ALI RASHID ( Amman- Palestina, 5 aprile 1953 – Orvieto, 14 maggio 2025 )– chi è … da fonti varie- link sotto + da Treccani : la parola ” Diwan “

 

 

 

 

 

ALI RASHID

da:
https://www.flcgil.it/attualita/estero/addio-ali-rashid-il-dolore-della-flc-cgil.flc

 

 

Alì Rashid (Amman5 aprile 1953 – Orvieto14 maggio 2025) è stato un politicogiornalista e attivista palestinese naturalizzato italiano.

Alì Rashid nacque in Giordania nel 1953 da genitori palestinesi originari di Gerusalemme.
Le autorità giordane obbligarono la sua famiglia a cambiare cognome da Rashid a Khalil.

Laureato in Scienze politiche, fu segretario nazionale dell’Unione Generale degli Studenti Palestinesi (GUPS). Fece parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi e dal 1987, fu Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia.

Militò dapprima nel Movimento Studentesco e poi in Democrazia Proletaria.

Scienze politiche, fu segretario nazionale dell’Unione Generale degli Studenti Palestinesi (GUPS). Fece parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi e dal 1987, fu Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia.

Militò dapprima nel Movimento Studentesco e poi in Democrazia Proletaria.

Rashid è morto improvvisamente il 14 maggio 2025 a 72 anni, in seguito a un infarto.

segue nel link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Al%C3%AC_Rashid

 

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SEGUE DA :

FLCGIL.IT– 16 – 05-2025
https://www.flcgil.it/attualita/estero/addio-ali-rashid-il-dolore-della-flc-cgil.flc

 

La scomparsa di Alì Rashid ci priva di uno dei riferimenti più importanti della lotta per l’autoderminazione del popolo palestinese in Italia. Tuttavia il grande dolore che in questi giorni attraversa tutti coloro che lo avevano conosciuto non è motivato solo dal suo ruolo rappresentativo, ma dalla grande connessione sentimentale che Alì Rashid sapeva creare attorno alla causa palestinese. Indubbiamente lo favoriva la grande dolcezza della sua persona, ma gli si farebbe un torto a non riconoscere oltre a questa, la grande conoscenza della storia del Medioriente e la padronanza degli strumenti dell’analisi economica del marxismo, a cominciare da quell’interpretazione del colonialismo, di cui il sionismo è il tardivo frutto mediorientale, come uno degli effetti della storia del mondo capitalista occidentale.

C’era in lui la consapevolezza che per dialogare con mondi diversi, oltre alla buona volontà, bisogna trovare le radici comuni dei conflitti della storia. E proprio mentre oggi i destini del mondo sembrano come non mai connessi tra loro, e le voci dei sovranismi si alzano quanto mai prepotenti per oscurare questa realtà, dovremmo sempre portare con noi lo sguardo dolce e la voce pacata di Alì Rashid, come un possibile esperanto del futuro.

La FLC CGIL partecipa al dolore per la perdita di Alì.

Anche nel tentativo di raccogliere la sua eredità, insieme ad altri sindacati di altri Paesi, stiamo promuovendo un progetto di sostegno ai docenti palestinesi perché in quella strage sopravviva il concetto del valore del diritto all’istruzione e al futuro delle nuove generazioni.

 

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IL MANIFESTO  15 – 05 – 2025
https://ilmanifesto.it/addio-ali-rashid-il-coraggio-gentile-della-lotta

 

 

Addio Ali Rashid, il coraggio gentile della lotta.

Ali Rashid

 

Tommaso Di Francesco

 

 

È morto Ali Rashid. Era nato nel 1953 ad Amman primo rifugio dalla Palestina di una famiglia di Gerusalemme costretta addirittura a cambiare cognome dal regime hashemita che nel ’70 massacrerà i palestinesi. Era un militante di sinistra di Al Fatah. È stato segretario nazionale del Gups, l’Unione degli Studenti palestinesi, aveva fatto parte dell’Unione degli scrittori e giornalisti palestinesi e, dal 1987 per molti anni è stato il Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia, dove aveva fatto parte di Democrazia proletaria, eletto nel 2006 come deputato per Rifondazione comunista (si era ricandidato nel 2008 per Sinistra Arcobaleno e nel 2024 con Pace Terra Dignità, senza essere rieletto). Ma queste scarne righe sulla sua vita politica non rendono appieno la sua forza, il suo coraggio instancabile, la sua dolcezza nonostante tutto.

Nella sequenza di addii in questa epoca alla deriva di senso e di futuro ho spesso usato, con sincerità, l’espressione «per me era un fratello». Stavolta l’espressione è più vera, lui è stato più fratello che mai. Con lui ho condiviso quasi quaranta anni di appassionata quanto disperata vicinanza per la lotta e la tragedia del popolo palestinese.

Ora se ne va proprio nel giorno del 77° anniversario della Nakba, la catastrofe della cacciata di quel popolo nel 1948 da parte delle milizie e dell’esercito israeliano dalla propria terra e dalle proprie case; e nei giorni in cui i palestinesi muoiono in massa tra le rovine di Gaza e nella nuova colonizzazione della Cisgiordania; hanno fiato solo come bersagli di un sanguinoso tiro al piccione dell’esercito di Netanyahu, abbandonati da tutti e nell’indifferenza del cosiddetto civile e democratico Occidente mentre si consuma un genocidio. Il suo cuore non ha retto, si è spezzato. Chi può reggere il dolore provato a distanza e nell’impotenza opprimente di fronte alle scene di stragi che arrivano tra bambini e donne che si contendono tozzi di pane?

Che resta ai palestinesi come arma se non la scrittura e la presa di parola, ci dicevamo. Così nell’ultimo anno insieme abbiamo organizzato molte presentazioni della terza edizione de “La terra più amata. Voci della letteratura palestiinese”, curata con l’altro fratello di Palestina, Wasim Dahmash: per un’idea di “Divano” che recuperasse almeno le ragioni dei poeti, da Goethe a Mahmud Darwish.

“Nel Diwan – mi scriveva proponendo il testo di presentazione delle iniziative a Firenze – scorrevano le parole verso l’infinito. Rispettose e cordiali, si spogliavano dal piglio del dominio e si ammantavano dell’ansia di comunicare. Poeti, narratori e cantastorie…si alternavano sul palcoscenico che durava tutto l’anno. Passato, presente e futuro con filo ininterrotto per non smarrirsi nel vuoto… Protagonisti sono le parole che sfilano come la seta dai gelsi e lasciano indelebile il segno sul quaderno della notte. Solo il chiarore della mente a farci lume nella ascesa verso le nostre ardite deduzioni».

«Nel Diwan – continuava – rinascerò da me stesso e sceglierò lettere capitali per il mio nome, in questo presente senza tempo e senza luogo. Ormai nessuno ricorda come abbiamo varcato l’indicibile e ci siamo accorti che non siamo più capaci d’attenzione. Per non sentirci dire un giorno “era mio padre quell’uomo in pena da far sopportare a me la sua storia”. Questa nostalgia, che né l’oblio ci allontana né il ricordo ci avvicina, questa tensione verso l’altro che è in noi non si risolve nel soggetto pensante – concludeva – , quello che Marx in parole suggestive definisce “il sogno di una cosa”, il soggetto umano che attende il tempo che non c’è ancora, l’uomo inedito, in tensione verso il futuro, verso il suo adempimento per creare il futuro che non è più certezza ma è una pura ipotesi. Il futuro ci sarà se lo avremo creato». Questo era Ali.

Ora ai palestinesi non resta neppure Ali Rashid. Dalla voce pacata, sommessa che però pretendeva l’ascolto e l’otteneva, anche dai nemici. È stato per tutti noi il vero e degno rappresentante della Palestina. Non si è mai risparmiato in una vita fatta di esilio e dolore – negli anni ’90 il Pd prendeva sprezzante le distanze dai palestinesi. Contro ogni sopraffazione è stato un costruttore tenace quanto inascoltato di pace. Addio Ali.

 

 

NOTA– LINK SOTTO

TRECCANI::: DIWAN

 

DĪWĀN

N Vocabolo arabo d’origine persiana, italianizzato in divano (fr. e ingl. divan, sp. diván, ted. Diwan), il quale è andato assumendo significati svariatissimi, che qui riassumiamo.

1. La parola araba, poi diffusa in altre lingue di popoli musulmani, deriva sicuramente da un vocabolo del pahlawi o mediopersiano, all’incirca dēwān, che si collega con parole persiane significanti “scrivere, scrivano”, ecc. Fu introdotta in arabo sotto il califfato di ‛Omar I (1323 èg., 634-644 d. C.) nel significato di registro dei soldi delle milizie arabe e delle pensioni di stato; presto si estese anche a designare sia il complesso degli scrivani che tenevano quei registri, sia il loro ufficio in astratto, sia il luogo ove lavoravano. Con l’ampliarsi dell’organismo amministrativo dell’Impero musulmano il vocabolo, già nel sec. III èg. (IX d. C.), fu applicato alla direzione generale dell’amministrazione finanziaria e della proprietà fondiaria, come pure ai singoli uffici da essa dipendenti; poco più tardi servì anche a designare qualsiasi ufficio pubblico amministrativo, e inoltre, in seguito, consigli di alti funzionarî e persino tribunali speciali. Nell’Impero ottomano era famoso quello che gli scrittori europei chiamavano il Gran Divano (in turco dīwāni humāyūn “Consiglio Imperiale”) o cancelleria della Sublime Porta, riordinato da Maometto II il Conquistatore (1451-1481), presieduto dal Gran Visir e avente alte funzioni politiche e giudiziarie; esso perdette d’importanza nel sec. XVIII, finché Maḥmūd II (1808-1839) lo sostituì negli ultimi anni del suo regno con il Consiglio privato, poi divenuto il Consiglio dei ministri. Dalla Turchia il vocabolo divano penetrò in Europa, sullo scorcio del sec. XV. Ma in Sicilia l’amministrazione normanna del sec. XII aveva accolto la forma duana e conservato o istituito la regia duana a secretis (in corrispondenza a quello che gli Arabi chiamavano dīwān attaḥqīq “ufficio del riscontro o della verificazione”), che teneva i registri fondiari, e la duana baronum, per le concessioni feudali, che poscia si registravano anche nel predetto ufficio.

2. Nell’Africa settentrionale e nella Spagna, già nel sec. XII, il vocabolo ricevette inoltre il significato particolare di ufficio delle dogane, inclusi i suoi magazzini; onde lo spagnolo aduana (addīwān, dove ad– è l’articolo), l’italiano dogana (nella redazione latina del trattato fra Pisa e Tunisi del 16 maggio 1343 dovana) e il francese douane. Già nella prefazione del Liber abaci, composto nel 1202 da Leonardo Fibonacci pisano, si legge: “Cum genitor meus a patria publicus scriba in duana bugee (ossia di Bugia nell’attuale Algeria) pro pisanis mercatoribus ad eam confluentibus constitutus esset”. Dal sec. XVI la parola dīwān in questo senso scompare in Tripolitania, Tunisia e Algeria, soffocata da riduzioni dialettali (p. es. qumreqqemreq, con pronunziato duro) del turco gümrük.

3. Dal senso di registro si sviluppò già nel sec. III èg. (IX d. C.), se non prima, il significato di raccolta, collezione scritta, e particolarmente di raccolta delle poesie di un determinato poeta, canzoniere; si ricordi il Westöstlicher Diwan di Goethe. Questo significato si è diffuso in tutte le letterature dei popoli musulmani.

4. La semplicità degli uffici orientali fino alla metà del secolo scorso, nei quali non esistevano tavoli e l’arredamento si riduceva a qualche armadio e a sedili lunghi, composti di rozza armatura di legno coperta da materasso e tappeti, forniti di cuscini e disposti lungo le pareti (le persone vi si sedevano a gambe incrociate e scrivevano tenendo i fogli di carta sulla mano sinistra), ha fatto sì che il nome dīwān (italiano divano, ecc.) fosse applicato anche a designare questo tipo di sedili lunghi, ossia di sofà.

 

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1 risposta a ALI RASHID ( Amman- Palestina, 5 aprile 1953 – Orvieto, 14 maggio 2025 )– chi è … da fonti varie- link sotto + da Treccani : la parola ” Diwan “

  1. DONATELLA scrive:

    Che divertente la straordinaria vita delle parole!

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