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Clip | 28 aprile 2025
“Quando cessarono gli spari” di Giovanni Pesce, le letture per il 25 Aprile al Teatro alla Scala
A cura di: Redazione
Vi riproponiamo le letture dal libro “Quando cessarono gli spari” di Giovanni Pesce, lette il 25 Aprile al Teatro alla Scala dagli attori di ANPI Piccolo Teatro, Simone Tudda e Giacomo Toccaceli, nell’ambito del Concerto per l’80° anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, che Radio Popolare ha trasmesso in diretta.
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ALCUNE OPERE DI GIOVANNI PESCE + qualcosa su di lui

Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano
Giovanni Pesce ha cominciato a lavorare a quest’opera subito dopo aver pubblicato ” Senza tregua “. Per anni ha raccolto le testimonianze dei suoi compagni di lotta (Cadorna, Greppi, Curiel, Bonfantini, Sereni, Pertini, Basso ecc.), dei comandanti delle varie brigate partigiane, di giovani, donne, intellettuali, operai, ma soprattutto è riuscito a ricordare ora per ora quanto fece e visse in prima persona. Montando queste centinaia di tessere, ha composto un mosaico fra i più completi su quanto avvenne nell’aprile del 1945 nel capoluogo lombardo: alla stazione, in periferia, nei giornali, all’arcivescovado, nelle fabbriche (l’Innocenti, la Caproni, la Borletti, l’Alfa Romeo, la Pirelli), nel Lodigiano, a Monza, in Brianza, a Legnano, a Rho e nell’Oltrepò, durante la lunga vigilia e i giorni del sangue e della speranza. Questo libro, il cui titolo è un verso del poeta, amico di Pesce, Alfonso Gatto, era nato col proposito di contribuire in maniera autentica a celebrare alcune pagine fondamentali della Resistenza italiana.

Senza tregua. La guerra dei GAP
Diventato ormai un classico della memorialistica partigiana, nonché uno dei rari documenti sul ruolo svolto dai Gruppi di Azione Patriottica (i GAP) nella Resistenza, “Senza tregua” (pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1967) si presenta oggi come insostituibile antidoto contro quella perdita della memoria storica che si profila come uno dei guasti della coscienza civile contemporanea. Il volume, che ha gli scatti e il ritmo della scrittura narrativa, restituisce i dettagli più drammatici della guerriglia urbana, il fitto calendario delle azioni isolate, la tensione degli agguati, la lotta contro il nemico armato e, al contempo, quella contro spie, delatori, reggicoda del franante regime fascista. Uno stile scarno, senza retorica; un racconto senza compiacimenti. Per una riflessione sulla violenza e sulla Storia. Per una Storia liberata dalla violenza.

Soldati senza uniforme. Diario di un partigiano
Quando, a partire dall’8 settembre del 1943, la notizia dell’armistizio si diffonde in Italia e l’esercito nazista, da alleato, si trasforma in un esercito di occupazione con la collaborazione dei traditori fascisti, la possibilità di riscattare il paese dalla barbarie venne coraggiosamente raccolta da un manipolo di valorosi: i partigiani. Inizia così, mettendo al sicuro le armi lasciate incustodite nelle caserme, l’epopea di Giovanni Pesce: dall’organizzazione dei primi Comitati di Liberazione Nazionale e alla formazione dei Gap a Torino e a Milano, “Visone” è in prima linea e, insieme a combattenti leggendari come Dante Di Nanni, semina il panico nelle file del nemico, dando un contributo fondamentale alla vittoria finale.

Giovanni Pesce. Per non dimenticare. –VIDEO
di Cracolici F. (cur.) Tussi L. (cur.) edito da Mimesis, 2015
Giovanni Pesce. Per non dimenticare. Con DVD: Le città di Nova Milanese e Bolzano da anni promuovono un progetto istituzionale, dal titolo emblematico “Per non dimenticare”.
Nell’archivio storico audiovisivo, l’amministrazione comunale di Nova Milanese ha recentemente reperito un video inedito, che consiste nell’intervista al comandante partigiano Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, risalente al lontano 1983. È stato possibile restaurare questa videointervista, ossia una testimonianza inedita di Giovanni Pesce, comandante partigiano dei GAP, che racconta la propria vita, dal duro lavoro, come migrante in Francia, alle leggendarie azioni di lotta nelle Brigate Internazionali in Spagna, dal confino a Ventotene alla Resistenza partigiana antifascista a capo dei GAP sia a Torino, che a Milano, con il compagno di lotte, il leggendario Dante di Nanni. L’amministrazione comunale di Nova Milanese, in collaborazione con l’ANPI, si pongono il nobile intento di donare ai posteri questo documento audiovisivo dall’alto spessore storico e culturale, come monito e insegnamento alle generazioni presenti e future, per annunciare un messaggio di speranza per la fine di tutte le guerre e “Per non dimenticare” il passato e gli orrori della storia. Contributi di Vittorio Agnoletto, Daniele Bianchessi, Ketty Carraffa, Moni Ovadia, Tiziana Pesce.

