Francesca Saturnino  – Napoli, Il Gridas di Scampia, fondato nell’81 da Felice Pignataro, artista muralista, e Mirella La Magna, professoressa di lettere, è uno dei centri sociali più longevi e visionari di Napoli: rischia lo sgombero–ALIAS – IL MANIFESTO 7 FEBBRAIO 2026 + link / FELICE PIGNATARO

 

 

 

ALIAS – IL MANIFESTO 7 FEBBRAIO 2026
https://ilmanifesto.it/il-gridas-di-scampia

 

 

Il Gridas di Scampia

INTERVISTA A MIRELLA LA MAGNA, UNA DELLE FONDATRICI INSIEME AL COMPAGNO, FELICE PIGNATARO,  CHE E’ MANCATO

 

Il Gridas di Scampia

IL GRIDAS DI SCAMPIA-   ( la foto rimane così )

 

Foto LaPresse/Marco Cantile Napoli, 26/02/2017

Il GRIDAS di Scampia, fondato nell’81 da Felice Pignataro, artista muralista tra i più prolifici al mondo scomparso nel 2004 e Mirella La Magna, professoressa di lettere che con lui ha dedicato la vita ai ragazzi dell’area nord, è uno dei centri sociali più longevi e visionari di Napoli. Luogo di associazionismo solidale e culturale, avamposto di bellezza nella narrazione monocroma della Scampia timbrata Gomorra, da quasi mezzo secolo persiste, resiste, punto di riferimento per giovani, famiglie, comunità. Qui sono nati i murales utopia, il cineforum militante, il carnevale sociale diffuso in tutti i quartieri della città raccontato in Napoli Felix, documentario delle registe attiviste Alessia Maturi e Maria Reitano appena uscito. Oggi il GRIDAS rischia lo sgombero. Abbiamo chiesto a Mirella La Magna di raccontarci la sua storia.

 

Mirella, cosa ti ha portato a Scampia?

Sono una privilegiata. Le mie scelte di vita sono dettate da un bisogno di restituzione. La vita la fai tu, ma dove nasci non lo scegli. Sono nata al Vomero nel 1939. Mio padre Giovanni era un latinista grecista appassionato, un suo alunno devoto è Erri De Luca. Ignoravo ci fosse altro oltre al mio mondo finché non ho conosciuto i «baraccati» del campo Arar. Abilitata in latino e greco, nel ’66 insegnavo al Villari, a Piazza Nazionale. Andai a una conferenza del sociologo Antonio Venturini, si era appoggiato a una baracca per studiare Poggioreale, zona di residui bellici dove gli sfollati avevano iniziato a vivere in attesa delle case popolari in costruzione al Rione Traiano, nelle campagne tra la vecchia Secondigliano e Melito. Qui intorno agli anni ’50 nacque «INA Casa», attuale Monte Rosa, case a dimensione umana, scuola, servizi, persino un centro sociale dove fondammo il GRIDAS. Alla fine dei ’60 cominciò il fenomeno degli abusivi che occupavano le case, accadde anche ai nostri baraccati di Poggioreale.

 

Come hai iniziato a lavorare con loro?

Il sociologo parlò delle condizioni dei bambini baraccati, penose anche dal punto di vista didattico. Proposi al mio preside di fare il tirocinio con le ragazze che seguivo nell’ultimo anno di magistrale nella loro scuola elementare. Mi presero per pazza, le ragazze erano entusiaste. Alle baracche trovai un gruppo di universitari della Fuci, Federazione Universitaria Cattolici Italiani guidato da Felice Pignataro. Riuscimmo a ottenere un locale abbandonato per il doposcuola creativo: Felice dipingeva, propose di coinvolgere così i bambini. L’anno era agli sgoccioli, il gruppo si andava riducendo, rimanemmo noi due. Da un giorno a settimana divenne appuntamento quotidiano: ci accorgemmo che con i disegni riuscivamo a entrare in contatto con loro, capire come la pensavano. Cominciai a imparare il napoletano: stavo imparando molto più di quello che davo a quei ragazzini. Pensammo di recuperare la baracca del sociologo. Felice aveva un suo modo di dire: «E che ce vò!». Per qualunque situazione, aveva la soluzione. Era il 1967. Nel ‘69 arrivò l’ordine di trasferirsi. Un verduraio si offrì di portarci i banchi sul tre ruote, arrivammo con gli sfollati all’ISES, nuovo nucleo di edilizia popolare, area nord. Ci offrirono uno scantinato. Felice era direttore di un collegio universitario, chiamò i compagni per sistemarlo. C’eravamo portati la porta della baracca, numero 128: la scuola si chiamò così. La mattina andavo a scuola – meno male, divenne il nostro unico stipendio – il pomeriggio da loro. Ci sposammo. Felice perse il posto, voleva trovare un altro lavoro, lo fermai. Facemmo un progetto di vita: avremmo continuato a occuparci degli ultimi, era la nostra restituzione. Non per carità cristiana: era un discorso politico, una questione di giustizia sociale. Se la scuola non aiutava, come dice l’articolo 3 della nostra bellissima, non applicata Costituzione, a eliminare le differenze, l’avremmo fatto noi. Fittammo due stanze di un’ex masseria. Arrivarono i nostri tre figli. Vivo ancora lì.

