Alberto Cesa (1947-2010), cantante, chitarrista, ghirondista e fondatore nel 1974 del marchio Cantovivo, è stato tra i principali interpreti del folk revival.

CANTOVIVO
– http://www.archiviolastampa.it/
attività musicale 1974 – 2009
La G.A.P. quand’è che arriva
non manda lettere né bigliettini
e non bussa alla porta
sei già persona morta
che il popolo ti ha condannato.
L’ingegner della Caproni
il 2 gennaio arriva in tassì
arriva con due della Muti
sue guardie personali
e noi lo si va a giustiziare.
Quel traditor d’accordo con i tedeschi
stava a smantellar la fabbrica,
le macchine spediva
tutte in Germania dai Krupp.
E per salvar le macchine
han fatto sciopero generale
il capo reparto Trezzini
e altri sette operai li han
messi a San Vittore.
È stato l’ingegnere a fare la spia
ma la pagherà
ci tiene tutti sott’occhio
il povero Trezzini
e gli altri li han fucilà.
Adesso tocca a lui, la GAP lo aspetta sotto
sotto ad un semaforo che segna proprio rosso
e al rosso si mette a sparar.
Pesce Giovanni spara però prima gli grida: “È in nome del mio popolo ingegnere
che ti ammazzo con le tue guardie d’onor!”
In fabbrica fanno retate
torturano gente non parla nessuno
e trenta operai deportati
li chiudono nei vagoni
piombati diretti a Dachau.
Parlato:”E il 23 di aprile i tedeschi vanno a minare la fabbrica, vogliono farla saltare
in aria prima di ritirarsi piuttosto che lasciarla in mano ai liberatori…”
Ma gli operai sparano, difendono la fabbrica
e salvano le macchine che sono il loro pane
e molti si fanno ammazzar.
Adesso siamo liberi,
nella fabbrica torna il padrone,
arriva un altro ingegnere
stavolta però è partigiano:
Brigata Battisti, Partito d’Azion.
Ma ecco al primo sciopero c’è un gran licenziamento
è stato l’ingegnere a cacciare via quei rossi
che la fabbrica avevan salvà.
‘Sta guerra di liberazione
domando di cosa ci ha liberato:
ingegnere padroni e capi
son tutti democratici
ma noi ci han licenziato
addosso ci hanno sparato
in galera ci hanno sbattuto
ma allora per noi operai
la liberazione l’è ancora da far…
UNA BELLA EDIZIONE DELLA CANZONE DI PAOLO CIARCHI
GAETANO PESCE
DA :

27 LULGIO 2017
https://www.senzatregua.it/2017/07/27/a-dieci-anni-dalla-morte-di-giovanni-pesce/

A dieci anni dalla morte di Giovanni Pesce
«Giovanni Pesce è stato il più grande partigiano, non d’Italia, ma di tutta l’Europa». Così affermava qualche anno fa il partigiano Mario Fiorentini, intervistato a Roma per la realizzazione del documentario “Noi sempre lotterem” in occasione dei 70 anni della Liberazione. Giovanni Pesce ci lasciava esattamente 10 anni fa, il 27 luglio 2007, dopo una vita intera di impegno nella lotta. È dalla sua opera più famosa, Senza Tregua, che riprende il nome il nostro giornale. Fu la prima opera a raccontare da vicino la guerra dei GAP (che appunto è il sottotitolo del libro), e resta tutt’oggi una delle poche sull’argomento. È merito di Pesce se oggi conosciamo la figura eroica di Dante Di Nanni, altrimenti destinato all’oblio come i tanti giovani partigiani che si batterono per l’uguaglianza e la giustizia contro l’oppressione fascista.
Giovanni Pesce nasceva nel 1918 a Visone, paesino del Piemonte che diventerà il suo nome di battaglia. Nel 1924 la famiglia emigrava in Francia, e nel 1931, a soli 13 anni, Giovanni lavorava in miniera per aiutare la famiglia. Nel frattempo frequenta la Jeunesse Communiste, giovanile del Partito Comunista Francese, e aderisce al Partito Comunista d’Italia clandestino.
Aveva solo 18 anni quando nel 1936 partì per la guerra di Spagna, arruolato nelle Brigate Internazionali organizzate dalla Terza Internazionale in difesa della Repubblica Spagnola minacciata dal fascismo. Un’esperienza comune a tanti comunisti italiani: “oggi in Spagna, domani in Italia” era il motto che evocava l’obiettivo di rovesciare il fascismo. «Se è vero che in terra spagnola il fascismo fece la prova generale della successiva aggressione all’Europa è altrettanto vero che in Spagna si formarono, si temprarono i valorosi combattenti della Resistenza italiana ed europea» – scrive Pesce – «Ed è proprio in virtù degli antifascisti italiani delle Brigate Internazionali che la Resistenza italiana poté contare, fin dall’inizio, su molti uomini politicamente e militarmente preparati, pronti cioè ad affrontare con mezzi di fortuna un nemico bene organizzato». Pesce è il più giovane fra gli italiani, fra i quali spiccano figure come Ilio Barontini o Felice Platone, rivoluzionari di professione che avevano fondato il Partito Comunista d’Italia assieme a Gramsci e Bordiga.
Nel marzo del 1940, con la Spagna caduta sotto il franchismo e la Francia occupata per metà dai nazisti, per di più con il PCF messo fuori legge dal governo “democratico” con l’assurda accusa di collaborare col nazismo, Pesce decide di tornare in Italia. Trova lavoro alla FIAT, ma pecca d’ingenuità e parla con troppa leggerezza del suo antifascismo, sapendone ancora poco di clandestinità. Viene quindi arrestato e rinchiuso nel carcere di Ventotene, assieme a tanti dirigenti comunisti, fra cui Umberto Terracini, in carcere dal 1926. È negli anni di Ventotene che Pesce approfondisce la sua formazione politica, dopo le lezioni dei commissari politici nella Brigata Garibaldi in Spagna.
Tornato in Piemonte dopo il 25 luglio e la caduta del fascismo, nell’estate del ’43, è fra i primi organizzatori dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) a Torino. Nel caos dell’Italia invasa dai tedeschi, con uno Stato sfasciato e l’esercito dissolto, il giovane Pesce, che allora aveva 21 anni, ha le idee chiare su cosa fare. In una settimana raduna un gruppo di ragazzi, e parte in treno per Alessandria per mettersi in contatto con il Partito Comunista e ricevere ordini. Una scelta certo motivata dalla convinzione politica, ma anche da una realtà in cui i comunisti erano l’unica forza politica pronta a combattere, essendo stati l’unico partito a mantenere un’organizzazione clandestina negli anni del fascismo. I gappisti, scriverà Pesce, «avevano dietro di sé l’esperienza della guerra di Spagna e la severa disciplina della cospirazione, del carcere fascista e del confino»
Nonostante la giovane età, Pesce diviene ben presto un esempio per i più giovani, come il già citato Di Nanni, morto eroicamente a 19 anni, lanciandosi da un balcone con il pugno alzato, per non farsi catturare vivo dai nazisti. Questo e altri episodi della lotta partigiana sono narrati da Pesce, che alla domanda “chi furono i gappisti?”, risponde: «Potremmo dire che furono “commandos”. Ma questo termine non è esatto. Essi furono qualcosa di più e di diverso di semplici “commandos”. Furono gruppi di patrioti che non diedero mai tregua al nemico […] Sono coloro che dopo l’8 settembre ruppero con l’attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all’invasore, per conservare qualche briciola di potere».
Nel maggio 1944 Pesce prende il comando della 3° GAP “Rubini” a Milano, responsabilità che manterrà fino alla Liberazione.
I giorni della liberazione di Milano sono raccontati in un’altra opera, forse meno conosciuta ma altrettanto consigliata, che è “Quando cessarono gli spari”. Un’opera dal profondo significato politico, oltre che storico, in cui Pesce insiste molto sulla “coralità” dell’insurrezione del 25 aprile e della Resistenza in generale, cioè sulla sua non riducibilità all’attività di gruppi isolati e slegati dalle masse popolari.
Pesce illustra il ruolo fondamentale delle SAP (Squadre di Azione Patriottica) e l’importanza del radicamento nelle fabbriche. «Le brigate SAP che comprendevano nelle loro file elementi d’ogni partito operavano nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, nelle carceri, reclutavano partigiani da avviare in montagna, aiutavano le famiglie dei caduti, dei deportati, proclamavano scioperi, alimentavano azioni di sabotaggio con raffinata precisione e cautela, distribuivano volantini d’informazioni, tenevano alto lo spirito d’indipendenza, fermo lo spirito di solidarietà». Proprio le fabbriche e la classe operaia sono fondamentali nella pianificazione dell’insurrezione. La cintura periferica di Milano, costellata di fabbriche in cui è forte il Partito Comunista, che circondano i centri di potere nazifascisti collocati nel cuore della città, diventa una “fascia rossa” pronta a chiudersi sul nemico, dopo mesi di intensa propaganda insurrezionale condotta proprio nelle fabbriche dai sappisti.
In Senza Tregua è con queste parole che Pesce ricorda i festeggiamenti del 25 aprile: «Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla. Però, dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a nasconderci, a sfamarci, a informarci, c’è sempre stata questa massa di popolo che ora corre per le strade, si abbraccia e ci abbraccia, e grida: “Viva i partigiani”».
Nel 1947, in Piazza Duomo nell’anniversario della Liberazione, fu Terracini ad appuntare sul petto di Giovanni Pesce la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Pesce fu comunista, consigliere comunale del PCI a Milano, e lo rimase anche dopo la liquidazione di quel partito, rifiutando di seguire il PDS e aderendo a Rifondazione. Ha ricoperto incarichi nell’ANPI e nell’AICVAS (l’associazione del volontari combattenti antifascisti in Spagna).
Tutt’oggi la figura di Giovanni Pesce resta uno dei più grandi esempi per la gioventù, per le nuove generazioni che hanno il dovere di lottare. Tutta la vita e gli scritti di Pesce sono impregnati dalla fiducia nella necessità di rompere l’indugio, dalla consapevolezza di ciò che una piccola avanguardia organizzata può costruire con la sua lotta. Pesce è una figura fuori dal comune, ma al tempo non riducibile ad una individualità eroica. Fu piuttosto un grande esempio di dedizione, un militante animato dalla voglia di lottare, che acquisisce ruoli dirigenti e di comando per senso di responsabilità e non per tornaconto personale. Un esempio di ciò che un comunista deve essere dinanzi al suo Partito e ai suoi compagni.
Oggi tanti ricorderanno Giovanni Pesce per il suo contributo alla lotta di Liberazione; molti, prevedibilmente, cercheranno di volgere a proprio favore il significato storico di una figura altrimenti “scomoda”. È il caso di chi oggi utilizza l’antifascismo istituzionale per coprirsi a sinistra, con l’obiettivo di difendere lo stato di cose presenti, svuotando la Resistenza e la lotta partigiana del suo contenuto rivoluzionario. Una pratica molto in voga specie in quella sinistra che ha tradito i lavoratori e oggi è il principale esecutore delle politiche antipopolari volute dai padroni. La migliore risposta a ogni mistificazione di questo tipo sta nelle stesse parole rivolte da Pesce alla gioventù:
«Anche ora si devono infrangere le resistenze al progresso, si deve conquistare maggiore democrazia nelle fabbriche e nelle scuole; anche ora si deve lottare per la pace nel mondo; anche ora è dunque necessario lottare senza tregua».
________________________________________________________________________________________________________________________
«”Il partito… il partito non mi aiuta?
“Sbagli, sbagli veramente di grosso. Sei tu il partito, siamo noi il partito e stiamo appunto aiutandoci l’un l’altro per combattere […] Dunque è vero: il partito non mi ha mai lasciato solo.»
(G. Pesce, “Senza Tregua”, p. 43-44)
nota
Le ceneri dei corpi cremati di Giovanni Pesce e Onorina Brambilla sono tumulate in un medesimo colombaro nella Cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, posto sotto quello di Aldo Aniasi.
DA WIKIPEDIA : LINK
La storia di Giovanni dall’inizio..
Giovanni Pesce (Visone, 22 febbraio 1918 – Milano, 27 luglio 2007 )
Aveva solo sei anni, nel 1924, quando con la famiglia, dalla provincia di Alessandria, emigrò in Francia, nella regione mineraria delle Cévennes, ove il padre Riccardo, un operaio antifascista, fu costretto a recarsi per vivere, non trovando più lavoro in Italia.
Sin da bimbo aiutava il padre nella piccola vineria che la famiglia aveva aperto a La Grand-Combe, e che era frequentata soprattutto da minatori che il piccolo Jeanu ascoltava parlare della loro dura esistenza. Iniziò prestissimo a lavorare, d’estate, come guardiano di vacche sulle montagne nella vicina regione della Lozère, suo unico compagno un cane, Medoc, che Pesce ricorderà con affettuosa tenerezza sino alla fine dei suoi giorni. Nel 1931 affrontò – non ancora quattordicenne – la dura vita del lavoro in miniera per contribuire al precario bilancio della famiglia.
Ben presto prese a frequentare la “Jeunesse communiste”, l’organizzazione giovanile del PCF, il Partito Comunista Francese. Nel 1935 aderì al Partito Comunista d’Italia e, nel 1936, in febbraio, si recò in gita a Nîmes con gli amici e, più tardi, per festeggiare la vittoria elettorale del Fronte Popolare, a Parigi, ove visitò la sede del giornale del PCF, L’Humanité, che da giovane minatore comunista diffondeva ogni domenica alla Grand-Combe. Qui raccolse i volantini a favore del governo repubblicano spagnolo firmati e illustrati da Joan Miró e ascoltò l’appello della Pasionaria, Dolores Ibárruri, ad arruolarsi nelle Brigate Internazionali per prendere parte alla guerra civile di Spagna. Pesce, ingannata la madre Maria con il pretesto di recarsi al confine belga per incontrare una ragazza, si arruolò e si recò in Spagna insieme a numerosi altri giovani antifascisti d’origine italiana che aderirono alla Brigata Garibaldi (‘gruppo’ Picelli’) alla parola d’ordine “Oggi in Spagna, domani in Italia” dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, assassinati il 9 giugno 1937 da sicari fascisti inviati dal governo Mussolini.
«Sono uno degli ultimi in vita perché ero il più giovane, avevo diciotto anni. Partii dalla Francia, dove vivevo con la mia famiglia. Il giorno in cui arrivai a Barcellona, mi imbattei in un grande funerale. Era il novembre del 1936, per le vie larghe della capitale catalana scendeva la folla smisurata che seguiva il carro funebre con il cadavere di Buenaventura Durruti, il leggendario comandante anarchico morto nella battaglia di Madrid. ( 1. Il giorno che morì Di Nanni La Repubblica — 2 marzo 2006 pagina 1 sezione: TORINO »)
SEGUE NEL LINK DI WIKIPEDIA
OPERE
- Soldati senza uniforme. Diario di un gappista, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1950.
- Un garibaldino in Spagna, Roma, Editori Riuniti-Edizioni di cultura sociale, 1955; Varese, Essezeta-Arterigere, 2006. I
- Senza tregua. La guerra dei GAP, Milano, Feltrinelli, 1967.
- Quando cessarono gli spari. 23 aprile-6 maggio 1945: la liberazione di Milano, Milano, Feltrinelli, 1977.
- Il giorno della bomba. Racconti, Milano, Mazzotta, 1983.
- Un uomo di quartiere, Milano, Mazzotta, 1988
- Attualità dell’antifascismo, con Fabio Minazzi, Napoli, La città del sole, 2004

Un uomo di quartiere

Feltrinelli 2019

Feltrinelli, 2013

Red Star Press , 2015
VIDEO– 38 minuti ca
Senza tregua – Intervista ai partigiani “Visone” Giovanni Pesce e Onorina Brambilla
Prodotto da: Andrea de Liberato per Sharada Film
Regia: Marco Pozzi
Interpreti: Giovanni Pesce, Nori Pesce;
Montaggio: Sara Radaelli Soggetto: Sergio Fiorini, Paola Pizzi, Marco Pozzi
Fotografia: Claudio Bellero, Alessio Viola
Musiche: Claudio Pelissero;
Suono: Emanuele Chiappa
Distribuito da: Sharada
una foto di Visone — provincia di Alessandria

il complesso monumentale di Visone: Porta di accesso alla Rocca di Visone con la torre Malaspina (XV secolo)
– Opera propria
https://it.wikipedia.org/wiki/Visone_%28Italia%29#/media/File:Rocca_di_Visone.jpg


Ricordo con dolcezza e con dolore Vittò, grande combattente nella guerra civile spagnola, grande partigiano nella guerra di liberazione italiana. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e il suo ricordo ci accompagna come una speranza di giorni migliori.