e politico che è in atto nel mondo di oggi, a scorgere e intendere alcuni dati fondamentali della realtà. Ciò costituisce una delle premesse indispensabili per un’ampia e vigorosa partecipazione alla lotta volta a cambiare tali dati.

Anzitutto, gli eventi cileni estendono la consapevolezza, contro ogni illusione, che i caratteri dell’imperialismo, e di quello nord-americano in particolare, restano la sopraffazione e la jugulazione economica e politica, lo spirito di aggressione e di conquista, la tendenza a opprimere i popoli e a privarli della loro indipendenza, libertà e unità ogni qualvolta le circostanze concrete e i rapporti di forza lo consentano.

In secondo luogo, gli avvenimenti in Cile mettono in piena evidenza chi sono e dove stanno nei paesi del cosiddetto «mondo libero», i nemici della democrazia.
L’opinione pubblica di questi paesi, bombardata da anni e da decenni da una propaganda che addita nel movimento operaio, nei socialisti e nei comunisti i nemici della democrazia, ha oggi davanti a sé una nuova lampante prova che le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentano o se ne lasciano asservire, sono pronti a distruggere ogni libertà e a calpestare ogni diritto civile e ogni principio umano quando sono colpiti o minacciati i propri privilegi e il proprio potere.

Compito dei comunisti e di tutti i combattenti per la causa del progresso democratico e della liberazione dei popoli è di far leva sulla più diffusa consapevolezza di queste verità per richiamare la vigile attenzione di tutti sui percoli che l’imperialismo e le classi dominanti borghesi fanno correre alla libertà dei popoli e all’indipendenza delle nazioni, e per sviluppare in masse sempre più estese l’impegno democratico e rivoluzionario per modificare ulteriormente, nel mondo e in ogni paese, i rapporti
di forza a vantaggio delle classi lavoratrici, dei movimenti di liberazione nazionale e di tutto lo schieramento democratico e antimperialistico. Gli avvenimenti del Cile possono e devono suscitare, insieme a un possente e duraturo movimento di solidarietà con quel popolo, un più generale risveglio delle coscienze democratiche, e soprattutto un’azione per l’entrata in campo di nuove forze disposte a lottare concretamente contro l’imperialismo e contro la reazione.

A questo fine è indispensabile assolvere anche al compito di una attenta riflessione per trarre dalla tragedia politica del Cile utili insegnamenti relativi a un più ampio e approfondito giudizio sia sul quadro internazionale, sia sulla strategia e tattica del movimento operaio e democratico in vari paesi, tra i quali il nostro.

 

Il peso decisivo dell’intervento Usa

 

Nessuna persona seria può contestare che sugli avvenimenti cileni ha pesato in modo decisivo la presenza e l’intervento dell’imperialismo nord-americano. La coscienza popolare l’ha avvertito immediatamente. Al di là di pur illuminanti episodi della cronaca politica e diplomatica relativa ai giorni del golpe e a quelli immediatamente precedenti, sta il fatto che, fin dall’avvento del governo di Unità popolare i gruppi monopolistici nord-americani presenti con posizioni dominanti nell’economia cilena (rame, Itt) e i circoli dirigenti dell’amministrazione degli Usa hanno intrapreso una sistematica azione su tutti i terreni – dalla guerra economica alla sovversione – per provocare il fallimento del governo Allende e per rovesciarlo.

Del resto, questo e altri modi di intervento degli Usa ai danni dei popoli e delle nazioni che aspirano all’indipendenza non sono certo un’eccezione, ma, specialmente nell’America Latina, la regola. Chi non ha presenti i brutali interventi in Guatemala, nella Repubblica dominicana e in tanti altri Stati? E chi non sa che Cuba socialista, con la sua fermezza e con la sua unità, e grazie anche alla solidarietà e al sostegno dell’Unione Sovietica e degli altri paesi socialisti, ha dovuto respingere per anni manovre, provocazioni, boicottaggio economico, attacchi diretti al suo territorio e deve essere sempre vigilante per salvaguardare ancor oggi la propria indipendenza?

Anche in altre zone del mondo, si tratti delle aree sottosviluppate dell’Asia e dell’Africa o si tratti degli stessi paesi di capitalismo avanzato (dal Giappone all’Europa occidentale) non cessano di manifestarsi la penetrazione dell’imperialismo americano e la sua iniziativa, in tutte le forme possibili, per mantenere o estendere le sue posizioni economiche, politiche e strategiche.

Una situazione in movimento e di scontro

Che cosa può contrastare, limitare e far arretrare questa tendenza dell’imperialismo? La risposta più semplice è anche quella più vera: la modificazione progressiva dei rapporti di forza a suo svantaggio e a favore dei popoli che aspirano alla propria liberazione e di tutti i paesi che lottano per un nuovo assetto del mondo e per un nuovo sistema di rapporti tra gli Stati. È proprio in questa direzione che va il processo storico mondiale da quasi sessanta anni, da quando la rivoluzione russa de l1917 ha spezzato per la prima volta la dominazione esclusiva dell’imperialismo e del capitalismo.

Da allora, e soprattutto dopo la vittoria sul nazismo, dopo la vittoria della rivoluzione cinese e con il crollo del vecchio sistema coloniale inglese e francese, l’area sottoposta al controllo dell’imperialismo si è andata restringendo. Sconfitta la politica folle e avventurosa che pretendeva poi rovesciare i regimi socialisti sorti dopo la seconda guerra mondiale in Europa e in Asia (la politica del roll-back) le potenze capitalistiche e gli stessi Usa sono ormai costretti a riconoscere che i regimi socialisti, ovunque esistenti, non possono essere toccati e che con essi bisogna fare i conti e trattare.

Altri Stati, sorti dallo sfacelo del sistema coloniale, hanno potuto costruire e difendono con sempre maggiore vigore la propria indipendenza; e alcuni di tali Stati manifestano la tendenza a orientare l’edificazione dei loro ordinamenti economici e sociali in direzione del socialismo. In questo quadro ha avuto e ha enorme portata la vittoria dell’eroico popolo del Vietnam, sostenuto dai paesi socialisti e da un possente movimento internazionale di solidarietà, contro l’aggressione americana.

Tale vittoria ha inflitto un nuovo duro colpo alle pretese imperialistiche, e rappresenta un nuovo determinante contributo al mutamento dei rapporti di forza nel mondo e al progredire di una politica di distensione e di pacifici negoziati nei rapporti fra gli Stati. Ma inoltre gli Usa sono oggi costretti a fare i conti con una crescente volontà di autonomia che si viene manifestando, soprattutto negli ultimi anni, nei paesi dell’Occidente europeo.

Infine, per grave che sia il colpo che viene dal rovesciamento del governo di Unità popolare in Cile, il moto di riscossa e di liberazione, che resta una realtà non cancellabile nei paesi dell’America latina, non cesserà certo di esprimersi nelle forme più diverse e di trovare la strada per opporsi con successi anche parziali al dominio nord-americano e alle cricche locali ad esso asservite.

Non sta a dire proprio questo il fatto che il colpo di Stato militare incontra nel popolo cileno e solleva in altri paesi latino-americani e ovunque una resistenza, una condanna e una risposta quali non si erano verificate in occasione di altri colpi di Stato reazionari?

Il riconoscimento della tendenza di fondo che si va affermando nel processo storico mondiale – e che dà luogo, in ultima analisi, a una progressiva riduzione dell’area del dominio delle forze imperialistiche – non ci impedisce certo di constatare (e proprio dal Cile ci viene in questi giorni un nuovo severo monito) che l’imperialismo internazionale e le forze reazionarie in molti paesi sono in grado di contenere la lotta emancipatrice dei popoli e in certi casi di infliggere duri scacchi alle forze animatrici di tale lotta. Solo tenendo presente questo dato di fatto, e cogliendo in ogni regione del mondo, in ogni paese e in ogni momento le forme concrete in cui si esprime o si può prevedere che si esprima, è possibile evitare di essere colti di sorpresa, di cadere in errori e mettersi invece in grado di organizzare e condurre un’azione rivoluzionaria e democratica pronta e adeguata.

I due piani della lotta per la pace

Qualcuno si è domandato come sia possibile che interventi così brutali come quello effettuato in Cile dalle forze dell’imperialismo e della reazione continuino a verificarsi in una fase della vita internazionale nella quale si vanno compiendo passi sempre più spediti sulla via della distensione e della coesistenza pacifica nei rapporti tra Stati con diverso regime sociale. Ma chi ha mai sostenuto che la distensione internazionale e la coesistenza significano l’avvento di un’era di tranquillità, la fine della lotta delle classi sul piano interno e internazionale, delle controrivoluzioni e delle rivoluzioni?

La politica della distensione, nella prospettiva della pacifica coesistenza, è prima di tutto la via obbligata per garantire un obiettivo primario, di interesse vitale per tutta l’umanità e per ciascun popolo: evitare la catastrofe della guerra atomica e termonucleare, assicurare la pace mondiale, affermare il principio del negoziato come unico mezzo per risolvere le controversie tra gli Stati.

Inoltre, la distensione e la coesistenza, in quanto implicano la riduzione progressiva di tutti gli armamenti e forme molteplici e crescenti di cooperazione economica, scientifica e culturale, sia sul piano bilaterale che su quello multilaterale, sono una delle vie per affrontare con sforzi congiunti i grandi problemi del mondo contemporaneo, quali quelli del sollevamento delle aree depresse, dell’inquinamento, della lotta contro l’indigenza e le malattie sociali, ecc.

La distensione e la coesistenza non comportano di per sé, automaticamente e in un periodo breve, il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone di influenza, e quindi non precludono agli Usa la possibilità di interferire nei più vari modi, compresi quelli più sfacciati, nelle zone e nei paesi che essi vorrebbero acquisiti per sempre dentro la sfera del loro dominio diretto o indiretto.

La divisione del mondo in blocchi ed aree diverse è un fatto che preesiste alla politica della distensione e della coesistenza in quanto è il risultato di tutto lo svolgimento del processo storico mondiale, dalla Rivoluzione d’Ottobre alla seconda guerra mondiale fino agli eventi, di diverso segno, di questi ultimi decenni che hanno determinato l’attuale dislocamento degli equilibri internazionali e interni.

Né va dimenticato il peso negativo che esercitano sulla vita internazionale quelle divisioni fra i paesi socialisti che hanno il loro punto di massima serietà nei contrasti tra la Cina popolare e l’Unione Sovietica.

L’ulteriore mutamento dei presenti equilibri a favore delle forze del progresso dipende, in primo luogo, dalla capacità di lotta e di iniziativa del proletariato, dei lavoratori, delle masse popolari e delle loro organizzazioni in ogni singolo paese. Ma è anche evidente che il progredire della distensione e della coesistenza costituisce una condizione indispensabile per favorire il superamento della divisione del mondo in blocchi o zone d’influenza, per facilitare l’affermazione del diritto di ogni nazione alla propria indipendenza e quindi, in ultima analisi, per ridurre le possibilità dell’interferenza imperialistica nella vita di altri paesi. In pari tempo camminare decisamente sulla strada della distensione e della coesistenza significa sollecitare i processi di sviluppo della democrazia e della libertà in tutti i paesi del mondo, quale che sia il loro regime sociale.

