ANSA.IT — 10 APRILE 2026 — 16.31 – Video Economia ( 2.56 min. ) — Cosa si intende per “petrodollaro”– / — + LIMES, 20 agosto 2025- carte + pezzetti dall’articolo grande: ” Il dollaro resta re “.
La versione integrale della carta si trova alla fine dell’articolo.
La carta inedita a colori della settimana è dedicata al perdurante ruolo del dollaro come moneta di riserva mondiale.
La mappa illustra il peso del biglietto verde e delle principali divise globali nelle transazioni commerciali e valutarie internazionali e la rete cinese degli scambi denominati in yuan.
Del primato della moneta americana e delle sue concorrenti ha scritto Milton Ezrati nel numero di Limes “La pace sporca“:
❝Il biglietto verde mantiene saldamente il ruolo di valuta dominante. È di gran lunga la divisa più scambiata, coprendo l’88% delle transazioni valutarie mondiali. L’euro, seconda moneta di scambio, si ferma al 31%, mentre lo yen giapponese non supera il 17% e la sterlina britannica si attesta al 13%.
Quasi il 53% delle transazioni commerciali è regolato in dollari – a prescindere che siano coinvolti o meno soggetti statunitensi – rispetto al 30% in euro.
Al confronto, i contratti in yuan totalizzano appena il 4% del totale e vedono sempre una controparte cinese.
In dollari è espresso ancora il 57% delle riserve valutarie delle Banche centrali (rispetto al 71% del 2000). L’euro segue a grande distanza con il 20% (era il 18% nel 2000), pound ( in inglese è = sterlina ) e yen ( Giappone ) coprono rispettivamente il 5% e il 6%, il renminbi ( in cinese = Yuan ) appena il 2%.
Questa notevole tenacia non si deve alla performance dell’economia statunitense o alla gestione finanziaria di Washington, e nulla toglie alla crescente statura economico-commerciale della Cina o di altri paesi. Deriva piuttosto dalla semplice constatazione che malgrado il declino relativo dell’America e l’ascesa di altri attori, nessuna valuta può anche solo approssimare le credenziali del dollaro quale valuta di scambio e riserva mondiali.
Passiamo in rassegna i potenziali contendenti. L’incapacità del rublo era evidente anche prima della guerra e lo è ancor più ora. La sterlina britannica ha alcuni attributi positivi, incluso un emettitore politicamente stabile e giuridicamente solido, ma ha diversi punti deboli: l’economia del Regno Unito è troppo piccola per sostenere una valuta di riserva e la sua potenza commerciale troppo scarsa, al pari di quella militare e di quella diplomatica ( nota le credenziali di una valuta ).
Nemmeno lo yen è un serio avversario: sebbene l’economia giapponese sia probabilmente abbastanza grande, la sua impronta commerciale e i suoi mercati finanziari abbastanza vasti, l’assenza di dinamismomette in dubbio il fatto che la valuta nipponica possa essere sostenuta da un’adeguata produzione di beni e servizi. La mancanza di status militare e diplomatico solleva ulteriori interrogativi sulla capacità di Tōkyō di proteggere gli interessi dello yen. Per non parlare del fatto che il Giappone ha sempre rifuggito un ruolo globale per la propria moneta, temendo che un suo eccessivo apprezzamento (connesso all’incremento di domanda per usi di scambio e riserva) pregiudichi la competitività dell’export da cui dipende fortemente…❞
Lascio anche questa tagliata perché i numeri si vedono molto meglio.
Carta di Laura Canali – 2025
sulla destra in alto : ” Forte legame Cina / Russia ( Causa guerra in Ucraina ) -?-
a destra — Paesi .. scambi commerciali al di fuori del dollaro linea sotto : Paesi con i quali la Cina ha commerci nella valuta nazionale terza riga: La Cina è il principale partner dell’Africa
DALL’ARTICOLO GRANDE UNA NOTAZIONE IMPORTANTE PER CAPIRE QUALCOSINA..
IL DOLLARO RESTA RE
Il biglietto verde rimarrà moneta di scambio e riserva incontrastata, perché nessuno può e vuole eguagliarne i presupposti. L’acefalia dell’euro. Il provincialismo dello yen e i limiti dell’opportunismo cinese. Il privilegio si paga, ma resta esorbitante.
Nei venticinque anni successivi alla seconda guerra mondiale queste credenziali ( VEDI SOPRA ) impeccabili resero il dollaro una moneta senza rivali. Il suo unico limite emerse, ironicamente, dall’altrettanto impareggiata forza dell’economia statunitense, che creò un attivo netto rispetto al resto del mondo. Idealmente, la nazione che esprime la moneta di riserva deve avere un passivo: comprare dal resto del mondo più di quanto venda crea un naturale deflusso di riserve idoneo a soddisfare i crescenti bisogni di liquidità di un commercio mondiale in espansione. Tale scarsità di dollari cominciò ad attenuarsi alla fine degli anni Sessanta, quando la crescente competitività delle controparti dell’America fece sì che questa iniziasse a registrare persistenti deficit commerciali. Ciò risolse un problema finanziario internazionale, ma ne creò uno interno che in prospettiva avrebbe decretato la fine del sistema. I produttori statunitensi, non avvezzi alla concorrenza, reagirono con rabbia all’arrivo di imprese straniere – soprattutto giapponesi e tedesche – che li estromettevano da mercati, interni ed esteri, in cui fino ad allora avevano dominato.
Il presidente Richard Nixon sentì la pressione politica e puntò ad attenuarla alterando il tasso di cambio fisso stabilito dagli accordi di Bretton Woods. Quando Germania e Giappone si opposero, Nixon reagì sganciando unilateralmente il dollaro dall’oro. Era il 15 agosto 1971.
” Nessuno però aveva una forza diplomatica e militare paragonabile a quella degli Stati Uniti, le cui dimensioni economiche, commerciali e finanziarie contribuivano altresì a conservare lo status del dollaro. ” ( CITAZIONE DALL’ARTICOLO )
” Ammesso e non concesso che la Cina possa dare alla sua divisa uno status globale, non è detto che lo voglia.
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Più che soppiantare il dollaro, pare evidente che la Cina e gli altri Brics mirino a godere di alcuni vantaggi dell’internazionalizzazione valutaria, schivandone però gli oneri.
Una divisa parzialmente usata negli scambi internazionali presenta la sua attrattiva. Dà lustro e dunque influenza politico-diplomatica, soprattutto presso le economie postcoloniali che contestano in modo crescente il primato occidentale.
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C’è tuttavia da dubitare che Pechino accetti l’altro lato della medaglia: il debito e la deindustrializzazione indotti dal deficit commerciale. Tanto più che a moltiplicarne l’impatto sugli Stati Uniti è stata proprio l’ascesa produttiva e commerciale cinese, il cui «shock» sul tessuto socioeconomico ha sovvertito Washington, generando il ciclone Trump. Non esattamente l’esito cui il Partito-Stato cinese sembra tendere.