ExtraTerrestre- Il paradosso etico e climatico dello spreco alimentare. – IL MANIFESTO  25 settembre 2025

 

 

 

 

IL MANIFESTO  25 settembre 2025
https://ilmanifesto.it/il-paradosso-etico-e-climatico-dello-spreco-alimentare

 

 

 

ExtraTerrestre

 

 

 

Il paradosso etico e climatico dello spreco alimentare

 

 

 

 

 

Winnie, Texas, il dipendente di un supermercato smaltisce alimenti congelati dopo un'interruzione di corrente (Ap, 2008)

Winnie, Texas, il dipendente di un supermercato smaltisce alimenti congelati dopo un’interruzione di corrente – Ap, 2008 )

 

 

Foto del docente

Andrea Segrè

Professore ordinario di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile all’Università di Bologna.   Ultimi saggi: Parole del nostro tempo (con il Card. Matteo Zuppi, 2020); D(i)ritto al cibo (2022); Lo spreco alimentare in Italia e nel mondo (con E. Risso, 2023); La spesa nel carrello degli altri. L’Italia e l’impoverimento alimentare (con I. Pertot, 2024).

 

Il Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International 2025 fotografa con chiarezza l’enorme paradosso che ancora caratterizza il sistema alimentare mondiale. Ogni anno nel pianeta si sprecano circa 1 miliardo e 50 milioni di tonnellate di cibo, pari a un terzo di quello prodotto. Un dato che, da solo, basterebbe a descrivere l’insostenibilità del modello attuale. Ma se incrociamo questi numeri con le emergenze sociali, la contraddizione diventa drammatica: mentre quotidianamente si perdono 3,5 miliardi di pasti, 673 milioni di persone soffrono la fame e 2,3 miliardi vivono in condizioni di insicurezza alimentare.

 

Il paradosso non è solo etico ma anche ambientale.

Lo spreco alimentare è responsabile di quasi il 10% delle emissioni globali di gas serra – un impatto cinque volte superiore a quello del settore aereo – e assorbe il 28% dei terreni agricoli coltivati e il 25% dell’acqua dolce impiegata in agricoltura. Il costo economico complessivo, secondo le stime Fao e Unep, sfiora i 1.000 miliardi di dollari all’anno, a cui si aggiungono i costi sociali legati a malnutrizione, instabilità politica e migrazioni. Se questo è il quadro, la domanda sorge spontanea: riusciremo a raggiungere il target 12.3 dell’Agenda Onu per lo Sviluppo Sostenibile: dimezzare le perdite e gli sprechi alimentari globali entro il 2030? Difficile, molto difficile.

Tuttavia, proprio un obiettivo così ambizioso è almeno in grado di orientare politiche e pratiche in una direzione inequivocabile. Cosa che invece a livello europeo non avviene.

 

NEL CONTESTO EUROPEO e italiano la questione è, se possibile, ancora più problematica. Intanto, guardando in particolare lo spreco delle famiglie l’Italia resta sopra la media europea nello spreco alimentare pro-capite settimanale: le rilevazioni Waste Watcher attestano infatti per la Germania 512,9g, per la Francia 459,9g, per la Spagna 446,5, per i Paesi Bassi 469,5 rispetto ai 555,8 dell’Italia(oltre 28,9 kg a testo, 1,7 milioni di tonn, 7,46 miliardi di euro).

Ma soprattutto la risposta politica dell’UE è arrivata infatti con la recente revisione della Waste Framework Directive (9 settembre 2025), che per la prima volta introduce obiettivi vincolanti di riduzione dello spreco alimentare:10% nel settore industriale e della trasformazione e −30% nei consumi finali (ristorazione e famiglie), sostanzialmente «tagliando» le perdite agricole in campo entro il 2030.

Dunque rispetto al traguardo fissato dall’Agenda ONU 2030 – dimezzare perdite e sprechi lungo tutta la filiera – l’Europa appare assai meno ambiziosa. Un passo avanti, certamente, ma ancora insufficiente.

 

IL CONFRONTO CON IL PASSATO AIUTA a capire meglio. Già nel 2010, grazie all’azione pionieristica di Last Minute Market con la Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare presentata alla Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento europeo e riportate nel Rapporto d’iniziativa votato dal Parlamento europeo nel gennaio 2012, si chiedeva di ridurre del 50% lo spreco alimentare entro il 2025. Era il primo atto politico internazionale che poneva con chiarezza la questione, anticipando di fatto gli obiettivi Onu. Ma oggi, nel 2025, siamo lontani da quel traguardo e ci avviciniamo alla scadenza dell’Agenda 2030 con un ritmo troppo lento.

 

LO SPRECO ALIMENTARE NON VIVE in un mondo separato, ma si intreccia con le grandi crisi geopolitiche del nostro tempo. Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno alterato le rotte commerciali globali, facendo schizzare i prezzi delle materie prime e riducendo la disponibilità di cereali, oli vegetali e fertilizzanti. Questi squilibri hanno alimentato nuove ondate di insicurezza alimentare non solo nei Paesi più fragili, ma anche in contesti sviluppati, dove le famiglie hanno dovuto riorientare le proprie scelte di spesa.

 

IL RAPPORTO WWI 2025 EVIDENZIA che in tali condizioni i consumatori tendono a privilegiare alimenti a basso prezzo, spesso più deperibili e meno nutrienti, aumentando così il rischio di spreco. Allo stesso tempo, nei Paesi produttori, le instabilità riducono la capacità di raccolta e conservazione dei raccolti, accrescendo le perdite a monte della filiera. In altre parole: conflitti e spreco finiscono per alimentarsi reciprocamente, aggravando le disuguaglianze.

 

IL PESO DEL CAMBIAMENTO climatico. A queste tensioni si sommano gli effetti sempre più devastanti del riscaldamento climatico. Eventi estremi come siccità, alluvioni e ondate di calore stanno compromettendo intere stagioni agricole. Nel 2024, ad esempio, l’Europa ha registrato un calo del 15% dei raccolti di cereali a causa delle anomalie climatiche. Perdite che si traducono in rincari, minore disponibilità di cibo e maggiore pressione sulla filiera alimentare. Il cambiamento climatico non solo riduce la quantità di cibo disponibile, ma aumenta il rischio di spreco in ogni fase: dalla produzione agricola – dove raccolti incompleti o danneggiati vengono abbandonati – alla distribuzione, con interruzioni logistiche, fino al consumo finale, dove la volatilità dei prezzi e l’incertezza spingono a comportamenti contraddittori tra accumulo e scarto.

 

L’ITALIA TRA CONTRADDIZIONI e speranze. Nel nostro Paese il quadro appare sfaccettato. Da un lato, come già ricordato, lo spreco domestico è un po’ più alto rispetto alla media europea. Dall’altro, il peso economico è molto imponente: oltre 14 miliardi di euro l’anno su tutta la filiera (dato WWI, febbraio 2025), una cifra che stride con i quasi 6 milioni di italiani in povertà alimentare secondo la Caritas e l’Istat. Un cortocircuito che richiama l’urgenza di politiche integrate.

 

NON MANCANO, TUTTAVIA, SEGNALI incoraggianti. La Generazione Z, ad esempio, si mostra particolarmente attenta: più incline a riutilizzare avanzi, a cercare ricette online, a valutare l’impatto ambientale delle proprie scelte alimentari. È una generazione che può fare da traino, purché venga sostenuta con strumenti adeguati, come l’applicazione Sprecometro,che unisce tecnologia e educazione alimentare, e politiche pubbliche che favoriscano comportamenti virtuosi.

 

OLTRE LO SPRECO, verso la resilienza. Il Rapporto Waste Watcher International 2025 lancia un messaggio chiaro: ridurre lo spreco alimentare non è solo una questione etica, ma una necessità per rafforzare la resilienza delle nostre società. Le guerre, la crisi climatica e le tensioni economiche hanno reso evidente la fragilità del sistema cibo.

 

SERVE UNA VISIONE PIU’ AMBIZIOSA: l’Europa deve riallinearsi agli obiettivi dell’Agenda 2030 e recuperare lo spirito coraggioso della risoluzione del 2012. Parallelamente, i cittadini devono essere coinvolti con strumenti concreti, capaci di tradurre la consapevolezza in azione quotidiana.
IN UN MONDO CHE RISCHIA di affamarsi sprecando, la sfida è tutta lì: ritrovare il valore del cibo come bene comune, non come merce usa e getta.

 

* L’autore è agroeconomista e fondatore della Campagna Spreco Zero

 

 

 

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1 risposta a ExtraTerrestre- Il paradosso etico e climatico dello spreco alimentare. – IL MANIFESTO  25 settembre 2025

  1. DONATELLA scrive:

    Mi sembra una campagna molto difficile, almeno da noi. L’esistenza dei supermercati, per altro utili, ci ha abituato a comprare anche più del necessario. Inoltre c’è la questione “tempo”, che ci porta a preferire i cibi già pronti.

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