Ornella Cioni, Articolo 21 – 9 febbraio 2026 : SUAD AMIRY ( Damasco, 1951 ) : Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea. Mondadori, 2020 – La Nakba raccontata da Suad Amiry–+ altro vario

 

 

 

 

Articolo21

Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea. La Nakba raccontata da Suad Amiry

 

 

 

Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea - Suad Amiry - copertina

Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea. La Nakba raccontata da Suad Amiry

 

Suad Amiry at GSAPP Conference, 2014.

 

Sito di Riwaq: www.riwaq.org–   Riwaq (in arabo “porticato”) è un centro di conservazione dell’architettura, fondato dall’autrice, che si dedica a tutelare e riportare in vita edifici e centri storici in villaggi e città dei Territori occupati e di Gaza. Lo fa coinvolgendo i giovani e le comunità locali, oltre che promuovendo diverse attività di valorizzazione del patrimonio culturale palestinese.

 

Suad Amiry, nata a Damasco nel 1951 da madre siriana e da padre originario di Giaffa,  è architetta, scrittrice e fondatrice del Riwaq Center for Architectural a Ramallah. Nel 2024 ha vinto il premio internazionale Viareggio Versilia con l’opera tradotta in molte lingue “Sharon e mia suocera”(2023), un diario di guerra che racconta le ripetute invasioni di Ramallah tra il 2001 e il 2002.

Il tragico evento della Nakba del 1948 ha ispirato “ Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea”, pubblicato nel 2020 e ristampato da Mondadori nel 2025. Titolo curioso per una storia che  si svolge tra il 1947 e il 1951 e narra la Nakba (la catastrofe per i Palestinesi)  come si abbatte sulla città di Giaffa e sulle vite di due adolescenti.

Nel 1947 Shubi è un ragazzo di sedici anni che vive con la sua numerosa famiglia  a El Manshiyyeh, la zona più grande di Gaffa, che “ si estendeva dalla Torre dell’Orologio fin su a nord verso Tel Aviv”.

 

Il padre e il fratello maggiore  lavorano in uno dei tanti aranceti che prosperano nella zona est della città e nonostante il padre gli ripeta che le arance sono il vero oro  e l’orgoglio di Giaffa, egli ha preferito lavorare presso una piccola officina  per trenta piastre al giorno. Shubi è’ un ragazzo intelligente e pieno di sogni, un piccolo genio della meccanica, che fin da bambino amava smontare e rimontare con grande abilità gli oggetti  dando loro un diverso aspetto e sapendoli poi riportare al loro aspetto originario. Si aspetta di fare molta strada con la sua abilità, ma da un po’ di tempo ha anche un altro grande sogno: si è innamorato perdutamente di Shams, la figlia tredicenne di un collaboratore del padre, a cui pensa continuamente.

 

L’aveva vista la prima volta alla grande  festa di Mawsim El Nabi Rubin, “il momento più magico dell’anno, perfetto per l’amore”, quando la ragazza, col suo sguardo nocciola e il suo sorriso, lo ha fatto impazzire.  Shubi sa che sono  giovani, ma è disposto ad aspettare e sogna solo di sposarla. Le cose sembrano mettersi al meglio quando un giorno si presenta all’officina in cui Shubi lavora Kawaja  Michael, uno dei maggiori proprietari di aranceti della città. Il ricco commerciante ha bisogno di qualcuno capace di riparare un grave guasto all’impianto idraulico del suo aranceto, che, se non aggiustato al più presto,  comprometterebbe il raccolto.

 

M’allem Mustafa, il proprietario dell’officina, raccomanda al ricco proprietario Shubi facendogli molti complimenti. Kawaja Michael non perde tempo, carica in macchina Shubi  e lo porta all’aranceto, promettendogli, se saprà riparare il guasto, oltre a cinquanta piastre, un regalo personale: un abito di pura lana inglese di Mancheser come quelli che lui indossa abitualmente, un capo che costerà sulle otto sterline, cifra che il ragazzo non riuscirebbe a risparmiare nemmeno in un anno di lavoro. Shubi si dimostra all’altezza del difficile compito e Kawaja Michael mantiene la promessa: Shubi avrà un elegantissimo abito di flanella grigia con una sottile riga rossa. Il dono non solletica solo la sua vanità di ragazzo, ma rappresenta per lui la prima tappa di tutto ciò che vuole conseguire nella vita e la premessa per realizzare il suo sogno d’amore: quello sarà il suo abito da sposo. Per il momento però Shubi non rinuncia alla soddisfazione di sfoggiare per un giorno il suo abito nuovo e di spingersi nei più noti caffè della città  immaginando per una volta di essere ricco come coloro che li frequentano abitualmente.

