FEDERICO LARSEN, La Colombia di Gustavo Petro e la ricerca dell’equilibrio -LIMESONLINE  8 AGOSTO 2022

 

LIMESONLINE  8 AGOSTO 2022
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La Colombia di Gustavo Petro e la ricerca dell’equilibrio

 

Carta di Laura Canali - 2018

Carta di Laura Canali – 2018.

 

Il presidente appena entrato in carica rappresenta una novità epocale e può sanare una frattura storica nel paese sudamericano. L’obiettivo di gestire in maniera diversa i rapporti con la regione, gli Stati Uniti e la Cina è molto ambizioso, ma raggiungibile.

 

di Federico Larsen

 

L’arrivo al potere della sinistra in Colombia apre nuove sfide per la geopolitica del continente americano.


Il presidente Gustavo Petro dovrà costruire da subito un equilibrio tra le diverse forze, domestiche ed internazionali, che fanno pesare i propri interessi sulla posizione internazionale di Bogotá (Bogotà). Molti i fronti aperti.


Petro ha già dato alcuni indizi della strada che intende percorrere: disgelo con Venezuela e Cuba, legato all’apertura dei negoziati con la guerriglia dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) per procurarne la smobilitazione; revisione della relazione con gli Stati Uniti, che include aspetti commerciali, militari e diplomatici; potenziamento della “nuova sinistra” latinoamericana, ecologista, femminista e multietnica; apertura a nuovi partner internazionali, con la Cina in pole position per allargare la propria influenza sulla regione.


Il dossier Venezuela è probabilmente quello più avanzato. Già nelle settimane successive all’elezione di giugno, Petro aveva confermato l’intenzione di ripristinate i rapporti diplomatici con il governo di Nicolás Maduro, interrotti dopo il fallimento dell’iniziativa colombiano-statunitense per forzare l’ingresso di aiuti umanitari attraverso la frontiera di Cúcuta nel febbraio 2019. Da allora i più di quattro milioni di colombiani residenti in Venezuela non accedono ai servizi consolari del loro paese, l’interscambio commerciale è piombato ai minimi storici (le importazioni da Caracas sono passate dal 37% del totale nel 2008 allo 0,8% del 2021) e soprattutto la cooperazione militare sui 1.300 chilometri di frontiera condivisa è diventata praticamente nulla. Si tratta di una delle zone più calde del Sudamerica: qui agiscono guerriglie (ex-Farc ed Eln), narcotrafficanti (Clan del Golfo, che ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale proprio mentre Petro assumeva presidente) e trafficanti di persone (come il gruppo venezuelano Tren de Aragua).


Per Petro la cooperazione con Caracas, già accordata dal nuovo ministro degli Esteri e della Pace Álvaro Leyva, è la chiave per poter applicare una parte importante del suo programma di governo, che oltre a ridurre l’azione dei gruppi irregolari pretende anche aprire nuovi negoziati di pace con le guerriglie attive sul proprio territorio, che trovano spesso rifugio oltreconfine.


In questo senso oltre al Venezuela sarà fondamentale l’apporto che potrà dare Cuba. La partecipazione dell’Avana è stata decisiva per la firma degli accordi di pace tra le Farc e il governo di Juan Manuel Santos nel 2016, ma l’amministrazione di Iván Duque (il predecessore di Petro) ha di fatto congelato il rapporto con l’isola.

Il neopresidente vuole seguire un percorso simile con l’Eln, inclusa nella lista di organizzazioni terroriste da parte degli Usa e diventata la guerriglia attiva più potente della Colombia dopo lo smantellamento delle Farc. I primi contatti sono cominciati proprio a Cuba e il processo potrebbe partire presto con la mediazione dei governi di Cile e Norvegia.


Carta di Laura Canali - 2019

Carta di Laura Canali – 2019


Il drastico cambiamento nei confronti di Caracas è parte di un più ampio ridimensionamento che Petro pretende attuare nel rapporto tra la Colombia e gli Usa. A marzo, in occasione della visita ufficiale dell’ex presidente Duque alla Casa Bianca, il suo omologo statunitense Joe Biden aveva definito la relazione con Bogotà “la pietra angolare dei nostri sforzi per costruire un emisfero prospero, sicuro e democratico”. La Colombia è infatti il principale alleato degli Usa in America Latina dagli anni Cinquanta e il primo destinatario della cooperazione statunitense nell’emisfero; è l’unico Major non-NATO ally nella regione e dal 1999 al 2017 ha ricevuto 10,4 miliardi di dollari da Washington per contrastare il narcotraffico.


L’approccio prettamente militare alla questione delle droghe ha dato scarsi risultati (la Colombia è oggi il primo produttore di coca al mondo: la produzione è aumentata del 30% rispetto al 1999, l’area a essa destinata ammonta almeno a 245 mila ettari) e alimentato un’opposizione sociale di cui Petro è il principale portavoce. Il nuovo governo si è espresso contro la eradicazione forzata delle piantagioni di coca e vuole affrontare la problematica a partire da accordi territoriali con i contadini e gli imprenditori locali. Oltre a ridimensionare i rapporti nel comparto della Difesa, il successore di Duque vuole rivedere i termini dell’accordo di libero scambio siglato con gli Usa nel 2012 per introdurre clausole che proteggano i settori strategici dell’economia colombiana, particolarmente l’agricoltura e la pesca. Anche il meccanismo che semplifica le estradizioni sarà al centro del dibattito bilaterale, visto che il neopresidente vuole dare priorità alla giustizia locale per la riparazione delle vittime.