Questa è la concezione che abbiamo noi della distinzione e coesistenza: una concezione dinamica e aperta, che si misura e si confronta con un’altra concezione, propria dell’imperialismo, il quale, anche quando è costretto al negoziato con i paesi socialisti, pretende di fissare il quadro mondiale allo status quo dei rapporti di forza in atto nel mondo e nei vari paesi. Da tutto ciò si conferma la necessità di continuare a lottare tenacemente, sul piano internazionale, per far avanzare il processo della distensione e della coesistenza e per svilupparne tutte le potenzialità positive e, al tempo stesso, di proseguire in ogni paese le battaglie per l’indipendenza nazionale e per la trasformazione in senso democratico e socialista dell’assetto economico e sociale e degli ordinamenti politici e statali.

Il nostro partito ha sempre tenuto conto del rapporto imprescindibile tra questi due piani. Da una parte, come ci ha abituato a fare Togliatti, abbiamo cercato di valutare freddamente le condizioni complessive dei rapporti mondiali e il contesto internazionale in cui è collocata l’Italia. Dall’altra parte ci siamo sforzati di individuare esattamente lo stato dei rapporti di forza all’interno del nostro paese.

In particolare abbiamo sempre dato il dovuto peso in tutta la nostra condotta al dato fondamentale costituito dall’appartenenza dell’Italia al blocco politico-militare dominato dagli Usa e agli inevitabili condizionamenti che ne conseguono.

Ma la consapevolezza di questo dato oggettivo non ci ha certo portato all’inerzia e alla paralisi. Abbiamo reagito e reagiamo con la nostra iniziativa e con la nostra lotta. Tutti i tentativi di schiacciarci o di isolarci li abbiamo respinti. La nostra forza e la nostra influenza fra le masse popolari e nella vita nazionale sono anzi cresciuti. Su questa strada si può e si deve andare avanti. Dunque, anzitutto, si tratta di modificare gli interni rapporti di forza in misura tale da scoraggiare e rendere vano ogni tentativo dei gruppi reazionari interni e internazionali di sovvertire il quadro democratico e costituzionale, di colpire le conquiste raggiunte dal nostro popolo, di spezzarne l’unità e di arrestare la sua avanzata verso la trasformazione della società.

In pari tempo, la nostra lotta e la nostra iniziativa vanno sviluppate anche sul terreno dei rapporti internazionali, sia dando un nostro contributo a tutte le battaglie che in Europa e in ogni parte del mondo possono condurre a indebolire le forze dell’imperialismo, della reazione e del fascismo, sia sollecitando una politica estera italiana che affermi, insieme alla volontà del nostro paese di vivere in pace e in amicizia con tutti gli altri paesi, il diritto del popolo italiano di costruirsi in piena libertà il proprio avvenire.

Decisi passi avanti possono compiersi oggi in questa direzione perché le esigenze e le proposte che noi avanziamo si collocano in un quadro europeo caratterizzato da sensibili progressi della distensione e perché esse si incontrano con analoghe aspirazioni e iniziative che si manifestano in altri paesi dell’Europa occidentale.

Da ciò abbiamo ricavato una linea che s’incentra nella proposta di lavorare per un assetto di pace nel Mediterraneo e per un’Europa occidentale autonoma, pacifica, democratica. Lavorare per questo obiettivo non vuol dire porre una tale Europa, e in essa l’Italia, in una posizione di ostilità o verso l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti o verso gli Stati Uniti. Chi ciò volesse si proporrebbe qualcosa di assurdo, di velleitario e, in ultima analisi, di antitetico alla logica di una politica di distensione e di sviluppo democratico per il nostro paese e per tutti gli altri paesi dell’Europa. La lotta conseguente per questa linea di politica internazionale è parte fondamentale della prospettiva che chiamiamo via italiana al socialismo.

Prime considerazioni sull’Italia

Gli avvenimenti cileni ci sollecitano a una riflessione attenta che non riguarda solo il quadro internazionale e i problemi della politica estera, ma anche quelli relativi alla lotta e alla prospettiva della trasformazione democratica e socialista del nostro paese. Non devono sfuggire ai comunisti e ai democratici le profonde differenze tra la situazione del Cile e quella italiana. Il Cile e l’Italia sono situati in due regioni del mondo assai diverse, quali l’America latina e l’Europa occidentale.

Differenti sono anche il rispettivo assetto sociale, la struttura economica e il grado di sviluppo delle forze produttive, così come sono diversi il sistema istituzionale (Repubblica presidenziale in Cile, Repubblica parlamentare in Italia) e gli ordinamenti statali. Altre differenze esistono nelle tradizioni e negli orientamenti delle forze politiche, nel loro peso rispettivo e nei loro rapporti. Ma insieme alle differenze vi sono anche delle analogie, e in particolare quella che i comunisti e i socialisti cileni si erano proposti anch’essi di perseguire una via democratica al socialismo. Dal complesso delle differenze e delle analogie occorre dunque trarre motivo per approfondire e precisare meglio in che cosa consiste e come può avanzare la via italiana al socialismo.

 

 

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Mauro Biani @maurobiani — 19 maggio 2022

 

#guerre #mafia “La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari.”

Gesualdo Bufalino

^ Strage di Capaci, Napolitano ricorda Falcone e Borsellino, in Affaritaliani.it, 23 maggio 2009. 

 

Gesualdo Bufalino e ComisoGesualdo Bufalino (Comiso15 novembre 1920 – Vittoria14 giugno 1996) è stato uno scrittorepoeta e aforista italiano.

 

alcune opere : 

 

bompiani, 2016

 

Palermo - Gesualdo Bufalino - copertina

edizioni Henry Beyle, 2021

 

 

Le menzogne della notte - Gesualdo Bufalino - copertina

Bompiani, 2001

 

 

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GUIDO LIGUORI, Berlinguer e la Nato, un equivoco che dura ancora -IL MANIFESTO DEL 18 MAGGIO 2022

 

IL MANIFESTO DEL 18 MAGGIO 2022
https://ilmanifesto.it/berlinguer-e-la-nato-un-equivoco-che-dura-ancora

 

Berlinguer e la Nato, un equivoco che dura ancora

 

Berlinguer e la Nato, un equivoco che dura ancora | il manifesto

 

BERLINGUER E LA NATO. Il segretario del Pci in tv nel giorno dell’intervista al Corriere: «Questo Patto Atlantico presentato come scudo di libertà ha tollerato per anni la Grecia fascista, il Portogallo fascista»

 

Per i drammatici fatti d’Ucraina e la rinnovata centralità assunta dalla Nato, è tornata a circolare la tesi della presunta scelta che Enrico Berlinguer avrebbe compiuto nel 1976 in favore dell’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti. In realtà si tratta di una semplificazione che distorce la realtà. Vale la pena di chiarire la vicenda, anche per un «giudizio equanime» sul segretario comunista in vista dei cento anni dalla nascita, il prossimo 25 maggio.

Ricostruiamo i fatti. Anzi, due antefatti. In primo luogo, negli anni ’70 il Pci – pur ribadendo il giudizio negativo su Nato e Stati Uniti – non chiedeva più «l’uscita dell’Italia dalla Nato», ma il superamento di entrambe le alleanze militari esistenti. Nella convinzione che una uscita unilaterale potesse far tornare il rischio di guerra, in anni in cui invece in Europa si viveva una stagione di speranze di pace, con gli accordi di Helsinki del 1975, firmati da trentacinque paesi, tra cui Stati uniti, Urss e tutti gli Stati europei tranne Albania e Andorra.

Il secondo antefatto è l’incidente di Sofia, accaduto nell’ottobre 1973: in visita ufficiale in Bulgaria l’auto in cui viaggiava Berlinguer fu travolta da un camion militare, l’interprete sedutogli accanto morì e il comunista italiano si salvò per miracolo. Come si sarebbe saputo decenni dopo, egli maturò la convinzione (senza prove, e dunque a lungo taciuta, tranne che a pochi familiari e amici) di essere stato vittima di un attentato commissionato dai sovietici. Certezze non ve ne sono nemmeno oggi, ma è assodato che Berlinguer fosse un personaggio scomodo a Est come a Ovest, critico acerrimo dell’invasione di Praga nel ’68 non meno che del golpe in Cile, fautore di una «distensione dinamica» in cui la volontà dei popoli non fosse soffocata dalla «cortina di ferro».

E veniamo alla celebre intervista rilasciata a Pansa del Corriere della Sera pochi giorni prima delle elezioni del 20 giugno 1976. La dichiarazione sulla Nato era tesa a persuadere l’elettorato moderato per tentare il sorpasso sulla Dc? Anche. Ma il modo in cui Berlinguer pose la questione non era contingente. Al giornalista che gli chiedeva se non temesse che Mosca gli facesse fare la fine di Dubcek replicava: «Noi siamo in un’altra area del mondo… non esiste la minima possibilità che la nostra via al socialismo possa essere ostacolata o condizionata dall’Urss». L’Italia non apparteneva al Patto di Varsavia e dunque si potevano escludere atti militari sovietici.

Continuava Berlinguer: «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico “anche” per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua», sapendo però che se «all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro», in Occidente «alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà». Era quindi chiaro che gli Usa continuavano a essere un nemico delle sinistre e della democrazia, come il Cile aveva dimostrato.

E infatti lo stesso giorno in cui uscì l’intervista Berlinguer in tv ribadì che vi erano «tentativi di interferire nella libera scelta del popolo italiano» anche in Occidente, ricordando tra l’altro che «questo Patto Atlantico che viene presentato come scudo di libertà è un patto che ha tollerato per anni la Grecia fascista, il Portogallo fascista».

Un giudizio inequivoco sulla Nato, dunque: nessuna conversione. Ma con la consapevolezza che anche il «socialismo reale» male avrebbe tollerato la «via democratica» del Pci.

Non vi fu nessun filo-atlantismo in Berlinguer, quindi, come oggi si dice, ma solo la necessità di destreggiarsi tra due potenze ostili e con estremo realismo: il passaggio verso un «socialismo nella libertà» era stretto, tra Est autoritario e Ovest a libertà limitata. Pesava in questo giudizio l’onda lunga di Praga – aggravata forse dai sospetti per lo strano incidente di Sofia. E la consapevolezza che tutto sarebbe stato tentato per fermare il Pci. Non solo la «strategia della tensione».

