*** PINO IPPOLITO ARMINIO : Il 25 aprile coinvolge anche il Sud – VOLERE LA LUNA, la politica del punto a capo –24-04-2026

 

 

 

Il 25 aprile coinvolge anche il Sud

 

 

 

Il 25 aprile coinvolge anche il Sud

 

 

 

Download PDF

Nell’ambito delle manifestazioni promosse dal Comune di Napoli per il 70° Anniversario delle “Quattro Giornate” (28 settembre -1 ottobre 1943), la Soprintendenza Archivistica per la Campania, l’Archivio di Stato di Napoli e l’Istituto Campano per la Storia della Resistenza “Vera Lombardi” organizzano una mostra  dal titolo: “Napoli 1943: il prima, il durante, il poi. Immagini e documenti”.
La mostra sarà inaugurata il 3 ottobre 2013

testo e immagine da: La Stampa 8 agosto 2013

 

 

 

CARTINE : LINEE DIFENSIVE TEDESCHE

 

LE LINEE DIFENSIVE TEDESCHE DOPO IL 1943- ( 8 SETTEMBRE )

LINEA GUSTAV

PIANTINE SOPRA DA:
FITETREC-ANTE.IT / link sotto

Dopo l’annuncio, l’8 settembre, dell’armistizio siglato con gli Alleati, i tedeschi, respinti dalla Sicilia, già ai primi di ottobre si attestarono lungo una linea difensiva che tagliava in due la penisola, dalla foce del Garigliano sul Tirreno alla città di Ortona sull’Adriatico .

Nelle poche settimane in cui il Sud restò alla mercé dei nazisti non mancarono, tuttavia, né gli episodi di resistenza né gli eccidi e i massacri di civili che segneranno tragicamente tutta la ritirata dell’esercito tedesco verso nord.

  1. Molto si è scritto delle Quattro Giornate di Napoli, non di rado semplicisticamente ridotte a una rivolta di scugnizzi, meno noti sono invece l’incendio avvenuto il primo ottobre ‘43 del centro storico di Acerra, in cui persero la vita oltre 80 persone, e il massacro, sei giorni dopo in una cava di tufo di Bellona, di 54 civili presi per strada o prelevati dalle loro abitazioni. Mentre il Mezzogiorno, dunque, con l’esclusione di parte del territorio abruzzese, passava sotto il controllo delle forze alleate, il resto del Paese veniva occupato dai nazisti sino alla completa liberazione, convenzionalmente fatta coincidere con la data del 25 aprile, il giorno in cui il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) aveva proclamato l’insurrezione generale a Milano. A quella data il Mezzogiorno era già stato liberato da 19 mesi e questo già può ben spiegare le ragioni per cui, fin dalla sua istituzione, la festa del 25 aprile era destinata a essere maggiormente celebrata nelle città del Centro-Nord; logica conseguenza del fatto che quella parte del Paese era stato teatro principale della guerra di Resistenza e più del Mezzogiorno aveva sofferto le vessazioni nazifasciste e le tragiche conseguenze di un conflitto anche civile.

Il decreto legislativo n. 185 del 22 aprile 1946 a firma di Umberto di Savoia, luogotenente generale del Regno, dichiarava il 25 aprile festa nazionale ma già tre anni dopo, con la fine degli esecutivi di unità nazionale, il quinto Governo De Gasperi, con legge n. 260 del 27 maggio 1949, la declassava a festività civile al pari del 4 novembre che ricorda la vittoria nel primo conflitto mondiale.

Il paradosso è che ad assumere il rango di festa nazionale diveniva ora il 2 giugno,il giorno in cui, con il referendum istituzionale, gli italiani avevano scelto la Repubblica. Diventava cioè festa nazionale una data che in realtà aveva spaccato in due il Paese, perché in tutto il Mezzogiorno a prevalere era stata la monarchia, mentre si retrocedeva a generica festa civile quel 25 aprile che l’aveva riunificato con il contributo di tutte le forze antifasciste, inclusa e certamente non trascurabile quella componente militare che aveva combattuto onorando l’impegno contratto con il giuramento di fedeltà al re e alla monarchia. Era evidente il calcolo politico sotteso a quella scelta: sottrarre ulteriore spazio alla sinistra, uscita già pesantemente sconfitta nelle elezioni dell’anno prima.

