MASSIMO NOVELLI, “Il dirigente Fiat fu ucciso per ordine dei comunisti” L’assassinio dell’ingegner Codecà è ancora senza colpevoli. Ora emergono nuove carte…IL FATTO QUOTIDIANO DEL 27 MAGGIO 2019

 

Il delitto Codecà. Il «Boia della Valsusa» e il misterioso omicidio che nel 1952 fece tremare Torino

Roberto Gremmo

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Editore: Araba Fenice
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 16 maggio 2019
EURO 16,50

 

 

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 27 MAGGIO 2019

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/05/27/il-dirigente-fiat-fu-ucciso-per-ordine-dei-comunisti/5210192/

 

“Il dirigente Fiat fu ucciso per ordine dei comunisti”

L’assassinio dell’ingegner Codecà è ancora senza colpevoli. Ora emergono nuove carte: “Il Cac lo voleva morto, sapeva dei brevetti segreti venduti nell’Est Europa”

 

 

Cerimonia funebre – Operai Fiat e i funerali di Erio Codecà

 

Il salone dell’auto

 

 Le cronache dell’epoca sul delitto

 

di Massimo Novelli | 27 Maggio 2019

 

 

“L’Ingegner Codecà è stato ucciso per ordine del Cac (Comitato azione clandestino) perché in possesso di informazioni riguardanti la vendita di brevetti industriali segreti effettuata da industriali italiani ai paesi di Oltrecortina. (…) Codecà, informato dalla moglie, si indirizzò così al dirigente della Spa (la Fiat Spa, ndr) di quell’epoca. (…) Il dirigente generale rispose all’Ingegnere Codecà che ‘era pazzo’ e che nulla di quanto riferiva corrispondeva alla realtà. L’Ing. Codecà minacciò di rivelare il fatto alla Polizia italiana. Fu allora che da parte dei dirigenti italiani fu decisa la sua fine. Non conosco il nome della persona che prese contatto con il Cac di marca comunista”. Conservato nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma tra le carte del ministero dell’Interno, con segnatura ACS-B-116, lo scritto è del 5 settembre 1962. Ha come oggetto l’invio a Roma di un rapporto della polizia britannica, in relazione a una “frode commessa da cittadina inglese in Svizzera e suo possesso di dichiarazione rilasciata da un individuo in merito ad un omicidio commesso in Italia”.

L’assassinio è quello dell’ingegnere Eleuterio (detto Erio) Codecà, nato a Ferrara nel 1901, direttore della Fiat. Fu ammazzato a Torino, vicino casa sua, in via Villa della Regina, la sera del 16 aprile del 1952. Un delitto rimasto senza colpevoli, che fece epoca. Soprattutto perché verosimilmente collegato alla politica, cioè ad ambienti di ex partigiani e di militanti del Pci, e agli affari delle grandi industrie italiane con i Paesi dell’Europa dell’Est, quelli della Cortina di Ferro. Erano affari che avevano al centro le operazioni commerciali effettuate da industrie, a cominciare dalla Fiat, con le nazioni d’Oltrecortina, che, in piena Guerra fredda, erano osteggiate dagli Stati Uniti e dalla Nato. Anche perché, in diversi casi, erano andate in porto grazie all’intermediazione di società riconducibili a esponenti del Partito Comunista Italiano.

L’assassinio di Codecà avvenne in un periodo segnato dalle tensioni fra Usa e Urss, da un acceso anticomunismo e caratterizzato da un duro scontro tra gli operai del Pci e gli industriali, in particolare alla Fiat di Vittorio Valletta. Le indagini vennero così indirizzate subito verso il milieu comunista. Nel 1956, poi, fu arrestato e incriminato per il delitto un ex partigiano dal passato sanguinario: Giuseppe Faletto. Al processo, nel marzo del 1958, l’imputato fu però assolto per insufficienza di prove, sebbene venisse condannato per altri crimini commessi durante la Resistenza. Sull’omicidio di Codecà calò il sipario.

