MARIO PACIOLLA, perché così pochi– specie in alto – si occupano del suo assassinio ? Fonti varie: 1. FANPAGE – 11-02-2026 ; + 2 – ANTONELLA NAPOLI, UNA BRECCIA NEL MURO DELL’OMERTA’, L’ESPRESSO 13 01 2025 / tutti i link sotto– + altro molto importante: 3. *** Caminantes – Centro Studi e Documentazione–OGGI- 19 marzo 2021

 

 

Caso Mario Paciolla, l’appello dei genitori: “C’è chi ha mentito sugli ultimi giorni di Mario, ora dica la verità”
Mentre si prepara il ricorso alla corte europea per i diritti dell’uomo, i genitori del cooperante italiano morto in Colombia rivolgono un appello a Stavroula Antara, a capo della missione Onu, e alla collega che trovò il corpo, Lara Pardo Fernandez: “Dite la verità sugli ultimi giorni di Mario”.

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A cura di Antonio Musella

 

 

 

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I genitori di Mario Paciolla non hanno smesso di lottare, Anna Motta e Pino Paciolla continuano la loro battaglia per sapere la verità sulla morte di loro figlio

Il Tribunale di Roma, dopo un primo rigetto all’istanza di archiviazione presentata dai pm, ha poi chiuso il caso come suicidio, nonostante le evidenti falle nelle indagini compiute dagli investigatori colombiani.

“Prepariamo il ricorso alla corte europea”

“Dal punto di vista giudiziario, con l’archiviazione, la vicenda è chiusa – spiega Pino Paciolla – per questo la nostra unica strada è quella di ricorrere alla corte europea per i diritti dell’uomo, stiamo ultimando il ricorso con i nostri legali”.

“I colleghi di Mario dell’ONU hanno mentito, ora dicano la verità”

 

“Ora saremo a Massa, poi a Pesaro, resta il peso di essere convinto di non aver avuto l’attenzione necessaria sul caso di Mario da parte della politica e dei media. Non tutti i media sono uguali certo, e nemmeno i politici, penso a quelli napoletani ad esempio, che ci sono sempre stati vicino. Ma quella sensazione di essere cittadini di serie B resta, ed è una sensazione molto amara”.

 

 

continua su:  FANPAGE– 11-02-2026

https://www.fanpage.it/napoli/caso-mario-paciolla-lappello-dei-genitori-ce-chi-ha-mentito-sugli-ultimi-giorni-di-mario-ora-dica-la-verita/

 

 

 

 

 

L’ESPRESSO, 13 GENNAIO 2025 —
https://lespresso.it/c/politica/2025/1/13/una-breccia-nel-muro-dellomerta/52533

 

 

 

Una breccia nel muro dell’omertà

 

 

 

FORSE, UNA MANIFESTAZIONE DELLE FARC IN COLOMBIA DOPO L’ACCORDO CON IL GOVERNO DEL  24 -11-2016

Esistono delle omissioni significative nei rapporti di alcuni membri delle Nazioni Unite in Colombia e una certa reticenza nei confronti delle testimonianze di chi vive sotto minaccia nel Paese e accusa le forze armate regolari di uccisioni arbitrarie.

Mario Paciolla, come osservatore dell’Onu, aveva raccolto le voci di chi manifestava sfiducia nei confronti del contingente e denunciava che il mandato a esso affidato fosse stato disatteso». A parlare, sotto garanzia di anonimato, è un ex funzionario dell’Unvmc, la Missione di verifica delle Nazioni Unite in Colombia, incaricata dal Consiglio di Sicurezza nel 2017 di monitorare l’andamento dell’accordo di pace e dei negoziati tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, oggi partito politico rinominato “Forza alternativa rivoluzionaria comune”.