Pochi giorni più tardi, il 27 giugno, al G7 di Puerto Rico, i leader di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania Ovest si riunirono segretamente e convennero sulle misure punitive che sarebbero state prese nei confronti dell’Italia se il Pci fosse andato al governo: si sarebbe provocato il fallimento economico del paese (un po’ come per la Grecia in anni recenti). Fu il leader socialdemocratico tedesco Schmidt a rendere pubblico l’avvertimento: un vero e proprio «terrorismo economico».

Va anche detto che i sovietici non mostrarono sorpresa o rammarico per le affermazioni di Berlinguer sulla Nato. Anch’essi forse pensavano che era un’affermazione comprensibile alla vigilia di elezioni tanto importanti. Affermazioni non gratuite, ma anche non del tutto felici, possiamo aggiungere, per i molti malumori che provocarono nel Pci stesso. Anche perché i media misero in rilievo solo una parte del ragionamento di Berlinguer, lasciando in ombra quella sulla democrazia dimezzata dei paesi occidentali. Viste nella loro interezza, le dichiarazioni del segretario del Pci adombravano la ricerca di una «terza via» tra imperialismo americano e socialismo autoritario sovietico. Ma l’equivoco dura in parte anche oggi. È ora di rimuoverlo.

 

Un'altra idea del mondo. Antologia 1969-1984

EDITORI RIUNITI 2014

 

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Stella Aligizaki @StellaAligizaki — 7.07 — 19 maggio 2022 — grazie e mille !

 

Pura amicizia… un cucciolo mostra a un bambino come gattonare…
traduzione Google

 

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ABRAM TOPOR ( Varsavia, 1903- Parigi, 1992 ) è stato un artista polacco, in Francia dal 1930, padre del più famoso Roland Topor–

 

      Abram Topor Whois

 

https://www.zannettacci.com/laboutique/catalogues/abram-topor/

 

 

 

Milano Libri, 1969

 

Abram Jechiel Topor ( nato il 24 febbraio 1903 a Varsavia, morto il 9 ottobre 1992 a Parigi ) -è un pittore ebreo di origine polacca che ha lavorato in Francia.

Nel 1925 si diploma al Dipartimento di Scultura della Scuola di Belle Arti di Varsavia, nel 1929 espone le sue opere in una mostra collettiva di laureati. una delle sue sculture ha vinto il secondo premio e Abram Topor ha ricevuto una borsa di studio statale che gli ha permesso di andare in Francia per un anno e continuare i suoi studi all’École des Beaux-Arts. Nel 1930 decise di rimanere a Parigi , vi portò e sposò la sua fidanzata, Zlata Binsztok, che lavorava come ricamatrice. Purtroppo la crisi dei primi anni ’30 lo costrinse, pur avendo completato gli studi artistici, a partire per la Lorena, dove ha iniziato a lavorare come tappezziere in un’azienda di riparazione di carrozze ferroviarie. Nel 1932 nasce la figlia Hélène, durante questo periodo realizza piccoli bassorilievi da ritagli di rame. Nella seconda metà degli anni ’30 si trasferì con la famiglia a Parigi , vissero nel 13° arrondissement, dove Abram Topor gestiva un laboratorio di pelletteria, e nel tempo libero dipingeva e scolpiva, nel 1938 nasceva suo figlio Roland .

 

Campo di concentramento Pithiviers, Loiret, Francia, 16 maggio 1941 (foto b/n Foto stock - Alamy

campo di Pithiviers, nel Loiret– 90 km da Parigi, nel Centro-Valle della Loira

 

Nel 1941 fu arrestato e rinchiuso nel campo per prigionieri di guerra ebrei a Pithiviers, nell’estate del 1942, grazie all’aiuto della moglie, riuscì a fuggire durante il lavoro sul campo. Partirono per la Savoia meridionale e vi rimasero fino alla fine della seconda guerra mondiale. Tornato a Parigi, si dedicò alla sua passione artistica, dipingeva e scolpiva, realizzava anche incisioni su linoleum . I soggetti dei suoi dipinti erano i paesaggi delle pendici del Morvan e le vedute del villaggio di Breuil, dove trascorreva i mesi estivi. Solo nel 1971 si tiene la sua prima mostra personale alla Galerie Benézit.

DA : https://www.duhoctrungquoc.vn/wiki/pl/Abram_Topor

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Opera di Abram Topor, Les ruines, Realizzata in olio su tela

Le rovine, olio su tela, 1973, 61x50cm

 

 

Trois nus dans un intérieur
Trois nus dans un’intérior
olio su tela, 65×54

 

 

Vers le soir, l'étang

Vers le soir. L’étang
Olio su tela, 54x65cm

 

 

 

 

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Illustrazione di Abram Topor, Po kąpieli, c. 1978, Fatto di gesso, olio, inchiostro/carta

Abramo Topor
Po kąpieli, c. 1978 
gesso, olio, inchiostro/carta
25,5 x 33,5 cm

 

 

Opera di Abram Topor, Mały, opuszczony dworzec, fatta di acquerello, inchiostro / carta

Abramo Topor
Maly, opuszczony dworzec
acquerello, inchiostro/carta
22,5 x 27,5 cm

 

da :

MUTUAL ART
https://www.mutualart.com/Artwork/Maly–opuszczony-dworzec/B8FE21AF9E069C6E7190724BF80ADC02

 

 

 

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Abram Topor - Pittore

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Maremma amara — 1. Gianna Nannini, 1994 — II. AMALIA RODRIGUES

 

I.

 

 

II.

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ALCUNE PARTI :: LE MOSSE DI MOSCA – LE NOTIZIE DAL CAMPO da :: ANSA.IT — 18 maggio 2022

 

 

ALCUNE PARTI DA:
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2022/05/18/ucraina-russia-mosca-kiev-_0d638ced-f97d-4823-beb5-778d5926f5b4.html

 

LE MOSSE DI MOSCA

“Nonostante le attuali difficoltà”, la Russia continuerà la sua “operazione militare speciale” fino al suo compimento, “e i suoi obiettivi, compresa la demilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina e la difesa delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, saranno completamente raggiunti”.

Lo ha detto il vice capo del Consiglio per la sicurezza nazionale di Mosca, Rashid Nuurgaliyev, citato dalle agenzie russe.

 

La camera bassa del Parlamento russo (Duma) valuterà il possibile ritiro del Paese dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), così come dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto): lo riporta il quotidiano russo Kommersant, citando il vicepresidente della Duma di Stato russa, Pyotr Tolstoj.

Secondo la sua dottrina, la Russia non può essere la prima a lanciare un attacco nucleare, può lanciarlo solo come rappresaglia: lo ha detto il vice primo ministro russo, Yury Borisov, secondo quanto riporta l’agenzia Interfax. Il Cremlino dice che all’Ucraina “manca la volontà” di continuare i colloqui di pace.

 

LE NOTIZIE DAL CAMPO


La regione di Donetsk è stata colpita da 28 bombardamenti russi nelle ultime 24 ore, che hanno causato un morto e diversi feriti, tra cui bambini. Lo riferisce la polizia ucraina su Facebook. I russi “hanno sparato su 12 insediamenti. Tra i feriti ci sono tre bambini. 52 strutture civili sono state distrutte: abitazioni, 3 scuole, fabbriche, una fattoria e infrastrutture critiche”, scrive la polizia. “Hanno sparato sui civili da aerei, carri armati, artiglieria pesante e sistemi missilistici”, aggiunge. Bakhmut è la località più colpita, con “un edificio di 5 piani distrutto, un uomo morto e un bimbo di 9 anni gravemente ferito”.

Le truppe russe hanno lanciato all’alba un attacco missilistico dal mare sulla regione di Odessa “continuando a distruggere le infrastrutture degli insediamenti nella regione”. Al momento non si registrano vittime. Lo ha riferito il comando operativo “Sud” su Telegram del consiglio comunale di Odessa, come riferisce Ukrinform.

Due attacchi missilistici russi hanno colpito stamattina la città di Dnipro, nell’Ucraina orientale, ferendo una donna e distruggendo parte dell’infrastruttura di trasporto. Lo riferisce l’amministrazione regionale, secondo quanto riporta Ukrinform.
“Una notte allarmante e una mattinata inquieta. Un attacco nemico su Dnipro. Un missile è stato abbattuto dalle nostre unità di difesa. I frammenti sono caduti su un cortile privato. Una donna è rimasta ferita”, spiega su Telegram il capo dell’amministrazione militare regionale di Dnipropetrovsk Valentyn Reznichenko, aggiungendo che i frammenti del missile hanno danneggiato anche due case. Un secondo missile, aggiunge, ha invece colpito una parte dell’infrastruttura di trasporto, distruggendola.

Sono almeno 3.752 le vittime civili provocate dalla guerra in Ucraina: lo ha annunciato oggi l’agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani, secondo quanto riporta il Kyiv Independent.

I feriti dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio scorso sono almeno 4.062. La maggior parte delle vittime riportano ferite causate da munizioni di artiglieria, bombe e razzi.

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LA 7 – OTTO E MEZZO –17 maggio 2022 –Ospiti di Lilli Gruber: Pier Luigi Bersani, Marco Travaglio, Monica Guerzoni — 33 minuti

 

LA 7 – OTTO E MEZZO

L’Italia sospesa tra armi, gas e Putin – 

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/litalia-sospesa-tra-armi-gas-e-putin-otto-e-mezzo-puntata-del-1752022-17-05-2022-438680

 

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Mauro Biani @maurobiani — 18.17 – 18 maggio 2022

 

Oggi, su  @repubblica

 

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MARC CHAGALL AL MUDEC DI MILANO FINO AL 31 LUGLIO 2022 –” UNA STORIA DI DUE MONDI ” –DALL’ ISRAEL MUSEUM DI GERUSALEMME + qualcosa sul Museo di Gerusalemme

 

 

MARC CHAGALL, Mostra MUDEC - Museo delle Culture, Milano | Artsupp

 

Dal 16 marzo al 31 luglio 2022

MARC CHAGALL
UNA STORIA DI DUE MONDI

 

 

Eventi – 22 Marzo 2022 – Pagina 4 – Giro Per Eventi

 

A cura di:

Ronit Sorek

 

La mostra

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi al MUDEC Museo delle Culture di Milano, presenta un progetto espositivo dedicato in particolare ai lavori grafici di Chagall e alla sua attività di illustratore editoriale.

Nato quasi 140 anni fa, Marc Chagall(1887-1985) è oggi uno degli artisti moderni più popolari e amati così come la sua opera, che continua a riscuotere interesse in tutto il mondo. La biografia di Marc Chagall si intreccia con gli eventi cruciali dell’Europa del Novecento: dall’urbanizzazione e dalla secolarizzazione alla Rivoluzione Russa, dalle due guerre mondiali alla migrazione coatta di milioni di persone. I suoi capolavori sono riconosciuti da un pubblico estremamente eterogeneo perché entrati ormai nella memoria collettiva mondiale.

