LUIGI DE CAROLIS ( notizie al fondo)::: Il tormento di Di Maio: “Stacchiamo la spina? — Vertice al Mise — Ma alla fine decide di prendere tempo

 

IL FATTO QUOTIDIANO DEL 28 MAGGIO 2019

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Il tormento di Di Maio: “Stacchiamo la spina o no?”

Vertice al Mise – Il vicepremier 5 Stelle riunisce i suoi al ministero. E affronta il nodo cruciale del rapporto con Salvini. Ma alla fine decide di prendere tempo

Stati d’animo opposti – Giornata davanti ai microfoni sia per Luigi Di Maio che per Matteo Salvini

 

Il capo schiantato dai numeri lo chiede ai suoi: “Che si fa, stacchiamo la spina al governo?”. E loro, i big del M5S convocati dall’autocrate che da oggi non potrà più esserlo, se la cavano con un compromesso: “Proviamo ad andare avanti”. Di più non possono promettere e “prevedere i Cinque Stelle ancora guidati da Di Maio, a cui Matteo Salvini risponde già ieri sera da Porta a Porta, serafico come può esserlo chi ha stravinto: “ Come staccare la spina…Dobbiamo fare la flat tax, aspettiamo 4 anni?”. Ed è è lo specchio del governo dai pesi ribaltati, dove il Movimento ora è all’inferno e la Lega fortissima, abbastanza per pretendere di dare tutte le carte. Una calamità per Luigi Di Maio, che per sopravvivere lassù, nel governo, deve innanzitutto ricompattare i suoi. Così il giorno dopo il diluvio promette una segreteria politica con Alessandro Di Battista primo consigliere. Si affida a lui, a quello che per la base rappresenta il Movimento che forse non c’è più, e al premier che ora è il primo ostacolo a Salvini, Giuseppe Conte.

La notte che ha sprofondato il M5S al 17,07  per cento è finita da poco, quando il capo politico comincia a compulsare ministri e big vari. Prima per telefono, partendo con Beppe Grillo e Davide Casaleggio e poi nel pomeriggio anche di persona, in una riunione fiume dentro uno dei suoi due ministeri, quello dello Sviluppo economico, trasformato in ultima ridotta con buona pace dell’etichetta istituzionale. Ma il capo ha fretta: urgenza di capire se vogliono la sua testa, prima di tutto, e poi di chiedere consigli e sponda. E li cerca innanzitutto da Di Battista, l’ex trascinatore che non ha voglia di detronizzarlo, “perché si vince e si perde tutti assieme” come dice pubblicamente, grosso modo sincero. E come lui, anche gli altri dignitari a 5Stelle non vogliono lo scalpo del leader: anche perché ad oggi non c’è una vera alternativa, e non può esserlo neppure Dibba, amato dagli iscritti ma non da tutti gli eletti, anzi. Piuttosto la certezza è che “adesso bisogna cambiare molto”. Lo dicono più o meno tutti i maggiorenti, a Di Maio. Ma lo dice specialmente lui, Di Battista: “Luigi, ora dobbiamo rilanciare su quattro o cinque delle nostre battaglie, dobbiamo tornare a parlare di ambiente e insistere sulla corruzione”. Insomma, bisogna riprendersi la vecchia identità, non avere paura di essere o meglio tornare se stessi. D’altronde “le elezioni sono andate male, abbiamo appreso una grande lezione” concede Di Maio in una conferenza stampa nel primo pomeriggio sempre lì, al Mise.

Molte ore prima, a urne ancora calde, dentro la Camera aveva riconosciuto solo un errore di fronte a un pugno di big: “Abbiamo scelto alleati del tutto sbagliati in Europa”. Una verità urlata dalle cifre, perché dei quattro partiti reclutati per un ipotetico gruppo solo i populisti croati di Zivi Zid piazzano un eurodeputato. Gli altri non hanno toccato palla, ed è un nodo. Ma non quanto l’astensione. “Al Sud non ci hanno votati” sillaba il vicepremier. Cioè il reddito di cittadinanza non ha portato folle alle urne, e il ricasco mancato nelle urne rende friabile l’esecutivo, fa saltare gli equilibri dentro una maggioranza che ha già le mura assediate. Perché nel lunedì del dopo diluvio c’è pure l’avviso dei naviganti di Bloomberg, secondo cui la Commissione europea valuta di proporre per l’Italia una procedura di infrazione sul debito del 2018, con una sanzione da 3,5 miliardi. Una minaccia che potrebbe arrivare per lettera il 5 giugno, e la cui eco basta per far schizzare lo spread a 280. Non a caso a Palazzo Chigi Conte incontra i funzionari economici, e riflette sui numeri, come sul futuro dell’esecutivo. “Al presidente non sfugge affatto il peso politico di queste urne” dicono. Per questo sente al telefono Di Maio e Salvini, per raccomandarsi: “La campagna elettorale è finita, ora abbassiamo i toni e pensiamo alle cose da fare”.

Ma il premier parla anche con la cancelliera Angela Merkel, in vista del vertice informale dei capi di Stato e di governo di oggi, a Bruxelles. Insomma Conte tasta il terreno sotto ai suoi piedi. Proprio mentre Di Maio davanti alle telecamere semina le sue verità: “Noi pensiamo che il governo debba andare avanti per fare le cose. Ma su 10 provvedimenti realizzati fino ad ora 9 sono del M5S”. Il vicepremier sconfitto resta reattivo: “Il nostro alleato è il contratto di governo”. E pone paletti: “Le autonomie si faranno, ma rispettando la coesione nazionale”. Però concede: “Il ministro Tria dice che i soldi per la flat tax ci sono? Facciamola”. Soprattutto, sul Tav svicola e scarica, su Conte: “Il dossier è nelle sue mani, e il tema non è cercare lo scontro, valuteremo dopo che si saranno parlati Conte e il presidente francese”. E suona come una resa. Ma è eresia per Di Battista, che dopo mesi torna in una riunione. Così dentro il Mise fa muro: “Sul Tav non possiamo cedere, è una nostra battaglia”. Una bandiera non ammainabile. Un problema, in una riunione che è un rosario di guai. Con un sottosegretario che fa notare: “Abbiamo fatto troppe promesse, a tutti”. Ma soprattutto, dicono in tanti, “dobbiamo anche difendere il Movimento, finora ci siamo presi tutte le responsabilità di governo”.

Tradotto, che si fa con la Lega? Così Di Maio mette i suoi di fronte al bivio: “Stacchiamo la spina?”. E davanti a sé ci sono facce preoccupate. “Non so cosa fare” ammette un membro del governo. Ma alla fine la linea è provare a insistere, “perché se facciamo cadere il governo la gente non capirebbe”. Al limite lo facesse lui, Salvini. Il vincitore, che le carte le ha tutte in mano.

 

Luca De Carolis

Giornalista

Nato a Roma il 18 novembre del 1974. Giornalista professionista, ho iniziato nel 2002, collaborando con giornali locali e riviste. Ho lavorato per l’Unità, l’agenzia di stampa Aga Press e Il Secolo XIX (per cui scrivo tuttora), occupandomi di cronaca, politica e sport. Scrivo su Il Fatto Quotidiano dal 2010. Mi piacciono il rock, i libri, il calcio.

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