21:21 —CI ARRIVA DA …” la barbara”: un racconto con la semplicità, la precisa concretezza e “pedanteria” che ha solo un bambino piccolo; la felicità …così forte, forse, perché di una bambina —che aveva già sperimentato ” tutta l’infelicità umana possibile”–nel post sg. forse posso documentare il perché del commento del blog—grazie!

 

 

un raffinato valzer (triste)  per una bimba tanto allegra- che oggi  è la

” raffinata” mamma di un importante violista!

[audio:https://www.neldeliriononeromaisola.it/wp-content/uploads/2015/07/Valse-triste.-Sibelius..mp3|titles=Valse triste. Sibelius.]

 

 

Ciao Chiara,
certo che sarebbe bello prendere e andare… senza lasciare indirizzo, almeno per 24 ore lasciarsi guidare dal naso e dai profumi che ci vengono incontro.
Chissà, mai dire mai. Però stavo pensando, invece di andare lontano, frugare nelle nostre vicinanze… mi vengono tante idee, mi hai proprio solleticato.
Per adesso ti allego alcuni pensieri che avevo scritto per Irma, avrei voluto continuare, ma ho perso lo slancio.
Te l’ho messo come allegato.
fammi sapere
ciao la barbara

 

 

 

 

 

24.02.2014

Mi ha chiamato Irma, questa mattina perché non trovava dei numeri di telefono.

Mi ha fatto talmente piacere che, dopo averglieli trovati, mi sono messa a chiacchierare con lei e mi ha fatto ritornare alla mente il periodo in cui sono stata in collegio.

Lei ne ha un’esperienza molto più ampia di me, perché, essendo di Aregai, forse da piccola non potevano portarla a scuola (questo lo penso io) e così i suoi l’hanno potuta mettere in collegio, e lì è diventata grande, ha frequentato molto più di me, e parlando mi ha detto che tante cose, ricordate da me e da lei, sarebbe bello non dimenticarle, appunto scriverle.

Me la ricordo Irma, forse un po’ più grande di me, sicuramente più disciplinata e ubbidiente. Ricordo che la prendevo in giro, perché sul grembiule (naturalmente nero) aveva le sue iniziali I.M. e io la chiamavo Imperia, allora mi ha fatto vedere che aveva anche le iniziali invertite, cioè M.I. e allora la chiamavo Milano.

Io ero sempre da redarguire per un motivo o per un altro e lei invece era sempre posata, tranquilla, mai scalmanata come potevo essere io.

Ma, perché sono andata in collegio?

Avevo frequentato (sempre per carità delle Suore) le elementari, dalla prima alla quinta come esterna, ho avuto come insegnante Suor Albina, e ricordo questa insegnante con grande riconoscenza, per il suo insegnamento, per la sua pazienza e la costanza con cui insisteva sulle cose; per me studiare non era un impegno, mi bastava la frequenza, ero una prima della classe (ce la giocavamo con Bruna), mi appassionava l’aritmetica, e per tutto il resto, frequentando anche il doposcuola, non avevo problemi. Però in casa non c’era armonia, né tanto meno serenità, eravamo lasciati abbastanza soli (eravamo in tre, io, Franco e Gianni) e la mamma dovendo lavorare faceva quello che poteva; lavorava molto, e un giorno, di ritorno dal lavoro (aveva lavorato tutta una notte su un progetto, era disegnatrice tecnica) al mattino verso le sei, ha incontrato Suor Massima, che l’ha fermata per lamentarsi di me, di come andavo a scuola, sovente in disordine, senza le cose necessarie, sempre che mi mancava qualcosa, al che mia mamma le ha fatto un bel discorsetto: “Gentile Suora, lei adesso ne viene dal suo bel lettino candido, va alla Santa Messa, sarà certamente in Grazia di Dio, farà la Santa Comunione, e poi inizierà la sua giornata di impegni. Io adesso vado a casa, vedo se i miei tre figli ci sono, spero che stiano bene, mi lavo la faccia e inizierò nuovamente la mia giornata di lavoro, quindi se mia figlia non è ordinata, non ha il colletto inamidato o non è pulita, abbia pazienza…”

Più o meno il discorso deve essere stato in questi termini.

