Dopo aver ricordato GIOVANNI PESCE — PUBBLICHIAMO UNA POESIA DI PARECCHI ANNI FA DI DONATELLA D’IMPORZANO SU UN EROE DELLA LIGURIA DI PONENTE : VITTO’. + notizie

 

 

Donatella scrive:

commentando il ricordo di Giovanni Pesce:

Ricordo con dolcezza e con dolore Vittò, grande combattente nella guerra civile spagnola, grande partigiano nella guerra di liberazione italiana. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e il suo ricordo ci accompagna come una speranza di giorni migliori.

— e a proposito del Canto ” Pietà l’è morta ” del Nuovo Canzoniere italiano:

E’ bellissima la canzone cantata e suonata in questo modo. C’è dentro un dolore profondo, la consapevolezza della morte insieme alla volontà di non potere rinunciare alla lotta contro un nemico spietato. Mi ricorda in qualche modo la figura di Vittò. L’ho sentito e visto qualche volta alla “Buca” di Bordighera. Era una persona mite, gentile, attenta con simpatia ai giovani. Eppure questa sua natura, forse proprio grazie anche a questa, lo aveva fatto combattere senza tregua contro l’orrore e la disumanità del nazifascismo.

 

 

 

 

POESIA

 

In memoria di Vittò, capo partigiano

 Donatella D’imporzano

 

 

Chissà se lassù da qualche parte

sventoleranno le bandiere rosse,

se ci sarà quel mondo di fratelli

che hai sognato nelle gelide

veglie di partigiano.

Come in un film

della Resistenza spagnola

hai fatto saltare

il ponte della vita

e ancora una volta

hai opposto il tuo sdegnoso rifiuto

ad una realtà vile e cialtrona.

Non così avremmo voluto lasciarci.

Tutti insieme

avremmo voluto sfidare con te

la morte

che fa il nido negli angoli bui

della nostra anima

Nelle piazze, sulle strade faticose

delle montagne,

nel gelo degli inverni infiniti

non saresti mai morto.

Non posso che cantarti,

disperata e triste

per la tua bella vita perduta.

Voglio cantarti,

smarrita e triste

contro la morte assassina

per far vivere il tuo ricordo.

 

 

 

 

Vittò. Giuseppe Vittorio Guglielmo - Romano Lupi - copertina

Vittò. Giuseppe Vittorio Guglielmo

 

 

Reduce della guerra civile spagnola, internato nei campi di concentramento francesi, militare sul fronte greco-albanese, comandante della divisione intitolata alla memoria di Felice Cascione in Italia durante la Resistenza, ferito in combattimento, sia in Spagna che sulle montagne della provincia di Imperia dove, già all’indomani dell’8 settembre 1943, cominciò a organizzare le prime bande partigiane. Basterebbero questi pochi elementi per capire come la vita di Giuseppe Vittorio Guglielmo, meglio conosciuto come Vittò, sia stata straordinaria. In questo libro, in cui vengono ripercorse, con piglio narrativo, le tappe fondamentali della sua esistenza, emerge uno spaccato del Novecento. Un’esistenza che assomiglia a un romanzo per un uomo che personaggio di un romanzo lo è stato per davvero. La figura di Vittò, infatti, ha ispirato il comandante Ferriera de “Il sentiero dei nidi di ragno”, prima opera di Italo Calvino. Vittò è stata una figura leggendaria per tutti coloro che fanno e hanno fatto parte di quel mondo frontaliero del Ponente ligure che, come ha scritto nell’introduzione a questo volume Antonio Gibelli: “scolpisce con i tratti della montagna impervia e del mare selvaggio i suoi protagonisti, iscrivendoli, quasi naturalmente, in una dimensione superiore, europea e fortemente internazionalista, e marcando di speciali intonazioni individuali, quasi solitarie, anche le loro esperienze più cariche di carattere collettivo e corale “.

 

 

 

 

 

Recensione di Roberto Barzanti.

