DOVE CADONO LE OMBRE, DI VALENTINA PEDICINI ( 2017 ) con Federica Rosellini ed Elena Cotta -Fandango Cinema + MARIELLA MEHR + ANNA RUCHAT, IL MANIFESTO, 7 settembre 2022

 

 

 

 

TRAILER UFFICIALE

 

 

 

immagini : https://www.amazon.it/Dove-Cadono-Ombre-Elena-Cotta/dp/B077ZG993H

 

 

 ANSA.IT — 3 SETTEMBRE 2017
https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2017/09/03/pedicini-dramma-nascosto-degli-jenish_9a8e68be-8d4a-4502-94cb-1c61ddbdef1e.html

 

Pedicini, il dramma nascosto degli Jenish

In ‘Dove cadono le ombre’ confronto femminile vittima-carnefice

 

 

 

 

 

 

 

Una tragedia sconosciuta ai più è il tentativo di sterminio scientifico, avvenuto in Svizzera, tra il 1926 e il 1986, degli Jenisch, chiamati anche ‘gli zingari bianchi’.

Un programma di eugenetica che aveva come obiettivo sradicare il nomadismo, basato anche sul sottrarre a forza i bambini alle famiglie della comunità richiudendoli in orfanotrofi e ospedali psichiatrici, dove venivano ‘riprogrammati’ attraverso abusi fisici e psicologici.

Valentina Pedicini, già pluripremiata come documentarista, ne fa, dopo quattro anni di lavoro, il tema della sua opera prima, un serratissimo confronto vittima-carnefice al femminile, in uno dei film italiani più coraggiosi della 74/a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Dove cadono le ombre, in gara alle Giornate degli Autori e in sala dal 6 settembre con Fandango.

“Sarebbe bello se il pubblico uscisse dalla visione con la curiosità di informarsi di più su questa vicenda – spiega la regista – e con la consapevolezza che bisogna stare attenti. Perché quello che è successo così vicino a noi potrebbe ancora ripetersi. Il mio è un film duro, ma spero ne venga riconosciuta l’onestà”.

Attraverso i canoni del thriller psicologico e della favola nera e un cast esemplare, va in scena il complesso rapporto fra Anna (la rivelazione Federica Rosellini, qui al debutto come protagonista al cinema), vittima da bambina del ‘trattamento’, in un ospedale poi riconvertito in istituto per anziani, dove ora lei lavora come infermiera, e Gertrud (Elena Cotta, già vincitrice di una coppa Volpi al Lido per Via Castellana Bandiera), ex medico/ carnefice che ritorna nel suo vecchio ospedale come paziente. A vivere in un quel limbo c’è anche Hans (Josafat Vagni), sul quale il programma ha fatto danni irreparabili, rendendolo una sorta di inconsapevole automa senza coscienza propria. All’inizio l’idea era di fare sugli Jenisch un documentario, “ma poi con Francesca Manieri, cosceneggiatrice, abbiamo pensato che la finzione avrebbe portato luce in maniera più efficace su una storia così oscura”.

La regista per il progetto ha anche parlato a lungo con Mariella Mehr, poetessa e scrittrice Jenisch, che è fra i pochi sopravvissuti al trattamento: “Sono da poco tornata in Svizzera per mostrarle il film ed è stata un’emozione straordinaria”. Le due protagoniste si mettono alla prova anche fisicamente, tra punizioni, vendette e momenti di unione materno/filiale. “Per il ruolo mi sono preparata in tanti modi. Era importante costruire una precisione nei gesti di Anna e per questo ho lavorato per un mese accanto a un’infermiera in una casa di riposo per anziani – spiega Federica Rosellini, classe 1989, diplomata al Piccolo di Milano e con un curriculum teatrale già notevole -. Anna è una strana vittima, perché da piccola Gertrud l’aveva voluta anche trasformare in una sua attendente. Questo le rende più complicata la liberazione, porta in sé un fortissimo senso di colpa”. Elena Cotta ama le sfide e per questo, spiega, “mi ha affascinato la possibilità di interpretare un personaggio complesso come Gertrud. Non ci sono scusanti per gli abusi mentali e psichici di cui si è resa colpevole, ma in lei c’è anche la non coscienza del male che fa, tipica di tutti i fanatici. Il fanatismo, come nel caso anche dei terroristi, ti porta a credere che quella sia la tua missione”.

Per l’attrice sarebbe importante se anche grazie al film “ci rendessimo più conto di quante pericolose forme di manipolazione si usino ancora oggi, nel mondo, per creare masse da controllare”.

 

 

MARIELLA MEHR —

 

Mariella Mehr, un poeta vittima della Pro Juventute svizzera
Mariella Mehr | ChiassoLetteraria

Mariella Mehr (Zurigo27 dicembre 1947 – Zurigo5 settembre 2022) è stata una scrittrice e poetessa svizzera di etnia Jenisch. Fu vittima, da bambina e da adolescente, del programma eugenetico Enfants de la grand-route conosciuto in tedesco come Kinder der Landstrasse, promosso dal Governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie di etnia nomade.

«Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: l’Opera di soccorso Enfants de la grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza.»

(Ruth Dreyfuss, ex-consigliere federale e presidente della Confederazione svizzera nel 1999

 

«I piccoli zingari venivano affidati a contadini, e molte ragazze venivano sterilizzate. Solo verso la fine degli anni Sessanta i rom e gli zingari crearono in Svizzera un’associazione e iniziarono una lotta giuridica e politica che portò alla chiusura della “Pro Juventute” e solo nel 1986 il presidente della Confederazione Elvetica ha chiesto pubblicamente scusa ai rom.

Alla sua storia, e al percorso psicoterapeutico che le ha permesso di uscire dalla follia in cui era precipitata, Mariella Mehr ha dedicato il libro “Labambina” …. in cui ricostruisce una storia fatta di violenze: la piccola viene rinchiusa al buio e picchiata per la sua paura, subisce le “viscide attenzioni” del padre affidatario, la violenza carnale di un medico, elettroshock e terapie chimiche, mentre viene indicata come un caso disperato ed emblematico di una razza geneticamente tarata….»

(David Piesoli – Espresso.repubblica.it)

 

Il programma Kinder der Landstrasse (per il recupero dei bambini di strada) fu attuato dal 1926 al 1974 dall’associazione svizzera Pro-Juventute e si tradusse in un dramma nazionale, tacciato da molti come una forma di vero e proprio genocidio.

 

«Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.
Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli»

(Da una poesia di Mariella Mehr)

SEGUE :

https://it.wikipedia.org/wiki/Mariella_Mehr

 

 

IL MANIFESTO  7 SETTEMBRE 2022
https://ilmanifesto.it/mariella-mehr-versi-asciutti-con-una-lingua-impietosa

 

Mariella Mehr, versi asciutti con una lingua impietosa

 

ADDII. È scomparsa all’età di 74 anni la scrittrice svizzera di etnia jenisch. Da bambina fu vittima del programma eugenetico delle autorità di Berna

Mariella Mehr, versi asciutti con una lingua impietosa

Un ritratto della scrittrice e poeta Mariella Mehr – foto Getty Images

 

Il 5 settembre, si è spenta a Zurigo la poetessa zingara e svizzera Mariella Mehr. «Appoggiata alla schiena della notte / stanca / con la rabbia in pugno», questa era Mariella Mehr, nata sempre a Zurigo il 27 dicembre 1947, una dei circa seicento «bambini» jenisch che tra il 1926 e il 1973 hanno «beneficiato» delle misure adottate dall’Opera di soccorso dei bambini di strada, una sezione dell’associazione svizzera per la tutela dell’infanzia Pro Juventute, che si proponeva di «estirpare il fenomeno zingaro» sottraendo i figli alle madri e a ogni contatto con i parenti.

Sulle tappe raccapriccianti dell’infanzia di Mariella Mehr si è soffermato Emmanuel Betta in un saggio dal titolo Eugenetica in democrazia pubblicato nel volume Uomini e topi (Ibis, 2020), che introduce l’omonima relazione di Mariella Mehr in occasione del conferimento della laurea ad honorem (Basilea, 1998). «La biografia di Mariella Mehr – conclude Betta – evidenzia in maniera drammatica le persistenze e la continuità di pratiche eugenetiche discriminatorie lungo il Novecento».

 

MEHR A DICIASSETTE ANNI ebbe un figlio e venne a sua volta sterilizzata. Poi cominciò per lei il tempo della rabbia, della ribellione. Grazie all’impegno suo e di un gruppo di giornalisti e intellettuali, nei primi anni Ottanta si chiuse con un risarcimento alle vittime il progetto «Opera di soccorso per i bambini di strada».

Da allora, la sua opera letteraria, la sua lingua impietosa, perché nutrita dalla violenza, la sua prosa asciutta, affilata, a volte addirittura urtante, soprattutto nei romanzi, ha continuato a ricordare quello che è stato uno dei capitoli più bui della storia svizzera.

 

Steinzeit. Silvio, Silvia, Silvana - Mariella Mehr - copertina

Aiep, 1995

 

Già in uno dei brevi testi di ” steinzeit “,  tempo di pietra, (Guaraldi-Aiep 1995), affiora una sorta di programma di vita e di scrittura:

«Fai crescere la tua rabbia, piccola, ti scalderà, ti permetterà di sopravvivere a questo inferno di ghiaccio».

Opere teatrali e romanzi dedicati ad altrettante vittime di violenze e soprusi caratterizzano la fase iniziale e più prolifica della sua produzione letteraria. Solo nel 1995 uscirà il romanzo Labambina (Fandango 2019), che segna un ritorno all’autobiografia e anche uno scatto stilistico: una sorta di espressionismo radicale, una lingua screpolata e a tratti sgrammaticata che la scrittrice inventa per il suo personaggio e che vedrà il suo seguito, non tanto nelle altre opere di quella che Mehr stessa definiva «la trilogia della violenza», quanto nella sua produzione lirica.

Con Il Marchio, del 1998 (Fandango 2018) – che la regista Valentina Pedicini ha portato sullo schermo nel film Dove cadono le ombre (2017) – Mehr ritorna a una narrazione più lineare, tradizionale, mentre il terzo libro che chiude la trilogia, Accusata scritto nel 2002 (effigie 2008) – un libro di faticosa e lunga gestazione, e l’ultimo suo libro in prosa – si rivela un dissimulato ritorno al teatro. Il libro è infatti il monologo di una donna incendiaria e pluriassassina che parla con la sua psicologa forense. Un Foucault inedito fa da epigrafe al romanzo:

«Uccidere per la donna è muovere un passo fuori dal femminile silenzio. Non significa altro che: io parlo. Ora parlo io».

Silenzio e parola, vittima e carnefice, sono questi gli estremi entro cui si gioca l’equilibrio incerto, la linea precaria della scrittura di Mehr che continuamente mette alla prova se stessa e il suo lettore.

 

DA UN ESILIO VISSUTO nel corpo prima che altrove, Mariella Mehr con i suoi libri ha gridato, a volte ha sussurrato, ha imprecato con la sua voce roca da fumatrice, ma sempre nella lingua si è rimessa in gioco. «Bambini come Labambina devono conquistarsi la vita ora per ora – scrive in Labambina – Così non rimane il tempo per tirare il fiato e sorridere».

Ma il tempo per tirare il fiato, e a volte persino per sorridere, Mehr l’ha trovato nella poesia. Lo diceva nelle interviste: il romanzo era la galera, la poesia la felicità di un istante. L’incontro con i grandi poeti dell’esilio – Paul Celan, Nelly Sachs, Antonin Artaud – ha fatto per lei della poesia un luogo protetto. Alla poesia di Mehr dà voce un soggetto certo ferito, a volte straziato, ma indiviso che cerca di continuo la propria integrità

CI SONO PERSONE che hanno vissuto molte vite, Mariella Mehr ne ha vissuta una sola: mille volte ricordata, trasformata, trasfigurata in sogni, incubi, soprattutto in letteratura. La memoria è stata la sua salvezza e il suo esilio:

«Stiamo separati di fronte al mondo / ognuno incatenato alla sua ora / le nostre mani toccano un ieri / quante volte e senza conseguenze?» (Ognuno incatenato alla sua ora Einaudi 2013).

Non c’era destino per lei al di là del filo teso tra la parola e il ricordo. «Liberami dalla fame di memoria – ha scritto – Spediscimi lontano senza messaggi».

 

 

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