A distanza di oltre mezzo secolo, il caso viene riaperto ora dai documenti, come quello citato della polizia inglese, scoperti a Roma dal ricercatore Roberto Gremmo, che li pubblica nel libro Il delitto Codecà. Il ‘Boia della Valsusa’ e il misterioso omicidio che nel 1952 fece tremare Torino, edito da Araba Fenice. Ha rintracciato intanto il rapporto del 1962 degli investigatori del Regno Unito, che si erano imbattuti in quel j’accuse sul delitto Codecà indagando su una giovane inglese che aveva vissuto a Torino. La ragazza, coinvolta in una truffa, aveva consegnato ai poliziotti lo scritto di cui sarebbe stato autore un giornalista italiano, Edoardo Morello, conosciuto in Svizzera, con il quale aveva avuto una relazione. La polizia inglese trasmise l’incartamento in Italia. Tuttavia la Questura di Torino non gli diede peso. Non credette, o non volle credere, che il manager era stato fatto fuori da un sicario perché sapeva troppo dei traffici con i Paesi dell’Est, e aveva detto a qualcuno di voler “rivelare il fatto alla Polizia italiana”. La polizia si accontentò delle ritrattazioni di Morello. Il giornalista disse infatti che quelle accuse erano “frutto della sua fantasia”.

Eppure altre carte trovate da Gremmo dimostrano che a molti faceva comodo che le indagini sull’omicidio di Codecà si arenassero, come avvenne, tra depistaggi e imputati poco credibili, come fu nel caso di Faletto. E testimoniano che l’ingegnere, in vita, era diventato assai scomodo: forse perché, dopo essere stato coinvolto lui stesso in quei traffici, se ne era stancato; oppure perché aveva scoperto ciò che succedeva. C’è un appunto, in particolare, di un informatore della Questura di Torino, sempre nel fascicolo ACS-B-116 del ministero dell’Interno. Riguarda il conte Giancarlo Camerana, allora vicepresidente della Fiat e imparentato con la famiglia Agnelli, e l’ex maggiore dei carabinieri Roberto Navale, capo della sicurezza Fiat fino al 1945, uomo del Servizio segreto militare italiano (all’epoca si chiamava Sim), già coinvolto nell’omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. L’appunto, datato 3 febbraio 1953, recita: “Il conte Camerana ha chiamato il Maggiore Navale per riferirgli circa quanto deciso dalla Fiat in merito all’affare Codecà. Come era prevedbile la Fiat ha detto che non se ne fa niente. Personalmente quanto sopra mi convince che la stessa Fiat ha tutto l’interesse di non venire in chiaro nella faccenda perché alcuni suoi grossi dirigenti sono implicati direttamente o indirettamente. Il Maggiore Navale ha pensato bene di non insistere”. Non si voleva venire “in chiaro” perché Codecà era uno di quei “grossi dirigenti implicati”, o perché indagando a fondo sulla sua morte sarebbero venuti a galla pezzi di verità troppo compromettenti? Nonostante la Guerra fredda e lo scontro sociale, ricorda Gremmo, alcuni uomini del Pci organizzarono nel 1955 il viaggio in Italia di una delegazione commerciale sovietica, e in seguito avrebbero favorito lo sbarco della Fiat a Togliattigrad.

Chi uccise Codecà? Quali furono i mandanti? Nello scritto del giornalista Morello si dice: “Fu comunque chiesto di ‘far fuori’ Codecà, (…) Il Cac rispose affermativamente. L’incartamento fu trasmesso a Roma tramite un ufficio commerciale di Via Frattina. Dopo qualche giorno il pseudo ufficio commerciale inviò un suo delegato a Torino con le disposizioni del caso. A Torino il delegato prese contatto con un gruppo specializzato del Cac. La cifra di ricompensa fu decisa in 5 milioni (di lire, ndr)”. Ovviamente, la polizia non scovò mai alcuna traccia del fantomatico Cac.

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1 risposta a MASSIMO NOVELLI, “Il dirigente Fiat fu ucciso per ordine dei comunisti” L’assassinio dell’ingegner Codecà è ancora senza colpevoli. Ora emergono nuove carte…IL FATTO QUOTIDIANO DEL 27 MAGGIO 2019

  1. DANILO FABBRONI scrive:

    IL PROBLEMA STA NELLA TENUTA DELLE DEFINIZIONI: CHI CONTROLLAVA IL PCI?

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