 

«Non sempre è stata fatta la pressione necessaria sulle autorità colombiane per investigare in modo rigoroso, senza compromessi e secondo standard di indipendenza, su alcuni omicidi e massacri di civili. Come nel caso dell’ex leader delle Farc, Dimar Torres Arévalo, e di tutti coloro che, come lui, avevano creduto nel processo di pace per poi ritrovarsi vulnerabili in un contesto di continua violenza e impunità», sottolinea la fonte sostenendo che esponenti del governo hanno coperto quei crimini, «invece di garantire un futuro di stabilità in Colombia».

Mario Paciolla – morto misteriosamente a San Vicente del Caguán il 15 luglio del 2020 – lo aveva documentato, come nel caso del bombardamento nell’agosto del 2019 in cui erano stati uccisi dei minori. Per questo sarebbe stato eliminato.

 

Più di un collega ha confermato che Paciolla aveva raccolto dati sensibili, a cominciare dall’ingiustificato dislocamento forzato delle famiglie delle vittime dell’attacco, e aveva manifestato un forte fastidio per la leggerezza dei toni di “certi rapporti”, nonché per le relazioni ambigue tra alcuni peacekeeper, l’esercito e la polizia locale. Ma, soprattutto, «Mario non accettava la passività dell’Onu di fronte ai raid aerei contro i civili e all’aumento degli omicidi selettivi degli ex combattenti delle Farc», sostiene Claudia Julieta Duque, giornalista colombiana che si è occupata da subito della morte di Paciolla avanzando il sospetto che si sia trattato di un assassinio.

 

A smentire la tesi del suicidio, sostenuta dall’Unità di Investigazione speciale del dipartimento di Salvaguardia e Sicurezza delle Nazioni Unite, anche i rilievi dell’autopsia e gli elementi acquisiti dai legali della famiglia Paciolla, le avvocate Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta. Il trentatreenne napoletano, alto poco più di 1 metro e 60, si sarebbe impiccato con un lenzuolo legato a una grata sotto il soffitto. Ma, vista l’altezza, non avrebbe potuto appenderlo da solo neanche salendo su un tavolo o su una sedia.

C’è poi il ruolo oscuro di Christian Thompson Garzón, ex militare e responsabile della sicurezza dell’Unvmc. Assieme a quattro poliziotti colombiani, l’uomo era stato accusato di “inquinamento delle prove”, ma lui aveva ammesso di avere prelevato dalla stanza del collega “solo” i dossier sui viaggi nel Paese tra l’agosto 2019 e il luglio 2020 per consegnarli alla Procura colombiana.

Nonostante le tante ombre sulla morte del cooperante delle Nazioni Unite, l’inchiesta avviata dalla Procura di Roma all’indomani della scoperta del corpo sembra destinata all’archiviazione. Ma i genitori di Mario, Giuseppe Paciolla e Anna Motta, si sono opposti alla richiesta dei pm. Dal primo momento si sono mobilitati per fare luce su ciò che era davvero accaduto al figlio. L’ultima speranza è che le dichiarazioni dell’ex funzionario della Missione Onu in Colombia possano aprire una breccia nel muro alzato dalla Procura.

Non è la prima volta che vengono mosse accuse nei confronti di membri di alto profilo del contingente nel quale operava Paciolla. La testimonianza riportata da L’Espresso getta luce su un contesto allarmante, dove l’ipotesi barcollante del suicidio non è stata mai messa in discussione.

«Non si tratta solo di “speculazioni” su un possibile omicidio, ma di fatti che andrebbero opportunamente indagati», sostengono i genitori di Paciolla. «Mario è stato trovato morto nel suo appartamento pochi mesi dopo un rapporto sul controverso bombardamento, avvenuto il 29 agosto del 2019 nella frazione Aguas Claras del municipio di San Vicente del Caguán, che aveva causato la morte di sette minorenni tra i 12 e i 17 anni. Insieme ai suoi colleghi, aveva documentato le circostanze di questo attacco, in particolare esaminando il contesto in cui erano stati reclutati i ragazzi da El Cucho, un comandante dissidente delle Farc. In quel frangente, Mario si è sentito in pericolo e tradito», denunciano ancora i genitori del cooperante. I cui timori si erano intensificati quando aveva saputo che le sue relazioni erano state “passate” a senatori del governo colombiano.