Marc Chagall. Una storia di due mondi ripercorre alcuni temi fondamentali della vita e della produzione dell’artista: dalle radici nella nativa Vitebsk (oggi Bielorussia), descritta con amore e nostalgia nella serie Ma vie, all’incontro con l’amata moglie Bella Rosenfeld, della quale illustrò i libri Burning Lights First Encounter. 

Questi ultimi sono dedicati ai ricordi della vita di Bella nella comunità ebraica e vennero pubblicati dopo la morte prematura della donna: in mostra ne sono esposti i disegni originali. 

Marc Chagall. Una storia di due mondi mette in mostra anche una serie di acqueforti dedicate a Le anime morte di Gogol’ che l’editore francese Ambroise Vollard commissionò nel 1923 all’artista e una serie di lavori successivamente realizzati da Chagall per l’edizione illustrata delle Favole di La Fontaine e La Bibbia.

Il progetto espositivo ideato per Marc Chagall una storia di due mondi mette in relazione queste opere con il contesto culturale da cui nacquero: la lingua, gli usi religiosi e le convenzioni sociali della comunità ebraica yiddish, così come i colori e le forme che Chagall assimilò da bambino ed espresse al meglio da adulto, il rapporto esistente nell’opera di Chagall tra arte e letteratura e tra linguaggio e contenuto

 

foto di Ansa.it

 

 

ISRAEL MUSEUM DI GERUSALEMME

 

Israel museum.JPG

ISRAEL MUSEUM DI GERUSALEMME CON LA KNESSET SULLO SFONDO

 


Lo “Shrine of the book”, il padiglione dei rotoli
Berthold Werner – Opera propria

 

Israel museum | Jerusalem | מוזיאון ישראל | Inexhibit
FOTO INEXIBIT

 

The Israel Museum, Jerusalem
Anish Kapoor, Turning the World Upside Down , Gerusalemme, 2010. Foto © The Israel Museum, Gerusalemme. Eli Posner

 

Museo d' Israele | Gerusalemme | מוזיאון ישראל | Inexhibit

 

Museo di Israele - Gerusalemme, Israel | Sygic Travel

 

 

Israel Museum, Jerusalem - Visitors Guide - Israel in Photos
UNA STORIA DELL’UMA
NITA’

 

Ala archeologica nel Museo di Israele a Gerusalemme
ARCHEOLOGIA

Il tesoro della moneta dal Parco Nazionale di Cesarea

MONETE DEL PARCO NAZIONALE DI CESAREA

 

Piccole figure umane

PICCOLE FIGURE UMANE

 

Museo d'Israele a Gerusalemme

SONO ZANGOLE E SERVONO PER PREPARARE IL BURRO

 

Gli asini trasportano merci

GLI ASINELLI CHE TRASPORTANO MERCI

 

 

Museo d'Israele a Gerusalemme

Vaso a forma di pesce di Tel Poleg (periodo cananeo medio, XIX-XVIII secolo a.C.):

Il pesce a bocca aperta era un regalo di sepoltura. Il suo viso e l’interno della bocca sono decorati con punteggiatura e incisione.

 

QUESTE BELISSIME IMMAGINI DELL’ISRAEL MUSEUM DI GERUSALEMME CONTINUANO NEL LINK :

 

 

MARC CHAGALL — ARTRIBUNE

 

Artribune, 17 maggio 2022

https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2022/05/mostra-marc-chagall-milano-mudec/

 

Marc Chagall a Milano. No, non è la solita mostra

 

Silvia Zanni

 

 Photo © Carlotta Coppo

 

PRENDE IN ESAME L’ATTIVITÀ GRAFICA DI MARC CHAGALL E I SUOI LEGAMI CON L’EBRAISMO LA MOSTRA ALLESTITA AL MUDEC. UN’OCCASIONE PER ANDARE OLTRE L’ESTETICA DEGLI INNAMORATI CHE DA SEMPRE ACCOMPAGNA LA LETTURA DELL’OPERA DELL’ARTISTA

Mette in risalto “un altro Chagall” la mostra allestita al Mudec di Milano e curata dall’Israel Museum di Gerusalemme che, per l’occasione, ha prestato più di cento opere. Una mostra inedita che, oltre l’artista della serie degli innamorati, descrive l’illustratore e le sue memorie familiari, in un intreccio di affetti ed ebraismo che ne ha influenzato l’evoluzione poetica e artistica.

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo
Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

CHAGALL IN MOSTRA A MILANO

La mostra, composta da una selezione di opere donate in prevalenza dalla famiglia e dagli amici di Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 1985) è dedicata principalmente ai lavori grafici dell’artista e alla sua attività di illustratore editoriale, ed è divisa in quattro macro-sezioni: Cultura ebraica e YiddishNostalgia; Fonti di ispirazioneFrancia, la nuova patria. A corollario delle opere sono esposti anche oggetti d’uso nella ritualità ebraica.

Il percorso espositivo ripercorre alcuni temi fondamentali della vita e della produzione dell’artista: dalle radici nella nativa Vitebsk (oggi in Bielorussia), descritta con amore e nostalgia nella serie Ma vie, all’incontro con l’amata moglie Bella Rosenfeld, della quale Chagall illustrò i libri Burning Lights e First Encounter, dedicati ai ricordi della vita di Bella nella comunità ebraica, di cui sono in mostra i disegni originali di accompagnamento. Emerge poi un legame diverso, quello tra l’artista e Parigi, dove Chagall scelse di stabilirsi e che ebbe un’influenza decisiva sul suo stile e sui suoi temi. Chiude la mostra l’installazione multimediale di fiori lavorati a tombolo e a fuselli di Cantù che, tingendosi man mano, sprigionano i vitali colori della tavolozza dell’ultimo Chagall.

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo
Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

LA RELIGIONE, GLI AFFETTI, L’AMORE SECONDO CHAGALL

La prima parte della mostra parla della liturgia e della cultura ebraica e yiddish. La Vitebsk di Chagall, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, faceva parte dell’allora “zona di residenza” dell’Impero russo, una regione con confini geografici ben delimitati, al di fuori della quale agli ebrei non era concesso risiedere: lì si parlava l’yiddish, lingua che creava forte senso di appartenenza, un’identità e una cultura specifiche di cui sono testimonianza le decine di pezzi della liturgia ebraica esposti in questa sezione, simbolo della terra e dei riti della comunità religiosa, delle tradizioni e delle feste. Chagall ci conduce qui in un universo intimo, nelle scene di vita familiare, nella casa della nonna, in un mondo antico e ironico al contempo, aneddotico, in cui il nonno scompare durante un pranzo di famiglia, nascondendosi sul tetto a mangiare tzimmes, dolce tipico della tradizione culinaria ashkenazita. Ma c’è anche l’angoscia dei pogrom, come nell’illustrazione omonima del 1940: nel raffigurare questo tema Chagall colma il vuoto iconografico, la mancanza nell’ebraismo di una tradizione visuale.
La seconda sezione della mostra è dedicata al tema della nostalgia. Ci viene presentato uno Chagall privato, che ci porta con sé nella sua città con le carrozze che volano sui ciottoli e le donne dalle ampie gonne che fanno roteare i loro ombrellini. Ci mostra la sua casa, una capanna storta, così misera e fatiscente che sembra stare per accartocciarsi su se stessa, e il negozio di gioielli del padre di Bella. Ci porta al loro primo incontro, dove già li risucchia un turbinio di linee sinuose e curve, le forme si attorcigliano, i contorni sfumano e si sovrappongono.

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

Marc Chagall. Una storia di due mondi, exhibition view at Mudec, Milano 2022. Photo © Carlotta Coppo

 

 

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Paolo Berizzi @PBerizzi — 22.33 — 17 maggio 2022 — grazie Paolo !


Paolo Berizzi @PBerizzi

 

Il palazzo pubblico occupato dal 2003 a scrocco degli italiani? Il capetto di CasaPound esibisce la terrazza con vista su Roma dove sventola la bandiera dei fascisti del terzo millennio. Sotto inchiesta per tentata ricostituzione del partito fascista.

#Pietre @repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

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ruggiero filannino @ruggierofilann4 – 20.04 — 17 maggio – grazie !

 

BUONA SERATA DA OTRANTO.

 

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Stella Aligizaki @StellaAligizaki — 15.18 — 18 maggio 2022 — alcune fanno ridere !

 

Sono anche quelli che ti mostrano solo amore..

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La basilica di Sant’Antioco, ex cattedrale di Bisarcio, è una delle più grandi chiese romaniche della Sardegna. Si trova sopra la piana di Chilivani nel comune di Ozieri.

 

Othieri coro meu, deu meu..: Piana di Chilivani

PIANA DI CHILIVANI–OZIERI

 

STRAGE DI CHILIVANI DEL 1995

https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Chilivani

 

cartina-linguistica-della-sardegna

 

OZIERI, sulla diagonale tra Sassari e Nuoro, all’altezza di Alghero sulla sinistra,  dovrebbe essere nel Luogodoro.
CARTINA : https://www.logudorolive.it/logudoro-luogo-doro-o-luogo-comune/

 

 

Sardegna – Mappa

 

 

LE REGIONI DELLA SARDEGNA DOPO LA RIFORMA DEL 2016

 

Ozieri – Veduta
Ozieri – Veduta
Gianni Careddu – Opera propria

 

 

 

DA : https://flaniereninsardegna.com/centro-storico-di-ozieri/

 


COPULETTE DI OZIERI DOLCI ALLE MANDORLE VELOCI

 

SOSPIRI DI OZIERI DOLCI SARDI alle mandorle dolcetti della sposa

Sospiri di Ozieri i dolci tradizionali sardi alle mandorleI SOSPIRI DI OZIERI  — DOLCI ALLE MANDORLE -. GLASSATI AL CIOCCOLATO

 

 

Basilica Sant'Antioco di Bisarcio Ozieri SS Dji phantom 4 - YouTube

La basilica di Sant’Antioco, ex cattedrale di Bisarcio, è una delle più grandi chiese romaniche della Sardegna. L’edificio monumentale si trova isolato su un’altura di origine vulcanica in un sito campestre non lontano da Chilivani, nel territorio del comune di Ozieri.

 

video, 1.33  – mostra la posizione isolata della chiesa

 

 

Ozieri - Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio (04).JPG

Gianni Careddu – Opera propria

 

 

Veduta della torre e dell’abside
Sailko – Opera propria

 

 

Interno–
Sailko – Opera propria

 

 


Sant’Antioco di Bisarcio (Ozieri)- Veduta della chiesa e delle rovine del convento
Fpittui di Wikipedia in italiano

 

Il monumento è raggiungibile percorrendo la statale 597, a metà strada tra Ardara e Tula. Il sito campestre in cui sorge la chiesa risulta molto isolato e ciò, unito alla bellezza dell’edificio, conferisce particolare fascino al luogo.