La buona Sorella Suor Massima, non so come sia stata colpita da queste parole, fatto sta che, visto che promettevo bene a scuola, pareva che fossi anche intelligente, ha deciso di prendermi in collegio gratuitamente, per darmi l’opportunità di continuare a studiare.

A quei tempi la scuola dell’obbligo finiva con la quinta elementare e i bambini potevano andare a lavorare dai 10 anni in poi.

In quel periodo, doveva essere l’estate del ’55, una zia ci aveva portati a Merano per una quindicina di giorni, a trovare nostro padre, non ho grande memoria di quella vacanza, ma mi è rimasto impresso che la zia ci portava a pregare in una chiesa lì vicina, dove recitavano le preghiere in tedesco, e avevo anche un libriccino con quelle preghiere, e ne ero fiera, e pensavo che poi in collegio l’avrei portato e sarei stata importante ad avere le preghiere in tedesco, ne avrei parlato a Suor Palmira, che vedevo sovente in compagnia delle “educande” vicino alla porta dello Studio, dove le ragazze si riunivano attorno a lei a parlare o non so che cosa, però non vedevo l’ora di fare parte di quel gruppo.

Fatto sta, che durante quell’estate la mamma mi ha preparato, come ha potuto, un po’ di corredo: calze, maglie, mutande, fazzoletti e …, tutti marcati con il mio numero “59”, identificativo delle mie cose.

E sono entrata in collegio, ero molto felice, perché c’era prima di tutto da mangiare mattino, mezzogiorno e sera, e quello che più mi faceva piacere era il caffelatte, non so perché, ma quei panini senza nulla, erano proprio buoni. Poi a mezzogiorno c’erano due piatti, la frutta, e la cena, e poi c’era anche la carne, e il pesce, ricordo la minestra di riso che mi piaceva molto, e insomma in pochi mesi ho preso peso, al punto di averne delle smagliature nelle cosce.

In collegio non c’era il timore di essere “trattata male” da mia mamma, dover pensare al pranzo e alla cena preparati da uno di noi tre, si stava, diciamo, ” relativamente al caldo “, insomma per me era stato veramente un cambio in meglio.

Così mi sono rilassata: sembrerà strano, ma mi sono sentita finalmente libera dai pensieri, dalle paure che mi assalivano quando ero a casa, così ho smesso di impegnarmi, credevo che la scuola media fosse il seguito delle elementari, mentre invece lì bisognava “studiare”, non bastava stare attenta alle lezioni, bisognava fare anche qualcosa fuori orario di scuola.

E tutte le mattine quando si entrava in classe, ero sempre con la coscienza sporca per non aver fatto qualcosa, e sempre con la speranza di non essere presa in castagna per cose non fatte, e perennemente promettevo a me stessa di non lasciare più da fare le cose, ma tant’è la pigrizia, la felicità di poter giocare, di chiacchierare con le compagne, e anche di fare dispetti o scherzi, aveva il sopravvento. E ho smesso di essere tra le prime della classe, mi avevano superato in parecchie.

 

 

26-2-2014

Come era il collegio? Innanzi tutto era una zona che per me – da esterna – aveva un grande fascino, il fatto di avere degli spazi ampi: la sala da ricreazione, lo “studio”, il refettorio, e poi al piano di sopra le camerate, prima quelle delle “grandi”, e sopra ancora, quelle delle “piccole” e delle “medie”, io ero nel dormitorio detto “Mater Misericordiae”, una doppia fila di lettini, ognuno con una sedia ed un comodino, e da un lato un letto attorniato da tende bianche, riservato alla suora che ci doveva sorvegliare, la suora veniva sempre a letto molto dopo di noi, sovente eravamo già addormentate e, almeno io non mi rendevo conto che ci fosse, c’erano poi i bagni, cioè una fila di lavabo, e due o tre gabinetti; alla sera dovevamo lucidare le nostre scarpe, e sovente io ero senza lucido, così andavo con la mia pezzetta ad elemosinare un po’ di lucido da una o dall’altra, e anche se il lucido non era della tinta delle scarpe veniva bene lo stesso, ne passavo talmente poco che non incideva sul colore del cuoio; c’erano poi i bagni con le vasche, e al venerdì toccava fare il bagno, ci si andava a turno durante le ore di studio, nel pomeriggio, e c’era anche il vantaggio che in quel caso al venerdì e al sabato avevamo un po’ di acqua calda, mettevamo le mani sotto il rubinetto dell’acqua fredda, poi calda, e così avevamo modo di soffrire meno il freddo, perché alle volte faceva proprio freddo, si pativa di geloni ed era molto fastidioso.