Petro sa che la Colombia però ha bisogno degli Stati Uniti. È il paese col quale ha costituito la più fitta rete di istituzioni per la cooperazione commerciale, tecnica, scientifica, militare e culturale. Arrischiare un tale nesso equivarrebbe a mettere a repentaglio la stabilità stessa del paese. Non si può affermare lo stesso per gli Stati Uniti. La perdita dell’appoggio bipartisan di cui gode la cooperazione colombiano-statunitense sembra sempre più concreta in vista delle elezioni di midterm negli Usa, nelle quali i settori più conservatori del Partito repubblicano puntano ad aumentare la propria influenza sul Congresso. Il governatore della Florida Ron DeSantis ha definito Petro un “ex narcoterrorista marxista” e sono sempre più le voci che vorrebbero una drastica revisione dell’appoggio dato al paese sudamericano.


Petro si vedrà obbligato a trovare un equilibrio che non scomodi né Washington né Caracas evitando collisioni nelle agende bilaterali: controllo delle frontiere, lotta al narcotraffico e al riciclaggio e ripresa dell’interscambio sono priorità condivise da entrambi i paesi sudamericani. Mentre lo stabilimento della rete 5G e la modernizzazione dell’infrastruttura sono tra i punti in discussione con l’amministrazione Biden.


Su altri temi l’intesa con gli Usa è più facile. In primo luogo la questione ambientale, cavallo di battaglia per Petro e carta usata per condizionare gli accordi in politica estera per Biden. Il contrasto al disboscamento dell’Amazzonia, per il quale Petro ha già chiesto una collaborazione più profonda di Washington, la transizione energetica e il rafforzamento dei settori dell’industria che fanno uso intensivo del lavoro intellettuale (per ridurre la dipendenza dall’export di materie prime) possono essere interessanti spazi per la cooperazione. Ma anche sull’ambiente potrebbero esserci attriti: il programma di Petro prevede la proibizione della fratturazione idraulica (fracking) e la drastica riduzione dell’estrazione di carbone, minerali e petrolio, tutte attività in cui le aziende statunitensi hanno grande partecipazione in Colombia.

 


Carta di Laura Canali - 2019

Carta di Laura Canali – 2019


Meno chiaro è il rapporto che Petro vuole stabilire con la Repubblica Popolare Cinese. Nel 2019 i due paesi hanno celebrato il quarantennale delle relazioni diplomatiche, ma il ruolo di Pechino sembrerebbe contenuto.

Il 78% delle esportazioni colombiane in Cina è petrolio, e sebbene la presenza di capitali cinesi sia cresciuta dalla firma del Trattato bilaterale per la protezione degli investimenti del 2013, si tratta di una partecipazione ridotta rispetto al resto della regione. Aziende come PowerChina, China Harbour Engineering Company, Xi’an Metro Company, Hydro Global Investment e la China Civil Engineering Construction Corporation sono presenti sul territorio con progetti in corso o in via di pianificazione, come la futura metropolitana di Bogotà o l’Autostrada Mar II sulla costa del Pacifico. L’interesse cinese per un’espansione della propria presenza in Colombia però potrebbe essere usata dal governo Petro per ottenere maggiori concessioni nella revisione degli accordi di libero scambio con gli Usa e l’Ue.


Rimane da capire quale sarà la collocazione del primo governo progressista della Colombia nel panorama regionale, che sta conoscendo una nuova “svolta a sinistra”.

Quella di Petro è una sinistra particolare, frutto di un’alleanza estremamente larga in cui convivono movimenti sociali apertamente anticapitalisti e partiti dal profilo riformista e moderato. Il collante di una coalizione così variegata è dato dall’opposizione al sistema politico tradizionale, dominato per oltre due secoli da solo due forze (conservatori e liberali), e da un’agenda legata alle rivendicazioni di genere, ambientali e dei popoli indigeni. Petro vuole porre il paese all’avanguardia internazionale nelle politiche verdi e femministe, promuovere e partecipare ai processi di pace a livello globale e valorizzare il multiculturalismo per migliorare l’inserimento internazionale del paese.


Questa agenda non combacia con l’antimperialismo delle sinistre “bolivariane” di Venezuela, Cuba, Bolivia e Nicaragua, né con le rivendicazioni legate a un nuovo ordine mondiale (ed emisferico) di Argentina e Messico. La sinistra colombiana ha mostrato maggiori sinergie con l’ambientalismo femminista di Gabriel Boric in Cile e di Xiomara Castro in Honduras.


Paesi con una lunga tradizione conservatrice, attenti a ricomporre gli equilibri domestici più che a proiettare i propri interessi a livello regionale. In questo senso, in tutto il Sudamerica c’è grande attesa per le elezioni presidenziali brasiliane di ottobre: una vittoria di Lula potrebbe aprire la strada alla costruzione di una piattaforma continentale delle sinistre, di cui per ora si hanno solo pochi indizi.

 

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