PASSIONI
Non so se anche per voi è così. Ve ne parlo proprio per avere un vostro parere, perché sto attraversando un brutto periodo e sentire l’esperienza e il pensiero degli altri mi fa bene. No, non pensate alle solite lagne sull’infanzia infelice. Io sono venuta al mondo desiderata e sono sempre stata molto amata. Praticamente non c’è mai stato un attimo della mia vita in cui non abbia sentito l’amore come mio nutrimento. E quando parlo di Amore parlo di quello con la A maiuscola, quello che fa pensare a cose grandi, quello che scava dentro il nostro essere e ne trae fuori le cose migliori. Ho sempre sentito che chi mi ha creata lo ha fatto pensando al mare, alle stelle, alle nuvole del cielo, alla forza generatrice della natura. Avete in mente quelle giornate di primavera o d’estate, di prima mattina, quando il mondo fresco e trasparente ha la grazia e il vigore insieme di una foglia appena schiusa? Ecco, questo per me è l’amore, qualcosa di profondamente vitale, semplice e incommensurabilmente ricco, ma anche unico ed irripetibile. Non posso continuare su questo tono perché mi sto commuovendo, come davanti a tutte le cose belle e misteriosamente complesse. Insomma, per farvela breve e per non cadere nella commozione che, passata una certa età, ci rende ridicoli, verrò al fatto che ha stravolto la mia esistenza. Vi ho già detto come la mia vita sia stata compenetrata fin dall’inizio da quella magia, da quell’incanto dell’esistenza che è l’amore. Proprio per questo mio valore intrinseco, per i ricordi, le dolcezze, le speranze, gli orizzonti di vita che c’erano in me, ero considerata al massimo da chi avevo intorno. Credo che pochi, nella vita terrena, abbiano provato la sensazione in cui io vivevo quotidianamente, di perfetto amore dato e ricevuto. Qualche sinfonia può suggerire la mia vita, qualche poema, scomodando Omero, Dante e Shakespeare. La mia compagnia veniva ricercata quasi quotidianamente, a me si ricorreva nei momenti di maggiore gioia o di maggior dolore, come si ricorre ad una dea dispensatrice di grazie, di vigore e di vita. Sono sempre stata protetta, anche materialmente, dall’amore che suscitavo, per cui ho avuto una sistemazione eccellente: sono stata collocata, prima di una piccola serie di lettere d’amore, in una scatola di latta serigrafata, con tanti uccellini e fiori disegnati sopra, mentre molte altre mie colleghe, anche degne e traboccanti sentimento, hanno avuto come destino di finire neglette in qualche libro di poesia venduto sulle bancarelle dell’usato. Nella scatola che mi racchiudeva come uno scrigno non stavo a lungo dimenticata: la mia padrona sovente mi faceva prendere aria, mi rileggeva, mi bagnava con le sue lacrime, dapprima di emozione, poi di nostalgia struggente, infine di dolcissimo ricordo. L’ho vista da ragazza diventare donna, avere figli, infine nipotini, ma i suoi sentimenti nei miei confronti non sono mai cambiati: era amore puro, forte ed incontaminato, anche perché, non essendosi mai realizzato, era sempre rimasto adolescente. Delle lettere di quel periodo magico io ero la più bella, la più felice. Spesso, nel piccolo e prezioso mondo della nostra scatola, io e le mie sorelle ci siamo scambiate sussurrando le parole, potrei dire i gioielli di poesia di cui eravamo scrigni e vi posso assicurare che nessuna come me faceva volare in alto, nessuna come me era alba e tramonto insieme, fiore e frutto, fuoco e rugiada, passione che tutto travolge e olimpica quiete.