 

l’articolo segue nel link dell’Espresso che ripeto sotto:

L’ESPRESSO, 13 GENNAIO 2025 —
https://lespresso.it/c/politica/2025/1/13/una-breccia-nel-muro-dellomerta/52533

 

 

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Mario Paciolla fue encontrado muerto en su apartamento en San Vicente del Caguán, el 15 de julio de 2020

MARIO PACIOLLA, foto da El Espectador

 

La giornalista d’inchiesta CLAUDIA JULIETA DUQUE,  colombiana, il 2 settembre 2020 ha pubblicato un articolo su Maio Paciolla, che è stato tradotto e pubblicato da:

 

 

 

Caminantes – Centro Studi e Documentazione–OGGI-

 

19 marzo 2021

https://m.facebook.com/notes/caminantes-centro-studi-e-documentazione/nuovi-interrogativi-sullapparente-suicidio-di-mario-paciolla-fuga-di-informazion/1204145296600738/

 

Nuovi interrogativi sull’apparente suicidio di Mario Paciolla: fuga di informazioni dalle Nazioni Unite

 

La Missione di Verifica delle Nazione Unite in Colombia si configura sempre più come il posto dove è maturato l’assassinio di Mario. L’ultimo articolo di Claudia Duque, tra i pochi che stanno svolgendo indagini sulla fine di Mario, racconta retroscena che chiamano fortemente in causa l’apparato delle Nazioni Unite, elementi della politica colombiana istituzionale e non e le immancabili Forze Armate. In uno scenario in continua evoluzione sul piano sociale con la pandemia che imperversa e lo stillicidio di esecuzioni e massacri giornalieri da parte degli attori in campo…sempre sulla testa e sui corpi di una popolazione ostaggio di poteri collusi con una criminalità dai mille volti.

 

In questo articolo Claudia Duque  svela fatti e cita persone che gli inquirenti a Bogotà, a New York e a Roma non hanno reso pubblici (non sappiamo se perché le loro indagini sono ferme ancora all’ipotesi del suicidio o per quale altro motivo) resta il fatto che l’opinione pubblica, gli amici, coloro che conoscevano Mario e forse anche la sua famiglia ad un mese e mezzo dalla morte continuano a essere tenuti all’oscuro di come procedono le indagini e gli atti giudiziari.

 

Molti hanno posto domande ne abbiamo una semplice anche noi e la rivolgiamo a tutti: QUALI SONO I RISULTATI DELLE AUTOPSIE? E PERCHE’ DOPO OLTRE 45 GIORNI NON SONO STATI RESI PUBBLICI?

 

 

 

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una delle foto più conosciute di Mario Paciolla – questa di Fanpage

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La possibile fuga di informazioni dalla Missione di Verifica dell’ONU di un rapporto di Paciolla sul bombardamento che uccise sette adolescenti apre nuovi interrogativi sull’apparente suicidio del cooperante italiano.

 

“Stanotte ascolteremo le crepe delle storie delle grida degli strangolati di notte nella notte”, Nathalie  Hand -poetessa e scrittrice 

Immagine di Zeitgeist | From Bethlehem to New York: These are the places poet Nathalie Handal draws her inspiration from

Nathalie Hand    Foto The Bartley

 

Nel novembre del 2019, mentre era in vacanza a Napoli, Mario Paciolla chiese di cancellare le sue poesie da vari siti web culturali francesi e italiani, eliminò fotografie personali e familiari dai suoi social network, impostò l’account Facebook in modalità privata, cambiò password e, anche se lasciò aperti gli account Twitter, eliminò i suoi tweet. Contemporaneamente, chiese a un amico di realizzare una copia di sicurezza dei file del suo computer, e al padre, Giuseppe Paciolla, di separare la connessione internet fino a quel momento condivisa tra il suo appartamento e la casa di famiglia.

