IL MANIFESTO 21 gennaio 2026
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Siria, la sfida mortale ai Curdi: eliminarci, come in Iran e in Turchia.
Kurdistan — Ciò che accade oggi non è la somma di crisi isolate. La questione curda non è stata afrontata nei termini della politica e dei diritti, ma nel linguaggio della sicurezza e della jihad.
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Raqqa, Siria – Foto AP /Omar Albam
In Iran, dalle operazioni militari degli anni successivi alla rivoluzione, alle esecuzioni di massa degli anni ’80, fino alla costante securitizzazione di ogni forma di attivismo civile e politico, il Kurdistan è stato sistematicamente definito come una questione di sicurezza.
Questo schema si è riprodotto con un’intensità senza precedenti nel contesto delle recenti proteste nazionali. Sette partiti del Kurdistan iraniano hanno reagito lanciando un appello congiunto per uno sciopero generale nelle città curde. L’iniziativa ha portato alla chiusura generalizzata dei mercati in numerose località, configurandosi come una delle forme di protesta collettiva più coese e organizzate della regione. I media ufficiali e molte reti legate a diversi schieramenti politici hanno ignorato del tutto gli eventi in Kurdistan o hanno sistematicamente censurato la voce della popolazione locale. Si è così ripetuta l’esperienza fallimentare dell’opposizione del 2022, quando le alleanze naufragarono a causa dell’assenza di un linguaggio politico condiviso tra le correnti centraliste e le rivendicazioni democratiche dei curdi.
Oggi oltre i confini dell’Iran, in Siria, una logica simile si è nuovamente abbattuta sul Kurdistan. Nell’ultima settimana, l’equilibrio di potere nel nord e nel nord-est della Siria è mutato in modo fulmineo. In meno di settantadue ore, le Forze Democratiche Siriane hanno perso ampie porzioni dei territori sotto il loro controllo, inclusi Raqqa, Tabqa, parti di Deir ez-Zor e snodi strategici come la diga di Tishrin. Questi sviluppi hanno compromesso non solo la capacità militare delle SDF, ma anche i loro strumenti economici e di governance. La pressione simultanea del governo di Damasco, il riallineamento di tribù arabe locali, l’intensificarsi delle minacce turche e il ritiro di fatto del sostegno statunitense hanno spinto le SDF in una posizione negoziale sostanzialmente indifendibile.
Sotto la spinta di Tom Barrack, rappresentante di Donald Trump in Medio oriente, si è cercato di trovare un accordo. Il testo diffuso, che al momento presenta un carattere unilaterale, prevede un cessate il fuoco immediato, il trasferimento completo del controllo militare e amministrativo delle aree chiave allo Stato centrale, l’integrazione individuale dei combattenti delle SDF negli apparati di sicurezza di Damasco e la fine di qualsiasi forma di autonomia politica, limitandosi a un riconoscimento minimale dei diritti culturali curdi.
In termini concreti, questo quadro sancisce la fine dell’esperienza politico-istituzionale tredicennale del Rojava e il ritorno a un modello di Stato fortemente centralizzato. Le possibili conseguenze includono gravi incertezze sul destino dei prigionieri dell’Isis, l’indebolimento dei già fragili processi di dialogo tra il Pkk e Ankara e una riorganizzazione dell’ordine sociale nel nord-est della Siria fondata su logiche tribali piuttosto che su forme di governance partecipativa.
In questo contesto, il richiamo alla «jihad sulla base della sura al-Anfal», avanzato negli ultimi giorni da ambienti religiosi e politici vicini ai gruppi armati attivi in Siria, non costituisce un decreto statale formale, ma uno strumento ideologico volto a legittimare la violenza contro i curdi e le forze legate alle SDF. Il ricorso selettivo ai versetti della sura al-Anfal, che nella giurisprudenza politica islamica affronta temi quali la guerra e l’obbedienza, trasforma un conflitto politico-territoriale in uno scontro religioso ed esistenziale, negando qualsiasi rivendicazione di autonomia o di diritti collettivi. Questo discorso riattiva, nella memoria storica curda, il peso simbolico dell’operazione Anfal di Saddam Hussein e accresce il rischio di normalizzazione della violenza settaria, di epurazioni politiche e demografiche e di un ulteriore indebolimento di qualsiasi prospettiva di riconciliazione nazionale.
Il governo siriano ha richiesto la resa incondizionata delle forze curde e lo scioglimento totale delle loro strutture amministrative, richiesta respinta con fermezza. Ma in conformità con l’accordo, le SDF hanno avviato il ritiro da ampie aree delle province di Raqqa e Deir ez-Zor, passate sotto il controllo dell’esercito siriano. Nei suoi ultimi messaggi, Mazloum Abdi ha invitato la popolazione a sostenere i combattenti delle SDF e a dimostrare coraggio e resilienza di fronte alle pressioni militari e politiche.
L’appello ha trovato un’ampia risposta. A Erbil, Sulaymaniyah, Zakho e Halabja, nel Kurdistan iracheno, si sono svolte manifestazioni di piazza e sono state espresse dichiarazioni di disponibilità a difendere il Kurdistan e a unirsi ai combattenti. Nel Kurdistan turco, gruppi numerosi di persone si sono diretti verso il confine siriano, scontrandosi in diversi casi con la polizia turca. Nella diaspora, dall’Europa al Nord America, le proteste e le mobilitazioni di solidarietà sono in pieno svolgimento.
Ciò che oggi accade ai curdi in Iran e in Siria non è una somma di crisi isolate, ma la riproduzione di una logica comune. Una logica che definisce la questione curda non nei termini della politica e dei diritti, ma nel linguaggio della sicurezza, dell’eliminazione e della jihad. Finché questa impostazione resterà dominante, ogni cessate il fuoco non sarà altro che una breve pausa in un ciclo prolungato di violenza.

Il tentativo di cancellare il popolo curdo dura da decenni, anche se dimostra da anni una resistenza e una volontà di sopravvivere incrollabile.