
Barcellona: «È un golpe», mezzo milione in piazza
Catalogna, Madrid destituisce il governo
Puigdemont: peggior attacco dopo Franco
Il governo di Madrid ha esautorato il governo secessionista della Catalogna, definito «ribelle» e reo di aver «gravemente attentato» all’interesse generale dello Stato spagnolo. Entro sei mesi nuove elezioni nella regione. Il presidente Puigdemont: «Peggior attacco alla Catalogna dopo la dittatura Franco». Centinaia di migliaia in piazza a Barcellona.

La crisi in Catalogna. Al via l’articolo 155 di revoca dell’autonomia, elezioni entro sei mesi
Spagna nel caos, Madrid esautora il governo catalano
Venerdì prossimo il voto del Senato Puigdemont: «È un golpe»
L’amministrazione catalana sarà esautorata. I poteri del presidente della regione saranno assunti dal premier Mariano Rajoy, attraverso un suo rappresentante. Saranno convocate elezioni anticipate. Il Governo di Madrid ha deciso: ha invocato l’articolo 155 della Costituzione, che scatta nel caso in cui una «Comunità Autonoma non rispetta gli obblighi che le impongono la Costituzione o altre leggi, o agisce in forma che attenti gravemente all’interesse generale della Spagna».
Il richiamo alla Costituzione
Il Governo, evidentemente, ha ritenuto che quanto avvenuto finora fosse sufficiente. Non è stata giudicata necessaria la dichiarazione di indipendenza, che formalmente non c’è stata: il presidente della Catalogna Carles Puidgemont in realtà ha preso tempo per decidere che valore dare al referendum. Non c’è stata però neanche – si potrebbe argomentare a sostegno delle posizioni di Barcellona – un fatto nuovo, recente e rilevante, al di là della convocazione e poi della contrastata esecuzione del referendum, in grado da permettere al governo di Madrid di far scattare l’articolo 155.
Il consiglio dei ministri di Madrid, non a caso, ha invocato – come elemento giustificativo dell’attivazione della procedura – una «disobbedienza ribelle, sistematica e consapevole», da parte della Catalogna, che avrebbe «gravemente attentato» all’interesse generale dello Stato. Non un evento, quindi, ma una continuità di comportamenti. Qualche dubbio può emergere: tutta la questione è evidentemente politica, ma la strada percorsa è segnata da norme giuridiche di natura costituzionale e in quanto tale la forma e la logica del diritto diventano essenziali.
La procedura prevede ora che il provvedimento di Madrid sia approvato dal Senato, dove il Partito popolare ha la maggioranza dei voti, la prossima settimana. Si prevede che il presidente Puidgemont sia rimosso dall’incarico, insieme all’amministrazione regionale. L’assemblea catalana resterà invece in carica, – e questo permette a Madrid di argomentare che non è in gioco la democrazia in Catalogna – ma avrà, secondo le indicazioni del Governo centrale, funzioni solo rappresentative e non potrà nominare un nuovo presidente e una nuova amministrazione. Madrid potrà esercitare sulle sue decisioni un potere di veto entro 30 giorni. Sembra anche che, in previsione della possibilità di uno stallo, il governo di Madrid abbia previsto la sospensione degli stipendi per i dipendenti pubblici catalani riluttanti a eseguire i nuovi ordini.
Il nodo politico
Entro sei mesi saranno convocate nuove elezioni in Catalogna, che promettono di essere molto combattute. L’iniziativa di Madrid – che è stata giudicata «sproporzionata» ed «estrema» dal presidente basco Lehendakari Inigo Urkullu – potrebbe irritare anche elettori tendenzialmente più moderati e questo è un rischio per i partiti nazionali. Più radicale, e determinato a cavalcare il tema della democrazia negata, il partito di Puigdemont , il Pdecat, ha reagito a quella che è nei fatti una sconfitta – ha vinto lo stato centrale – parlando di un «colpo di Stato contro il popolo della Catalogna», mentre gli attivisti invocano resistenza a ogni passo del Governo e hanno invitato i catalani – senza rendersi conto evidentemente di quanto sia pericoloso- a ritirare denaro dai conti correnti.
Nel pomeriggio di ieri gli indipendentisti sono scesi in piazza con il loro leader, accolto con applausi e grida di sostegno. In serata Puidgemont – che rischia una incriminazione per “ribellione” – ha parlato del «peggior attacco contro le istituzioni e il popolo della Catalogna dalla dittatura militare di Francisco Franco», e ha annunciato una risposta del Parlament di Barcellona la prossima settimana, invitando i cittadini a difendere le loro istituzioni contro le misure «illegali» del Governo di Madrid che, secondo il presidente, ha sempre risposto alle proposte di dialogo di Barcellona con «silenzio o repressione».
Il problema, tutto politico questo, è che il processo di indipendenza non ha il sostegno e il consenso di una maggioranza schiacciante di catalani. Quando la Norvegia si staccò dalla riluttante Svezia – l’esempio più simile, tra i tanti che propone la storia europea anche recente – il referendum del 1905 raccolse il 99,95% dei voti a favore, con una partecipazione al voto dell’85% dei maschi (le donne non erano ammesse).
Se anche il voto catalano non fosse stato ostacolato dalla polizia spagnola, non si sarebbero mai raggiunte percentuali simili. Il 1° ottobre i «sì» sono stati il 92% dei voti espressi, ma ha partecipato al referendum solo il 43,3% degli aventi diritto, che rappresenta – secondo le rilevazioni statistiche – la quasi totalità dei favorevoli all’indipendenza.
Un recentissimo sondaggio, centrato sull’attualità, mostra che il 68% della popolazione è favorevole a nuove elezioni, e il 66,5% è contrario al commissariamento di Madrid. Solo il 29,3% vorrebbe però che Puigdemont dichiarasse l’indipendenza lunedì, quando è prevista la risposta ufficiale catalana alle iniziative di Madrid.
Riccardo Sorrentino
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non capisco perchè si insista a voler attribuire la decisione solo a Puigdemont e al partito PdeCat, quando invece sono l’ampia coalizione “Junts x Si” (di cui fanno parte quattro formazioni tra cui PdeCat e ERC- Sinistra Repubblicana Catalana) e la “Cup” (formazione di estrema sinistra) le forze più oltranziste.
Non bisogna poi dimenticare le numerosissime associazioni civiche indipendentiste che ultimamente – grazie anche alle maldestre decisioni del governo centrale – stanno prendendo sempre più vigore e fanno rievocare a tutta la popolazioni le sanguinose battaglie contro il franchismo.
aggiungo: giusti invece sono i numeri ed è perciò che il 10 ottobre non vi fu una chiara decisione d’indipendenza. Ricordiamo che il discorso di Puigdemont tardò un’ora in cui si dovette concordare il testo tra tutte le forze politiche. La Cup era contraria e voleva la dichiarazione senza se e senza ma
http://www.abc.es/economia/abci-congreso-convalida-real-decreto-para-facilitar-salida-empresas-cataluna-201710191437_noticia.html
non se ne parla molto, ma un recente decreto ha fissato norme che facilitano l’uscita di imprese dalla Catalunya