Sul piano artistico e architettonico la cattedrale di Bisarcio si presenta come il connubio dell’opera delle varie maestranze che vi lavorarono; infatti vi si trovano elementi riferibili al romanico pisano, al romanico lombardo e maestranze francesi di origine borgognona introdotte in Sardegna dai cistercensi.

 

Il portico addossato alla facciata, ispirato a modelli francesi, si sviluppa su due piani; nel piano inferiore, ricco di decori scultorei, si aprono tre archi a tutto sesto, i due laterali inglobanti una bifora (murata quella di sinistra, quella di destra invece è ornata, alla base della colonnina, da un leone stiloforo molto consunto), mentre dall’arco centrale si accede al nartece, che si sviluppa in sei campate voltate a crociera e sostenute da pilastri cruciformi. Alla parete destra del nartece si trova una ripida scala, che conduce al piano superiore dove si trovano tre ambienti, di cui quello centrale, dotato di altare, fungeva da cappella privata del vescovo di Bisarcio. Dietro l’altare si trova una bifora che si apre verso l’interno della cattedrale; ai lati della bifora si notano due losanghe decorative, presenti anche nel muro esterno dell’abside, tipiche del romanico pisano. L’ambiente a destra ospita un caratteristico caminetto a forma di mitria.

Dal nartece si accede all’interno della chiesa, a tre navate divise da colonne e con abside semicircolare orientata. La navata centrale ha copertura a capriate lignee, mentre le navate laterali sono suddivise in campate voltate a crociera. La luce soffusa che mantiene in penombra l’interno della cattedrale entra tramite le alte e strette monofore, sei disposte su ciascun lato più quella aperta nell’abside e due all’estremità delle navate laterali.

La chiesa è affiancata sul lato sud da una torre campanaria, attualmente mozza in seguito a un crollo avvenuto in epoca imprecisata. La torre, a canna quadra, e ornata da lesene e archetti pensili, che scandiscono anche i fianchi e il prospetto absidale della chiesa

da :
https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Sant%27Antioco_di_Bisarcio

 

 

 

Ozieri - Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio (02).JPGGianni Careddu – Opera propria

 

 

Ozieri - Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio (06).JPG

 

 

 

 

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Ozieri - Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio (11).JPG

 

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Ozieri - Basilica di Sant'Antioco di Bisarcio (25).JPG

foto sopra : Gianni Careddu – Opera propria

 

 

Sant'antioco di bisarcio, abside.JPGSailko – Opera propria

 

 

Sant'antioco di bisarcio, facciata 01.JPG

 

 

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Sant'antioco di bisarcio, facciata 06.JPG

 

 

 

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Sant'antioco di bisarcio, resti dell'episcopio 02.JPG

 

 

Sant'antioco di bisarcio, resti dell'episcopio 03 fico d'india.JPG

 

 

 

Sant'antioco di bisarcio, veduta 01.JPG

 

 

 

Sant'antioco di bisarcio, veduta 07.JPG

 

opere sopra :

Sailko – Opera propria

 

DA:

https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Sant%27Antioco_di_Bisarcio_(Ozieri)?uselang=it#/media/File:Sant’antioco_di_bisarcio,_veduta_07.JPG

 

 

UN ARTICOLO BEN FATTO CON BELLE FOTO::

 

 

 

 

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LIMES – MAPPA MUNDI — UCRAINA: LA BATTAGLIA PER L’ISOLA DEI SERPENTI — Alfonso Desiderio e Mirko Mussetti — 23 minuti ca

 

Guerra russo-ucraina: situazione a Odessa - Limescarta Limes

 

 

Zmeinyi-sea.JPG

Insula Serpilor map.png

Bogdan Giuşcă – Opera propria

 

 

La costa frastagliata dell’isola
Aleksandr Litvinenko – Opera propria

https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_dei_Serpenti_(Ucraina)

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COSTANZA SUL MAR NERO, IMPORTANTE PORTO E CITTA’ BALNEARE…ANTICA TOMI DOVE FU ESILIATO OVIDIO…

 

COSTANZA SUL MAR NERO, IMPORTANTE PORTO E CITTA’ BALNEARE…ANTICA TOMI DOVE FU ESILIATO OVIDIO…

 

Costanza (in rumeno Constanța, in epoca romana, Tomi o Tomis)– Nelle vicinanze della città si trovano le celebri terme, che, insieme alle lunghe spiagge, attraggono ogni anno milioni di turisti. Le principali industrie della città sono quelle dell’inscatolamento e la manifattura di contenitori per il petrolio. A nord si trova il centro turistico di Mamaia. Nell’8 d.C. il poeta romano Ovidio (43 a.C.-17 d.C.) fu esiliato a Tomi dopo essere caduto in disgrazia presso l’imperatore Augusto e vi morì nove anni dopo, nonostante le ripetute suppliche all’imperatore affinché fosse sottratto da quell’esilio in mezzo a genti barbare

 

Risultati immagini per COSTANZA CITTà RUMENA SUL MAR NERO?Costanza (in rumeno Constanța )

 

 

Publius Ovidius Naso.jpg
Publius Ovidius Naso, “Ovid” Publius Ovidius Naso Nach einem Gemälde von A. v. Werner

Tristia (in lingua latinaTristezze) è un’opera poetica in cinque libri, per complessivi 50 componimenti elegiaci, scritta dal poeta latino Ovidio.
Descrive la penosa condizione in cui si trova in seguito alla condanna all’esilio nell’anno 8 d.C. Il metro è il distico elegiaco, una metrica che ben si presta ad esprimere i lamenti del poeta, esiliato a Tomi, località sulle coste del Mar Nero. Per il timore che i suoi amici venissero eventualmente compromessi, le elegie dei Tristia sono privi di destinatari.

L’opera genera un senso di monotonia per la ripetitività ossessiva dei temi, tutti scaturenti dalla situazione dell’esiliato. Resta tuttavia il singolare documento di un dramma umano, di una lunga infelicità; stupiscono l’infaticabile volontà e l’insopprimibile bisogno del poeta di trasporre letterariamente la sua esperienza personale. Ovidio in esilio trova nella poesia la sua unica ragione di vita.

L’opera inizia così:

Parve — nec invideo — sine me, liber, ibis in Urbem:
ei mihi, quod domino non licet ire tuo!

Traduzione:

Andrai, piccolo libro, senza di me nella Città, ma non ti invidio.
Va’ – va’ nella Città a me proibita – proibita al tuo padrone.

 

 

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la parte più vecchia della città di Costanta

 

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Costanza è quasi al confine con la Bulgaria

 

 

La Romania, il litorale del Mar Nero, Constanta, vista in elevazione del porto di Costanza, mattina Foto stock - Alamy

il porto di Costanza– è  la seconda città della Romania

 

il mare dalla grande moschea che domina la città

 

Costanza, Romania. I mosaici della cattedrale ortodossa.

 

le spiagge

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vista aerea

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porto turistico a Mangalia, nel distretto di Costanza

 

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le spiagge a Mangalia

 

STABILIMENTI TERMALI A MANGALIA

Mangalia è la città più meridionale della costa romena del Mar Nero, circa 44 chilometri a sud di Costanza.

http://www.saunamecum.it/stabilimenti/Localita%20Romania/Mangalia.asp

 

Eforie, Neptun, Mangalia, Techirghiol, località sulle sponde del Mar Nero, note per le proprietà delle acque salate simili a quelle del Mar Morto, sono le  principali mete del turismo termale in Romania

https://www.romaniaturismo.it/terme-e-centri-benessere/

 

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mamaia bagni –vicino a Costanza

 

 

 

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Mamaia

 

FOTO 1

 

Costanza (Constanta), la città portuale romena sul Mar Nero, conserva – memoria della sua breve ma intensa stagione da meta del turismo delle teste coronate di inizio secolo – i resti di un casinò gioiello. Costruito a inizio secolo in stile Art Nouveau, su disegno di Daniel Renard, architetto di origine elvetica, apprezzato tra gli altri dallo zar Nicola II, versa da anni in stato di degrado-abbandono, vittima illustre dello snobismo del regime di Ceausescu prima, della speculazione edilizia poi. Adesso, però, grazie a un gruppo di giovani architetti, e al ritrovato interesse almeno dell’amministrazione locale, la rotta potrebbe essersi invertita. Leggi l’articolo (REPUBBLICA)

FOTO 2

 

FOTO 3

 

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FOTO 6

 

 

Costanza, terrazza sul Mar Nero. Ghiacciato

http://www.repubblica.it/viaggi/2012/02/02/foto/costanza_terrazza_sul_mar_nero_ghiacciato-118266254/25/

Immagini da Constanta (Costanza), città romena che si trova a 200 chilometri a Est di Bucarest, sul Mar Nero, circa 500 km a Nord di Istanbul. Le temperature gelide portate dai venti siberiani in queste ore – fino a meno 35 nell’interno del Paese hanno addirittura portato a ghiacciare il mare di fronte alla città, che d’estate è frequentatissima meta di turismo balneare (si trova a latitudini paragonabili a quelle di Rimini, della Riviera dei Fiori o del Golfo dei Poeti, nello Spezzino) oltreché termale. L’effetto è surreale e affascinante

 

 

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COSTANZA CON IL MAR NERO GHIACCIATO

CHE FOTO !

 

 

 

 

FINIAMO AL CALDO:::

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MARC TIBALDI, Il poeta della rivoluzione che si oppose al fascismo -«Giandante X», di Roberto Farina per Milieu edizioni.

 

IL MANIFESTO 17 MAGGIO 2022
https://ilmanifesto.it/il-poeta-della-rivoluzione-che-si-oppose-al-fascismo

 

Il poeta della rivoluzione che si oppose al fascismo

SCAFFALE. «Giandante X», di Roberto Farina per Milieu edizioni. Un ritratto dell’artista Dante Pescò (1899-1984) che firmava con pseudonimo

Il poeta della rivoluzione che si oppose al fascismo

Dante Pescò, foto di Archivio Centrale di Stato (Casellario Polizia Politica)

 

Sarebbe piaciuto a Mario Perniola Giandante X di Roberto Farina (Milieu edizioni, pp. 383, euro 24,90), pieno com’è di arte, politica, ascetismo rivoluzionario, fuga da ogni classificazione, proprio come i personaggi delle storiette di Del terrorismo come una delle belle arti, in cui il filosofo racconta gli incontri della sua vita tra avanguardie artistiche e politiche, con sguardo atarassico e ironia, ma senza rinnegare nulla. Il libro monumentale di Farina dedicato alla figura di Giandante X, che esce in edizione ampliata e con notevole – per quantità e qualità – apparato iconografico, è appassionante sia per il racconto delle avventure di vita dell’artista milanese, sia per la scrittura coinvolgente e la sapiente struttura narrativa.