Si finiva, però, anche per affidare di fatto la responsabilità della memoria del 25 aprile alle sole forze politiche che avevano pagato il prezzo più alto durante la dittatura e che rivendicavano senza remore la paternità della guerra partigiana. L’altra conseguenza riguardava implicitamente il Mezzogiorno e il suo rapporto con il 25 aprile.

Messo inevitabilmente in ombra il ruolo dei militari, si finiva per oscurare anche il contributo che alla Resistenza era venuto dagli uomini con le stellette, molti dei quali erano meridionali già spesso accolti, al rientro nelle regioni d’origine, con indifferenza se non con sospetto e diffidenza.

Eppure il loro contributo nell’organizzazione della lotta armata era stato decisivo.

Senza le loro armi e le conoscenze di cui erano in possesso non sarebbe stato possibile organizzare la guerriglia né accogliere e inquadrare i giovani in fuga dalla leva di Salò. Basta qui ricordare che è stato il tenente siciliano Pompeo Colajanni, comandante in capo di tutte le formazioni partigiane che avevano operato fra l’alta valle del Po e la Valsusa, nel Monferrato e nelle Langhe, a guidare la liberazione di Torino, capoluogo di una regione epicentro del movimento resistenziale;

e che è stato il colonnello calabrese Alfredo Malgeri, comandante della III Legione della Guardia di Finanza, a occupare con i suoi uomini il palazzo milanese del Governo, raggiunto poi dal siciliano Riccardo Lombardi che diverrà primo prefetto della Milano liberata.

Ma non solo nella lotta armata si sono distinti gli uomini che venivano da Sud. A Genova, l’altra grande capitale del Nord, è stato il napoletano Carmine Romanzi a trattare per conto del CLN ligure con il comando tedesco e a consegnare al generale Günter Meinhold la lettera che gli intimava la resa senza condizioni, firmata infine nella serata del 25 aprile a San Fruttuoso.

Non si tratta che di alcune delle figure più prestigiose perché molte migliaia, non solo di ex soldati ma anche di emigrati per ragioni di lavoro, militarono com’è ormai ampiamente riconosciuto, nella Resistenza.

A testimonianza e a suggello della loro partecipazione già il 6 maggio 1945, nelle sfilate conclusive dell’esperienza partigiana, a Milano si volle che fosse l’abruzzese Andrea Cascella ad avere l’onore di portare la bandiera italiana e a Torino nello stesso giorno fu scelto alfiere il siciliano Vincenzo Modica perché, come lui stesso scriverà più tardi in un libro di memorie,

«L’Italia, unita nella Resistenza, sfilava per le vie di Torino, tutti gli italiani erano presenti dalla Sicilia al Piemonte da Mazara del Vallo a Torino [..] Il sacrificio dei nostri eroici morti unisce ancora una volta il Nord al Sud affermando i legami indissolubili dell’unità dell’Italia» (Dalla Sicilia al Piemonte, Franco Angeli 2002).

Dalla Sicilia al Piemonte. Storia di un comandante partigiano - Vincenzo Modica - copertina

Dalla Sicilia al Piemonte. Storia di un comandante partigiano

Un giovane siciliano cresciuto nel ventennio fascista, ufficiale alla Scuola di cavalleria di Pinerolo, che le vicende dell’8 settembre 1943 trasformano nel comandante ‘Petralia’, il vice di Pompeo Colajanni ‘Barbato’ alla testa della I divisione partigiana ‘Garibaldi’. È questa la storia di Vincenzo Modica, classe 1919, nato a Mazara del Vallo nell’estrema Sicilia occidentale. Storia ordinaria e straordinaria insieme, per quella commistione di quotidianità e di eccezionalità che caratterizza tante biografie della generazione nata fra le due guerre.

DA : 

Condividi
Questa voce è stata pubblicata in GENERALE. Contrassegna il permalink.

1 risposta a *** PINO IPPOLITO ARMINIO : Il 25 aprile coinvolge anche il Sud – VOLERE LA LUNA, la politica del punto a capo –24-04-2026

  1. DONATELLA scrive:

    Mi sembra fondamentale ricordare la Resistenza del Sud, che non si limita alle quattro giornate di Napoli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *