Una foto di Antonin Artaud ( 1896-1948 ) + Marco Ercolani, Lettere dai manicomi / Artaud: sono nato dal mio dolore, Doppiozero, 9 gennaio 2022

 

Antonin Artaud (Marsiglia4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine4 marzo 1948) è stato un drammaturgoattoresaggista e regista teatrale francese.

 

Antonin Artaud

 

 

 

 

Antonin Artaud...

1925: Antonin Artaud  playing Marat’s role in the film “Napoleon d’ Abel Gance”. 1925-1927. (Photo by: Roger Viollet via Getty Images/ Roger Viollet via Getty Images)

ANTONI ARTAUD NEL RUOLO DI MARAT NEL FILM ” NAPOLEONE DI ABEL GANCE “. 1925-27 – FOTO DI ROGER VIOLLET, GETTY IMAGES

 

 

Antonin Artaud (Marsiglia4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine4 marzo 1948) è stato un drammaturgoattoresaggista e regista teatrale francese.

https://it.wikipedia.org/wiki/Antonin_Artaud

 

 

9 gennaio 2022

https://www.doppiozero.com/artaud-sono-nato-dal-mio-dolore#:~:text=Artaud%20non%20vuole%20ripari%20al,ai%20codici%20costituiti%2C%20irrequietezza%20biologica.

 

 

Lettere dai manicomi / Artaud: sono nato dal mio dolore

Due nuovi libri ci riportano alla corrosiva e non dimenticabile voce di Antonin Artaud: L’ombelico dei limbi. Seguito dalla Corrispondenza con Jacques Rivière (I fiocchi, MC edizioni, Milano, 2021), e Sono nato dal mio dolore. Lettere dai manicomi 1937-1946 (Edizioni Medusa, Milano, 2021) entrambi curati da Pasquale di Palmo. Artaud nasce a Marsiglia nel 1896. Inventore di teorie teatrali (Il teatro e il suo doppio), viaggiatore (Messico e Irlanda), oppiomane, scrittore di prose surrealiste (L’arte e la morte, Il pesanervi), romanzi visionari (Eliogabalo), poesie (Poesie della crudeltà), attore teatrale e cinematografico (La passione di Giovanna d’Arco, La leggenda di Liliom, L’opera da tre soldi, Napoléon, La coquille et le clergyman). Teorico del teatro, partecipa al gruppo surrealista dal 1924 al 1926. È amico di Jean Paulhan, André Breton, Jean Dubuffet, Alberto Giacometti, André Masson. Tra i libri principali tradotti in italiano: Al paese dei Tarahumara e altri scritti, Il teatro e il suo doppio, L’ombelico dei limbi, Il pesanervi, Eliogabalo o l’anarchico incoronato, Artaud le mômo. Van Gogh: il suicidato dalla società, Per farla finita con il giudizio di Dio, Succubi e supplizi. Abusi di droghe e sintomi deliranti causano il suo internamento in diverse strutture psichiatriche per quasi dieci anni. Nel 1946 è dimesso dalla clinica psichiatrica di Rodez, dove, nonostante i numerosi e violenti elettroshock, non smette di scrivere una mole impressionante di lettere, taccuini e disegni, raccolti poi negli ultimi volumi delle «Opere complete». Realizza, alla fine della sua vita, il testo teatrale Pour en finir avec le jugement de Dieu. Muore di cancro nel 1948 a Ivry-sur-la-Seine.

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L' ombelico dei limbi seguito dalla Corrispondenza con Jacques Rivière - Antonin Artaud - copertina

MC, 2021

 

L’ombelico dei limbi. Seguito dalla Corrispondenza con Jacques Rivière

L’ombelico dei limbi (1925) inizia così: «Laddove altri propongono opere io pretendo solo di svelare il mio spirito. La vita è un bruciare di domande. Non riesco a concepire un’opera staccata dalla vita. Non amo la creazione distaccata. Neppure riesco a concepire uno spirito staccato a me stesso. Ogni mia opera, ogni parte di me, ogni fioritura ghiacciata mi cola addosso…». In queste brevi righe deflagra, senza schermi protettivi, il “progetto Artaud”: registrare in tutte le forme che la scrittura gli consente i suoi “frammenti di un giornale d’inferno”. Nessuna delle sue opere è mai un testo indifferente alle emozioni subite dal corpo. Il progetto è proprio mantenere sempre questa nuda, scorticata sincerità: un colpo di sonda vibrato a squassare il fondo del proprio essere. Le prose raccolte nell’Ombelico dei limbi sono surreali e disgreganti frammenti poetici (ricordiamo fra gli altri Paul gli uccelli, Descrizione di uno stato fisico, Lo schizzo di sangue, Poeta nero). La reinvenzione della vita di Paolo Uccello rimanda a una delle più intense “vite immaginarie” di Marcel Schwob e commuove per la sua inconsueta potenza.