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L’ex ministro della Difesa

 

Tra il 19 e il 21 novembre, di nuovo in Colombia, Mario Paciolla confidò a varie persone a lui vicine che lui e alcuni colleghi della Missione di Verifica delle Nazioni Unite assegnati all’ufficio di San Vicente del Caguán (Caquetá) avevano subito attacchi cibernetici dopo lo scandalo che due settimane prima aveva provocato la caduta dell’allora ministro della Difesa, Guillermo Botero .

 

Il cooperante [nota del traduttore: l’autrice dell’articolo usa il termine “volontario”. Tuttavia, il “volunteer” con cui era inquadrato nelle Nazioni Unite è meglio assimilabile a un cooperante/funzionario] dell’ONU aveva documentato, insieme ai colleghi della Missione, i dettagli del bombardamento del 29 agosto nella frazione Aguas Claras del municipio di San Vicente del Caguán, contro l’accampamento di Rogelio Bolívar Córdova, alias Gildardo el Cucho, in cui erano morti sette minorenni fra i 12 e i 17 anni. Grazie ad alcune inchieste si è poi saputo che altri ancora erano stati giustiziati da vicino.

 

Con il rigore che lo contraddistingueva, Mario Paciolla fu uno degli incaricati di verificare le circostanze del bombardamento, in particolare la morte degli adolescenti reclutati da el Cucho, comandante dei dissidenti dei fronti 7, 40 e 62 delle FARC, così come il successivo desplazamiento forzato delle loro famiglie e le minacce al personero [rappresentante della comunità incaricato della difesa dei diritti umani e della vigilanza sulla condotta di chi disimpegna funzioni pubbliche] di Puerto Rico, Herner Evelio Carreño, che in precedenza aveva informato le Forze Armate del reclutamento di minorenni nella zona.

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Senatore del Partito sociale della Unità Nazionale

 

Paciolla – trovato morto nel suo appartamento lo scorso 15 luglio, otto mesi dopo l’incidente – si sentiva in pericolo, tradito, incollerito con i superiori, e informò gli amici più stretti di aver richiesto il trasferimento in un altra sede della Missione dopo essere venuto a sapere che, per decisione di Raúl Rosende, direttore dell’area di Verifica dell’organismo, stralci dei suoi rapporti erano giunti fra le mani del senatore del partito della U Roy Barreras,le cui denunce nella seconda mozione di sfiducia a Botero, il 5 novembre, avevano assestato un colpo decisivo alla cupola militare e forzato la rinuncia del ministro.

 

La fuga di informazioni

 

Durante il suo mandato al Ministero, Botero ( min. della Difesa ) fece lobbing perché il mandato della Missione, che è rinnovato ogni settembre, non fosse approvato per il 2019, il che generò un certo malcontento. Alcune fonti assicurano che più di una volta l’ex-ministro si rifiutò di ricevere la Missione, e che nella prima riunione ufficiale con il messicano Carlos Ruiz Massieau, massimo responsabile dell’organismo, lo ringraziò per il lavoro svolto e al termine della seduta sentenziò: “Ora continuiamo noi”, espressione interpretabile come un congedo anticipato per decisione delle Forze Armate.

 

La decisione di far filtrare le informazioni sul bombardamento, di natura sensibile e confidenziale, fu presa nelle ultime settimane di ottobre da alcuni funzionari, che, coordinati da Rosende, selezionarono la documentazione utile per il dibattito sulla mozione di sfiducia mossa dal senatore Barreras in seguito all’assassinio  del desmovilizado (ex guerrigliero) Dilmar Torres [nota del traduttore: il nome corretto è Dimar Torres] nel Catatumbo e ad altre denunce di violazione dei diritti umani da parte delle Forze Armate dopo la firma dell’Accordo di Pace con le FARC, nel novembre del 2016.

 

La fuga di informazioni destinate al senatore Barreras – che infrangeva le norme della Missione – non fu consultata con Ruiz Massieau, date le riserve interne sul suo conto dovute alla presunta vicinanza con il governo di Iván Duque e l’uribismo. Non era la prima volta che Rosende nascondeva informazioni a Ruiz Massieau. Come responsabile delle delegazioni regionali e locali della Missione, l’uruguagio negò al proprio capo l’accesso ai rapporti.

“L’informazione vale oro e chi la maneggia a proprio piacimento è Raúl Rosende“, rivela una fonte.

 

L’occultamento a Ruiz Massieu e il pericolo che la fuga di informazioni implicava per i funzionari che avevano raccolto sul campo informazioni sul bombardamento – tra i quali Mario Paciolla – generarono una divisione interna alla Missione durante le settimane successive al dibattito. C’era chi celebrava la caduta del ministro e chi, prevedendo eventuali ritorsioni delle Forze Armate, protestava per la fuga di informazioni e la rottura dei canali ufficiali di comunicazione con il Governo.

 

A tal proposito Roy Barreras ( Senatore del Partito sociale della Unità Nazionale ), presidente della Commissione di Pace al Senato, ha negato di aver ricevuto materiale dalla Missione di Verifica dell’ONU sul bombardamento del Caguán, e ha ripetuto che le sue fonti sono stati ufficiali dell’Esercito scontenti della condotta dei militari e degli abusi contro i diritti umani che sono stati materia di dibattito pubblico: “Ignoro come abbiano ottenuto loro le informazioni, ma posso assicurare con assoluta certezza di non aver ricevuto dalla Missione alcun documento né per questo né per altri dibattiti”.

 

La Missione, da parte sua, ha rifiutato di rispondere alle domande formulate da chi scrive per fare luce sul caso ( cioè Claudia Julieta Duque ). Oltretutto, Ruiz Massieau  ( responsabile dell’Onu ) l’ha bloccata su Whatsapp. La Capo Ufficio Stampa dell’organismo, Liliana Garavito, si è limitata a riportare la dichiarazione di Farhan Haq, portavoce di Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, diramata il 3 agosto a New York dopo i due articoli de El Espectador che avevano denunciato l’ostruzione alla giustizia nel caso di Mario Paciolla e l’alterazione del luogo dov’è morto il cooperante.

 

Ciononostante, sette fonti altamente credibili interne alla Missione, che hanno accettato di parlare a patto di restare anonime, hanno rivelato dettagli minuziosi – che chi scrive rinuncia a pubblicare per non metterle in pericolo – sulle discussioni e lo scambio di mail criptate nei giorni precedenti al dibattito del 5 novembre, sull’esultanza per la rinuncia di Botero, sui conflitti interni causati dalla fuga di informazioni e sul ruolo di Mario Paciolla nelle ricerche sul bombardamento, così come sull’attacco di hacker subito da vari funzionari della Missione.

 

È in questo contesto che Mario Paciolla iniziò a confessare di sentirsi “tradito”, “usato”, e “sporco” nella Missione, e si preoccupò di eliminare ogni sua traccia dal web. “Voglio che nessuno possa dire che sono amico di qualcuno o possa mettermi in relazione con qualcun altro su Facebook”, affermò a fine dicembre. Come dargli torto:

il suo lavoro era stato usato per infliggere un attacco politico di grande portata che aveva fatto cadere il ministro della Difesa ed esposto a gravi pericoli gli autori della verifica sul campo.

 

Il cooperante partì per l’Italia il 23 novembre e tornò in Colombia il 27 dicembre, per riprendere il lavoro a San Vicente del Caguán all’inizio di gennaio, e qui chiese il trasferimento. Lo scorso 11 luglio comunicò alla famiglia di sentirsi in grande pericolo e di voler tornare presto. Quello stesso giorno, in una conversazione in chat con un amico, Paciolla scrisse in italiano: “Voglio dimenticare per sempre la Colombia. La Colombia non è sicura per me. Non voglio mettere più piede in questo paese, né nell’ONU. Non fa per me. Ho chiesto il trasferimento da un po’ e non me l’hanno dato. Voglio una nuova vita, lontano da tutto”.