” Quel bastardo, ha scritto le stesse cose ad un’altra, per giunta brutta come il peccato!” : la mia padrona come una furia mi afferra, mi stazzonava con brutalità leggendomi e rileggendomi. Tiene nella sinistra un’altra lettera, la mia gemella. ” I tuoi capelli hanno dentro la notte, con le stelle che vi fioriscono” : hai capito che faccia di palta, diceva le stesse cose a tutte. E poi a quella, altro che la notte e le stelle fiorivano nei capelli. Che stupida sono stata! E sarei morta con questa illusione, di avere avuto una storia d’amore unica. ” Piano piano, ripresami dalla sorpresa del brusco cambiamento , comincio a raccapezzarmi, tra le parole piene di rabbia e i gesti convulsi che non mi fanno intravedere niente di buono: per un malaugurato scambio di libri, tra vecchie pagine è apparsa una lettera identica a me, ma indirizzata ad una antica conoscente della mia signora e padrona. Come potete figurarvi, sono caduta anzi precipitata dall’olimpico firmamento in cui regnavo. Sono finita in una scatola da scarpe, insieme a vecchie cartoline e orribili cianfrusaglie e già mi considero fortunata per non essere stata gettata nel pattume. Ci sono stata scaraventata, insieme alle mie sorelle, come gli schiavi reprobi venivano gettati nelle segrete. Ora siamo qui al buio, nessuno ci fa più prendere aria, ma sovente, con le altre reiette, ci scambiamo le frasi più significative, quelle che prima mi facevano piangere di gioia e di nostalgia, e sommessamente ridiamo, ridiamo.

Jane Fonda e Robert De Niro nel film ” Lettere d’amore “, 1990
– fotogramma – Wikipedia
RIMPIANTI
Ho ormai raggiunto felicemente la terza età, forse la quarta o la quinta, ma non me ne curo più. Sto ancora molto bene di salute e, a sentire gli amici e i vicini, anche di aspetto. Il colorito è ancora quello degli anni giovanili, c’è qualche piccola increspatura della pelle, qualche giuntura che scricchiola, ma nel complesso non posso proprio lamentarmi. Sovente mi dico che la mia razza doveva essere proprio buona, se ho potuto passare incolume attraverso tante fatiche e tante sventure. E sì, io sono di quella generazione che ha dovuto sopportare due guerre mondiali, mi sembra quasi impossibile quando lo dico. Potrei anzi affermare, senza pericoli di smentite, che ho fatto due guerre mondiali. Sono nato nei primi anni del ‘900 e allora, per chi come me era nato in un paese povero, l’unica via di salvezza era quella di emigrare. Con grande paura ma anche con grande curiosità lasciai i miei parenti, i miei amici e mi trovai imbarcato su quella che al momento mi sembrò una città galleggiante. Dopo una settimana di navigazione in terza classe , avevo cambiato idea e quella carretta puzzolente mi era apparsa in tutta la sua marcescente bruttezza. Quando toccai terra respirai finalmente un po’ di aria pulita e fu comunque un sollievo, anche se la parte più difficile doveva ancora venire. Dovetti accontentarmi di stare in un seminterrato umido e maleodorante ( ma almeno l’aria non dovrebbe essere di tutti?), con altri miei compagni di sventura. Fu lì che mi vennero quei reumatismi che non mi sono più andati via. A fatica riuscii ad abituarmi: per far passare un po’ la nostalgia, con i miei vicini ci raccontavamo le storie e le vicende dei nostri paesi; fu anche lì che imparai un sacco di cose, praticamente fu la mia scuola, perché altre non me le sono mai potuto permettere. Era divertente conoscere abitudini strane, cibi esotici, parole impronunciabili. Io ero molto bravo a non stupirmi mai di niente e perciò ero simpatico a tutti. A volte facevo fatica a non mettermi a ridere o a non indignarmi di fronte a certe cose, ma avevo capito che un aspetto rassicurante era la migliore garanzia di accettazione. Quando ormai mi ero quasi abituato dovetti fare quell’orribile viaggio per nave , ma in senso contrario: era scoppiata la guerra ( la prima guerra mondiale, ma allora non si sapeva che ce ne sarebbe stata una seconda, per cui