 

Ma presto i suoi risparmi si assottigliano e decide di recarsi dal suo amato zio Habeeb, pecora nera della famiglia per le sue scelte di vita, per farsi dare  un piccolo  prestito per godersi la giornata. Ma lo zio Habeeb vorrà fare qualcosa di più e decide che sia giunto il momento dell’ ingresso del nipote nell’età adulta e di svezzarlo alla sessualità affidandolo alle cure della mitica Shoshanna nel bordello che lui frequenta.

 

Presto giunge l’estate e  Shabi, come migliaia di persone si reca con la famiglia al villaggio di El Nabi Rubi, vicino a Giaffa, famoso per il santuario dedicato a Ruben, figlio di Giacobbe, dove si giunge in pellegrinaggio e si assiste al rito del Kisweh, la tomba sacra ricoperta da un drappo verde con ricami dorati, sotto la quale si passa per ricevere la benedizione.

Le famiglie si trasferiscono lì con tutto il necessario per trascorrere un mese di villeggiatura in una sorta di tendopoli in cui dopo i riti sacri si svolge un festival con ogni tipo di intrattenimento: giochi, canti, balli, ma anche ottima occasione per incontrarsi e combinare affari e matrimoni. Shabi parte con la sua famiglia, certo di incontrare lì di nuovo Shams  e per questo non trascura di portare con sé il famoso abito inglese, col quale conta di fare colpo sulla ragazza, anche se la flanella non è molto adatta alla stagione.  Shabi mette in atto ogni strategia per fare amicizia col fratello della ragazza e creare occasioni di incontro.

Si improvvisa costruttore di coloratissimi aquiloni che gli porteranno l’ammirazione e gli intensi sorrisi della ragazza; riuscirà perfino a portarla al cinema insieme ai fratelli e alle sorelle e a stringerle la mano nel buio; una sera infine potrà mostrarsi col suo abito inglese,  confidarle i  suoi progetti di matrimonio e  stingerla in un bacio appassionato. Ma un mese passa in fretta “In meno di quarantotto ore la tendopoli  aveva lasciato spazio all’immensa distesa di sabbia circondata dalle dune. In mezzo al nulla si stagliavano la tomba sacra e la moschea. Il luogo sacro del profeta Rubin era di nuovo vuoto e abbandonato come il cuore di Shabi”. Specialmente nella prima metà del libro, oltre ai due ragazzi, protagonista è la città di Giaffa che la scrittrice ci descrive sapientemente, nei suoi quartieri e nei suoi antichi monumenti, da diverse prospettive.

Quella della strana mappa mentale e materiale in cui M’allem Mustafa, il proprietario dell’officina in cui lavora Shubi, divideva la città geograficamente e socialmente per fasce tariffarie che corrispondevano al reddito degli abitanti dei diversi quartieri. Ci mostra poi la città vista da est,  seguendo lo sguardo di Shubi quando si reca alla piantagione di Kawaja Michael e “Davanti ai suoi occhi si estendeva un oceano verde – molto diverso dall’azzurro del Mediterraneo a cui era abituato”. Da quell’insolito punto di vista  la città gli pareva rovesciata e capiva anche perché  chi  abitava le diverse zone, commercianti e pescatori laggiù al porto, avessero idee e visioni diverse della vita e della politica e non andassero mai d’accordo.  L’autrice, attraverso la passeggiata di Shubi con l’abito nuovo, ricostruisce anche la zona dei  più noti caffè della città a quel tempo, frequentati da ricchi, artisti,  intellettuali.

Ma Giaffa è attraversata da tempo da gravi tensioni politiche, che vengono raccontate anche attraverso la voce corale degli abitanti; in città circola ormai la voce che gli inglesi  porranno fine al mandato in Palestina il 14 maggio 1948 lasciando la popolazione araba in una condizione di forte debolezza. Si apre una stagione di attacchi e aggressioni; gli Ebrei, forti degli armamenti ricevuti dagli inglesi, hanno un progetto preciso

“ Il piano di Begin era semplice: ignorare i confini stabiliti dal piano di partizione e conquistare quanta più terra possibile prima del 15 maggio. Infatti, finché il mandato era in vigore, gli eserciti dei paesi arabi confinanti – Egitto, Iraq, Siria, Giordania – non potevano entrare in Palestina. E così in quel lungo lasso di tempo l’Irgun (gruppo paramilitare terroristico sionista) poté agire indisturbato, senza nessun avversario temibile fra i piedi”.

