
ULTIMA NOTIZIA
da: CISP – 17 FEBBRAIO 2026- ore 21.00 Cinema Lumière-
CENTRO INTERDISCIPLINARE
SCIENZE PER LA PACE- UNIV. DI PISA


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Dopo aver negato la revisione del processo, è stata la stessa Corte d’Appello di Messina a suggerire che Alaa Faraj chiedesse la grazia al Presidente della Repubblica. Ed è, probabilmente, anche grazie a Perché ero ragazzo e al suo grande successo editoriale, se lo scorso 22 dicembre è stato reso noto che il Capo dello Stato ha accolto la richiesta, riducendo la pena di 11 anni e 4 mesi. Considerando anche la liberazione anticipata, la pena si riduce a circa cinque anni, consentendo l’accesso alla semilibertà.
Ma la battaglia di Alaa non è finita: con la sua avvocata, Cinzia Pecoraro, intende chiedere nuovamente la revisione del processo per poter provare la sua innocenza.
Moltissime persone si sono attivate e hanno fatto comunità
tra cui :
Don Luigi Ciotti, Luciana Castellina, Daria Bignardi, Gustavo Zagrebelsky, Mons. Corrado Lorefice e moltissimi altri altrettanti famosi e poi noi che abbiamo letto e ne abbiamo parlato..
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video, 3.43 –Alaa Faraj alla cattedrale di Palermo: “Un miracolo essere qui”
PALERMO, REPUBBLICA 30 settembre 2024
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video, 10 min. –RAIPLAY.IT — 11- novembre 2025
https://www.raiplay.it/video/2025/11/Il-cavallo-e-la-torre—Puntata-del-11112025-d2a3cba6-253f-4bca-b23e-67e884b2b944.html
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SEGUE
da:
SELLERIO
https://www.sellerio.it/it/catalogo/Perche-Ero-Ragazzo/Faraj/16518

Alaa Faraj
Perché ero ragazzo
Postfazione di Alessandra Sciurba ( Univ. Palermo, destinataria delle lettere di Alaa Faraj )
Le lettere dal carcere di un giovanissimo calciatore partito per l’Italia, pieno di speranze, progetti, una certa idea di Europa. Il romanzo di uno scandalo umano e giudiziario attraverso lo sguardo sbigottito di un ragazzo che non ha mai smesso di sognare.
Nell’agosto del 2015 la Libia è un paese devastato dalla guerra civile, l’Italia dista cinquecento chilometri, circa un’ora di volo, Alaa ha appena vent’anni. È uno studente di ingegneria, una promessa del calcio libico, alle spalle una famiglia pronta a sostenerlo nel suo sogno: raggiungere l’Italia, la porta dell’Europa, forse un nuovo inizio, la speranza concreta di un futuro felice. Ottenere un visto, però, è impossibile, i canali umanitari non esistono, l’unica strada è salire a bordo di un barcone insieme a tre amici, anche loro calciatori. Durante quella disperata traversata 49 persone muoiono soffocate dentro la stiva. I giornali parlano di «strage di ferragosto». Accusato di essere uno degli scafisti, Alaa Faraj continua ad affermare da dieci anni la sua innocenza. Ha accettato il ruolo del detenuto, non accetterà mai quello del criminale.
Ha scritto questo libro in prigione, in un italiano appreso dentro le celle, in una lingua naturalmente delicata, a volte ironica, colma di dignità e stupore. Lo ha scritto a mano, a stampatello, nei fogli ri-mediati in prigione e poi inviati – lettera dopo lettera – ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto, conosciuta in carcere durante un laboratorio e diventata la voce e il volto della battaglia di Alaa per la giustizia e la verità.
Perché ero ragazzo è il racconto di un viaggio fatto di speranze e pericoli, l’indecenza delle morti per mare, l’arresto, la condanna, i primi dieci anni di carcere. Alaa Faraj ripercorre la sua storia con uno sguardo prima sbigottito, poi sempre più consapevole, mantenendo una paradossale fiducia nello Stato: le indagini forse frettolose, sulla base di poche testimonianze di persone sotto shock, la vita dietro le sbarre, la voglia di studiare, la felicità di certi incontri, la necessità di resistere, la paura e la frustrazione sempre in agguato. La lotta di Faraj per la libertà è diventata la lotta di scrittori e artisti, attivisti come don Ciotti, giornalisti d’inchiesta, programmi televisivi, un’attenzione che non accenna a scemare.
Sono più di tremila le persone arrestate ne gli ultimi dieci anni in Italia come «scafisti» – nelle parole dei giudici «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane» – ma è noto che i trafficanti, quelli veri, rimangono a casa senza rischiare, spesso agendo in continuità con le autorità del loro paese, e non solo.