si diceva solo ” la grande guerra). Come già vi avevo detto, la feci pure la guerra: dovetti andare al fronte e fu una miracolo che ne uscissi sano e salvo. Una volta una bomba mi scoppiò molto vicino e l’incidente paradossalmente mi salvò la vita, perché mi rimandarono a casa, anche se porto ancora oggi una cicatrice che mi fa un po’ male quando deve piovere. I dopoguerra, si sa, sono momenti di grandi rivolgimenti, di odi e di passioni fortissimi. Sembra quasi che la gente sia stata zitta durante la guerra perché troppo impegnata dalla paura e dal desiderio di sopravvivere, poi passato il pericolo riprende con le vecchie abitudini di sempre, rese più vivaci dalla lunga astinenza. Ne vidi di tutti i colori, anzi alla fine prevalse un unico colore, il nero, per cui immaginatevi che allegria! Dato che ero un tipo fidato, mi fu data da custodire una bellissima bandiera rossa, perché era troppo pericoloso lasciarla in giro, seppure in casa. Insieme ci siamo proprio divertiti. Io, che ero un bel baulone in legno nel fiore dell’età, mi commuovevo fino alle lacrime sentendo quella bella figliola parlare delle angherie che aveva dovuto subire per via del suo colore. Ho sempre trovato il rosso un colore stupendo. Ai suoi racconti fremevo con lei e intanto me la stringevo vicino. Abbiamo passato degli anni favolosi: lei ogni tanto aveva voglia di prendere un po’ d’aria ed io la lasciavo fare perché capivo che ne aveva proprio bisogno. Quando tornava mi dimostrava un amore più intenso , mi stringeva con un ardore struggente e mi sussurrava:” Meno male che ci sei tu che mi vuoi bene e mi proteggi. E’ così brutto fuori!”. Un giorno, anzi una notte, sentimmo un rombo terribile e poi un fragore come se ci cadesse in testa la casa. Quando ci riavemmo dallo spavento, venimmo a sapere dalle persone che erano arrivate terrorizzate in cantina che era scoppiata la seconda guerra mondiale. Questa volta la chiamarono subito così ed era già una bella chiarezza. Da quel momento non avemmo più un momento di tranquillità. Non è che quell’andirivieni mi dispiacesse: le persone, sotto l’effetto della paura e del pericolo che incombeva su tutti, mettevano in luce pregi e difetti estremi, per cui nel complesso erano molto più divertenti. La realtà, da tinte tenui era passata a colori vivacissimi, violenti di gioia o di dolore. Sotto a queste tremende emozioni continuava però il tran-tran quotidiano: sentivo le lamentele per il prezzo del pane, la preoccupazione per la figlia che non trovava marito, la lamentela per il vicino rumoroso, gli stipendi sempre troppo bassi, l’allegria per un appuntamento amoroso o una festa improvvisata perché si era riusciti a racimolare il burro e lo zucchero per una torta. Le persone venivano a sedersi su di me, qualcuno più organizzato portava un cuscino, le donne sovente avevano da cucire. La mia compagna sentiva tutto e fremeva: nessuno come lei aveva la sensazione dei tempi che cambiavano e questo presentimento che aleggiava nell’aria la rendeva più vibrante e sensibile. Io sentivo che prima o poi ci sarebbe stata una separazione e questo me la rendeva più cara e preziosa, se possibile. Certe frasi sibilline che diceva mi facevano piombare in abissi di tristezza: ” Mi pare che i tempi stiano cambiando”,” Devo tenermi su per quando sarà il momento”, “Chissà se sarò ancora all’altezza”. Mi chiedeva spesso se il suo aspetto fosse ancora giovanile e se le pieghe di tanti anni non l’avessero un po’ sgualcita. Io sentivo le mie viscere scricchiolare, ma non chiedevo niente per non starci troppo male. Usciva sempre più di frequente e tornava trasfigurata, come se avesse incontrato un amante. Cercava di comunicarmi questa sua frenesia: “Tra poco usciremo , ci faremo vedere da tutti e ci sarà una grande festa”. Quel “noi”, se da una parte mi faceva piacere perché includeva anche me, dall’altra mi ricordava che non ci sarebbe mai stato un “noi” fuori da lì. La sentivo più allegra,ancor più vivace di prima , ma anche più indipendente, più distaccata . Il mondo esterno, che prima la faceva rabbrividire di sgomento, ora la faceva sorridere , le dava un’ansia gioiosa che la allontanava da me. Non è che non tentasse di inglobarmi in quel suo meraviglioso futuro: ” Vedrai come sarà bello: io ti racconterò per filo e per segno quello che vedrò fuori, come adesso e poi, chissà, con quattro ruote sotto..” Aveva sempre avuto una gran fiducia nella tecnica e non riusciva, nel suo entusiasmo, a vedere certi inconvenienti. Figurarsi, io con le ruote, così grosso che ci volevano due uomini per spostarmi, e poi alla mia età. Ad ogni modo le ero molto riconoscente per il pensiero. Quando se ne andò definitivamente, mi ero ormai rassegnato. Non so se lo aveva fatto intenzionalmente, comunque mi aveva abituato dolcemente alla sua lontananza e di questo gliene sarò sempre grato. Aveva diradato progressivamente i suoi ritorni ma quando tornava era piena di attenzioni per me, se possibile più di prima. Mi descriveva tutto quello che succedeva fuori e si vedeva che voleva mantenere ad ogni costo la promessa fatta. Credo che tutto ciò le costasse molto perché fuori c’era una gran da fare per una come lei. Un giorno, dopo che era ritornata dopo una lunga assenza, mi propose di uscire con lei.” Dai,- mi disse piena di entusiasmo- se vieni c’è un gran da fare anche per te. Presto avremo forse bisogno di barricate e tu saresti perfetto”. Beh, riconosco di essere stato vile, ma io ero sempre stato un tipo tranquillo, forse anche un po’ pigro e la sola idea di tutta quella confusione mi faceva star male. Ero stato fatto per una resistenza passiva, in questo ero imbattibile, tant’è vero che la gente mi affidava le cose più care, ma in quel caos che intuivo esserci fuori mi sarei perso. Sapevo di un mio antenato, un intellettuale che aveva un mucchio di libri di filosofia e di politica, che aveva partecipato a Parigi alle barricate del ’48 e ne era uscito letteralmente a pezzi. I suoi discendenti dicevano che era un gran personaggio, ma di lui, dopo le cannonate, non era rimasto che qualche bullone e la copertina del ” Contratto sociale”, che qualcuno dei miei parenti custodiva ancora come una reliquia. Era troppo grande la diversità tra me e lei, sarebbe stato peggio far finta che non ci fosse. Così un giorno mi salutò più amorevolmente del solito ed io capii che non ci saremmo più rivisti. Sentii per l’ultima volta quella sua morbidezza che per prima mi aveva intenerito, vidi per l’ultima volta quel suo colore splendente che aveva illuminato la mia esistenza un po’ buia. Penso che la parte migliore della mia vita sia finita allora. Dopo sono stati giorni tutti uguali. Sì, ho mantenuto i rapporti con i miei parenti, ma quelli non riscaldano il cuore. Ogni tanto, nella cantina dove sono ormai da innumerevoli anni, capita qualche giovane che mi racconta quello che sta avvenendo fuori. Io mi convinco sempre di più di avere fatto a suo tempo la scelta giusta. Sì, non è una gran vita, ma posso pensare, leggere i libri e i giornali che mi vengono affidati, scambiare ragionamenti con i miei compagni, pensare a tutto quello che ho visto scorrere davanti a me, insomma sono ancora intero e la memoria è lucida. La rivoluzione che sognava la mia compagna non c’è stata, so che tutto è tornato alla normalità anche se i soliti entusiasti dicono che le cose cambieranno ancora. Mi piacerebbe tanto sapere dove è finita lei, se è rimasta con quel carattere tutto di un pezzo ma piena di meraviglia e di tenerezza . So di avere avuto buon senso e lo testimonia il fatto che sto qui a parlare con voi. Però, che nostalgia, che divertimento negato, che smania di vivere soffocata sul nascere, che rimpianto.. Non è detto che il buon senso sia tutto e la mia pena è questo dubbio che mi tormenta

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Grazie per avere messo queste due mie chiacchierate: mi sono divertita a rileggerle.