Portuali di tutto il mondo uniti contro le guerre e il trasporto di armi, e per i salari e il carico di ore di lavoro– IL MANIFESTO 6/7 febbraio 2026 + IL FATTO QUOTIDIANO, video, 5.25 — 7 febbraio 2026

 

 

 

 

IL MANIFESTO — 6 febbraio 2026

https://ilmanifesto.it/portuali-di-tutto-il-mondo-uniti-contro-le-guerre-e-il-trasporto-di-armi

 

 

Portuali di tutto il mondo uniti contro le guerre e il trasporto di armi.

 

 

Un momento della manifestazione dei metalmeccanici genovesi durante lo sciopero generale con in testa al corteo gli operai dell’ex Ilva, foto Ansa – Foto Ansa

 

 

Per la prima volta i lavoratori portuali scioperano nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati uniti. La manifestazione è stata indetta per oggi dai sindacati Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia), Odt (Marocco) e Usb (Italia) per opporsi alle guerre nel mondo e denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari. Cortei e iniziative sono in programma in tutti i principali porti d’Europa, Nord Africa e Medio Oriente, dal Pireo a Bilbao, da Tangeri ad Amburgo. In Italia si sciopera a Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, Ancona, Civitavecchia, Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari.

I portuali hanno una lunga storia di scioperi, ma una mobilitazione così ampia non si vedeva dalle proteste dei primi anni 2000 contro le liberalizzazioni della direttiva Bolkestein. Questa volta l’iniziativa è ancora più trasversale e globale. Lo sciopero è l’apice di una serie di agitazioni contro i traffici bellici partite a Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990 che vieta l’invio di armi ai paesi in guerra. Allora il destinatario era l’Arabia Saudita che bombardava lo Yemen, poi sono scoppiati i conflitti in Ucraina e Palestina che hanno fatto crescere gli ordini di armi.

Le mobilitazioni sono aumentate di conseguenza, estendendosi a Livorno, Napoli e via via agli altri scali, fino a culminare con lo sciopero generale dello scorso settembre per la Global Sumud Flotilla.

Nonostante il divieto, varie inchieste giornalistiche hanno dimostrato il transito di armamenti dai porti italiani. Il 4 febbraio 2025 a Ravenna è stato sequestrato un carico di componenti per cannoni destinato a Israele. Analoghe proteste sono avvenute in Grecia, dove lo scorso luglio i lavoratori del Pireo hanno bloccato un carico di acciaio militare per Tel Aviv.

 

«Non vogliamo dedicare il nostro lavoro all’industria bellica», dice Markos Bekris, presidente di Enedep.

«I porti europei non possono diventare la base logistica di Israele per il massacro dei palestinesi. La mobilitazione internazionale serve a unire le voci in una protesta congiunta contro tutte le guerre, le disuguaglianze e lo sfruttamento».

I portuali in Ue sono circa 250.000 secondo la European transport workers’ federation, di cui 16mila in Italia in base a una ricerca di Randstad.

Ma la loro iniziativa punta a coinvolgere la società civile, confermando lo storico ruolo d’avanguardia di questi lavoratori nel conflitto sociale. «Il transito di armi è un problema sia legale che etico», dice José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova. «Non vogliamo essere complici di un traffico che serve a uccidere adulti e bambini innocenti».

Gli organizzatori hanno intrecciato la protesta con un altro tema universale, quello dei salari:

«Lo stipendio di un portuale va dai 1700 ai 2500 euro al mese, a seconda dei turni», spiega Nivoi. «Fino a pochi anni fa era una cifra dignitosa, ma dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina sono aumentati l’inflazione, l’energia, il cibo, i tassi sui mutui. Il rinnovo dei contratti ha previsto un aumento di 120 euro netti al mese dal 2027, che non basta a coprire il maggiore costo della vita». Tutto ciò, conclude, «mentre gli armatori hanno aumentato enormemente i loro profitti e i governi investono sul riarmo anziché sulle pensioni e i sostegni ai poveri».

I portuali sono preoccupati di perdere il lavoro anche a causa dell’automazione sempre maggiore nelle operazioni di carico e scarico. Randstad conferma che tra il 1980 e il 2020 i portuali sono diminuiti del 28%, a fronte di un aumento del traffico merci del 21%.

Di questo hanno beneficiato le grandi compagnie di navigazione come l’italo-svizzera Msc, leader col 20% della logistica marittima globale e una flotta di 963 portacontainer. Oltre cento navi sono state acquistate o noleggiate solo nell’ultimo anno grazie ai fatturati record. Nel 2022 (ultimo bilancio pubblicato) ha raggiunto gli 86,4 miliardi di euro con un utile netto di 36,2 miliardi. Disparità che riguardano non solo i portuali, ma tutti i cittadini.

 

IL FATTO QUOTIDIANO

7 febbraio 2026

video, 5.25

 

Lo sciopero internazionale dei porti contro la guerra: “Stop alle navi cariche di armi”.