Alaa Faraj
foto da:
https://ultimouomo.com/perche-ero-ragazzo-libro-sellerio-estratto-alaa-faraj
SEGUE:
L’ESPRESSO 19 SETTEMBRE 2025
Gennaro Tortorelli
https://lespresso.it/c/cultura/2025/9/19/alaa-faraj-migrante-libico-perche-ero-ragazzo-libro-sellerio/57015

Alaa Faraj ed Alessandra Sciurba, coautrice del libro “Tra la legge e il diritto la giustizia tradita” insieme ad Alaa Faraj.
FOTO – L’ESPRESSO
L’odissea di Alaa Faraj, migrante, recluso e ora scrittore. Colpevole solo di “essere ragazzo”
Nei suoi dieci anni di detenzione in Italia, Alaa Faraj non ha mai voluto che i suoi genitori andassero a trovarlo dalla Libia. «Se voi venite qua io mi ammazzo», ha detto al telefono a suo fratello Ahmeida. Si vergognava. Non sopportava l’idea che lo vedessero da carcerato, nonostante la coscienza limpida, l’amore per la famiglia e la nostalgia che bruciava come la marmitta della nave, la notte in cui gli è cambiata la vita.
Alaa Faraj è uno dei ragazzi libici condannati per la “strage di Ferragosto”, in cui nel 2015 sono morte 49 persone. La Corte d’Appello di Messina, pur rigettando la revisione del processo, li ha definiti «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio» e «moralmente non imputabili». Eppure, si trovano a scontare trent’anni, vittime di un meccanismo più complesso che la legge e la politica non hanno gli strumenti e la volontà di affrontare. I veri trafficanti non salgono sulle barche, usano i passeggeri nordafricani, che vengono scambiati per membri dell’equipaggio. Intanto, subsahariani e bengalesi vengono ammassati nella stiva, nei punti più invisibili e pericolosi. Mentre morivano, Alaa non si accorgeva di nulla, stava male, vomitava, sperava che la traversata finisse il prima possibile.
E invece dopo dieci anni continua la sua odissea. E ha deciso di raccontarla. Grazie all’incontro con Alessandra Sciurba, docente all’Università di Palermo, ha trasformato un toccante carteggio in un libro, “Perché ero ragazzo” (Sellerio). «Io e Alaa ci siamo conosciuti in carcere, durante dei laboratori. Una volta conclusi, non potevamo più vederci, così abbiamo iniziato a scambiarci delle lettere. Da subito ho pensato che fossero preziose, per i contenuti e per la lingua», racconta Sciurba. Alaa scrive in un italiano imparato in carcere, forbito, ma fatto anche di imperfezioni poetiche. «Stelle luminanti», «rimango speranzioso», «ringhia difensiva», «la biblioteca fascinante e mesteriosa». Piccoli squarci nel mondo interiore di un ragazzo che ha formato parte della sua identità in Italia, dietro le sbarre, sui libri e nelle aule di tribunale. Con la scrittura chiede giustizia e ha trovato un po’ di pace: «Alla fine di una lettera mi scrive: “Ale, ma cosa mi stai facendo fare? Dove mi stai facendo arrivare?” È stato un percorso difficile per lui, ma terapeutico. Scrivere lo ha aiutato a mettere ordine nel dolore».