Un garibaldino in Spagna
Quando nel 1931 in Spagna nacque democraticamente la Repubblica, Giovanni Pesce era un ragazzino di tredici anni. Si trovava in Francia, a la Grand’ Combe, un paese minerario delle Cevennes, dove era emigrato da Visone d’Acqui nel 1924 con la famiglia perché il padre Riccardo, operaio e antifascista, non trovava lavoro. Frequentava la “Jeunesse comuniste” e aveva già conosciuto le fatiche del lavoro. Nelle vacanze estive era andato infatti a pascolare le vacche nella Lozère, una regione confinante, con la sola compagnia di Medoc, un cane che dormiva con lui e che gli è rimasto nel cuore, al punto di ricordarlo, ad oltre settant’anni di distanza, con struggente tenerezza.
Della Spagna, in quel periodo, ignorava quasi tutto. A meno di quattordici anni scese nella miniera, affrontando un lavoro duro e tuttavia fiero di sentirsi un “muso nero” e di poter contribuire con il suo magro salario al bilancio familiare. Nel febbraio del 1936, quando in Spagna le sinistre vincono le elezioni, grazie al voto degli anarchici che si recano alle urne per la prima volta nella storia, “Jeanu” (questo il soprannome di Giovanni Pesce) ha compiuto i diciotto anni e si sente ormai adulto. Ogni giorno scende nella profondità della terra e gli è anche già capitato di oltrepassare i confini de la Grand’ Combe per recarsi a Nimes, la bella cittadina con i resti romani con lo splendido anfiteatro e la Maison Carrè. Nell’estate, sempre del 1936, compie con alcuni compagni un viaggio di gran lunga più interessante, che lo porta nella capitale, nella Parigi sempre sognata, dove, fra le altre cose, visita la sede del giornale che diffonde ogni domenica, il “suo giornale”, l’Humanitè, e dove ascolta l’accorato appello di Dolores Ibarruri, “la Pasionaria”, e raccoglie i manifestini illustrati e firmati da Juan Miro: un operaio che saluta col pugno chiuso e che dice “Aidez l’Espagne“. Sì, anche lui vuole aiutarla, convinto che ci sia un solo modo per farlo: partire volontario per arruolarsi nelle Brigate Internazionali, per combattere per la libertà di quel paese che imparerà a conoscere e ad amare, che poi significa lottare anche per il paese natio, l’Italia. “Oggi in Spagna, domani in Italia“, è la parola d’ordine dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, che saranno qualche mese dopo assassinati in Francia su mandato di Mussolini.
Le parole della Ibarruri continuano a risuonargli dentro, incancellabili: “Lavoratori, antifascisti, popolo! Tutti in piedi! Preparatevi tutti a difendere la Repubblica, la libertà popolare e le conquiste democratiche del popolo!”. Di fronte a questo appello – riflette il giovane Pesce – non si può continuare come se niente fosse. L’appuntamento con la storia è in Spagna, non si deve mancare. Per “Jeanu” non ci sono terze vie: o sì o no, e lui è fermamente per il sì. Sono circa quattromila gli italiani che raccolgono l’appello e che accorrono in Spagna, di cui 1819 comunisti, 979 senza partito, 310 tra socialisti, giellisti e repubblicani. Di loro Rafael Alberti, canterà in una lirica dedicata alle Brigate Internazionali: “Venite da lontano. Ma questa lontananza/ cos’ è per il vostro sangue che canta senza frontiere?“.
Giovanni Pesce allora sa appena leggere e scrivere, non ha la cultura di un Hemingway o di un Malraux, non ha il talento di un Picasso o di un Casals, non conosce i versi infiammanti di Neruda o di Machado, ma avverte come impellente il richiamo della solidarietà internazionale. Poi di Antonio Machado leggerà l’ode di omaggio a Garcia Lorca, assassinato dai franchisti: “Cadde morto Federico / sangue alla fronte e piombo alle viscere/ Sappiate che fu a Granada il delitto/ Povera Granada! / Nella sua Granada“. Per il giovanissimo Pesce il richiamo si fa sempre più martellante. I compagni spagnoli chiamano, la risposta può essere una sola. “Jeanu” lesse e rilesse l’appello della Ibarruri pubblicato dall’Humanitè e, in seguito, altri suoi scritti. Lo colpì soprattutto un discorso in cui quella donna straordinaria affermava che “la lotta incominciata sul nostro territorio, sta già acquistando un carattere internazionale, perché i lavoratori di tutto il mondo sanno che se in Spagna trionferà il fascismo, tutti i paesi democratici del mondo saranno soggetti alla minaccia fascista“.
Insomma non si poteva restare inermi. Così, ingannando la madre Maria con la prima storiella che gli viene in mente, un incontro con un’amica alla frontiera belga, sale su un treno e dà inizio al suo percorso di militante della libertà. Un cammino che durerà tutta la vita e che, per nostra fortuna, prosegue ancora.
La Spagna gli è rimasta nel cuore, è al primo posto delle tante storie vissute. Viene persino prima della Resistenza, il periodo eroico a Torino e a Milano, a capo dei Gap, i gruppi d’azione patriottica, durante il quale si è guadagnata la medaglia d’oro al valor militare e il riconoscimento di “eroe nazionale“. Se gli si chiede il perché di questo amore così travolgente per la Spagna, risponde che fu quel fiume di gente che arrivava da ogni parte del mondo, abbandonando casa, lavoro, famiglia, affrontando ogni giorno a viso aperto la morte, a rompere in lui ogni indugio. Doveva essere con quei volontari, al loro fianco, nella lotta che avrebbe dato concretezza quotidiana ai suoi ideali di giustizia e di libertà.
E oggi? Giovanni Pesce è ancora sulla breccia. I tre anni dal 1936 al 1939 li ha descritti oltre mezzo secolo fa (era il 1955) nel libro “Un garibaldino in Spagna“, pubblicato dagli Editori Riuniti, i cui titolari ci hanno concesso gratuitamente i diritti per ristamparlo, nel 70° anniversario della guerra civile, l’Alzamiento che iniziò in Marocco il 17 luglio 1936 e si estese il giorno successivo nella penisola iberica. Non abbiamo tolto o cambiato neppure una riga per non appannare la freschezza della narrazione, che, a volte, può apparire di una toccante ingenuità. Ma quelli erano i tempi e quelli i modi espressivi, “les neiges d’antan“, le stagioni epiche all’insegna di alti ideali e della voglia di cambiare il mondo, raccogliendo le eredità migliori degli Illuministi, dei Sanculotti, dei Comunardi e dei più vicini nel tempo, gli artefici dell’ Ottobre rosso.
Combattente sull’Jarama e sul ponte di Arganda nella difesa di Madrid, nella piana di Guadalajara, ferito in ben tre occasioni e una volta, nell’estate del 1937, gravemente, sul fronte di Saragozza, tanto che le schegge di un ordigno fascista che lo colpirono sono ancora conficcate nella sua schiena, inestirpabili perché, a giudizio dei medici, un’operazione chirurgica sarebbe troppo rischiosa. E poi, dopo la disfatta e l’avveramento della profezia della “Pasionaria”, nell’Europa insanguinata dall’aggressione nazista, Giovanni Pesce, ventiduenne, dalla Francia nel 1940 rientra in Italia per combattere il fascismo. Subito arrestato e condannato ad un anno di reclusione, poi spedito al confino, nell’isola di Ventotene dove conosce i grandi leaders del Partito comunista italiano, da Luigi Longo a Pietro Secchia a Eugenio Curiel a Umberto Terracini a Giuseppe Di Vittorio a Camilla Ravera che gli insegna la grammatica e la sintassi della lingua italiana, assieme alla storia e all’amore per il suo Paese, non quello retoricamente magniloquente del fascismo, ma quello autentico degli operai, dei contadini e degli uomini di cultura che non hanno piegato mai la schiena.
Dopo il 25 luglio e l’8 settembre del ‘43, comincia la stagione della Resistenza di cui Giovanni Pesce, “Ivaldi” e “Visone”, i due nomi di battaglia, sarà uno dei maggiori protagonisti. Ma è la Spagna la sua passione, dove torna nel 1976 dopo la morte di Franco e tante volte ancora, una indimenticabile con un centinaio di studenti, per ripercorrere gli itinerari degli anni ‘30 e dove, da giovane combattente, con una scarsa istruzione ma con un’alta statura morale, è entrato a pieno titolo, assieme ai grandi nomi della politica, della cultura, dell’arte, nell’incancellabile libro della storia.
DA : RESISTENZE.ORG: https://www.resistenze.org/sito/se/li/seli6d09.htm
LA STORIA DELLA SUA COMPAGNA

Il pane bianco
La storia partigiana di Onorina Brambilla, “Sandra”, giovane milanese figlia di operai, è un coraggioso esempio del percorso compiuto da tante donne italiane che dopo l’8 settembre del 1943 non esitarono a battersi per la libertà. Un memoir autobiografico, privo di accenti retorici, minuzioso nelle ricostruzioni temporali e ambientali, che ripercorre a ritmo incessante questo tragitto, cogliendo i momenti più intensi della vita di una ragazza schierata con il minuscolo ma temibile esercito dei Gap, votato alle imprese più disperate nel cuore della metropoli. Segue il dramma della prigionia a Bolzano in mano alle SS italiane a causa di una delazione e tanto agognata Liberazione, giunta il 30 aprile 1945.
L’inizio di un lungo cammino che si concluderà, dopo una marcia a tappe forzate con altri compagni, attraverso la Val di Non e il passo del Tonale, in una Milano distrutta dalla guerra, dove riabbraccerà la famiglia e il suo comandante, Giovanni Pesce, “Visone”, di cui diverrà il 14 luglio 1945 la compagna di una vita.
In appendice le lettere scritte durante la prigionia a Bolzano e le testimonianze inedite del suo lungo impegno politico nel dopoguerra con il sindacato. Raccolta negli ultimi anni di vita di Onorina Brambilla, questa toccante testimonianza ha il valore del documento storico, ma è al tempo stesso un poetico testamento civile dei valori che hanno animato la Resistenza in Italia.
GLI AUTORI
Onorina Brambilla Pesce (Milano, 1923-2011) partigiana nei Gap a fianco di Giovanni Pesce, dopo la Liberazione è stata per decenni militante del Pci. Dirigente nazionale della Fiom-Cgil e attiva nel mondo dell’associazionismo partigiano con l’Anpi, è stata presidente onoraria dell’Associazione degli ex-combattenti volontari antifascisti nella guerra di Spagna. Nel 2006 è stata insignita della Medaglia d’Oro dal Comune di Milano.
Roberto Farina (Milano, 1973), scrittore e curatore di rassegne artistiche, ha scritto I dolori del giovane Paz (Coniglio editore), biografia su Andrea Pazienza, e La balena in fiamme. Ha collaborato a cataloghi per mostre antologiche su Giandante X e Flavio Costantini.
GIOVANNI PESCE

Giovanni Pesce (Visone, 22 febbraio 1918 – Milano, 27 luglio 2007) è stato un partigiano e politico italiano. Militante comunista, partecipò alla guerra civile spagnola combattendo nelle Brigate Internazionali. Dopo il ritorno in Italia venne arrestato e deportato a Ventotene dal Regime fascista. Liberato dopo il 25 luglio 1943 entrò a far parte dei GAP prima a Torino e quindi a Milano.
Conosciuto con i nomi di battaglia di “Ivaldi” (a Torino) e “Visone” (a Milano), portò a termine con successo una lunga serie di attentati contro autorità e militi della Repubblica Sociale Italiana e contro militari tedeschi. Insignito della Medaglia d’oro al valor militare, dopo la guerra fu consigliere comunale di Milano dal 1951 al 1964.
SEGUE IN:
WIKIPEDIA
BIBLIOGRAFIA GENERALE:
L. Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945, Milano 1995; F. Giannantoni – I. Paolucci, G. P. ‘Visone’, un comunista che ha fatto l’Italia, Varese 2005; N. Aducci, Il mito e la storia. Dante di Nanni, in Studi storici, 2012, n. 4, pp. 957-999; S. Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza, Torino 2014.

Ricordo una cosa triste: quando è morto Giovanni Pesce, la sua bara era esposta in una delle sale principali del Municipio di Milano: c’era pochissima gente che andava per l’ultimo saluto ad uno dei simboli stessi della Resistenza.