Già il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva approvato la Risoluzione 181, che determinava la divisione della Palestina sotto mandato britannico in due Stati, uno arabo e uno ebraico, delimitandone i confini”. Giaffa rientrava nello stato Arabo, ma già prima del 15 maggio 1948 la città era stata messa in ginocchio da una raffica di ventimila proiettili che l’avevano colpita per tre giorni consecutivi costringendo i sopravvissuti alla fuga per terra o per mare.

La città viene bombardata, l’antico ghetto conquistato a forza di bombe, le case saccheggiate e lasciate in mano agli olim, i nuovi immigrati ebrei  arrivati dalla Bulgaria, da Bukara e dallo Yemen per insediarsi nelle case dei palestinesi; chi non è riuscito a fuggire si rifugia in ghetti arabi che sorgono ai margini della città. La Nakba si abbatte anche sui nostri protagonisti e la Storia calpesta le loro povere storie.

Nella catastrofe generale le famiglie dei due ragazzi si disperderanno. Shubi perderà i contatti con la sua famiglia e Shams sarà tragicamente separata dai genitori a causa del furto di una mucca ebrea. La ragazza e le sue tre sorelle vivranno poi un’incredibile esperienza per cui per un periodo saranno benevolmente adottate da una coppia mista di un arabo e di una generosa donna ebrea. Solo nell’ultimo capitolo, con data 2018, l’autrice ci rivela completamente la sorte toccata ai due protagonisti, che  lei ha incontrato ormai ottantenni e le hanno raccontato le loro difficili vicissitudini. “A ognuno il suo destino, in questo mondo”  ha concluso Shubi al termine della sua dolorosa testimonianza.

 

 

Aggiungo su Jaffa, questo articolo che ci mostra qualcosa da noi, almeno, mai immaginato:

 

SEGUE DA: INVICTA PALESTINA
https://www.invictapalestina.org/archives/40015

 

 

 

 

 

ll sale del mare, per la prima volta a Jaffa

Privare le persone del diritto più semplice – vedere il mare – è un crimine dell’occupazione israeliana. In Palestina un’intera generazione è cresciuta senza sapere cosa sia il mare.

 

Fonte: English Version

Dareen Tatour  – 17 agosto 2020

Immagine di copertina: Jaffa e il mare. 8 agosto 2020 ( Dareen Tatour )

 

Lo scorso 8 agosto  cominciò a trapelare la notizia  di centinaia di palestinesi provenienti dalla Cisgiordania che “entravano illegalmente” per visitare il loro paese occupato nel 1948;  in particolare le città costiere  palestinesi  di Jaffa, Accra e Haifa.  Attraversavano infilandosi  in alcune aperture del muro dell’apartheid – non un posto di blocco, solo un’apertura nel muro dell’apartheid.  Decisi così di andare a documentare un  avvenimento che avrebbe potuto  non ripetersi spesso, o forse mai più, finché su questa nostra terra esiste l’occupazione! Così, senza pensarci troppo, ho deciso di  raccontare il momento in cui questi palestinesi hanno incontrato il mare del loro paese per la prima volta nella vita,  raccontarne le emozioni, i  pensieri e i sentimenti.

 

Ho viaggiato da Reineh, il mio piccolo villaggio nella zona di Nazareth, a Giaffa. Appena arrivata, mi sono diretta verso la spiaggia con tre telecamere. Ero così attratta da questo momento e da questo raro evento che non mi importava del peso che stavo portando e della difficoltà di scattare foto e girare video  contemporaneamente.

Iniziai a camminare per le strade di Jaffa e a spostarmi tra le sue spiagge e i suoi parchi. Sono rimasta molto colpita  da quello che ho visto. Non avevo mai visto Jaffa così: la maggior parte delle persone  che  incontravo erano palestinesi. In tutti i posti in cui capitavo, la conversazione tra le persone era in arabo. Ogni volta che mi guardavo intorno vedevo palestinesi, come se stessi vivendo in un periodo di tempo diverso da quello in cui vivo. Ovunque  vedevo donne indossare abiti palestinesi e il jilbab con l’hijab ( = come è vestita la donna della foto all’inizio o questa sotto, solo il viso è scoperto  )

Vedevo  persone e bambini giocare e divertirsi, ascoltare musica e contemplare la natura. Disporre il cibo sull’erba e sulla sabbia della spiaggia. Ho annusato la maqluba palestinese,  ho seguito il profumo e ho visto una decina di persone sedute attorno a una grande casseruola. Una donna ha  rovescia il piatto su un grande vassoio e il dolce profumo si è diffuso nell’aria di Giaffa. Ho continuato a camminare e ho visto un gruppo di giovani che preparava il narghilè , mentre davanti a loro c’era  un piatto di yogurt  condito con olio d’oliva e accanto ad esso un piatto di olive verdi in salamoia e delle fette di anguria.