 

Non solo per la ricorrenza del centenario della nascita di Giuseppe Vittorio Guglielmo, detto Vittò (1916-2002), è stato utile ristampare in edizione ampliata questo studio biografico su un carismatico protagonista della Resistenza ligure. Nell’esperienza di Vittò, che Calvino ebbe a modello del comandante Ferriera nel Sentiero dei nidi di ragno (1947), si riflette un itinerario che abbraccia tutte le traversie di un antifascismo vissuto armi in pugno, da partigiano internazionalista. Lupi ha svolto un lavoro egregio, suffragandolo di ogni accessibile documento e arricchendolo di un eloquente corredo iconografico. Nel 1937 il partigiano sanremese è a Madrid, a difesa della repubblica. Non gli viene risparmiato l’internamento nei campi francesi.

 

Quindi, come comandante Ivano, partecipa nelle file della brigata Cascione alla Resistenza ligure.

Nel dopoguerra è tra quanti subiscono persecuzioni giudiziarie fino al carcere, perché sospettati di preparare un’insurrezione armata. Vittò non si era disfatto delle armi e un’ispezione fece scattare l’arresto. Ripensando a quella vicenda Vittò non usò mezzi termini: “Così praticamente mi hanno ucciso, non fisicamente, ma mi hanno ucciso moralmente, hanno cercato di eliminarmi in questo modo”.

Appare evidente come in lui sentimento patriottico e progetto di un avvenire comunista si saldino in inscindibile unità.

In una lettera che un gruppo di compagni gli indirizzò quando era in carcere (ottobre 1948) si leggono accuse pesanti al ceto dirigente insediatosi al sorgere della Repubblica: “Ma quegli uomini non potranno cancellare la nostra epopea e noi domani risorgeremo al di sopra delle loro calunnie”.

Vittò finì i suoi giorni raccontando una vita animata da straordinario coraggio. Il suicidio che siglò la sua esistenza fu un atto di volontà coerente con chi aveva guardato in faccia la morte senza paura.

 

** e forse, un giudizio, sui tempi che gli erano arrivati, dopo tanta lotta e sacrificio ( ch.)

 

 

la storia della sua vita è ” da leggere “:

 

