0RE 23:32 FABRIZIO FORQUET LA PARTITA DI RENZI SI GIOCA SUI TAGLI—-

PRIMA19 APRILE 2014

Il Sole 24 Ore

TRA AMBIZIONI E REALTÀ
La partita di Renzi si gioca sui tagli
Fabrizio Forquet

Aveva detto che avrebbe messo in busta paga 80 euro in più a una platea di 10 milioni di italiani e lo ha fatto. Questa è la prima considerazione da fare su Matteo Renzi e il suo decreto. Una considerazione che è in sé un riconoscimento positivo per un presidente del Consiglio che ha avuto il coraggio di annunciare un obiettivo ambizioso e ha poi fatto di tutto per mantenere l’impegno. Tante volte, in passato, gli annunci dei premier erano rimasti lettera morta. Questa volta non è andata così, e la novità va apprezzata.
Il modo con cui si danno quei soldi, però, fa emergere non pochi dubbi. Innanzitutto perché in extremis sono rimasti fuori gli incapienti, i più poveri, malgrado le promesse fatte. Ma soprattutto perché il bonus vale solo per il 2014. Renzi può anche dire che si tratta di un intervento strutturale, e sicuramente la sua intenzione è di renderlo tale, ma in realtà l’articolo 1 del decreto afferma con chiarezza che dal primo gennaio del 2015 l’effetto del bonus si esaurisce. È vero che poi all’articolo 52 si istituisce un Fondo per rendere permanente il beneficio fiscale, ma questo obiettivo viene di fatto rimandato alla prossima legge di stabilità. Sarà in quella sede che andranno reperite le risorse per i 10 miliardi necessari per il 2015 e gli anni a seguire.
Sia Renzi che Padoan – positiva per ora la collaborazione tra i due – ieri hanno elencato le coperture potenziali anche per il 2015, ma la tabella fornita alla stampa da Palazzo Chigi ne evidenzia la genericità e la debolezza: dai 5 miliardi sull’acquisto dei beni e servizi ai 3 iscritti a un ipotetico recupero di pressione fiscale. Se ne riparlerà in autunno, con la manovra annuale, ma intanto non mancano le perplessità anche sulle coperture per il 2014. Circa un terzo dei 6,9 miliardi arrivano da un taglio a beni e servizi che somiglia ancora troppo a un intervento lineare. Quasi 2 miliardi arrivano poi dal prelievo sulle banche. Questo farà piacere a molti, considerata la scarsa popolarità di cui godono gli istituti nell’opinione pubblica, ma va detto che così si contribuisce a indebolire ulteriormente il credito alle imprese e all’economia reale. Si tratta, peraltro, di una partita una tantum e questo, come si sa, non è un bene se si vuole ridurre il cuneo fiscale strutturalmente.

Altrettanto una tantum è l’introito di 600 milioni che è attribuito all’Iva frutto dei pagamenti della Pa. C’è poi l’intervento di un miliardo sugli incentivi e le agevolazioni alle imprese, in alcuni casi giustificato, ma che di certo nel suo complesso non favorisce il Pil.
Di fatto la quota di coperture che si può attribuire a una vera spending review è molto ridotta. Ed è qui che emerge la questione di fondo che riguarda non solo questo decreto, e non solo il governo Renzi, ma più in generale la capacità dei governi di rilanciare l’economia affrontando il nodo dei costi e dell’efficienza della macchina pubblica.
La determinazione con cui Matteo Renzi mette sotto assedio la burocrazia e i suoi sacerdoti è un cambiamento straordinariamente positivo. La raffica dei tweet con cui ha presentato ieri il decreto è un assalto ai tanti conservatori distribuiti nelle anse della pubblica amministrazione. Ottimo l’obiettivo di ridurre il numero delle società partecipate da 8mila a non più di mille. La trasparenza totale sugli acquisti e gli stipendi della pubblica amministrazione, attraverso la pubblicazione dei dati su internet, può diventare davvero una rivoluzione per il nostro Paese. La riduzione dei metri quadrati oggi occupati dagli uffici pubblici, il tetto di cinque auto blu per ministero, la scure sui tanti costi della politica sono tutte novità che vanno apprezzate e sostenute.
Ma non basterà la furia verbale per vincere questa battaglia. E neppure basta mettere nel titolo di questo decreto legge «un’Italia coraggiosa e semplice». Il coraggio, quello politico si intende, va poi praticato. Le scelte, difficili e dolorose, sui tagli di spesa vanno fatte. E Renzi, questa volta, al di là delle parole, ha dimostrato che anche per lui intervenire sui nodi politici della spesa è una strada tutta in salita.
I tagli alla sanità, infatti, sono progressivamente scomparsi bozza dopo bozza. L’annunciato intervento draconiano sugli stipendi pubblici si è di fatto limitato a introdurre il tetto massimo di circa 240mila euro, che è una misura popolare, ma che riguarda una platea molto ridotta di altissimi burocrati, mentre sono saltati tutti i tetti intermedi sui dirigenti (sulla gran parte dei magistrati e dei diplomatici, per intenderci). Anche su beni e servizi si è spalmata la sforbiciata su tutte le amministrazioni, attribuendo loro la responsabilità, in prima istanza, di individuare i tagli.
Si conferma insomma che, quando si arriva al dunque, tagliare la spesa pubblica resta, per la politica italiana, un’azione molto difficile. E così il bonus si dà, ma solo per il 2014 (e tagliando fuori gli incapienti). L’Irap si riduce, ma solo per una quota marginale. Il cuneo fiscale si affronta, ma non si abbatte. Insomma, al di là delle buone intenzioni, rischia di restare un’utopia l’ambizione di ridurre in modo significativo la pressione fiscale su lavoro e imprese, restituendo al Paese la capacità di crescere e competere.
Se ne riparlerà. In fondo Renzi è al governo da poco più di due mesi e ha ereditato un lavoro sulla spending review non suo. È vero che l’uomo va di corsa. Ma tagliare i nodi gordiani della burocrazia italiana non è cosa da un bimestre. Ora si andrà a votare. E dall’esito di quel voto dipenderà molto del futuro di questo governo e delle sue politiche. Intanto, presidente Renzi, “benvenuto tra gli umani”.
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