 


Quando fondaste il GRIDAS?

«Lettera a una professoressa» era il nostro vangelo laico, pensavo che la scuola fosse perfetta ma, come diceva don Milani, curava i sani e gettava via i malati. A differenza di Barbiana non eravamo religiosi, le famiglie non ci capivano. Ancora oggi qualcuno m’incontra: «ma poi ve l’hanno data la casa?». Quella che sarebbe diventata Scampia all’epoca era cantiere eterno, gru in vasche di calce, campagna: una giostra per i ragazzi, difficile tenerli con noi. Non facevamo doposcuola, leggevamo il giornale, il Vangelo in maniera critica. Nel ’78 chiudemmo la 128. Nell’81 decidemmo di fondare l’associazione GRIDAS, Gruppo di Risveglio dal Sonno, inteso come sonno della ragione di Goya. Non abbiamo mai chiesto un soldo, anche quando invitati sotto l’egida del Comune. Volevamo rimanere liberi. Serviva una sede, la trovammo nel centro sociale dove si riunivano il Sunia, unione inquilini e il Comitato assegnatari dell’INA. Chiedemmo di usarlo due volte a settimana: non siamo entrati come occupanti. Felice iniziò a dipingere i muri della pinetina dell’INA Casa con i ragazzi, i nostri figli, altri compagni. Abbiamo sempre cercato di unire privato e pubblico. Intanto avevo completato la mia conversione politica, dalle superiori alle medie. I conferenzieri universitari si siedono, sfoggiano la loro cultura, se ne fottono se stai capendo o no, t’interrogano. Quest’insegnamento non comporta responsabilità diretta con l’individuo. Pensa invece com’è importante l’incontro col primo maestro: un bambino non nasce con l’etichetta bullo o vittima.

 


E il Carnevale?

Nel 1983 a Estate a Napoli venne un gruppo di artisti di strada francesi, usavano dei mascheroni per essere visibili. Ci piacquero moltissimo. Sono diventati il simbolo del nostro Carnevale, reazione di noi genitori al Carnevale scolastico. La scuola elementare dei nostri figli fittava la palestra a un privato per il concorso mascherina più bella: uno scandalo. Il carnevale è una festa popolare. Ha una sua storia, dignità, un significato sociale, politico. Sbeffeggiare il potere per un giorno, immaginare il contrario dello status quo significa avere idea che le cose non vanno bene. Il primo anno eravamo pochissimi. Nostra caratteristica, anche nella scuola pomeridiana, è stata la perseveranza: abbiamo continuato. Sono nati gli altri carnevali di quartiere, le murghe cittadine. I murales e il Carnevale hanno in comune il metodo, individuare un tema, rappresentarne il negativo, come lo cambieresti: l’utopia. Perché quest’utopia diventi realtà devi trovare tanti che la pensano allo stesso modo. Nei murales tra il negativo e positivo ci sono sempre persone che si tengono per mano. Nel Carnevale è lo stesso. La critica sociale è importante, in mezzo ci sono le bande, il corteo, la gente. Se manca la gente, non potrai mai bruciare il negativo nel falò finale.

 

Nel 2013 il GRIDAS ebbe piena assoluzione nel processo penale per la sua opera gratuita al servizio della collettività. A seguito di una sentenza della Corte d’Appello per occupazione senza titolo in favore dell’Acer (ex Istituto Autonomo Case Popolari afferente alla Regione Campania), presunto proprietario del bene, oggi rischia lo sgombero. A dicembre avete lanciato una petizione cui hanno aderito, tra i tanti, Martone, Saviano, Carpentieri. Questo Carnevale, il 44esimo, rischia di essere l’ultimo. Che tema avete scelto?

 

«Sgomberi, paradossi e diritti, siamo tutti sulla stessa barca»: lo sgombero delle vele abbattute, secondo loro hanno risolto il problema, gli sgomberi nel centro storico gentrificato. I paradossi: la fermata della metropolitana di Scampia è dedicata a Felice, il Gridas ha sempre curato i diritti alla cultura, allo studio: ci vogliono cacciare. Lottiamo per evitare che il nostro Carnevale venga affiancato a quello organizzato per i turisti a Scampia. Abbiamo invitato Manfredi più volte per un confronto, lettere, pec, tutti i sistemi possibili; lo stesso con Fico: gli inviti sono caduti nel vuoto. Ora siamo sotto il cielo. Felice sarà vivo fino a quando qualcuno continuerà.

 

 

 

Napoli, in corteo contro lo sgombero del Gridas | il manifesto

Napoli, 26/02/2017 Cronaca
35esimo carnevale Gridas nel quartiere Scampia di Napoli Nella foto: il carnevale nelle strade del quartiere – LaPresse
Il manifesto del 15-04-2026

 

 

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ARTICOLO DEL 3 GENNAIO 2026

FELICE PIGNATARO.ORG. — Foto + 1. CARNEVALE — + 2. CREAZIONI : Il dono della mano–+ 3. I MOSAICI — 4. PUBBLICAZIONI + 5. link precedente : ” Felice Pignataro e Scampia / 3 gennaio 2026

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