 

È UN ROMANZO che travolge. È un saggio costruito con indizi e frammenti, scovati in anni e anni di ricerche, che alla fine ci restituiscono la vita di Giandante. Farina ci ha regalato altri romanzi-biografie mirabili, tra cui: Flavio Costantini. L’anarchia molto cordialmente, I dolori del giovane Paz, Io per Bruno Brancher non ho mai pagato, e Fuochi, raccolta di racconti-ritratti, ma quello dedicato a Giandante è entusiasmante per intrecci, rimandi, suggestioni.

Giandante X è lo pseudonimo con cui si firmò Dante Pescò (1899-1984), pittore e poeta, che prima si laureò in architettura e poi in filosofia. Il suo nome lo scelse a vent’anni: Giandante ossia Già-Andante, in cammino, più la X, l’incognita del divenire. Scultore e pittore nel periodo futurista fu successivamente autonomo da ogni corrente. Viscerale oppositore del fascismo fece parte degli Arditi del popolo, continuando il suo impegno nelle Brigate internazionali nella Guerra di Spagna contro il franchismo e, dopo essere stato internato in campi di concentramento in Francia e Italia, nella Resistenza, nella Brigata Matteotti-Fogagnolo. Incontrò molte personalità politiche e artistiche, Giovanni e Nori Pesce, Luigi Longo, Mario Sironi, Carlo Carrà, Aligi Sassu, Ernesto Treccani, Giacomo Manzù, Leonida Repaci, Raffaele De Grada. Tutti lo ricordarono per la genialità, la cultura, il rigore esistenziale, ma lui rimase misterioso e provocatore nel proporre uno sguardo diverso del mondo.

DISINTERESSATO a mettere in discussione le gerarchie e le caselle dell’arte proprio perché convinto di una rivoluzione complessiva della vita, che ripensa il potere dell’immaginazione, Giandante X tiene assieme, nello stesso tempo, l’incanto con cui i monaci tibetani disegnano i mandala di polveri colorate, distruggendoli appena terminati per ricordarci l’inconsistenza del tempo, e l’azione del materialista che vuole stare dentro e contro il mondo, per cambiarlo. «Un quadro in ogni casa» era il suo slogan che fondeva il desiderio di comunismo estetico condiviso e quello di anarchia della creatività, che mette in ginocchio il mercato dell’arte.
Lo si può immaginare nel 1936, in Spagna, mentre sfiora Emilio Lussu, Simone Weil, Camillo Berneri, Benjamin Perét, André Malraux, Carlo Rosselli, George Orwell, tra un disegno agit-prop e un’azione armata. Lo si può immaginare immobile mentre guarda il corpo di Mussolini a piazzale Loreto, ripensando alle torture e le incarcerazioni fasciste subite da lui e dai suoi compagni. Oppure mentre viene osservato con ammirazione e affetto da un altro personaggio originale, uno che è stato operaio a quattordici anni, amico fraterno di Antonia Pozzi e un grande della filosofia del ‘900, Dino Formaggio.

 

GIANDANTE morì dimenticato nel novembre 1984. Una delle grandezze del libro è che spinge all’immedesimazione sia di Giandante che dell’autore, ricercando altri indizi e ricostruzioni verosimili. A noi piace immaginare Giandante nei suoi ultimi anni di vita, diciamo dal 1977 al 1984, anni di cui non vi è traccia nel libro di Farina. Dopo aver attraversato il secolo, sfinito dal suo ascetismo rivoluzionario, siede su una panchina di una piazza milanese osservando il mondo che cambia, felice durante le manifestazioni dei giovani «figli di nessuno», autonomi, femministe, anarchici, indiani metropolitani, punk, triste negli anni smorti del «riflusso nel privato«, in attesa della sua morte, mai domo, mai pacificato, ma distaccato e sereno.
«Cupo e pensieroso, è davvero un buon compagno da avere intorno. Sente il più piccolo suono e capta l’arrivo degli aerei molto prima di qualunque altro», questa è una parte della descrizione che John Tisa, volontario antifascista in Spagna, fa di Giandante. Era un uomo-radar Giandante X anche dal punto di vista etico politico artistico, ri-sintonizzarsi sulla sua sensibilità è necessario.

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ANSA.IT — 16 MAGGIO 2022 :: Morti marito e moglie: lasciano il loro bimbo ad Azovstal. Vitaly e Alla si erano sposati dentro Azovstal

 

ANSA.IT — 16 MAGGIO 2022

https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2022/05/16/azov-morti-marito-e-moglie-lasciano-bimbo-nato-in-acciaieria_a57ebf04-21ea-43df-8f8d-35cca096da6c.html

Morti marito e moglie: lasciano il loro bimbo ad Azovstal.

Vitaly e Alla si erano sposati dentro Azovstal

 

Il padre Vitaly Taranov insieme al figlio

Azov, morti marito e moglie, lasciano bimbo nato in acciaieria

 

Vitaly e Alla Taranov si sono sposati dentro l’acciaieria di Azovstal, avevano un figlio di pochi mesi.

Ma la loro famiglia ha perso la vita nel gigantesco ventre dell’impianto: Vitaly è morto il 15 aprile durante un combattimento.

Alla è rimasta uccisa l’8 di maggio in un bombardamento aereo dell’esercito russo. Il loro bambino è rimasto orfano.

 

Combatteremo finché sarà necessario». Parla un militare ucraino da Mariupol - OpenSviatoslav Palamar, vice comandante del battaglione Azov

La storia è stata resa nota dal vice comandante del battaglione Azov, Sviatoslav Palamar, in occasione della Giornata mondiale della famiglia del 15 maggio, e rilanciata su Telegram dal Comune di Mariupol, 16 maggio 2022. Palamar ha raccontato che questa ‘famiglia dei difensori’ si è unita al reggimento Azov quasi dall’inizio della sua nascita: “Si sono sposati ad Azov. La loro famiglia è nata qui e anche loro sono cresciuti qui. Anche il loro figlio è nato a Mariupol. Lei prima della guerra lavorava come parrucchiera, lui era un funzionario delle Finanze, si preoccupava sempre più per gli altri che per se stesso. Cantava molto bene”. “Sono morti due eroi, non c’era niente che potessi fare. Io e tutto il comando stiamo combattendo 24 ore su 24. Questa storia parla di una sola famiglia. Ma qui dentro ne sono nate tante altre, qui sono nate tante famiglie”, ha detto il vice comandante dell’Azov. “Ricordiamoci che queste persone giovani e belle ora muoiono per difendere la nostra terra”, ha concluso.

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Per Donatella : ” Splendidamente Castel del Monte ” – grazie a :: AlmiraUva @AlmiraUva – 16.22 — 17 maggio 2022

 

 

Immagine

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ANSA.IT — 17 MAGGIO 2022 — 15.39 :: Ucraina, evacuati 264 militari dall’acciaieria Azovstal. Svezia firma la domanda di adesione alla Nato Cremlino: ‘Esistenza della Russia irritante per l’Occidente’

 

 

ANSA.IT — 17 MAGGIO 2022 — 15.39

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2022/05/17/ucraina-evacuati-264-militari-dallacciaieria-azovstal.-svezia-firma-la-domanda-di-adesione-alla-nato-_003b4b80-26e3-4dbc-8d7e-d3c45801f87d.html

 

Ucraina, evacuati 264 militari dall’acciaieria Azovstal. Svezia firma la domanda di adesione alla Nato

Cremlino: ‘Esistenza della Russia irritante per l’Occidente’

 

Un fermo immagine tratto da un video mostra i militari ucraini che lasciano l’Azovstal

 

ANN LINDE, MIN ESTERI SVEDESE

 

L’evacuazione dei soldati ucraini dall’acciaieria Azovstal di Mariupol

 

 

 

colloqui tra Mosca e Kiev attualmente non si stanno svolgendo in alcuna forma, ha detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

Il Consigliere di Zelensky:"punto chiave dell'accordo è il cessate il fuoco"Mikhailo Podolyak  — FOTO TF news

E il consigliere presidenziale e negoziatore ucraino, Mikhailo Podolyak, ha poi spiegato: “Attualmente il processo negoziale è sospeso: dopo l’incontro di Istanbul non ci sono stati cambiamenti, nessun progresso.

La Federazione Russa resta ancora sulle sue posizioni stereotipate. Ma ogni guerra finisce al tavolo delle trattative, e questo processo sarà moderato da Zelensky”, ha affermato, secondo quanto riporta l’agenzia ucraina Unian.

Intanto ad Azovstal “continua l’operazione umanitaria. Stiamo lavorando alle prossime fasi dell’operazione umanitaria”, ha scritto su Telegram il vice premier ucraino Iryna Vereshchuk riferendosi all’evacuazione dei combattenti ucraini rimasti nell’impianto siderurgico di Mariupol. In serata Kiev aveva annunciato l’evacuazione di 264 militari.

E la Svezia in mattinata ha firmato la domanda di adesione alla Nato. ( ARTICOLO )

 

VIDEO, 1.28

Ucraina, la tv russa mostra l’evacuazione dei soldati dall’Azovstal

 

VIDEO, 0.25

Azovstal, Zelensky: ‘Speriamo di salvare la vita dei nostri ragazzi’

 

PUTIN
L’Occidente si sta avviando verso “una sorta di suicidio energetico” con l’imposizione delle sanzioni contro le forniture russe: così il presidente russo Vladimir Putin parlando alle imprese petrolifere russe a Mosca. “Nel lungo termine ne subirà le conseguenze, si sta creando un danno all’economia europea”, ha aggiunto Putin.

NATO, FINLANDIA E SVEZIA

La Casa Bianca è fiduciosa che la Nato possa raggiungere un consenso unanime sulla richiesta di adesione di Svezia e Finlandia, nonostante le resistenze della Turchia: lo ha detto la portavoce di Joe Biden, Karine Jean-Pierre.

La ministra degli Esteri svedese, Ann Linde, ha firmato la domanda di adesione della Svezia alla Nato. La firma rappresenta il passo formale di Stoccolma verso l’ingresso nell’Alleanza. E il Parlamento finlandese ha votato a larghissima maggioranza a favore dell’adesione alla Nato.
“Sono sicuro che la Svezia e la Finlandia nella loro richiesta di adesione alla Nato riceveranno un forte sostegno da tutti i Paesi Ue perché ciò aumenta la sicurezza e ci rende più forti”: così l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell prima della riunione dei ministri della Difesa dell’Ue al quale parteciperanno anche

Oleksiy Reznikov Archivi - Report Difesa
il titolare della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov

e il vice segretario generale della Nato, Mircea Geoana. Sulla posizione della Turchia su Svezia e Finlandia, Borrell ha sottolineato: “Sono sicuro che il Consiglio Atlantico supporterà il più possibile” l’adesione dei due Paesi e “so che la Turchia ha avanzato qualche obiezione ma la Nato sarà in grado di superarle”.