La sua lingua, intimamente surrealista, clinicamente folle, è sovraccarica di energie disgreganti. A questo gruppo di prose segue la celebre Corrispondenza con Jacques Rivère.

La storia è nota: Rivière si rifiuta di pubblicare, sulla “Nouvelle Revue Française” da lui diretta, alcune poesie di Artaud. Nel mese di settembre del 1924, invece, appare (col titolo Une correspondance) il suo breve, caustico epistolario con Rivière. Composto da undici lettere, di cui sei a firma di Artaud (allora ventisettenne) e cinque a firma di Rivière, scritte dal 1° maggio 1923 all’8 giugno 1924, Une correspondance non riguarda il dibattito sulla pubblicabilità di quel certo gruppo di poesie ma il nodo essenziale del pensiero artaudiano: scrivere oltre il semplice testo, senza vietarsi di mostrare le emozioni più profonde. Nel momento in cui lo scontro con Rivière assume dimensione pubblica, l’anomalia del caso Artaud prende forma. Le poesie, inizialmente ritenute da Rivière impubblicabili, lo diventano se accompagnate dalle lettere dell’epistolario che testimonia la sua oltranza di scrittore. Lo stesso Artaud, anni dopo (nel 1946), lo confermerà: «Jacques Rivière rifiutò le mie poesie ma non le lettere con le quali le distruggevo».

Uno dei momenti centrali della Correspondance è la lettera di Artaud del 29 gennaio 1924: «Quella dispersione nelle mie poesie, quei vizi di forma, quella continua flessione del pensiero, non bisogna attribuirli a mancanza d’esercizio o di padronanza degli strumenti da me posseduti, o a mancanza di sviluppo intellettuale, ma ad uno sprofondamento centrale dell’anima, una specie di erosione, essenziale e fugace al tempo stesso, del pensiero… C’è dunque qualcosa che distrugge il mio pensiero, qualcosa che, se pur non mi impedisce di essere quello che potrei essere, mi lascia, per così dire, in sospeso. Qualcosa che furtivamente mi toglie le parole che ho trovato». Il “breve romanzo in lettere”, che Artaud e Rivière intrattengono, sottolinea, oltre alla potenza drammaturgica dell’epistolografo Artaud, una scelta fondamentale per la scrittura contemporanea: nessuna bellezza testuale è estranea al laboratorio del processo creativo da cui scaturisce. Appunti, frammenti, lettere, disegni, sono visti da Artaud come un palinsesto drammatico destinato a trivellare le profondità della psiche, a non lasciare dietro il suo turbinio un’opera definita.

Cercare il proprio intimo volto, la propria identità esplosa in un vortice di segni e di parole, è il progetto di Artaud. Sprofondato da anni nella sua personale dissociazione psichica, avvelenato e paralizzato dal mondo, il poeta si difende con l’esorcismo ossessivo della scrittura. Esige un «corpo senza organi», immune dalle leggi biologiche, un corpo sottratto ai cicli banali del corpo vivente. Ciò che si dibatte nelle lettere a Rivière non è tanto la velleità artistica di un giovane scrittore che tenta un maldestro tentativo di autopromozione ma la concreta capacità di mostrare all’altro la sua minacciosa e squilibrante individualità integrale, che cambierà senso alle forme della scrittura. Dopo Artaud, chi scrive si sente più libero di mettere se stesso, come una bomba inesplosa, al centro del foglio bianco. Forse è questo, nella sua sfuggente e ustionante realtà, il “progetto Artaud”.

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ANTONIN ARTAUD

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Sono nato dal mio dolore. Lettere dai manicomi 1937-1946

Bernard Noël, in Artaud e Paulescrive: «Ho visto di persona le pile di quei quaderni, ne ho avuto un certo numero tra le mani. Immaginate dei quaderni di scuola dalle grosse righe regolari e la carta fragile e grigiastra (quella del tempo di guerra). Sono tutti coperti da una scrittura spezzata, aguzza, irregolare, ancora scossa da una trance. In certi casi, si sovrappongono il testo a matita e uno a penna, aggiungendo il palinsesto alla grafia già difficile. I quaderni di Artaud sono quaderni, ma una volta aperti sono il corpo di Artaud, trasfuso lì dal fenomeno di un’immediatezza di scrittura che fa di loro il deposito di quanto oserei definire la sua carne verbale» (AP, p. 6.). La “carne verbale” di Artaud è quella interminabile scrittura, nata dal suo dolore, graffita nei quaderni di cui si prenderà cura Paule Thévenin, e che nessun libro, in nessuna lingua, potrebbe mai contenere interamente.

 

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Il poeta attraversa la sua psicosi senza mai rinunciare a voler essere visto e giudicato come scrittore. In una lettera a Jean Paulhan del 1927 scrive: «È come se si concepisse la conoscenza attraverso il vuoto, una specie di grido abbassato che al posto di salire scende. Il mio spirito è aperto tramite il ventre, ed è attraverso il basso che entra un’oscura e intraducibile scienza, piena di sotterranee maree, di edifici concavi, di un’agitazione congelata. Che non si prenda ciò come mere immagini. Questa vorrebbe essere la forma di un’abominevole saggezza».

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Dal corpus molteplice delle lettere, scritte spesso in forma di preghiere, suppliche, invettive, invocazioni, Pasquale di Palmo raccoglie queste “Lettere dai manicomi” con affettuosa attenzione, e non per la prima volta (citerei, fra le diverse pubblicazioni da lui curate, Lettere del grande monarca, stampato dalle Edizioni dell’Obliquo).

 

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Sempre posseduto da una trance verbale, Artaud si lamenta, impreca, esorta, maledice. Inventa una logica visionaria che trasforma il suo corpo torturato dagli elettroshock in parola gridata, squassata, espulsa sul foglio. In uno dei quaderni, pubblicato in facsimile da Gallimard, si vede con chiarezza la sua scrittura che gratta, taglia, erode la carta, come un’ustione verbale che intacca il supporto stesso del foglio. Artaud non teme affatto il caos: lo mostra e lo accetta. Gli parla faccia a faccia, con un linguaggio smembrato che se ne fa specchio, trapassando la lingua francese come un coltello acuminato.

 

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Cerca nel destino di altri artisti folli, da Lautréamont a Van Gogh, la sua stessa carica eversiva. Produce invettive, soliloqui-confessioni, pamphlet teorici, opere aperte e irrisolte. Fa del suo corpo straziato dalle violenze istituzionali il sismografo di una violenta fame di libertà. I deliri di Artaud sono genealogie dell’anima, auto-ricreazioni, assalti frontali contro la tirannia della famiglia e delle strutture di potere. Lo scrittore vuole che «il corpo parli altrove un’altra lingua di corpo». Rappresenta la propria psicosi cercando quello che è il suo “soffio vitale”, contro l’asfissia delle norme.

 

 

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Da dove scaturisce la psicosi artaudiana? Il suo perenne “stato di rivolta”? Le ipotesi, anche le più verosimili, non ci aiuterebbero a capire. Artaud non vuole ripari al dolore assoluto, e collettivo, dell’essere-nel-mondo.

 

1947 – PINTEREST

 

«La luce di questo mondo è falsa» scrive a Colette Thomas. Il dolore diventa carne verbale, delirio, grido che si oppone ai codici costituiti, irrequietezza biologica. Ogni opera definita è per lui un sepolcro da cui fuggire, una morte da eludere. Occorre andare oltre. Spingere più in là il limite.

 

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La sua scrittura è da un lato salvezza, perché negli anni della reclusione solo scrivendo e disegnando può restare in vita, dall’altro denuncia, perché il poeta si sente vittima designata di una lotta dell’uomo solo contro l’umanità che lo fraintende e lo distrugge: verità assoluta che, nel suo mondo psicotico, applica a se stesso e ai suoi ideali compagni di strada – da Baudelaire a Nerval a Van Gogh.

 

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Van Gogh. Il suicidato della società - Antonin Artaud - copertina

Al paese dei Tarahumara e altri scritti - Antonin Artaud - copertina

 

Eliogabalo o l'anarchico incoronato - Antonin Artaud - copertina

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1 risposta a Una foto di Antonin Artaud ( 1896-1948 ) + Marco Ercolani, Lettere dai manicomi / Artaud: sono nato dal mio dolore, Doppiozero, 9 gennaio 2022

  1. ueue scrive:

    Per quel pochissimo che ho letto ( “Eliogabalo”) la scrittura di Artaud è un grido continuo contro l’assurdità della vita e del mondo.

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