Personale ” domestico “
Non ho mai dovuto e voluto convivere con personale “domestico”. Il termine fa sorridere: il personale di qualsiasi altro tipo è forse selvaggio? A parte queste sciocchezze, ho sempre avuto l’impressione che le persone “ di servizio” siano delle terribili spie dentro il cuore di una casa, dei potenziali e terribili nemici della nostra intimità. Più che intimità, direi della nostra persona più profonda. Pensate cosa potrebbe dire chi, come estraneo, ha a disposizione la visione più concreta possibile del nostro disordine, della nostra sporcizia, della nostra indifferenza alla polvere che si accumula nei locali dove abitiamo. Vedendo da vicino il caos che involontariamente produciamo, il nostro ipotetico domestico (ma più sovente è, ahimè, una domestica, giudice più inesorabile del corrispettivo maschio) non potrà che elaborare disprezzo verso di noi, superiorità morale, odio di classe, nascosto sotto un sorriso apparentemente indulgente verso le nostre abissali mancanze.
Ad una semplice domanda:” Ma lei dove tiene i pullover invernali?” noi balbettiamo, cercando di nascondere che non abbiamo mai fatto” il cambio di stagione”, punto fondamentale in una casa condotta seriamente da tutte le casalinghe del mondo. Opponiamo dei ridicoli “Non so, non mi ricordo, provi a vedere nell’armadio” e poi diciamo che dobbiamo uscire per qualche commissione inesistente, pur di levarci dalla situazione imbarazzante.
Sì, ci disprezziamo profondamente per la nostra vigliaccheria, ma intanto ci vogliamo male anche per l’ incapacità di condurre seriamente la nostra dimora, il primordiale focolare domestico. Siamo doppiamente colpevoli per la mancanza di coraggio nell’assumerci serenamente le nostre responsabilità e più concretamente di avere fallito come casalinghe. Usciamo di casa con un senso di sconfitta, il nostro io è a terra, dobbiamo tuffarci in qualcosa che ci rassicuri.
Ci rifugiamo nella biblioteca comunale per ritirare dei libri. Nella sala di lettura notiamo che ai tavolini ci sono solo uomini, beati loro che possono leggere indisturbati dai sensi di colpa. Sostiamo un po’ a leggiucchiare riviste, ma siamo torturati dal tarlo dell’angelo della casa, che come un fantasma alberga in noi. Ci diciamo che quel modello di donna di casa è ormai morto, che vivono in noi antichi pregiudizi instillatici fin da piccole, che ormai le donne hanno conquistato posizioni apicali nella nostra società.
Tutto inutile: verso le ore dodici abbandoniamo la nostra parte spregiudicata e ci avviamo a casa per preparare il pranzo.
mario bardelli – sentimenti domestici –per donatella, agosto 2025
Medici a pagamento
Finalmente abbiamo trovato un appuntamento per una visita specialistica otorinolaringoiatrica, naturalmente a pagamento, per mio marito. Ha una ghiandola ingrossata sotto la gola e la cosa ci preoccupa. Non possiamo aspettare le lunghe fila di attesa del Servizio pubblico nazionale, perché dovremmo aspettare almeno un anno. Ci rechiamo in macchina in città, in uno degli ospedali più grandi e più rinomati. Dopo avere pagato alla cassa (circa duecentoquaranta euro) entriamo nella sala d’attesa. Siamo in perfetto orario, c’è una decina di persone, aspettiamo con un po’ di apprensione il nostro turno.
Finalmente, dopo una mezzora abbondante, entriamo nello studio, dove sta lo specialista con due assistenti donne che si occupano della parte burocratica.
Il dottore è pressoché sdraiato sulla sedia davanti ad un tavolino, sembra quasi in procinto di un sonnellino postprandiale. Le assistenti scrivono i dati del paziente, mentre il Professore sbadiglia. Ci chiede per quale motivo siamo lì, guarda la diagnosi fatta precedentemente da un altro medico, poi fa sdraiare sul lettino mio marito. Lo palpa nella zona della gola, chiede l’età e sembra un po’ perplesso. Settantotto anni sono tanti, sembra voler dire.
Torna alla scrivania e prescrive un altro esame, dettandolo alle assistenti. Ci dice di tornare a settembre ( siamo a metà luglio). Ritirato il prezioso scritto ci avviciniamo alla porta e salutiamo. Rispondono al saluto le assistenti, che per tutto il tempo sono sembrate degli automi. Durante il viaggio di ritorno a casa io e mio marito non scambiamo una parola: forse ci sentiamo un po’ umiliati, forse ci sentiamo sperduti, siamo consapevoli di non contare nulla anche a pagamento.
Una storia vera.
Sono un verme, sì, proprio quello che voi umani disprezzate o usate come insulto. Sono un bel verme, bianco con qualche striatura azzurrina. Da quando sono nato abito in un giardino ricco di foglie succulente. Non devo fare molta strada per mangiare. Ho tutto quel che mi serve a disposizione. L’unico pericolo siete voi, ma ho imparato a nascondermi bene tra le piante e la terra. Alcuni di noi dicono che abbiamo inventato l’arte di mimetizzarci, che poi voi uomini avete copiato per fare meglio la guerra. Insomma, dobbiamo fare molta attenzione a non rivelarvi niente di noi, perché usate qualsiasi cosa a fini malvagi.
Io sono molto soddisfatto di me e della mia famiglia: ho molti fratelli e sorelle, andiamo tutti d’accordo. Spesso ci raccontiamo le storie più antiche dei nostri antenati e vi assicuro che ci sono episodi che cambierebbero anche la vostra, di storia.
Recentemente, nel grande raduno d’estate che facciamo ogni anno (più o meno coincide con il vostro Ferragosto) ho ascoltato qualcosa che risale a tantissimi secoli fa, roba da non credersi. La nostra vita è breve, ma dato che ci tramandiamo, generazione per generazione, gli avvenimenti più importanti, riusciamo ad avere una vera e propria conoscenza della nostra stirpe.
Andando indietro nel tempo i più anziani di noi raccontano che, millenni fa, un nostro antenato, bello e grassoccio, nel pieno della sua giovinezza, abitava in una mela succulenta, che gli faceva da pranzo, cena ed alloggio.
Una ragazzina dei vostri gli si avvicinò per cogliere la mela, ma quando si accorse della sua presenza si allontanò disgustata. Si chiamava Eva e non colse mai quel frutto da cui dovevano generarsi tante leggende.
Avete vissuto, generazione per generazione, pensando che da quella mela fossero nati tutti i guai che vi infestano. Niente di tutto questo: semplicemente il nostro predecessore continuò a mangiarsi la mela (che era anche molto succosa). Non riuscì mai a capire perché un episodio di nessuna importanza avesse scatenato quel caos narrativo.
Forse è successo per la vostra cattiva coscienza, quella sì molto concreta, che alligna in ognuno di voi e che vi permette di schiacciare con un certo piacere qualsiasi essere che non vi assomiglia ma anche quelli che sono uguali a voi.
bardelli, una variazione
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Belli i disegni di Mario. Grazie!
Sempre letture piacevoli le tue dove spunto ironia e arguzia. Sai cogliere temi inusuali ed è forse quella la parte più bella anche perchè non hai paragoni 🙂
Mario mi spaventa un pò! 🙂 🙂