IL CREMLINO
L’esistenza stessa della Russia è irritante per l’Occidente, il mondo occidentale è pronto a fare di tutto perché la Federazione non viva come vuole. Gli Stati Uniti si comportano in maniera ostile nei confronti della Russia”: così il portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov secondo quanto riporta l’Agenzia russa Tass. “Il Paese perde la sua sovranità se non difende fermamente i suoi interessi”, ha aggiunto, “la Russia è sicura della sua vittoria e del raggiungimento degli obiettivi prefissati, è sicura che tutto andrà bene”. “Le azioni dei Paesi occidentali nei confronti della Russia sono una guerra, sarebbe più corretto ora indicare i Paesi non amici come ostili”.

“Kiev difficilmente avrebbe potuto realizzare da sola una messa in scena così brillante e sanguinosa a Bucha, ha un esercito di società di pubbliche relazioni che lavorano per lei”, ha aggiunto poi il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.

 

IL CONFLITTO


Almeno otto persone sono morte e altre 11 sono rimaste ferite a causa dei bombardamenti russi di questa mattina sul villaggio ucraino di Desna, nella regione di Chernihiv, a nord di Kiev e circa 64 km dal confine con la Bielorussia: lo ha reso noto la direzione del servizio statale di emergenza della regione. Lo riporta l’agenzia Unian.
Esplosioni sono state udite a Leopoli nelle prime ore di oggi, rende noto il sindaco della città ucraina occidentale Andriy Sadovy, citato dal Kyiv Independent.

Corrispondenti della Cnn parlano da parte loro di una serie di esplosioni udite nel centro, nel nord e nel nordovest di Leopoli intorno alle 00:45 ora locale, poco dopo che le sirene dei raid aerei avevano risuonato in città. Esplosioni sono state sentite anche da un testimone – citato dal canale americano – che vive a circa 30 chilometri di distanza da Leopoli, città a circa 70 km dal confine con la Polonia.

Una base militare ucraina a circa 15 chilometri dal confine con la Polonia è stata presa di mira nelle prime ore di oggi da un attacco missilistico russo, secondo Maksym Kozytsky, capo dell’amministrazione militare regionale di Leopoli. Una fonte della Cnn ha riferito di aver visto le difese aeree illuminarsi in direzione della struttura militare di Yavoriv, a una quarantina di chilometri di distanza dalla città da cui erano state sentite esplosioni. Yavoriv è stata preso di mira almeno tre volte dall’inizio della guerra.

La Russia sta introducendo permessi di residenza nella regione meridionale di Kherson per limitare la circolazione dei cittadini e sta bloccando le vie di uscita dall’oblast, fa sapere il vicecapo del Consiglio regionale Yuriy Sobolevsky, citato dal Kyiv Independent.

 

AGENZIA ANSA

Ucraina, la cronaca della giornata – Mondo

La diretta dalle città (ANSA)

 

UE
“Il lavoro continua e speriamo di avere un accordo sul sesto pacchetto di sanzioni il prima possibile”. Lo ha detto un portavoce della Commissione Europea durante il briefing quotidiano. “L’apertura di un conto in rubli va oltre le indicazioni che abbiamo dato agli Stati membri”, ha precisato un portavoce della Commissione Ue. Per quanto riguarda il rispetto della direttiva, “è il Paese membro che deve far rispettare le sanzioni, dunque è il Paese che deve vigilare che le società rispettino le sanzioni: le sanzioni hanno un obbligo legale e in caso contrario la Commissione può aprire la procedura d’infrazione”, ha aggiunto il portavoce.

 

SCHOLZ-ZELENKSY

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in una telefonata di cui dà notizia la cancelleria a Berlino, “hanno concordato sul fatto che una soluzione diplomatica fra Ucraina e Russia richieda la fine immediata delle attività di combattimento da parte della Russia e un ritiro delle truppe russe”. Scholz e Zelensky hanno avuto “uno scambio sulle possibilità di ulteriori forme di sostegno dalla Germania e hanno deciso di restare in stretto contatto”, si legge ancora nella nota del portavoce della cancelleria Steffen Hebestreit.

 

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ANDREA CAPOCCI, Alla scoperta della lingua nascosta degli scimpanzé. Un anno nella foresta della Costa d’Avorio. IL MANIFESTO DEL 17 MAGGIO 2022

 

 

 

 

IL MANIFESTO DEL 17 MAGGIO 2022

https://ilmanifesto.it/alla-scoperta-della-lingua-nascosta-degli-scimpanze

 

 

 


foto . Scienza FanPage

 

Alla scoperta della lingua nascosta degli scimpanzé

SCIENZA. Un gruppo di ricercatori ha trascorso un anno nella foresta della Costa d’Avorio per registrare le comunicazioni tra gli scimpanzé. Uno studio ora rivela la complessità del linguaggio usato dalle scimmie più simili a noi

 

Alla scoperta della lingua nascosta degli scimpanzé

Scimpanzè ritratti da Richard Lynch Garner nel 1900

 

Studiando gli scimpanzé del parco nazionale di Tai (Costa D’Avorio), un’équipe internazionale di ricercatori ha rivelato la struttura nascosta nelle vocalizzazioni dei primati più vicini a noi. Quello che emerge è un linguaggio complesso, con molte analogie con il nostro. L’affascinante scoperta è stata pubblicata oggi sulla rivista Communications Biology ed è stata realizzata registrando per oltre un anno 46 scimpanzé. Le 900 ore di nastri così raccolte hanno permesso ai ricercatori di individuare i suoni elementari emessi dalle scimmie. Lo studio mostra che gli scimpanzé non solo utilizzano un alfabeto basato su dodici «urli base», ma sanno anche combinarli secondo regole stabili e nient’affatto casuali.

 

LE REGISTRAZIONI sono state analizzate con tecniche statistiche, come quando si prova a decifrare un codice segreto. I ricercatori hanno così osservato che la lingua degli scimpanzé di Tai possiede le tre caratteristiche tipiche di un linguaggio evoluto come il nostro.

  1. Innanzitutto, la flessibilità, cioè capacità di associare unità provenienti da un alfabeto limitato.

2. Inoltre, l’importanza dell’ordinamento: anche in italiano, ad esempio, l’articolo viene sempre prima del nome e il contrario non succede mai.

3. Infine, la ricombinazione, cioè la facoltà di associare sequenze di suoni-base in composizioni più articolate, che usiamo anche noi quando mettiamo insieme le parole per costruire le frasi, sfruttando un numero limitato di fonemi elementari.

 

Emiliano Zaccarella: Explorer — #WIRSINDHUMBOLDT
Emiliano Zaccarella, Twitter

 

«Questa è una novità» dice al manifesto Emiliano Zaccarella, neuroscienziato all’istituto «Max Planck» di Lipsia (Germania) e uno degli autori della ricerca.

«Finora si riteneva che le sequenze emesse degli scimpanzé arrivassero a due o tre unità al massimo. Invece abbiamo registrato sequenze molto più lunghe, fino a dieci unità». Piccola curiosità, ancora tutta da comprendere: le «frasi» più lunghe sono state pronunciate dalle femmine, le sole ad andare oltre gli otto suoni base nella stessa sequenza.

La decodifica completa del linguaggio degli scimpanzé però è ancora lontana. I ricercatori non sono ancora in grado di assegnare un significato alle sequenze registrate. Si sa però che alcuni particolari «urli» servono a dare l’allarme al resto del gruppo – per esempio se viene rilevata la presenza di un predatore. Oppure sono istruzioni legate agli spostamenti da un punto all’altro della foresta.

«L’attribuzione del significato è un lavoro ancora in corso» racconta Zaccarella. «Sarà interessante capire se due vocalizzi, una volta combinati insieme, anche per i primati assumono un significato diverso. Come quando noi diciamo “tirare le cuoia” e non ci riferiamo né all’azione fisica né al pellame».

 

Immaginefoto:
Emiliano Zaccarella @e_zaccarella+ Taï Chimpanzee Project @TaiChimpProject  – 16 maggio

SEBBENE LA CAPACITÀ di combinare suoni sia già stata osservata in altre specie, come i cetacei o gli uccelli, è la prima volta che un linguaggio di un’altra specie viene analizzato così in dettaglio fino a farne emergere una sintassi per quanto abbozzata. Studiare il linguaggio delle scimmie però serve soprattutto a capire noi stessi. Gli scimpanzé sono assai simili a noi per caratteristiche evolutive e genetiche. Perciò, capire come si sia sviluppato il loro linguaggio potrebbe insegnarci molto anche sull’evoluzione del nostro, che sembra essere emerso a un certo punto della nostra storia in circostanze ancora molto misteriose.

«La nostra capacità di elaborare e comunicare efficacemente persino concetti immaginari e slegati dall’esperienza è apparentemente unica nell’ecosistema» spiega Zaccarella. «Ma se questo sia solo un pregiudizio dettato dalla nostra ignoranza dei linguaggi degli altri animali è ancora tutto da scoprire».

 

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ANDREA TUNDO, Guerra in Ucraina, Mariupol e il dilemma della resa dopo 82 giorni. L’ordine di Kiev ad Azov: “Missione compiuta, salvate le vostre vite” –IL FATTO QUOTIDIANO DEL 17 MAGGIO 2022

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 17 MAGGIO 2022
https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/17/guerra-in-ucraina-mariupol-e-il-dilemma-della-resa-dopo-82-giorni-lordine-di-kiev-ad-azov-missione-compiuta-salvate-le-vostre-vite/6594608/

 

Guerra in Ucraina, Mariupol e il dilemma della resa dopo 82 giorni. L’ordine di Kiev ad Azov: “Missione compiuta, salvate le vostre vite”

Guerra in Ucraina, Mariupol e il dilemma della resa dopo 82 giorni. L’ordine di Kiev ad Azov: “Missione compiuta, salvate le vostre vite”

Lo Stato maggiore ha detto di essere al lavoro per evacuare tutte le truppe rimaste nell’acciaieria dopo mesi di bombardamenti. Il comandante di Azov: “Respinte le forze schiaccianti del nemico per 82 giorni permettendo all’esercito di riorganizzarsi”. Della difesa di Mariupol hanno fatto parte anche i Marines della 36esima brigata, la Guardia nazionale, guardie di frontiera, polizia, volontari

Gli irriducibili hanno ricevuto l’ordine di salvarsi la vita. Così dopo 82 giorni di resistenza, prima strada per strada e poi con gli ultimi combattenti asserragliati dentro l’acciaieria Azovstal, Mariupol va verso quella che sembra una resa. Ora che i feriti sono stati evacuati, lo Stato maggiore delle forze armate ucraine ha ordinato al battaglione Azov e al 36esimo reggimento della Marina, rimasti a difendere l’impianto siderurgico, di “salvare le vite” dei soldati perché la “missione è compiuta”. La città martire rasa al suolo dalle truppe russe, sfregiata dai bombardamenti, va dunque verso la bandiera bianca, anche se le dichiarazioni degli alti ufficiali ucraini restano almeno in parte contrastanti.