Giuseppe Vittorio Guglielmo. Nato il 2 febbraio 1916 a San Remo, in provincia di Imperia. Di professione elettricista. Nel 1932 espatria in Francia per motivi di lavoro. Tornato in Italia, è chiamato a prestare il servizio di leva, ma decide di non presentarsi e di emigrare nuovamente. Dopo un breve passaggio in Francia (dove viene inizialmente fermato e rimandato in Italia), giunge finalmente in Spagna per unirsi alle forze antifasciste. A Figueres, il 12 febbraio 1937 si arruola nel battaglione Garibaldi. Spostatosi prima ad Albacete e poi a Madrigheta nel marzo del 1937, frequenta la scuola per radiotelegrafisti. Terminato il corso, è arruolato nella Compagnia divisionale trasmissioni della 45a Divisione con il grado di sergente. Dislocato in Aragona, dal 12 al 20 giugno prende parte alla battaglia di Huesca, combattendo nella zona di Chimillas e Alerre; a luglio è nei pressi di Brunete, dove partecipa agli scontri di Guadarrama e viene ferito a un braccio nei dintorni di Villafranca del Castillo, il giorno 24. Ricoverato all’ospedale militare di Madrid fino al 29 agosto, ritorna al fronte per la battaglia di Belchite. In Italia intanto il Tribunale militare di Torino lo condanna in contumacia a due anni di reclusione per diserzione (sentenza del 18 dicembre 1937). Nel febbraio 1938 Guglielmo è per un breve periodo in Estremadura, prima di tornare in Aragona (già a marzo) e combattere la battaglia dell’Ebro. Sfuggito alla smobilitazione generale, nel febbraio del 1939 ripara in Francia, dove viene catturato dalle autorità transalpine e internato ad Argelès-sur-Mer. Tradotto a Gurs, evade dal campo ma dopo tre mesi è catturato a Bordeaux, incarcerato qui e poi nuovamente internato a Vernet. Consegnato alle autorità italiane, rimpatria il 25 luglio 1940, con ancora la condanna per diserzione da scontare. Costituitosi al Tribunale militare di Torino, il 26 agosto 1940 il provvedimento detentivo a suo carico viene sospeso ed è convertito in arruolamento forzato. Inquadrato nel 32. Reggimento fanteria Siena appartenente alla Divisione fanteria omonima, è inviato sul fronte greco-albanese, quindi nel 1942 all’Isola di Creta. Promosso sergente per meriti di guerra, a luglio è deferito al Tribunale militare di Rodi per insubordinazione. Condannato a 4 anni e 7 mesi di reclusione, viene anche degradato a soldato semplice. Rimpatriato in Italia per presentarsi al quartier generale della divisione (situato a Napoli), alla firma dell’armistizio Guglielmo si trova al deposito militare di Caserta. Sbandatosi col resto delle forze del Regio esercito, riesce a tornare in Liguria, dove si attiva per organizzare le prime formazioni partigiane dell’imperiese prima con il nome di battaglia di Ivano, poi con quello di Vittò. Il 26 marzo 1944 è ferito durante un attacco a una polveriera in val Galvano. Rientrato in servizio, a maggio comanda il 5° distaccamento della Divisione Cascione dislocato a Cima Marta. Scampato al Rastrellamento di Triora, il 25 luglio assume la guida della 5a Brigata d’assalto Garibaldi Luigi Nuvoloni. Costretto a ripiegare nel cuneese con il suo reparto, il 6 novembre ritorna in Liguria e circa un mese dopo è nominato comandante della 2a divisione Garibaldi “Felice Cascione”, alla testa della quale entra a Sanremo il 25 aprile 1945.

A guerra finita, il 10 gennaio del 1950 è decorato con medaglia d’argento al valor militare. Muore nel 2002.

da:

Novecento.org

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VITTO’  E  GINO

Sfilata dei partigiani in piazza Colombo testimonianza di Silvana Malvestiti
DA : https://www.sanremostoria.it/it/la-citta/la-storia/1158-storia-di-sanremo-9-parte.html?start=7#prettyPhoto/0/

 

 

Aggiungo un pezzo di questa storia dove chi  racconta è ITALO CALVINO::

 

8 – La guerra Partigiana a Sanremo e dintornilink

Negli ultimi giorni di aprile si avvertiva l’imminenza della fine della guerra. Il giorno 23 i Tedeschi facevano saltare in aria i depositi di munizioni prima di ritirarsi, il 24 gli ultimi fuggiaschi sparavano a caso qualche colpo di mortaio, il 25 aprile 1945 la città veniva occupata dai partigiani.

Ma proprio mentre la gente si apprestava a festeggiare quel giorno memorabile, la sirena suonò per l’ultima volta.

Fra i partigiani scesi dalle montagne a San Remo c’era anche Italo Calvino, nel 1945 ventiduenne.

Lasciamo alla sua magica penna il compito di rievocare quelle ore e di concludere così la sintesi della storia di San Remo:

« C’era stato un incendio in un bosco; ricordo la lunga fila dei partigiani che scende tra i pini bruciati, la cenere calda sotto la suola delle scarpe, i ceppi ancora incandescenti nella notte. Era una marcia diversa dalle altre quella del 1944, nostra vita di continui spostamenti notturni in quei boschi. Avevamo finalmente avuto l’ordine di scendere sulla nostra città, Sanremo; sapevamo che i tedeschi stavano ritirandosi dalla riviera; ma non sapevamo quali caposaldi erano ancora in mano loro. Erano giornate in cui tutto si stava muovendo e certo i nostri comandi erano informati d’ora in ora; ma qui io cerco di tenermi solo ai miei ricordi di semplice garibaldino che seguiva il suo distaccamento zoppicando per un ascesso a un piede (da quando il gelo aveva indurito e accartocciato il cuoio dei miei scarponi, i miei piedi avevano cominciato a piagarsi). Che la Germania fosse spacciata questa volta sembrava sicuro, ma di illusioni in quegli anni ce ne eravamo fatte tante e troppe volte eravamo stati delusi; così preferivamo non fare più pronostici.

Il fronte più vicino a noi — quello sul confine francese — non accennava a muoversi, da otto mesi, cioè da quando la Francia era liberata, sentivamo rombare a ovest i cannoni del fronte; da otto mesi la libertà era a pochi chilometri da noi, ma intanto la vita dei partigiani sulle Alpi Marittime era diventata sempre più dura perché, come retrovia del fronte, la nostra zona era di importanza vitale per i tedeschi che dovevano tenere ad ogni costo sgombre le strade; per questo non ci hanno mai dato tregua, né noi a loro; e per questo la nostra zona ha avuto una percentuale di caduti tra le più alte.

Anche in quelle settimane in cui c’era la primavera nell’aria (era però un aprile molto freddo) e la sensazione della vittoria imminente, restava quella incertezza che caratterizzava la nostra vita da tanti mesi. Ancora negli ultimi giorni i tedeschi erano venuti di sorpresa e avevamo avuto dei morti. Proprio pochi giorni prima andando di pattuglia era mancato poco che cascassi nelle loro mani.

L’ultimo accampamento del nostro reparto, se ricordo bene, era tra Montalto e Badalucco: già il fatto che fossimo scesi nella zona degli uliveti era il segno di una nuova stagione, dopo l’inverno nella zona dei castagni che voleva dire la fame.

Ormai non sapevamo più ragionare altro che nei termini di ciò che era male o bene per la nostra sopravvivenza di partigiani, come se questa vita dovesse durare ancora chissà quanto. Le vallate tornavano a coprirsi di foglie e di cespugli, questo voleva dire maggiori possibilità di tenersi al coperto sotto il fuoco nemico, come in quella macchia di noccioli che ci aveva salvato la vita, a me e a mio fratello, una ventina di giorni prima, dopo un’azione sulla strada di Ceriana.

L’idea stessa che stesse per aprirsi una vita senza più raffiche, né rastrellamenti, né paura di essere presi e torturati, era inutile farsela venire in mente finché le nostre esistenze restavano appese a un filo. E anche dopo, venuta la pace, riabituare la mente a funzionare in un altro modo doveva prendere il suo tempo.

Mi pare che quella notte abbiamo dormito solo qualche ora, per l’ultima volta coricati per terra. Pensavo che l’indomani ci sarebbe stata battaglia per impadronirci della via Aurelia, i miei pensieri erano quelli della vigilia di un combattimento, più che quelli della liberazione imminente.

Solo il mattino dopo, vedendo che la nostra discesa continuava senza soste, capimmo che la costa era già libera e che marciavamo direttamente su Sanremo (difatti dopo alcuni scontri di retroguardia con le formazioni gappiste cittadine, i tedeschi e i fascisti si erano ritirati verso Genova).

Ma, ancora quella mattina, la marina alleata si era presentata al largo di Sanremo e aveva cominciato il quotidiano bombardamento navale della città.

Il C.L.N. cittadino aveva preso i poteri sotto le cannonate e come primo atto di governo aveva fatto scrivere a lettere enormi in vernice bianca ‘zona liberata’ sui muri di corso Imperatrice perché fosse visto dalle navi da guerra.

Dalle parti di Poggio cominciammo a incontrare sul margine della strada la popolazione che veniva a vedere passare i partigiani e a farci festa. Ricordo che per primi vidi due uomini anziani col cappello in testa che venivano chiacchierando di fatti loro come in un giorno di festa qualsiasi; ma c’era un particolare che fino al giorno prima sarebbe stato inconcepibile: avevano dei garofani rossi all’occhiello. Nei giorni seguenti dovevo vedere migliaia di persone col garofano rosso all’occhiello, ma quelli erano i primi.