Il refettorio era molto grande, e c’era uno sportello da cui le suore passavano i tegami per la suora che ci avrebbe dato la nostra porzione, quell’area era riservata, ricordo che lì c’era sempre una suora anziana (mi pare Suor Bianchina) che tutto il giorno biascicava rosari, era sempre sorridente e schiva, era difficile entrare in confidenza con lei, però mi era simpatica.

Un’altra area non accessibile era lo spazio riservato alle suore, in cui lavoravano e correggevano i compiti. Ricordo un episodio: suor Graziana (insegnante di lettere) stava correggendo i compiti di latino e ad un certo momento è scoppiata in una sonora risata: l’alunna aveva scritto che “Renus flit” invece di “Renus fluit”, e a lei era venuta in mente l’immagine del Flit l’insetticida e si figurava un personaggio con in mano la pompetta del Flit.

Le suore avevano una divisa che prevedeva un “modestino”, cioè una sorta di bavaglio semicircolare che copriva loro il petto, questo modestino era in tessuto inamidato che le suore provvedevano a stirare con un ferro a carbone, mi è rimasta impressa la scena di Suor Albina che nel cortile faceva riprendere calore alla brace, sventolando il ferro per fargli prendere ossigeno. Chissà che mal di testa avevano ad adoperare ancora i ferri a carbonella.

Il ricreatorio, era un ambiente che di pomeriggio era occupato dalle “piccole” per fare i compiti e nelle ore dedicate alla ricreazione diventava uno spazio per tutte noi,  quando ci si scatenava lì era veramente divertente; finita la ricreazione, di solito alla sera, ci si calmava con la recita del santo rosario, era stato allestito un piccolo altare sopra una pianola a manovella, con tanto di vasetti di fiori, di candeline e una bellissima statua di gesso della Madonnina di Lourdes. La povera Madonnina!

Ma non era colpa mia: avevo preso a calci un pallone e lo facevo rimbalzare su una porta, e faceva un bel rumore, perché oltre la porta c’era un ambiente ampio, e mi piaceva fare casino, mi dava una certa soddisfazione, poi, qualcuno mi ha detto di smetterla, così ho diretto i miei calci da un altro lato, non l’ho fatto apposta, è stato il pallone che è rimbalzato in faccia alla Madonnina, la quale, sempre con le mani giunte e lo sguardo rivolto al cielo, ha cominciato a dondolare, e in quei pochi secondi, ho pregato con sincera fede che non cascasse, ma lei è cascata… tante madonnine piccole piccole si sono sparpagliate in terra.

Credo che poi abbiano fatto una colletta per comprarne una simile, ma questo è un particolare che non rammento.

Per entrare nei vari ambienti dal giardino, c’era un disimpegno: a sinistra lo studio, di fronte il refettorio, a destra l’area riservata delle suore, la scala che portava ai piani superiori e un piccolo bagno, era uno spazio illuminato da una plafoniera; in quel periodo avevo ricevuto in regalo un bellissimo paio di scarpe usate dalla Giuliana, senza lacci, comode e leggere, mi piacevano tanto, ed erano comode perché si infilavano e sfilavano come niente, e per sfilarle, bastava accennare ad un calcio; ebbene, entrando ho pensato di far volare la scarpa dritta davanti a me, ma le ho dato troppo slancio e lei è andata a colpire la plafoniera, anche in quel momento mi sono ristretta nelle spalle, e con le mani sulla bocca, ho sperato che non succedesse nulla, quella volta fui esaudita, e sono entrata, con aria indifferente nello studio, mi sono seduta al mio posto tranquillamente, e dopo un attimo si è sentito un rumor di cocci di vetro. Suor Enrica è uscita di corsa e ha pensato all’opera di qualche demonio, insomma la plafoniera era caduta per grazia di Dio. Le brave suore non si sono mai capacitate di come potesse essere successo, ma io lo sapevo.

Un altro divertimento, era quello di scendere le scale da sedute: con le gambe dritte ci si dava una spinta da un gradino e si scendeva che era un piacere, però poi ci trovavamo con le mutandine non proprio pulite.

La “Camera bianca”: ovvero l’infermeria. Era una stanza fuori dal circuito normale, ci si andava quando si era ammalate. E una volta è capitato anche a me.

Durante l’intervallo al mattino, quando le alunne esterne facevano una piccola merenda, e noi ci si riuniva, o si andava al bagno, o ci si rincorreva, una compagna aveva da mangiare una banana (la compagna era Katia), e non ne aveva voglia, era inappetente lei, ma io no, e durante il suono della campanella che dava l’avviso di fine intervallo, mi ha offerto la banana, e prima che il suono della campanella fosse cessato, la banana era sparita, fagocitata in un secondo. Probabilmente mi è rimasta sullo stomaco, così mi sono ammalata e sono finita in “Camera bianca”. Chissà cosa mi immaginavo, pensavo che qualcuno sarebbe venuto a trovarmi, a chiacchierare un poco con me, invece nulla, tutto il giorno a letto, con le imposte semichiuse, non potevo far nulla, mi annoiavo e mi sono messa ad osservare una mosca che passeggiava sul risvolto del lenzuolo: subito ho tentato di prenderla, poi, non riuscendoci, ho deciso di entrare in contatto con lei, e ho iniziato ad osservarla, cercando di regolare il mio respiro in modo che non le desse fastidio, e la mosca si avvicinava tranquillamente, e a momenti mi pareva disperata, perché con un paio di zampe si prendeva la testa e sembrava che avesse chissà quali brutti pensieri; ma subito dopo le stesse zampine si strofinavano l’una all’altra con grande soddisfazione; ho passato parecchio tempo con lei.

Poi è arrivata Suor Palmira con una supposta e mi ha detto di mettermela. “??!!” “Te la devi infilare nel sedere!” “!!??” “Non hai mai visto una supposta?” “No”

Insomma quella è stata la prima supposta della mia vita.

 

27.02.2014

La Cappella, le preghiere, gli esercizi spirituali, le meditazioni, la fede. Quante cose ho capito in età adulta.  Nei miei desideri c’era sempre la speranza della presenza del padre, i miei erano separati, e speravo sempre che mio padre potesse essere presente, almeno per difendermi e per farmi da guida, non lo sapevo, però lo intuivo. Così tante volte ho fatto voto di fare la comunione il primo venerdì del mese, e di recitare il Rosario completo, non solo quello recitato insieme, ma tutti i tre “Misteri” per ottenere la riunione dei miei ed avere finalmente quello che pensavo fosse “una famiglia”.

Mi dicevano di “meditare”, e io mi concentravo su quello che leggevo, ma poi la mente vagava per i fatti suoi, e mi sentivo anche in colpa di non essere capace di concentrarmi, abbiamo fatto anche gli “esercizi spirituali”, anche lì, stavo attentissima alle prediche dei Padri, mi annotavo anche le cose che più mi colpivano, ma poi tutto vagava.

Però c’era molto ordine in Cappella, da un lato le suore, dall’altro le ragazze, ci si alzava con ordine, ci si avvicinava all’altare per la Comunione, e si rientrava al proprio posto senza fare confusione; quando c’era la benedizione Suor Anita intonava da sopra il canto liturgico, accennava due o tre note, e poi si iniziava a cantare, a me piaceva cantare, e ricordo una volta che ho iniziato insieme alla prima nota che Suor Anita suonava, e la mia voce è risuonata forte da sola mentre tutte le altre erano in silenzio, insomma dovevo sempre farmi notare anche senza volerlo.

Ricordo anche che c’è stata la consacrazione dell’altare, una cerimonia molto importante, c’era anche il Vescovo ed è stata una cerimonia molto suggestiva.

In questi ultimi tempi, avrei voluto rivedere la Cappella, e con Grazia siamo passate a chiederlo, ma era giorno di scuola e ci hanno detto di ripassare un sabato, e poi per altri impegni, non abbiamo ancora avuto occasione di vederlo, ma penso che un giorno o l’altro riproverò.

 

15.03.14

L’asiatica. Durante l’inverno ’56-’57 è arrivata l’asiatica. Una brutta influenza, con febbre alta e sintomi diversi, chi la prendeva col vomito, chi con la diarrea, chi, come me, con il mal di gola. Mi ricordo che mi veniva tanto sangue dal naso. E piano piano la camera bianca non è più stata sufficiente, così eravamo tutte in dormitorio; la scuola era stata sospesa, perché anche le insegnanti erano state colpite.

Mi ricordo un fatto. La Franca era in collegio perché i suoi avevano lavoro fuori Sanremo, però per lei non era bello stare in collegio, e io mi sono presa l’impegno di consolarla e di farle da mamma, stavo con lei, la facevo divertire, insomma c’era un buon rapporto. Ma in occasione dell’influenza,  lei era nel suo letto, nella fila prospiciente la mia, e mi chiamava, e mi diceva che le avevo promesso di farle da mamma, e io non riuscivo ad alzarmi per andarla a consolare, e mi sentivo impotente e molto in colpa nei suoi confronti.

 

Il centenario di Santa Maria Giuseppa Rossello. L’Istituto Mater Misericordiae, era stato concepito e, credo fondato, da Suor Rossello, e nell’anno, mi pare il 1958, ricorreva il centenario della sua nascita, così c’era un gran lavorio per festeggiare degnamente la ricorrenza. Sarebbero venute persone importanti, e anche le Suore da Savona (dove è la casa Madre), così le suore hanno organizzato una recita che ha richiesto parecchio tempo e tante prove. Naturalmente a me sarebbe piaciuto tanto recitare, mi sentivo portata, ma le altre avevano la precedenza, oppure erano migliori di me e meritavano di più questa soddisfazione. Però avevo una bella vocina, così mi hanno messo nel coro; suor Anita ci preparava, andavamo in palestra e ci insegnava la canzoncina

Oh, oh, o quante capinere

Vediamo in cielo alte volar

Oh oh

poi continuava, ma non me la ricordo. Ma anche lì è successo qualche cosa che ha rischiato di non farmi partecipare nemmeno al coro. Non so che cosa avessi combinato, avevo una vasta gamma di guai tra cui scegliere, così Suor Palmira per castigo mi ha detto che non avrei partecipato alla festa. E Suor Anita, le ha detto “Brava e io chi faccio cantare?” visto che eravamo già pochine e se toglieva me, sarebbe stato un coro ancora più misero. Così cantai ancora più contenta.

Alcune educande erano state vestite da suore, però con l’abito non erano quasi riconoscibili, così eravamo diverse incuriosite e volevamo conoscere le suore di Savona, e ci avvicinavamo piene di rispetto a Riverirle, ricevendo come risposta delle sonore risate.

 

Alla domenica venivano i parenti a trovarci, e la prima domenica del mese avevamo diritto di andare a casa, molte ci andavano anche per farsi lavare i capelli, perché dentro non era possibile, io però stavo meglio in collegio che a casa, così sovente la prima domenica del mese ero insieme a quelle che avevano i parenti lontani.

Ricordo che una volta sono venuti i miei fratelli a trovarmi, e hanno chiesto di lasciarmi uscire con loro a fare una passeggiata, ma la suora ha detto loro che, essendo minorenni, non potevano portarmi fuori e mio fratello Franco, ha risposto: “Io ho 14 anni, mio fratello 13, tra tutti e due possiamo essere maggiorenni”, ma non è stato sufficiente, così siamo rimasti in “parlatorio”, cioè in palestra e non sapendo cosa fare, ci siamo messi a giocare con un pezzo di carta e mi hanno insegnato a fare la “ranocchia” di carta, giochino che poi ho ritrovato tra gli “Origami”.

In un’altra occasione è venuta mia mamma.

In quel periodo la mamma aveva trovato un buon lavoro presso una ditta francese di pubblicità, faceva scritte pubblicitarie, fotografie, e il lavoro le piaceva, ed era diventata molto amica della famiglia del padrone, e una volta è venuta con la moglie del principale a trovarmi. Questa signora che veniva chiamata “Madame” parlava unicamente in francese, era di Parigi e ci teneva a farlo notare, e così anche mia mamma con lei si esprimeva in francese.

Io il francese iniziavo allora a studiarlo e quindi ne sapevo ben poco.

Mia mamma era stata chiamata da Suor Efisia per parlarle, e io sono rimasta insieme a Madame ad aspettare la mamma, questa signora mi dava soggezione, era piuttosto in carne, diciamo giunonica, molto vistosa e parlando sempre in francese mi ha detto “Est ce que tu es paresseuse?”, ho riflettuto un poco, e ho confuso paresseuse con heureuse, e ho risposto un convinto “Oui!”.

Al che lei ha chiamato mia mamma e si è messa a parlare con grande soddisfazione, non capivo cosa dicesse, ma le sembrava di avere scoperto chissà cosa. Mia mamma mi ha detto “Ah, così ammetti anche di essere pigra?”, io temevo mia mamma e non ho avuto il coraggio di dirle che avevo capito male, così mi ha detto “Adesso ti aggiusto io”.

Siamo uscite, e loro camminavano a fianco, io  tra loro ma mezzo passo indietro, loro continuavano a parlottare e io non capivo nulla e non riuscivo a dire niente, avevo paura e basta.

Siamo andate in un bar, e quando è arrivata la ragazza per prendere l’ordinazione, mia mamma ha chiesto due tè e una torta. All’arrivo della ragazza, non sapeva dove posare le tazze, così le ha messe a loro e la torta a me, mia mamma ha preso la torta, l’ha messa tra lei e Madame, e un pezzo per uno se la sono mangiata, sorseggiando il tè e continuando a “bavarder”.

Non volevo piangere di fronte a loro, non riuscivo a dire una parola, il pianto mi serrava la gola, e non vedevo l’ora di rientrare in collegio per poter finalmente piangere in libertà.

Quando penso a questo episodio, anche adesso mi assale la tristezza di allora e la paura di mia mamma e la sensazione di non avere nessuno che mi difendesse.

 

Le compagne:

Maria Rosaria. Doveva essere di origini siciliane, era di fronte a me in refettorio.

Al giovedì ci davano, al posto della frutta una barretta di cioccolata, suddivisa in quattro-cinque quadrettini, per me era veramente una cosa da centellinare, mi piaceva moltissimo, ne mangiavo subito un quadretto, poi ne prendevo una briciola con un grande boccone di pane, e lo masticavo mescolando quel poco di cioccolata con quel tanto di pane, così avevo la bocca piena del gusto di cioccolata, e così per un bel po’ avevo il gusto della cioccolata in bocca. Avevo appena finito il mio primo quadratino, che lei mi disse “Vuoi vedere che ti faccio la magia e faccio sparire la cioccolata?” io non ho avuto nemmeno il tempo di realizzare la domanda che la mia barretta di cioccolata era proprio “sparita”, e lei si è messa a ridere contenta, e sui suoi denti c’erano tracce della mia cioccolata, l’aveva trangugiata tutta in un solo boccone, senza gustarsela, e rideva di gusto.

Poi lei è diventata grande ed è una persona che frequenta molto la chiesa, legge dal pulpito le Sacre scritture, è sempre una bella signora, ben prestante, e quando capita che la vedo in chiesa, noto sui suoi bellissimi denti, ancora le tracce della mia cioccolata, è un’impressione che non riesco a togliermi quando la vedo. Lei certo non se ne ricorderà, ma io ho ancora il ricordo indelebile della sua risata alla cioccolata.

 

Franca e Graziella, erano più piccole di me, ma erano inseparabili, una con l’altra, frequentavano la stessa classe ed erano sempre insieme per aiutarsi a studiare, a giocare, a farsi le confidenze, Franca era di Sanremo, Graziella mi pare di Ventimiglia, non riesco a pensare all’una senza rivedere anche l’altra.

 

Le sorelle Gelli (non ricordo i nomi) erano in collegio sin dall’asilo, e ricordo la piccolina che una volta aveva preso un po’ di sale e durante la ricreazione girava intorno ad una delle palme del giardino per cercare di mettere il sale sulla coda di un passero. Con la sorella grande eravamo vicine di letto, e ricordo quante confidenze ci facevamo a bassa voce in dormitorio.

 

Maria Carla Bellone. Questa era una compagna delle elementari, era con noi in prima e in seconda elementare, e lei avrebbe voluto portare le trecce, e aveva un cappuccio di lana fatto da una sciarpa piegata in due e cucita in modo da fare da cappuccio e da sciarpa, e con le bande della sciarpa faceva finta di avere le trecce. I suoi genitori gestivano un ristorante “Carminati” in Via Carli.

All’apertura delle scuola in terza elementare lei non c’era, era morta durante l’estate ci hanno detto di un colpo di sole, e a noi sue compagne avevano distribuito delle immaginette ricordo con la fotografia di lei con addosso quella sciarpa-cappuccio. È stata la prima volta che ho avuto la rivelazione della morte, ho sempre ricordato questa compagna, e un giorno, al cimitero, girando ho scoperto in una tomba importante, sempre quella fotografia. Maria Carla Bellone R:I:P:

 

 

 

 

 

 

 

 

questi, crediamo, siano appunti per continuare, ma…” aveva perso lo slancio”!

UN VERO PECCATO —DAL BLOG

La divisa

Le insegnanti

Le suore delle educande erano severe?

Wendy Peirce

+x+=+ -x-=+ ?

Suor Clementina

 

QUESTA  PARTE DEL

” GATTO  tTOMASO “—

LA RIPUBBLICHIAMO PER IL GRANDE PIACERE DI RINCONTRARLO! “

 

Abitavo in Corso Cavallotti, un appartamento in una soffitta, consisteva in un’entrata, una stanza, la cucina e il bagno. C’erano gli abbaini, e da lì si vedeva il mare, in pratica potevamo uscire in costume da bagno ed eravamo immediatamente ai Bagni Florida (dove adesso c’è il Porto Sole).

Intorno alla casa c’era del terreno con un paio di piccoli orti e la stradina che scendeva dall’Aurelia, praticamente era solo per noi, e lì vivevano anche dei gatti che decidevano loro a chi appartenere.

Chiaramente ne adottammo diversi, ma ce n’era uno che avevamo battezzato “Tommaso Bartolomeo detto Bacì”, e per brevità è diventato Ttomaso (si, con due t e una m), era veramente speciale, quando arrivavo (in quel periodo avevo la moto), mi veniva incontro e salivamo le scale insieme, e ad ogni giro di pianerottolo, si insinuava tra le sbarre delle scale della rampa superiore e facevamo “naso naso”.

La mamma non voleva che il gatto restasse in casa, così alla sera gli si apriva la porta e lo si mandava via.

D’inverno in soffitta faceva proprio un bel freschino, anzi faceva un freddo cane, io dormivo in cucina in una nicchia formata da un armadio e il muro, le coperte erano solo pesanti ma non scaldavano, così era un bellissimo sistema dormire col gatto. Infatti qualche volta riuscivamo a farlo rimanere in casa, e ricordo che stavo felicemente addormentandomi con il gatto tra la pancia e le cosce, lui faceva delle belle fusa, e anche io ero contenta. Se nonché ho sentito arrivare la mamma, e il gatto ha smesso di fare le fusa e si è insinuato sotto la coperta oltre i miei piedi e si è appiattito, la mamma ha sollevato le coperte e non l’ha visto.

Dopo poco il buon Ttomaso è risalito piano piano al posto che aveva e ha ripreso a fare le fusa, insieme a me.

Ogni tanto ci portava degli omaggi, un topino, qualche lucertola e ce li lasciava davanti alla porta.

Poi come è destino anche lui è morto, e diverse volte ho avuto la netta sensazione di sentirlo camminare sulle coperte, e sentivo la pressione delle sue zampe a cuscinetto che mi camminavano addosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 risposta a 21:21 —CI ARRIVA DA …” la barbara”: un racconto con la semplicità, la precisa concretezza e “pedanteria” che ha solo un bambino piccolo; la felicità …così forte, forse, perché di una bambina —che aveva già sperimentato ” tutta l’infelicità umana possibile”–nel post sg. forse posso documentare il perché del commento del blog—grazie!

  1. Donatella scrive:

    Bello, divertente e scorrevole.

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