Inizia tutto a Bengasi, studiava ingegneria, giocava a calcio, era pieno di sogni, ma nel 2015 la guerra civile lo ha spinto a cercare un futuro altrove. Insieme a due amici, Abied e Tarek, ha preso la strada del mare, la più pericolosa. Nel racconto emerge soprattutto il senso di colpa verso i familiari, ignari di tutto, e l’attaccamento ai due compagni di viaggio. Decide di partire perché non voleva lasciarli all’ultimo momento, perché li teneva insieme un legame che si può avere solo a vent’anni. Perché era ragazzo. Da lì in poi tutto si incrina, la storia si sdoppia. La sua verità, contro le incongruenze di un processo che si regge su testimonianze raccolte a poche ore dallo sbarco, con errori di traduzione, riconoscimenti sommari e prove contraddittorie. «Questo libro», racconta l’avvocata Cinzia Pecoraro, «può raggiungere chi era a bordo, chi sa, chi magari ha raccontato le cose in modo impreciso perché sotto pressione, o perché non capiva. Più persone lo leggeranno, più possibilità avremo di portare elementi nuovi».
«Alaa ha costruito una rete», prosegue Alessandra Sciurba, «la famiglia, i suoi amici, chi ha perso la vita quel 15 agosto, a cui non smette mai di pensare, e le persone che hanno creduto alla sua innocenza». Una comunità che potrebbe abbracciarlo a Palermo, il 29 settembre, sul sagrato della Cattedrale, dove è prevista la presentazione pubblica del libro. Lì — se gli sarà concesso di partecipare — per la prima volta dopo dieci anni, li guarderà tutti negli occhi. Non l’ha mai vista la Cattedrale, ma la riconoscerà subito, esperto com’è di storia dell’arte. «Ha studiato al liceo artistico e si è appassionato al Rinascimento. Il suo sogno è visitare Firenze. E farlo da uomo libero», aggiunge Sciurba. Non è certo che il destino glielo consentirà. Un nuovo sviluppo rischia di sovrapporsi alla storia raccontata nel libro e di cambiarne, ancora una volta, il corso. L’11 settembre è stato ratificato dal Senato e pubblicato in Gazzetta Ufficiale un accordo tra Italia e Libia sul trasferimento dei detenuti.
Riguarda tutti i cittadini libici condannati in Italia, ma il riferimento più immediato è proprio ai condannati per la strage di Ferragosto. L’espulsione potrà avvenire anche senza il consenso dell’interessato, se previsto dalla sentenza di condanna. E nel caso di Alaa, l’espulsione c’è. Resta prevista la possibilità di chiedere la revisione e continuare il processo anche in caso di rimpatrio. Ma nella pratica, tra difficoltà logistiche e dubbi legittimi sulla condizione carceraria e il rispetto dello Stato di diritto in un Paese come la Libia, proseguire la battaglia legale diventerebbe molto più difficile.
«Siamo ancora in tempo», si legge nella conclusione del libro. Dopotutto, Alaa è ancora un ragazzo. Anche se la vita lo ha costretto a crescere in fretta, a fare i conti con il dolore, con la solitudine che durante l’isolamento per il Covid lo ha spinto a pensare al suicidio. Si è fermato quando le è comparso in mente il viso di sua madre. Presto potrà tornare a vederla, i suoi familiari adesso possono andare a trovarlo. Lo ha convinto Alessandra Sciurba:
«Gli ho detto: “Il figlio detenuto, ok, non lo dovevano conoscere, ma il figlio scrittore sì che lo possono rivedere”, gli si è spalancato un sorriso». Alaa è ancora un ragazzo, ma non si vergogna più.
qui trovate una piccola introduzione e un capitolo del libro che si legge con piacere:
https://ultimouomo.com/perche-ero-ragazzo-libro-sellerio-estratto-alaa-faraj

Terrificante, insopportabile questa storia, di cui non ha parlato finora nessuno.