IL MANIFESTO –25 marzo 2026
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L’egemonia di Israele, la radice della guerra
Alberto Negri
Carta bianca. Sembra di vivere in un’era sconcertante e fuori controllo. Eppure alla radice c’è una spiegazione logica.

Nel suo fortunato libro «La fine di Israele» Ilan Pappé afferma che il collasso dello stato ebraico è già cominciato. Ma la sua fase di espansione e colonizzazione del Medio Oriente non si ferma. Il ministro israeliano alla difesa Katz lo ha annunciato ieri.
«Controlleremo la zona di sicurezza estesa fino al fiume Litani, i libanesi non rientreranno finché Israele nord non sarà al sicuro».
Fino a quando durerà l’occupazione non è dato sapere ma ci è stato detto, vagamente, per un «periodo medio-lungo».
Che nella logica dell’impero sionista potrebbe essere anche da una generazione o due fino all’eternità. In fondo il più importante alleato di Israele, gli Stati uniti, è d’accordo. Noi europei pure, perché non avendo fatto niente (e continuando a non fare nulla) per fermare il genocidio di Gaza abbiamo lasciato a Israele carta bianca: questa guerra contro l’Iran, cominciata proprio da Tel Aviv, è la dimostrazione che Netanyahu si sente libero di far ciò che vuole. Anche di minacciarci se non partecipiamo al conflitto: oggi Israele, potenza dotata di centinaia di testate nucleari, è uno degli stati più pericolosi al mondo ma noi facciamo finta di niente. Ce ne accorgeremo presto quando deciderà di far fuori la Turchia di Erdogan per l’egemonia in Medio Oriente nel Mediterraneo orientale.
Quanto agli Usa abbiamo di nuovo constatato che il legame con Israele va a oltre il buonsenso e la sfrontatezza. L’ambasciatore americano Mike Huckabee non ha perso l’occasione di dare la sua opinione, condivisa dalle frange più estremiste del sionismo, rispondendo a una domanda del giornalista Tucker Carlson su un versetto biblico in cui si descrive la promessa di Dio ai discendenti di Abramo del controllo di un territorio che va dal «Wadi d’Egitto fino all’Eufrate». «Sarebbe bello se lo prendessero tutto», è stata la risposta entusiasta del pastore-ambasciatore. Trump nella sua straordinaria follia è circondato da una degna comitiva.
*** nota : LA GRANDE ISRAELE
Wadi ( fiume ) d’Egitto è diversamente interpretato: o come un fiume che scorre nel Sinai a sud- ovest di Gaza ( Wadi el-ʽArish ) , o come la parte destra del fiume Nilo.
Fino all’Eufrate:

Sarebbe questa ” La Grande Israele “, la Terra Promessa da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti- L’Eufrate nasce in Turchia, attraversa la Siria, L’Iraq e si getta nel Golfo Persico dopo essersi unito al Tigri. Percorre 2.700 km. Poi c’è la terra la destra del Nilo e la Turchia e la Siria. ( Wikipedia )
Come se, per l’altro, l’impero sionista avesse ancora bisogno di conquistare altri territori. Già sembra che Netanyahu abbia ottenuto tutto quello che voleva: ha raso al suolo Gaza, sta procedendo verso l’annessione di fatto della Cisgiordania e ha evitato di andare a processo per corruzione nel suo paese o di essere arrestato all’estero, come chiede la Corte penale internazionale. Ora occupa anche il Libano e un pezzo di Siria. Riducendo il Medio Oriente alla sua definizione arbitraria di ciò che è una minaccia, Israele detta il destino dell’intera regione e di conseguenza del resto del mondo. Senza mai pagare conseguenze. Non una sanzione e neppure un minima perdita di influenza nelle alte sfere del potere europeo e americano.
Per la verità qualche increspatura si nota. Per la prima volta dal 2001, secondo Gallup i palestinesi (41%) superano gli israeliani (36%) nelle simpatie degli americani. Il sorpasso è trainato da indipendenti e giovani, mentre i repubblicani restano filo-Israele. Qui se ne parla poco perché è un argomento che infastidisce assai i nostri esponenti della destra al potere, ben più preoccupati di come la pensino a Tel Aviv che della nostra pubblica opinione, magari costituita da giovani e pure filo-palestinesi, soprattutto dopo il genocidio di Gaza. Ma noi qui viviamo in un mondo di frutta candita: il ministro della difesa Crosetto a Gerusalemme disse «che le forze armate israeliane avvisano sempre prima bombardare a Gaza». Come no, l’Idf passa a citofonare. Ci può meravigliare se lo stesso ministro si è fatto sorprendere dalla guerra a Dubai?
Ma potrebbero mai politici del genere prevedere la vertiginosa spirale di guerra in cui è precipitato il Medio Oriente? Il bilancio conta già migliaia di vittime tra Iran e Libano. I prezzi dell’energia sono alle stelle. Il Golfo e lo stretto di Hormuz sono paralizzati dagli attacchi iraniani. Sembra di vivere in un’era sconcertante e fuori controllo. Eppure alla radice c’è una spiegazione logica: tutto quello che succede è il risultato dell’occupazione israeliana della Palestina. Man mano che il conflitto si espande, la connessione con la Palestina si fa meno chiara. Ma è evidente quanto la stabilità della regione sia stata garantita a spese dei palestinesi. Basti pensare gli equilibri regionali e a quella sceneggiata grottesca del Board of Peace. Quel consiglio che doveva passare alla fase 2 di Gaza è stata la sfilata di un plotone di maggiordomi di Trump che senza accorgersene hanno dato il via alla guerra come sonnambuli. Da mesi Netanyahu spingeva ad attaccare l’Iran, la sua vera ossessione, appoggiato da una lobby filosionista negli Usa assai potente. Lo ha scritto qualche giorno fa con grande chiarezza Joe Kent nella sua lettera di dimissioni dall’agenzia anti-terrorismo. Ma anche questo argomento piace poco ai media, si tratta di illuminare la vera zona d’ombra della politica: il potere dell’impero sionista sulle nostre decisioni.
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La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina
Dopo il 7 Ottobre e il genocidio a Gaza, il progetto sionista in Palestina – il tentativo secolare dell’Occidente di imporre uno Stato ebraico in un paese arabo – è destinato a una «disintegrazione inevitabile». È la tesi del celebre storico israeliano Ilan Pappé che, dopo opere considerate pietre miliari nella storiografia del conflitto israelo-palestinese, in questo nuovo volume sposta lo sguardo sul futuro di Israele e della Palestina. Diviso in tre parti, nella prima – Il collasso – Pappé esamina il fallimento del cosiddetto “processo di pace” ed evidenzia le fratture profonde che minacciano la stabilità di Israele: l’ascesa del sionismo religioso, le crescenti divisioni all’interno della società israeliana, l’allontanamento dei giovani ebrei dal sionismo, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale alla causa palestinese, la crisi economica e la messa in discussione dell’invincibilità militare di Tel Aviv. Nella seconda parte – La strada per il futuro – l’autore delinea sette mini-rivoluzioni cognitive e politiche necessarie per costruire un avvenire migliore per tutti gli abitanti della Palestina storica: da una nuova strategia per il movimento nazionale palestinese alla giustizia transitoria e riparativa sul modello sudafricano, dal diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alla ridefinizione dell’identità collettiva ebraica. Nella terza parte – La Palestina del dopo-Israele, anno 2048 – Pappé offre una preziosa visione di speranza e riconciliazione. Immagina un domani in cui le mini-rivoluzioni hanno avuto successo e descrive come potrebbe essere la vita in uno Stato palestinese democratico e decolonizzato, con il ritorno dei rifugiati, la coesistenza di ebrei e palestinesi come cittadini con pari diritti e la guarigione delle ferite del passato.
L’AUTORE

ILAN PAPPE’ / HAIFA, 1954 ( Nord d’Israele )
foto da IL MANIFESTO- 17 -05-2024
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Fa rabbia vedere la prepotenza dello stato di Israele: sarebbe interessante sapere qualcosa di più sull’opinione degli israeliani su quello che fa il loro governo.