 

Il comitato di intelligence della Missione

 

Un mese prima della rinuncia del ministero della Difesa, Guillermo Botero, prima delle elezioni regionali di ottobre 2019, un’altra fuga di informazioni in Antioquia mise in pericolo il personale sul campo della Missione, per la maggior parte volontari ONU, che aveva consegnato un rapporto in cui si ipotizzava la responsabilità delle Forze Armate in un attentato inizialmente attribuito alla guerriglia dell’ELN.

Il comitato di intelligence della Missione

 

Un mese prima della rinuncia del ministero della Difesa, Guillermo Botero, prima delle elezioni regionali di ottobre 2019, un’altra fuga di informazioni in Antioquia  ( è uno dei 32 dipartimenti della Colombia  che ha come  capitale è Madellìn, blog) mise in pericolo il personale sul campo della Missione, per la maggior parte volontari ONU, che aveva consegnato un rapporto in cui si ipotizzava la responsabilità delle Forze Armate in un attentato inizialmente attribuito alla guerriglia dell’ELN.

 

 

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Francesc Claret, Jefe de la Oficina Regional Medellín

 

Il rapporto di verifica, realizzato nel formato stabilito dall’ONU, in cui sono riportati i nomi degli autori e alcuni dettagli che permettono la tracciabilità delle fonti, fu fatto arrivare al generale Juvenal Díaz Mateus, [nota del traduttore: qui una biografia del generale] comandante della Quarta Brigata dell’Esercito.

Nel leggerlo, Díaz andò su tutte le furie e chiamò il direttore della Missione in Antioquia, il catalano Francesc Claret. Furono tali le rimostranze delle Forze Armate e il timore generato dalla telefonata del generale, che lo stesso Raúl Rosende partì immediatamente per Medellín ( Antioquia ) per ricomporre il rapporto con la brigata e calmare i membri della Missione.

 

Questo evento si aggiungeva ad altri simili avvenuti negli ultimi due anni in diverse zone del paese, che, seppur con minori ripercussioni, hanno accresciuto la sensazione di mancata protezione nel

personale della Missione incaricato di verificare l’adempimento dei punti 3.2 e 3.4 dell’Accordo di Pace fra Governo e FARC: reintegrazione nella vita civile e garanzie per la partecipazione politica, garanzie di sicurezza e lotta contro le organizzazioni e le condotte criminali.

 

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Ómar Cortés Reyes, collaboratore della Missione dall’epoca del francese Jean Arnault

 

Secondo alcune fonti della Missione, tutti gli incidenti di fuga o trapelamento di informazioni hanno avuto un denominatore comune: il capitano della Marina ritirato dall’esercito Ómar Cortés Reyes, collaboratore della Missione dall’epoca del francese Jean Arnault, che nonostante il ruolo da consulente riceve via mail i documenti di verifica della Missione, a cui possono accedere solo gli autori, i superiori diretti in ogni regione e un numero ristretto di funzionari di alto livello a Bogotà. Nelle mani sbagliate, questi rapporti possono compromettere la sicurezza del personale della Missione, poiché si tratta di relazioni quotidiane, settimanali e bisettimanali, oltre che documenti situazionali e schede di verifica di carattere confidenziale.

 

Cortés Reyes, il cui grado è quello di tenente colonnello, è stato uno dei sette militari della subcommissione tecnica per la cessazione del conflitto al tavolo dei negoziati de L’Avana, impegnato in particolare nella definizione dell’armistizio e dela consegna delle armi. È stato direttore dell’Intelligence della Marina Militare e, con questo ruolo, è stato membro della Giunta di Intelligenza Congiunta (JIC), massimo organismo deputato all’elaborazione delle analisi di intelligence e controintelligence per la presa di decisioni di alto livello da parte del governo nazionale, decisioni legate anche ad operazioni militari e alla sicurezza nazionale.

 

Cortés e il suo diretto superiore nella Missione, il peruviano Yhon Medina Vivanco, capo dell’area di Garanzie di Sicurezza, condividono con l’alto comando i rapporti dei funzionari sul campo con l’idea di voler costruire un rapporto di fiducia con i militari. “Ci usano per consolidare relazioni politiche di alto livello e ci mettono in pericolo con un maneggio irresponsabile di informazioni sensibili, il cui unico risultato è il rafforzamento di procedure di intelligence contro di noi originate nella stessa Missione”, assicura un funzionario ritiratosi dall’organismo dopo una situazione simile a quella sofferta da Mario Paciolla.

 

Il mouse di Mario Paciolla

 

Così come le indagini interne alla Missione, quelle della Procura sul caso di Mario Paciolla non sembrano avanzare molto. Il mutismo dell’istituzione, che sembra confermare il patto di silenzio fra le autorità colombiane, l’ambasciata italiana e la Missione denunciato da Maurizio Salvi, corrispondente dell’ANSA in America Latina, non ha però evitato che tanto in Italia quanto in Colombia si venissero a sapere particolari come quelli denunciati da El Espectador sulla distruzione di prove nell’appartamento dov’è morto il cooperante.

 

L’ultimo dettaglio è legato al ritrovamento nella sede ONU di Bogotá del mouse del computer di Paciolla, che funzionari del Dipartimento di Sicurezza e Protezione delle Nazioni Unite avevano prelevato con altri effetti personali il 16 luglio, un giorno dopo la morte del cooperante, coordinati, secondo il giornale italiano La Repubblica, dal Responsabile della Sicurezza della Missione nel Caguán, l’ex-militare ritiratosi dall’esercito Christian Leonardo Thompson Garzón.

 

Il dispositivo appare nell’inventario inviato dalla Missione ai genitori di Paciolla, che, però, nonostante gli annunci dell’ONU da New York, non hanno ancora ricevuto nessuno degli effetti personali del figlio. Quello che finora non si sapeva è che secondo un’analisi realizzata da funzionari della Procura il mouse era impregnato di sangue e che, nonostante questo, fu ripulito e prelevato dall’ONU dall’abitazione di Mario Paciolla, ubicata nel quartiere Villa Ferro del municipio di San Vicente del Caguán.

 

Il ritrovamento del mouse nella sede centrale della Missione è stata confermata da tre fonti dell’organizzazione, indignate dalle grosse responsabilità di Christian Thompson, ufficiale ritirato dall’Esercito colombiano e, prima di iniziare a collaborare con l’ONU, consulente in temi di sicurezza di varie multinazionali in giro per il mondo.

 

Germán Romero, avvocato in Colombia della famiglia Paciolla, sostiene di non sapere del ritrovamento del mouse sporco di sangue negli uffici della Missione a Bogotá, poiché non ha avuto ancora accesso al fascicolo completo, né sa se elementi come il rapporto sul bombardamento contro el Cucho o la presenza del capitano Cortés Reyes sono ventilati nel processo penale.

 

Nella Missione poche cose sono cambiate, ad eccezione della chiusura dell’ufficio di San Vicente del Caguán, giustificato come una misura precauzionale per evitare nuove situazioni di estrema pressione che potrebbero causare “un altro suicidio”. Ruiz Massieau è criticato sottovoce dai colleghi per la sua passività, la mancanza di leadership e l’incapacità di ripulire un’organizzazione dove si moltiplicano indagini interne poi archiviate, oltre a trasferimenti e promozioni di funzionari per convenienza, per non parlare del timore latente e del silenziamento di fatto che si è imposto dopo il decesso di Mario Paciolla.

 

La Procura continua a tacere.

 

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Auspichiamo la massima diffusione chiediamo solo di citare la fonte per rispetto di chi ha svolto il lavoro di traduzione.

I link e le foto a corredo di questa nota sono a cura di Caminantes-Centro Studi e Documentazione e sono tratte dal web.

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