Posso senz’altro dire che quella sia stata per me la prima immagine della libertà nella vita civile, della libertà senza più il rischio della vita, che si presentava così con noncuranza, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Approssimandoci man mano alla città aumentava la gente, le coccarde, i fiori, le ragazze, ma il riavvicinarmi a casa mi riportava il pensiero dei miei genitori che erano stati ostaggio delle SS e non sapevo se erano vivi o morti, come loro non sapevano se erano vivi o morti i loro figli.

Vedo che questi ricordi del giorno della Liberazione sono volti più verso il ‘prima’ che verso il ‘dopo’. Ma così sono rimasti nella memoria, perché eravamo tutti presi da quello che avevamo vissuto, mentre il futuro non aveva ancora un volto, e non avremmo mai immaginato un futuro che avrebbe fatto sbiadire lentamente questi ricordi come è avvenuto in questi trent’anni ».

(Italo Calvino, 25 aprile 1945-25 aprile 1985…, cit., pp. 7-8. L’articolo era stato scritto per rievocare il trentennale della Resistenza).

Il 1° gennaio 1945 venne varato il nuovo CLN circondariale di Sanremo. Nel gennaio 1945 il CLN di Sanremo si era anche fatto promotore della pubblicazione di un proprio organo ufficiale, La Voce della Democrazia”, diretto dal dottor Luigi Ludovico Millo e condiretto dal giovane Italo Calvino.

Nel convegno di Beusi del 9 febbraio 1945 venne concessa al CLN di Sanremo l’autonomia operativa e la giurisdizione sulla zona compresa tra Santo Stefano al Mare e Ventimiglia.

Il 5 marzo 1945 i nazifascisti fucilarono, per rappresaglia, sedici partigiani nel giardino del castello Devachan.

Intanto si avvicinava anche per Sanremo il giorno della liberazione. Dopo lo sfondamento della linea gotica da parte delle truppe alleate, per tutta la giornata del 24 aprile si susseguirono i combattimenti in città tra partigiani e nazifascisti, che alla fine furono costretti ad arrendersi.

I rappresentanti del CLN avevano intanto occupato la sede del Comune, issandovi il tricolore e la bandiera rossa. Subito dopo lo stesso CLN nominava Adolfo Siffredi  ( 1 ) del Psiup primo sindaco della città dopo la Liberazione.

Il 1° maggio sfilarono per le vie della città i partigiani della V Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni”, fatti segno ad entusiastiche accoglienze da parte della popolazione.

 

 

 

(fonti: libera elaborazione dei testi tratti dai libri: “Sanremo Cuore e Anima di una Città” di Enzo Bernardini; “Storia Tascabile di Sanremo” di Andrea Gandolfo; immagini provenienti da archivi privati)

 

(1 ) sottovoce voglio segnalare .. a chi ? all’aria—-   che il primo sindaco di Sanremo era il fratello di mio nonno Pepìn Siffredi, falegname, padre di mia mamma- Un pochino anch’io ho avuto una particina-  anche se avrei avuto un anno solo il 26 luglio.

 

 

 

PIETA’ L’E’ MORTA

NUOVO CANZONIERE PARTIGIANO, 2017

** non è l’edizione cui siamo abituati, ma la seconda volta che la ascoltate, vi assicurerei che è bellissima !

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  1. DONATELLA scrive:

    E’ bellissima la canzone cantata e suonata in questo modo. C’è dentro un dolore profondo, la consapevolezza della morte insieme alla volontà di non potere rinunciare alla lotta contro un nemico spietato. Mi ricorda in qualche modo la figura di Vittò. L’ho sentito e visto qualche volta alla “Buca” di Bordighera. Era una persona mite, gentile, attenta con simpatia ai giovani. Eppure questa sua natura, forse proprio grazie anche a questa, lo aveva fatto combattere senza tregua contro l’orrore e la disumanità del nazifascismo.

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