 

 

 

IL MANIFESTO  7 febbraio 2026

https://ilmanifesto.it/i-portuali-non-lavorano-per-la-guerra-ampia-adesione-allo-sciopero-globale

 

 

«I portuali non lavorano per la guerra», ampia adesione allo sciopero globale

 

 

I principali porti del Mediterraneo e del Mare del Nord sono stati bloccati per tutta la giornata di ieri, per il primo sciopero internazionale dei lavoratori portuali contro le guerre e l’imperialismo. Le bandiere della Palestina erano le più numerose nei cortei organizzati in tutti gli scali marittimi più importanti d’Europa, tra cui Marsiglia, Bilbao, Pireo, Genova. Braccia incrociate anche in Nord Africa e Medio Oriente, da Mersin in Turchia a Tangeri in Marocco. Le adesioni sono arrivate oltreoceano in Sudamerica e Stati uniti.

 

La mobilitazione è stata organizzata dai sindacati Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia), Odt (Marocco) e Usb (Italia), che hanno deciso di indire un’iniziativa unitaria dopo i numerosi blocchi fatti negli ultimi mesi nei rispettivi paesi per opporsi al fitto traffico di armi destinate ai paesi in conflitto, a partire da Israele.

Sotto lo slogan «I portuali non lavorano per la guerra», i lavoratori si sono rifiutati di svolgere le ordinarie operazioni di carico e scarico per 24 ore. Tra le richieste «l’immediata fine del genocidio dei palestinesi, compiuto da Israele col supporto degli alleati Usa, Ue e Nato». Un tema che ha trovato l’appoggio di tanti cittadini e che i portuali hanno intrecciato allo sfruttamento del lavoro e all’impoverimento dei salari.

Le sigle hanno anche evidenziato la loro contrarietà «ai crescenti antagonismi tra gli Stati uniti e i loro alleati da un lato e Cina e Russia dall’altro per il controllo delle fonti di ricchezza, delle rotte di trasporto delle fonti energetiche, delle merci e delle materie prime», il cui fronte principale è proprio nei porti.

 

In Grecia si è scioperato nei porti del Pireo e di Eleusi, dove i comandanti delle navi merci hanno dovuto restare all’ormeggio per tutto il giorno. La partecipazione è stata massiccia e i lavoratori si sono radunati in mattinata davanti al teatro del Pireo.

«Imbarcazioni cariche di armamenti passano per i porti del Pireo, Alessandropoli, Lavrio, Salonicco», ha denunciato Markos Bekris, presidente dell’Enedep. «Ci vogliono complici in guerre che non hanno nulla a che vedere con gli interessi dei lavoratori. Allo stesso tempo ci chiedono di lavorare 13 ore al giorno e di accettare la flessibilità, ma con salari da fame, insicurezza, repressione e il saccheggio dei nostri fondi previdenziali».

Blocchi anche nei porti di Brema e Marsiglia, dove sono rimaste ferme alcune navi destinate al Nord Africa. Ad Amburgo un lungo corteo è partito dal terminal Hapag-Lloyd per convogliare davanti al consolato americano. Dall’altra parte dell’Atlantico l’iniziativa è stata appoggiata dal movimento statunitense Stop Us-Led War, mentre in Colombia si è manifestato davanti all’ambasciata degli Stati uniti a Bogotá.

In Italia, ha riferito Usb, la nave Virginia della compagnia israeliana Zim è rimasta al largo di Livorno col suo carico di armi e non ha potuto attraccare a causa dello sciopero.

Lo stesso è accaduto alla Zim Australia a Venezia e alla Zim New Zealand a Genova, dove in serata si è organizzato un presidio davanti al varco di San Benigno.

La nave Eagle 3 di Msc, diretta a Israele, ha deciso di non avvicinarsi nemmeno alle banchine di Ravenna dove era attesa ieri: la compagnia ha preferito cambiare rotta, mentre davanti agli uffici dell’Autorità portuale era in corso un nutrito corteo di lavoratori e cittadini. Analoghe manifestazioni si sono tenute ad Ancona, Trieste, Civitavecchia, Cagliari, Salerno, Bari, Palermo e Crotone.

Ora che è stato costituito un coordinamento internazionale, è probabile che i portuali non si fermeranno alla manifestazione di ieri. In Europa il tema degli armamenti continua a essere critico: il regolamento Ue 1236/2005 vieta l’esportazione e l’importazione ma non il transito, che è aumentato dopo lo scoppio del conflitto a Gaza.

 

I sindacati contestano anche il piano di riarmo europeo e Bekris ha criticato il programma di investimenti in armi annunciato lo scorso anno dal governo greco, che ha stanziato 27 miliardi di euro per i prossimi 12 anni: «Il popolo greco pagherà per equipaggiamenti che non servono alla difesa, bensì alle rivalità imperialistiche di Stati uniti, Nato e Ue nei confronti di Cina e Russia».

 

Per quanto riguarda Israele, solo Spagna e Slovenia hanno introdotto un embargo totale di armi e attrezzature militari verso Tel Aviv, proibendo esplicitamente anche il transito.

Negli altri paesi invece avviene regolarmente, ma i portuali non vogliono esserne complici.

 

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1 risposta a Portuali di tutto il mondo uniti contro le guerre e il trasporto di armi, e per i salari e il carico di ore di lavoro– IL MANIFESTO 6/7 febbraio 2026 + IL FATTO QUOTIDIANO, video, 5.25 — 7 febbraio 2026

  1. DONATELLA scrive:

    Mi sembra una delle poche voci che si fanno sentire contro la guerra e si ricordano della Palestina.

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