Mentre camminavo ho visto qualcosa che dovrebbe essere comune in questo Paese: i panorami e gli odori della presenza palestinese. Vedere Giaffa affollata dai suoi abitanti originari.

 

FOTO  Godendo la spiaggia a Jaffa, 8 agosto 2020 (foto: Dareen Tatour)

 

 

Mentre camminavo  chiedevo a tutti quelli che mi passavano accanto quali erano i loro sentimenti riguardo quel momento. La scena era così emozionante, che dai miei occhi sgorgavano lacrime, piangevo  senza conoscere il vero motivo del mio pianto!  Ero colpita dalla scena, dal dolore per Jaffa e per la sua Nakba, o era gioia e speranza per un futuro diverso?

 

Privare il popolo palestinese del diritto più semplice nel loro paese di nascita, che è quello di vedere il mare e godersi la natura, è un crimine dell’occupazione sionista israeliana contro il popolo palestinese in Cisgiordania. In Palestina un’intera generazione è cresciuta senza sapere cosa sia il mare, cosa sia nuotare nelle sue acque e sentirne il sale.

 

Ora che ero con  il cuore delle donne, dei bambini, degli uomini, dei  ragazzi e delle ragazze che per la prima volta nella loro vita vedevano il mare, i miei sentimenti sparirono. Mi muovevo da un posto all’altro con i loro occhi e le loro sensazioni. Ho parlato, mangiato, scambiato sorrisi, lacrime e risate con loro. Ho giocato a palla in spiaggia con i bambini e a chi mi ha chiesto di fargli una foto, l’ho scattata subito. I luoghi e i momenti  sono stati toccanti e pieni di storie e di significati.

 

Una famiglia palestinese della Cisgiordania si gode il mare di Jaffa – 8 agosto 2020 (foto Dareen Tatour)

 

Ho visto con i miei occhi chi piangeva davanti al mare. Davanti alla mia telecamera ho visto chi è rimasto stupito per qualche minuto, senza poter  pronunciare parola. Ho visto chi rideva e chi soffriva, ho visto e vissuto con loro tutti i sentimenti contraddittori che un palestinese prova sulla propria terra.

 

Mahmoud di Nablus, 45 anni, è vicino al muro del porto con sua moglie, sua figlia e suo figlio. Guarda il mare, più e più volte, guarda le risate dei suoi due figli mentre gli stanno accanto. Un’onda alta e violenta colpisce il muro, così i due bambini scappano via,  poi tornano di nuovo, aspettando un’altra onda, e il suono delle loro risate travolge tutto l’intorno. Mi sono avvicinata a questa famiglia e ho scattato loro diverse foto e ho chiesto a Mahmoud di raccontarmi i suoi sentimenti e l’esperienza che ha vissuto per raggiungere Jaffa e il mare. Ha detto: “Sono venuto “di contrabbando” [senza permesso] attraverso un’apertura [nel muro dell’apartheid]. Io, mia moglie e i miei figli.

Siamo partiti  alle 5:00 del mattino e dopo che l’autobus si è mosso, abbiamo sentito spari e granate assordanti. Ho 45 anni, ho una figlia e un figlio. Stiamo vedendo il mare per la prima volta nella nostra vita. Per tutta la vita non ho sentito l’odore del mare, né assaporato il suo sale. Fino ad ora. Mi è stato impedito di entrare qui per motivi di sicurezza, perché ho passato 8 anni in prigione.

In tutta la mia vita e fino a questo momento non avevo visto la mia città, Jaffa. Io sono di qui, sono di Jaffa. Non riesco a credere di essere realmente a Jaffa. . . Jaffa di cui ho sentito molto parlare dai miei genitori, da mio ​​nonno e mia nonna. Ho ricevuto una chiamata ora, mi è stato detto che l’apertura da cui siamo entrati è stata chiusa dall’esercito “.

