LAURETO RODONI 24 febbraio 2026 alle 22.01 — grazie ! / link sotto — Da ‘Notizie dal diluvio’ di Angelo Maria Ripellino. + una pittura di un autore polacco- ++ altro altro

 

 

 

ARIEL, uno dei suoi vari gatti, credo la preferita perché ha dei colori stupendi, ma non so.
foto dal suo:

*** è un posto stupendo dove ri-crearsi.

FACEBOOK  / link

 

 

Da ‘Notizie dal diluvio’ di Angelo Maria Ripellino.

Dipinto di  STANISLAW IGNACY WITKIEWICZ, nato a Varsavia il 24 febbraio 1885 e morto suicida a Jeziory il 18 settembre 1939. Era drammaturgo, filosofo, scrittore e pittore.

• Vita, non abbandonarmi. Comunque tu sia, cactus, coltello, daga, cappio, ferro in fuoco, oscurità, malsanìa, sei sempre vita, e frullina e leggiadra e civetta: anche se nonostante, continuo ad amarti.

Comunque tu sia, laida e scrignuta e streghesca e malvagia, sei sempre vita, e preziosa nel mio lapidario.

Verde riviera, non abbandonarmi: anche se involto d’atroce malinconia, non voglio smarrirti, zitella dal fiato pesante, guercia bigotta, garrula becchina, tu rogna e affrancatura, tu amore, mia vita, tu limpida vita, tu vita inimica, ma vita.

 

Stanisław Ignacy Witkiewicz (1885–1939. titolo :  Composizione fantastica (Visione con maschere), 1920
olio su tela
Espressionismo

Museo Nazionale di Varsavia — vedi, se vuoi, al fondo

una foto appena più dettagliata e più chiara

 

dal Facebook di   Slawomir Dobrzansk- 6 agosto 

 

 

Poland, Lodz, The Fight, 1921-22, oil on canvas

La lotta, 1921-22- olio su tela
(Photo By DEA / M. E. SMITH/De Agostini via Getty Images)

 

 

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Copertina del libro Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde di Angelo Maria Ripellino

Einaudi  2007
Collezione di poesia
pp. XXXII – 348
€ 18,00

( vedi al fondo nota 2 .. se ci arrivi.. )

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IL MANIFESTO  16 maggio 2021– ALIAS
https://ilmanifesto.it/ripellino-acrobazie-barocche-contro-il-diabete

 

 

Ripellino, acrobazie barocche contro il diabete

 

Angelo Maria Ripellino è stato un fortunato slavista e uno sfortunato poeta. Un destino beffardo, il suo, visto che l’etichetta di «slavista» Ripellino l’ha sempre portata con fastidio. D’altro canto, mentre i capolavori del critico (Il trucco e l’anima, Praga magica) e del traduttore (di Blok, Pasternàk e Majakovskij tra gli altri) continuano ad attirare l’attenzione dei lettori, la sua poesia non è mai davvero entrata nel canone del Novecento: Ripellino non è un poeta facilmente antologizzato né ha goduto, fino ad oggi, di edizioni annotate.

È grazie alla riproposta del suo penultimo libro di poesie, in origine pubblicato da Einaudi nel 1976: Lo splendido violino verde, a cura di Umberto Brunetti, con due scritti di Corrado Bologna e Alessandro Fo (Artemide, pp. 304, € 30,00), che finalmente e per la prima volta una raccolta ripelliniana viene accompagnata da un commento.

 

 

Lo splendido violino verde - Angelo Maria Ripellino - copertina

Artemide 2021

 

 

Nell’introduzione Brunetti passa in rassegna lo stato degli studi sul Ripellino lirico e le carte d’archivio – preziosi inediti che fanno da avantesto alla raccolta –, offrendo da subito una mappa per aggirarsi nel «viluppo» dei versi. Ci si addentra nel loro stile, ad esempio, espressionista e barocco, sostenuto dall’«inesausto gioco delle allitterazioni» e da un gusto marcato per la paronomasia («il male è miele» si legge nella quarta lirica, con allusione al diabete che affliggeva il poeta). O ancora, risalendo lungo la dorsale novecentesca, si va alla ricerca dei modelli, tra cui spiccano i progenitori crepuscolari, dal Gozzano che fa rimare «Nietzsche» con «camicie» (e Ripellino chiude il libro sulla rima Schygulla: Nulla), al Palazzeschi del Controdolore e della «gioia saltimbanca della vita» (per rubare a Ripellino il titolo di un saggio su Marc Chagall), la cui attitudine spicca nella lirica più breve, la numero 72: «Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia, / questa eterna altalena tra ebbrezza e malore. / Il mio rammarico è forse volontà di commedia. / Grande è la buffoneria del dolore».
È un tema, questo del poeta-saltimbanco, che non solo dona alla poesia un certo potere esorcizzante nei confronti della malattia, ma anche imparenta l’autore con ben più lontani e illustri antenati: i simbolisti francesi, da Gautier all’Arlecchino Trismegisto di Apollinaire, e soprattutto al Vecchio saltimbanco di Baudelaire, alter ego e tragica incarnazione del poeta nella società moderna. Su questa discendenza insiste Corrado Bologna nel saggio premesso al volume, nel quale – un po’ come accade negli affondi critici ripelliniani – il tono assume una vivacità da ballata: dopo aver ripercorso le ragioni estetiche e stilistiche della poesia di questo grande irregolare, egli arriva a indagare gli effetti per così dire escatologici della commistione bifronte di gioia e dolore, di buffoneria e di tragedia, sulla scorta delle pagine di un gioiello della critica novecentesca caro allo stesso Ripellino, il Portrait de l’artiste en saltimbanque di Starobinski. È del resto pensando a Baudelaire e ai Fiori del male che Bologna ritraduce le liriche ripelliniane in Fiori della malsanìa, una malsanìa che è parola-chiave nella poetica dell’autore e che si fa fil rouge, nell’esplodere del diabete e nell’avanzare della tubercolosi, dello Splendido violino verde.
Lo scavo di Brunetti ricostruisce l’evoluzione dei principali percorsi tematici della raccolta (non solo la malattia, ma anche l’incapacità di amare, il senso di vecchiaia precoce, la riflessione sul valore dello scrivere versi): attraverso i puntuali rimandi interni, approntati per ogni lirica, spicca la costruzione dello Splendido violino verde come vero e proprio libro di poesia. Acquistano rilievo, allora, i testi incipitari e conclusivi: ad esempio la prima lirica della seconda sezione, dove Ripellino si cala nei panni del suonatore del «magico violino verde», uno strumento che alla fine del libro risulta ormai «in fiamme» ma su cui si può ancora continuare a suonare prima che sia troppo tardi, «prima che cada il sipario come una ghigliottina».
Dietro al titolo della raccolta si cela il ricordo di un quadro di Chagall, Il violinista verde, e le arti pittoriche giocano un ruolo di non poco conto nella particolare tecnica figurale ripelliniana, nutrita di immagini di Klee e di Magritte (nella prima sezione alla «gioia» si oppone ad esempio, con scatto analogico, l’«obbrobrio» di una «notte-Goya»). È proprio nel continuo riferimento al mondo delle arti che il commento di Brunetti mostra una delle sue qualità peculiari. A emergere è un dialogo costante non solo con la pittura, ma anche con la musica, il teatro e il cinema: si pensi ancora all’apostrofe a Hanna Schygulla, l’attrice di Fassbinder, che chiude la raccolta (e la cui foto troneggia sulla copertina della nuova edizione).
L’apparato di note diventa poi uno strumento fondamentale per decodificare il sistema poetico di Ripellino quando la densità culturale aumenta: i riferimenti ai suoi modelli-feticci, talvolta cripto-citazioni o dialoghi impliciti, vengono puntualmente chiosati con l’aiuto delle agende manoscritte e delle prose ripelliniane (un merito, questo, che va a sommarsi agli altri del presente lavoro).
Lo splendido violino verde compendia le «reliquie» di una personale «tassonomia scombinata»: radunando le ossessioni e le immagini variopinte dell’universo di Ripellino, si rende il punto più profondo toccato dalla sua parabola poetica. Non è un caso che la scelta del commento sia ricaduta proprio su questa raccolta di cui è facile innamorarsi a prima lettura, come è successo appunto a Brunetti e come è accaduto anche ad Alessandro Fo, che chiude il volume risalendo «la corrente dei ricordi personali, per testimoniare (…) quanto decisivo possa essere (…) l’incontro con un libro». Questa edizione annotata, c’è da augurarselo, non potrà che incentivare la riscoperta e l’approfondimento di tutta quanta la poesia di Ripellino, rendendo così più vicino a realizzarsi il sogno che ne sigillava il libro: «che il nome / fra tanto oblio sopravviva»( 2).

(2) come avrete notato, ma lo ricordo per i miei cari distratti, sia la citazione di Hanna Schygulla che l’ultimo verso nell’ultima riga sono della poesia stampata nella copertina di Einaudi proprio all’inizio

 

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nota:

IL MUSEO NAZIONALE D’ARTE DI VARSAVIA

 

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L’edificio principale del Museo
Muzeum Narodowe w Warszawie – Opera propria

 

Rakoon – Opera propria

entrambe le foto sono di:
https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:National_Museum_in_Warsaw?uselang=it#/media/File:Muzeum_Narodowe_w_Warszawie.jpg

 

testo e foto che seguono sono dal link di Brundarte / link anche in fondo

 

Il Museo Nazionale di Varsavia fu originariamente fondato nel 1862 come Museo di Belle Arti ed è attualmente uno dei musei d’arte più antichi del paese. Dopo che la Polonia riconquistò la sua indipendenza nel 1918, al Museo Nazionale fu assegnato un ruolo di primo piano per il nuovo stato e la sua capitale, Varsavia, e l’edificio modernista in cui risiede attualmente fu eretto tra il 1927 e il 1938. Oggi, il Museo Nazionale di Varsavia vanta una collezione di circa 830.000 opere d’arte provenienti dalla Polonia e dall’estero, dall’antichità ai giorni nostri, tra cui dipinti, sculture, disegni, stampe, fotografie, monete, nonché oggetti utilitari e di design.

Durante l’occupazione nazista di Varsavia, il Museo Nazionale subì un destino tragico e cruento, come molte altre istituzioni culturali polacche: i nazisti depredarono sistematicamente il museo, portando via opere d’arte di inestimabile valore. Queste opere vennero inviate in Germania per arricchire le collezioni private di alti funzionari nazisti o per essere vendute sul mercato nero. Oltre al saccheggio, l’edificio del museo subì danni significativi a causa dei bombardamenti e degli scontri armati che caratterizzarono l’occupazione e l’Insurrezione di Varsavia. Molte opere d’arte furono distrutte o danneggiate in modo irreparabile. Gli edifici museali vennero utilizzati dai nazisti per scopi diversi da quelli culturali, come magazzini o alloggi per le truppe. Nonostante le atrocità commesse dai nazisti, alcuni polacchi rischiarono la vita per salvare le opere d’arte del museo. Esperti e appassionati d’arte nascosero opere in luoghi sicuri, cercando di proteggerle dalla furia distruttiva dei tedeschi.

 

Dopo la fine della guerra, si avviò un lungo e complesso processo di recupero delle opere d’arte trafugate e di ricostruzione del museo. Molte opere, purtroppo, andarono perdute per sempre. Sotto la direzione di Stanisław Lorentz, il museo visse una profonda riorganizzazione, diventando un’istituzione centrale per la cultura polacca e acquisendo numerose collezioni. Lorentz ha anche giocato un ruolo cruciale nella ricostruzione di Varsavia, utilizzando le opere del museo, in particolare i dipinti di Canaletto, come modelli.

 

 

 

 

Se avete tempo e voglia di  vedere opere bellissime, quasi tutte di origine polacca, aprite il link sotto da cui abbiamo tratto le notizie:

il titolo è:

Galleria dell’Arte Medievale

 

Il Museo Nazionale di Varsavia: un viaggio attraverso la storia e l’arte polacca

 

 

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video, 2.40

Fassbinder – Le Lacrime Amare di Petra Von Kant – 1972

postato da :

Simona Trucchia

https://www.youtube.com/@simonatrucchia7988

 

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