L’esercito ucraino ha detto di essere al lavoro per evacuare tutte le truppe rimaste nell’acciaieria dopo mesi di bombardamenti: “La guarnigione di Mariupol ha compiuto la sua missione di combattimento, il comando militare supremo ha ordinato ai comandanti delle unità di stanza ad Azovstal di salvare le vite dei combattenti”, ha spiegato lo Stato maggiore delle forze armate ucraine in un comunicato citato dalla Bbc. Poco prima però era stato Oleksandr Danylyuk, ex ministro delle Finanze e ora ufficiale dell’esercito, a dire che la presa del “simbolo” di Mariupol “costerà” ai russi “molte vite”. Come a lasciare intendere, insomma, che la resa sarebbe lontana.

Che qualcosa si stesse muovendo era chiaro da lunedì, quando Mosca ha dato il via libera all’evacuazione dei feriti e a tarda sera era iniziato il via vai di ambulanze e bus per trasportarne oltre 260 fuori dal budello di acciaio e bunker, ultimo fortino scelto dal reggimento Azov e dai Marines. Ed era stato proprio il comandante di Azov, Denis Prokopenko, a fare un ulteriore passo ubbidendo ai desiderata di Kiev sull’evacuazione: “I difensori di Mariupol hanno eseguito l’ordine”, ha chiarito.

Per poi spiegare quali risultati, nell’ottica ucraina, sono stati ottenuti grazie alla resistenza: “Nonostante tutte le difficoltà, hanno respinto le forze schiaccianti del nemico per 82 giorni e hanno permesso all’esercito ucraino di riorganizzarsi, addestrare più personale e ricevere armi dai Paesi partner. Nessuna arma funzionerà senza militari professionisti, il che li rende l’elemento più prezioso dell’esercito. Per salvare vite umane, l’intera guarnigione di Mariupol sta attuando la decisione approvata dal Comando supremo e spera nel sostegno del popolo ucraino”. La stessa linea dello Stato maggiore, che ha definito “eroi del nostro tempo” i difensori della città: “Mentre tenevano posizioni su Azovstal, hanno impedito all’esercito russo di trasferire fino a 17 battaglioni tattici, circa 20.000 soldati in altre aree, e impedito la conquista rapida di Zaporizhzhia, l’accesso al confine amministrativo delle regioni di Donetsk e Zaporizhzhia”.

Della difesa di Mariupol oltre ad Azov e la 36esima brigata della Marina, hanno fatto parte la 12esima Brigata della Guardia nazionale dell’Ucraina, guardie di frontiera, polizia, volontari: “Attirare le principali forze russe attorno a Mariupol ci ha dato l’opportunità di preparare e creare linee difensive, dove si trovano oggi le nostre truppe, e dare un discreto contrattacco all’aggressore”, ha rivendicato Kiev in un “giorno difficile”, come lo ha chiamato Volodymyr Zelensky. “Abbiamo usato il momento critico per formare riserve, raggruppare le forze, ricevere assistenza dai partner – ha assicurato lo Stato maggiore – Combatteremo Mariupol su tutti i fronti con la stessa fedeltà con cui i difensori dell’Azovstal difendono lo Stato”.

 

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Stella Aligizaki @StellaAligizaki — 7.43 — 17 maggio 2022 — grazie Stella !

 

traduzione automatica Google :

Famiglia..

 

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ArcheoMedia, 16 maggio 2022 –ODESSA (Ucraina). Soldati ucraini trovano vasi antichissimi, scavando una trincea. +++ Varna

 

Archeologia online - Archeomedia

16 maggio 2022

ODESSA (Ucraina). Soldati ucraini trovano vasi antichissimi, scavando una trincea.

 

 

odessa

I soldati della 126esima brigata delle forze di difesa di Odessa si sono imbattuti in antiche anfore durante i lavori di scavo delle trincee. Lo annuncia la pagina Facebook della squadra. I reperti, che risalgono al IV-V secolo a.C., sono stati consegnati al Museo Archeologico di Odessa.
odessaLa regione di Odessa, già abitata in antichità dagli Sciti, divenne luogo di fondazione di due colonie greche, Tyras e Olbia Pontica. Il nome della città deriva da Odessos, un’altra colonia greca che, in passato, si riteneva fiorita sullo stesso territorio, ma la cui ubicazione, invece, era nell’attuale Bulgaria, presso l’odierna città di Varna.

Fonte: www.stilearte.it, 12 mag 2022

 

ANDIAMO A VEDERE L’ANTICA COLONIA GRECA “ODESSOS ” CHE ATTUALMENTE E’ LA CITTA’ DI VARNA IN BULGARIA

 

Varna, Bulgaria mappa - Bulgaria varna mappa (Europa dell'Est - Europa)

La città di Varna sul mar Nero

 

Bulgaria - Mappa

Bukkia – on the basis of File:Bu-map-IT.JPG
wikipedia

 

 

Varna, cosa visitare?

 

 

Varna (Bulharsko) - barevná a květinami vonící

 

 

 

 

 

 

 

immagini da:
https://www.google.com/

 

 

Beautiful buildings in Varna, Bulgaria | Beautiful buildings, Travel photography, Around the worldsPinterest

 

Varna, vista sulla strada della città vecchia, Bulgaria, Balcani, Europa

Varna è una città di 350.000 abitanti nel 2011, la terza città della Bulgaria dopo Sofia e Plovdiv. Si trova sul Mar Nero vicino al lago di Varna.

Nel 580 a.C. circa, Varna venne fondata dagli antichi greci e strutturata come una colonia commerciale (apoikia), con il nome di Odessos. Dal punto di vista storico la città è conosciuta per le necropoli del Calcolitico, presso le quali gli archeologi hanno scoperto il più antico tesoro in oro del mondo, l’Oro di Varna. Della città romana sono ben conservate le terme (II secolo d.C.), che rappresentano il maggior sito archeologico romano della Bulgaria. Durante il Medioevo, i bulgari e i bizantini si alternarono più volte nel controllo della città, finché essa venne conquistata dagli ottomani nel 1393.

Nel 1829 la città venne assediata e conquistata dall’esercito imperiale russo durante il prolungato assedio di Varna.

 

Townhouse sulla città vecchia di Varna, Bulgaria

 

 

Varna Bulgaria: Travel Guide to Bulgaria's most popular beach town

 

 

Old town Varna, Bulgaria : r/europe

 

 

Varna City Center (City in Bulgaria) - Nomadic Niko

 

 

Necropoli di Varna

 

Or de Varna - Nécropole.jpg
Una sepoltura, con alcuni dei gioielli in oro più antichi del mondo-V millennio a.C.

I, Yelkrokoyade

 

La necropoli di Varna (in bulgaro Варненски некропол) è un sito archeologico localizzato nella zona industriale occidentale della città di Varna, in Bulgaria. Si trova a circa mezzo chilometro dal lago di Varna e a 4 km dal centro della città.
È considerato uno dei principali siti archeologici mondiali legati alla preistoria.

Il sito è stato scoperto per caso nell’ottobre del 1972 dall’operaio Raycho Marinov. Gli scavi proseguirono sotto la direzione di Mihail Lazarov (1972-1976) e di Ivan Ivanov (1972-1991). Circa il 30% dell’area stimata della necropoli non è ancora stata scavata.

Sono state scoperte 294 tombe, molte delle quali contengono sofisticati esempi di gioielli in oro e rame, di vasellame (circa 600 pezzi, inclusi alcuni con pittura in oro), lame in pietra e in ossidiana, conchiglie e perline.

Le tombe sono state datate tra il 4600 ed il 4200 a.C.(datazione al radiocarbonio, 2004) ed appartengono alla cultura eneolitica di Varna, che è una variante locale della cultura di Gumelniţa-Karanovo.

continua :
https://it.wikipedia.org/wiki/Necropoli_di_Varna

 

 

segue da :

Le foto di Ivo Hadjimishev

 

Bulgaria - Una terra di antiche civiltà

http://www.hadjimishev.com/Bulgaria%20-%20A%20Land%20of%20Ancient%20Civilizations/5/Varna%20Chalcolithic%20necropolis

 

 

 

 

due foto sopra : Alla ceramica neolitica appartengono molti oggetti rituali con una grande varietà di forme, oltre che di decorazioni.

 

 

 

 

Idoli di argilla svelano il mondo degli dei degli europei più antichi, dove predomina l’onnipotente Dea.

 

Per la prima volta nella storia del mondo tanto oro è stato scoperto nella necropoli calcolitica di Varna (fine del V millennio aC). Gli oggetti in metallo prezioso segnano lo stato sacrale del primo sovrano. Tomba n. 43.

 

Tomba “simbolica” n. 36 Dalla necropoli calcolitica di Varna. In essa sono sepolti solo simboli di potere in sostituzione del corpo reale. Investito di nuove insegne, il sovrano “rinascerà” di nuovo per la regalità.

 

 


Tomba “simbolica” n. 2 dalla necropoli calcolitica di Varna.
In questa, come in altre tombe, un manufatto rappresenta il defunto

 

Vaso piatto dorato proveniente dalla necropoli calcolitica di Varna. Questo è il primo esempio conosciuto di tecnologia di “doratura”. Questo è il modo per contrassegnare l’oggetto come particolarmente sacro.

 

 

Il tesoro d’oro di Vulchitrun (tarda età del bronzo, 15-13° secolo aC) è una prima testimonianza di una pratica rituale ampiamente diffusa per seppellire oggetti preziosi. Il significato di tali depositi è di segnare il confine dello spazio o del tempo.

 

 

Il tesoro di Kazichene (La prima età del ferro, VII secolo aC)- I tre vasi segnano l’ideologia tripartita della società tracia: quello d’oro – funzione sacerdotale-reale, quello di bronzo – di guerriero, l’argilla – produttivo.
L’urna di Nova Zagora mostra gli sforzi per imitare in ceramica la forma, la decorazione e lo scintillio dei vasi metallici contemporanei.

 

 

    Santuario rupestre della Riserva “Ropotamo” (Età del Ferro Antica). Le rocce sono state particolarmente venerate dai Traci come luogo di incontro con il divino.

 

 


Dolmen di Hlyabovo (prima età del ferro). Queste monumentali strutture megalitiche sono state costruite come tombe per i governanti locali. Le leggende del folklore riconoscono in esse tombe di eroi epici.

 

Necropoli di Apollonia. La colonizzazione greca della costa del Mar Nero introdusse la cultura greca ai barbari, le necropoli delle colonie ci forniscono abbondanti informazioni sull’arte greca antica.


Pregevoli capolavori della pittura vascolare greca sono stati ritrovati nelle necropoli o nelle colonie, nonché nelle tombe dei sovrani traci, che molto apprezzavano quest’arte.

 

seguono  molte immagini:

http://www.hadjimishev.com/Bulgaria%20-%20A%20Land%20of%20Ancient%20Civilizations/18/The%20Tomb%20from%20Starosel

 

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