 

Nel momento in cui ho saputo che era un ex prigioniero e che gli era stato negato l’ingresso per motivi di sicurezza, ho spento la telecamera e ho continuato a scrivere quello che diceva. Mi parlava con un bel sorriso e con una voce piena di ansia.

 

Gli ho chiesto: “Hai paura di tornare in Cisgiordania?”

 

Ha risposto: “Non so cosa succederà, ma sono felice del momento  che sto vivendo adesso e di essere nella mia città per la prima volta nella mia vita. Non voglio pensare alle cose a venire. Mi basta vedere ora la gioia di mio figlio e mia figlia. Sono così felice che i miei figli abbiano visto il mare nella loro infanzia, io sono cresciuto  senza sapere fino a questo momento cosa fosse il mare. ”

 

Ho sorriso e ho chiesto: “Cosa ne pensi di Jaffa?”

 

Lui ha risposto: “Jaffa. . . Non riesco a trovare nessuna parola per descriverla e non ci sono parole che possano descrivere le mie sensazioni in questo momento. ”

 

Ho  preso alcuni dolci dalla borsa, li ho dati ai due bambini, ho salutato questa famiglia e ho promesso loro che per la loro sicurezza non avrei pubblicato le foto e che le avrei inviate solo a loro. Ci siamo scambiati i numeri di telefono e ho continuato a camminare verso la spiaggia nel quartiere di Manshiyya.

 

Scrivere nella sabbia, Jaffa, 3 agosto 2020 (Foto: Dareen Tatour)

 

Mentre camminavo, ricordai che durante la mia detenzione e prigionia mi era stato negato di vedere il mare per tre anni. Prima del mio arresto,  vi andavo ogni settimana. Questa esperienza mi aveva fatto sentire vicina a ogni parola che queste persone avevano condiviso con me. Il mare regala una sensazione positiva e un benessere psicologico a chi subisce nella vita continue pressioni, soprattutto quando queste sono causate da una lunga occupazione.

 

Ho raggiunto la spiaggia nel quartiere Manshiyya, un quartiere che dopo essere stato completamente distrutto nel 1948 è stato trasformato in un parco. Non è rimasto altro che un singolo edificio palestinese, successivamente trasformato dalle autorità israeliane in un museo chiamato “Museo Etzel” , che celebra la milizia sionista che ha distrutto il quartiere e lo ha ripulito etnicamente dai palestinesi durante la Nakba. Mi sono tolta le scarpe e ho iniziato a camminare a piedi nudi sulla sabbia.

 

I miei occhi si sono fermati su Samah, 32 anni, seduta sulla sabbia nel suo jilbab nero,  che guardava il mare mentre le onde  si infrangevano davanti a lei. Quando  mi sono avvicinata e le ho chiesto di parlarmi del momento che stava vivendo, mi ha subito chiesto di interrompere le riprese: “Scrivi e non filmare”. Ho rispettato la sua richiesta, ho spento la fotocamera e sono tornata al taccuino e alla penna. Le ho chiesto: “È la prima volta nella tua vita che  vedi il mare?”

 

Lei ha risposto: “Sì, questa è la prima volta nella mia vita che vedo il mare ed entro nel nostro paese dal ’48. Vengo da Tulkarm, mio ​​marito è un martire e mi è stato impedito di entrare per motivi di sicurezza. Mio marito è stato ucciso mentre tornava dal lavoro a Jaffa, stava tornando a Tulkarm attraverso una strada proibita. L’esercito lo ha visto, aveva paura che lo arrestassero, perché entrava e usciva senza permesso, quindi è scappato. L’esercito gli ha sparato.”

 

Ha fatto una pausa e ha iniziato a piangere, poi ha continuato: “Questa è la prima volta che ho scoperto che l’acqua del mare ha lo stesso  sapore della lacrima che è sgorgata ora dai miei occhi “.

 

Ho fatto un respiro profondo e, alle sue parole,  ho sentito un nodo al cuore. Non sono riuscita a completare la conversazione con lei. Quello che ha detto è stato sufficiente per riassumere la realtà e la storia. L’ho baciata sulla fronte e le ho detto: “Benvenuta a Jaffa, la tua patria “. Ha sorriso  e  ha iniziato a giocare con le onde del mare. L’ho lasciata e ho continuato a camminare, cercando un’altra storia o un’altra lacrima di sale di questo mare.

 

Scrivere nella sabbia, Jaffa, 3 agosto 2020 (Foto: Dareen Tatour)

 

Ho documentato molte scene con le mie macchine fotografiche e ho scritto molti ricordi con la mia penna, tutti momenti pieni di sentimenti e di storie. Ma la storia più importante che deve essere raccontata ogni volta e ovunque è che siamo un popolo che ama la vita. E che tutta questa terra, dal fiume al mare, si chiama Palestina. E che il silenzio del mondo su questa occupazione e contro questo popolo è il crimine più grande . La vista delle nostre città sulla costa palestinese, Jaffa, Acre, Haifa e Umm Khaled “Netanya”, piene dei loro abitanti originari, dovrebbe essere il paesaggio naturale di questa nostra patria.

 

Jaffa e il mare (foto di Dareen Tatour)

 

Dareen Tatour è poetessa, fotografa, attivista sui social media e cittadina palestinese di Israele di Reineh. Dareen ha trascorso quasi tre anni in prigione e agli arresti domiciliari. È stata condannata nel maggio 2018 con l’accusa di istigazione e sostegno ad organizzazioni terroristiche dopo aver pubblicato la sua poesia “Resist, My People, Resist Them” sui social media.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

 

 

 

segue da:

La macchina sognante, La macchina sognante num. 3, Poesia– 1 luglio 2016

https://www.lamacchinasognante.com/resisti-o-popolo-mio-di-dareen-tatour-a-cura-di-sana-darghmouni/

 


** sembra che l’immagine sia un dettaglio di una piramide preincaica di Lima, forse in piccolo qualcosa di questa parete sotto – da Getty Images,  che si chiama Huaca Pucllana nel distretto di  Miraflores, provincia  di Lima ( 200-700 d. C. )

Huaca Pucllana

 

indefinito

o forse questa da Wikipedia  

 

 

 

LA POESIA 

 

Resisti o popolo mio, resisti loro.

A Gerusalemme ho curato le mie ferite, innalzato i miei dolori a Dio

e portato l’anima sul palmo della mano

per una Palestina araba,

non accetterò la soluzione pacifica

né mai abbasserò la bandiera del mio paese

fino a levare loro da una patria

e farli piegare per un tempo a venire.

 

Resisti o popolo mio, resisti loro.

Resisti all’aggressione del colonizzatore

e segui la carovana dei martiri,

strappa la costituzione vergognosa

che ha portato umiliazione forzata

impedendoci di ripristinare giustizia.

Hanno bruciato bambini senza colpa

e Hadil  con cecchinaggio in pubblico,

l’hanno uccisa in pieno giorno.

 

Resisti o popolo mio, resisti loro.

Resisti all’assalto dei coloni

non prestar attenzione ai loro seguaci

che ci hanno incatenato con l’illusione della pace.

Non temere lingue sospette

la verità nel tuo cuore è più forte,

finché resisti in una terra

che ha vissuto grandezza e vittoria.

Ali ha chiamato dalla sua tomba:

Resisti o mio popolo ribelle,

e scrivimi come vittoria nell’incenso

hai i miei resti come risposta.

Resisti o popolo mio, resisti loro.

Resisti o popolo mio, resisti loro.

 

 

** Alcuni scrittori israeliani hanno organizzato una manifestazione di solidarietà per liberare la poetessa palestinese e come risposta la poetessa ha scritto una lettera aperta di ringraziamento, pubblicata in originale in arabo, poi tradotta successivamente in ebraico e in inglese “Chi non ringrazia gli altri, non ringrazia Dio”.

Questa lettera è un chiaro messaggio di amore, come denotano queste righe che citiamo dal testo di Tatour: “Il mio messaggio a tutti voi, senza eccezioni, è il messaggio di una donna che ama, che lotta per la pace e la sicurezza, con la speranza che la giustizia e l’uguaglianza possano esser ovunque condivise da tutti gli esseri umani. Una donna la cui vita è stata dedicata ad una penna, una carta e un’immagine. “

 

Articolo e traduzione per gentile concessione di Sana Darghmouni LogoCC – dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l’Università di Bologna, è stata docente di lingua araba presso l’Università per Stranieri di Perugia..( link sopra )

 

Condividi
Questa voce è stata pubblicata in GENERALE. Contrassegna il permalink.

1 risposta a Ornella Cioni, Articolo 21 – 9 febbraio 2026 : SUAD AMIRY ( Damasco, 1951 ) : Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea. Mondadori, 2020 – La Nakba raccontata da Suad Amiry–+ altro vario

  1. DONATELLA scrive:

    Bellissima questa testimonianza, che ci avvicina di più a questo popolo martoriato e per il quale in genere c’è solo il silenzio complice dei vari Stati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *