
EDGAR MORIN, 20 LUGLIO 2022 -( nato a Parigi, 1921 ) – GETTY IMAGES

1980 – Getty Images

2004 — Getty Images

L’ anno ha perso la sua primavera

Edgar Morin —
Edgar Morin è stato sociologo, filosofo e saggista francese di origine ebraica. Iniziatore del “pensiero complesso” – la necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di educare gli educatori ad un pensiero della complessità -, è considerato uno dei più grandi intellettuali contemporanei.
Ha partecipato alla Resistenza (rinunciando agli studi universitari) assumendo il cognome della sua futura moglie: Morin. Ha preso parte a movimenti anarchici, pacifisti e libertari e al Partito Comunista Francese, da cui è stato espulso nel 1951.
Negli anni Cinquanta è stato ricercatore presso il C.N.R.S. (Centre national de la recherche scientifique) compiendo studi sul divismo, i giovani e la cultura di massa. Oggi è il direttore per la sezione scienze umane e sociali.
Nel 1956 ha fondato la rivista «Arguments», trattando i temi politici centrali degli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1967, con Roland Barthes e Georges Friedmann, ha fondato la rivista «Communications», di cui è tuttora co-direttore. Nel 1969, un soggiorno al Salk Institut lo ha messo in contatto con la teoria dei sistemi che ha influenzato profondamente le sue ricerche epistemologiche.
Ha ricoperto inoltre la carica di Presidente dell’Associazione per il Pensiero Complesso, con sede a Parigi, e di Presidente dell’Agenzia europea per la Cultura (UNESCO).
Nel 2012 è stato insignito del Premio Scanno per la sociologia.
Meltemi ha pubblicato I fratricidi (1997), I miei demoni (1999), Introduzione a una politica dell’uomo (2000) L’uomo e la morte (2002) e Lo spirito del tempo (2017).
Tra gli altri titoli, per Cortina L’avventura del metodo. Come la vita ha nutrito l’opera (2023), Semi di saggezza (2025).
Edgar Morin si è spento a Parigi il 29 Maggio.
In un’intervista a «la Lettura», uscita nel luglio 2018, Morin aveva lanciato un appello vibrante:
«Bisogna creare delle oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante». – Corriere della Sera
https://www.ibs.it/ebook/autori/edgar-morin
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Esordire a centoquattro anni. “L’anno ha perso la sua primavera”, il primo romanzo di Edgar Morin.
di Deborah Donato
—- recensione

https://www.criticaletteraria.org/2025/07/edgar-morin-l-anno-ha-perso-la-sua-primavera-guanda.html
Non è mai troppo tardi per un esordio: a centoquattro anni appena festeggiati (8 luglio) Edgar Morin pubblica il suo primo romanzo: L’anno ha perso la sua primavera. È un romanzo autobiografico scritto nel 1946 e finora rimasto inedito, nel quale il grande sociologo e filosofo francese racconta gli anni di formazione di un giovane parigino, Albert Mercier, suo alter ego. Nell’introduzione al libro, è lo stesso Morin a narrarci la vicenda editoriale di questo romanzo:
Nel 1946 volli scrivere un romanzo in parte, con protagonista il mio alter ego. Emersero allora molti altri ricordi, tra i quali gli anni del liceo, che coincidevano con quelli fatidici seguiti all’ascesa di Hitler al potere, che portarono alla Seconda guerra mondiale. La mia penna – o meglio la mia piccola Olivetti – decise di procedere evocando l’esperienza di rifugiato a Tolosa, e poi il mio ingresso nella Resistenza. Una volta terminato e dattiloscritto il romanzo, non lo feci veder a nessuno. Sapevo di avere sufficiente ingegno per lavorare nelle scienze umane, ma dubitavo di possedere il talento del romanziere. (pp. 7-8)
Il romanzo inizia nel punto che tutti i conoscitori di Morin ben conoscono: il trauma che lui ha avuto da bambino, ovvero la morte di sua madre. È un punto cruciale anche del Morin sociologo: uno dei suoi primi libri dei suoi primi saggi è L’uomo e la morte, nel quale rifletteva sul paradosso dell’uomo che, in quanto unico essere dotato di autocoscienza, è l’unico ad avere consapevolezza della propria morte.
Qui invece questo evento è la scintilla narrativa. Più della morte della madre, la menzogna del padre, che, per proteggere il bambino, decide di tenere nascosta questa morte. Il padre porterà Albert, che aveva dieci anni, da una zia e successivamente dirà che la mamma è partita. In realtà il protagonista capisce che la madre è morta è dentro sé questo lutto, poiché non gli è stato dato la capacità di viverlo odi condividerlo, lo porta da una parte a separarsi e a vedere le bugie degli adulti e dall’altro riflettere proprio sulla finzione sull’immaginario per esorcizzare la finitezza umana.
Quell’idiozia, unita alla menzogna del viaggio dei genitori, gli fa orrore. Non li perdonerà mai per avergli nascosto la morte della madre e impedito di dirle addio. (p. 11)
Albert si chiude in se stesso e la sua adolescenza passa tra libri e film, nell’incomunicabilità con i familiari e con quasi tutti i suoi coetanei. Le ore trascorse al cinema, nel riparo della fantasia, delle storie altrui è un altro aspetto che ci consente di accedere all’opera di Morin (Il cinema o l’uomo immaginario è un altro testo importante nella sua produzione).
Nella trasfigurazione della propria biografia, il momento della scelta universitaria diventa – nell’amletico dubbio della strada da percorrere – uno spunto per l’approccio transdiciplinare, che è una delle cifre del pensiero moriniano. Ma qui non vi è posto per la teoria, la pagina pulsa di vita, di emozione, di concretezza.
Albert si interroga sulla propria vocazione. Professore? Medico? Il medico cura l’umanità sofferente, che gli rivolge lunghi sguardi di riconoscenza (Mi pagherà un’altra volta – Grazie dottore). […] Il magistrato esprime giudizi umani (Assolto! È più vittima che colpevole…). Il professore forma le giovani menti (Imparate a essere uomini tolleranti, lucidi. Sappiate che la mente non è nulla senza il cuore). Ci sono altre carriere. Il giornalismo (Si dice solo la verità nel giornale di Mercier). La diplomazie (Il progetto Mercier è il primo asso verso il disarmo generale). E altre ancora, all’infinito. I mestieri manuali, che fanno affrontare la vita attraverso il suo aspetto vero, terribile. […] Essere al contempo colui che lavora con le mani, colui che lavora nei libri, colui che insegna, che giudica, che cura, colui che ha tutte le esperienze. Essere tutto. Ah! Non è possibile. Bisogna irrevocabilmente scegliere, da qui a dieci giorni, prima che si chiudano le iscrizioni. Ma Albert non riesce a farlo. (p. 209)
La strenua volontà di essere “universale”, “uomo intero“, è la spinta che anima il giovane protagonista del romanzo, il cui titolo fa riferimento a una frase di Pericle. Pericle, infatti, dopo una pesante sconfitta di Atene, tenne un discorso in cui diceva: «Venne tolta la gioventù dalla città, come se fosse strappata la primavera dall’anno».
Questo è il sentimento che all’autore lasciò tanto la morte di sua madre quanto quella di fratelli e amici della Resistenza uccisi dai nazisti. L’anno del diploma del protagonista fu infatti anche quello in cui la Francia venne occupata dai nazisti. Il giovane Albert deve decidere davvero da che parte stare. Così, appena ventenne, si unisce alla Resistenza.
Una scelta stilistica molto convincente è stata quella di narrare in terza persona, nonostante il romanzo di formazione sia indiscutibilmente autobiografico. Una scelta convincente perché crea una distanza che “raffredda” le emozioni incandescenti, restituendocele in una purezza appunto trasfigurata, già materia per la riflessione. Del resto, quando un autore ha la fortuna di vivere così a lungo, ascoltare le sua memorie è come ripercorrere il cammino di una parte della storia d’Europa, attraverso una coscienza lucida e, adesso scopriamo, anche di un narratore convincente.
Deborah Donato
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Rubrica: Dai libri ai lettori
Biografie
UN RAGAZZO NELLA STORIA
di Alfredo Imbellone
Un pomeriggio di giugno del 1931, all’uscita dell’istituto Rollin, Albert – alter ego dell’autore – di dieci anni è sorpreso da una presenza inattesa: lo zio lo aspetta accanto a un taxi. La notizia di un improvviso viaggio dei genitori non desta sospetti. Sul tettuccio aperto, in piedi, il bambino guarda scorrere Parigi con l’allegria leggera di chi non sa ancora nulla. La casa degli zii a Ménilmontant, il cuginetto con cui giocare, una breve parentesi spensierata. Poi, tornato a Parigi con la domestica della zia, in un giardino pubblico il padre, tutto in nero, gli si avvicina e dice soltanto: “Non stare lì sull’erba”. In quell’istante tutto si rovescia, senza grida né spiegazioni. La madre non c’è più, è morta.
Il dolore non esplode. Si nasconde nei bagni, trascorre notti a piangere in silenzio. Attorno a lui frasi melliflue degli adulti, metafore sul cielo dove si andrebbe dopo la morte, bugie che pretendono di consolare e invece feriscono. Una zia dalla voce zuccherosa insiste, chiede maturità, impone ruoli. A tavola, le fasce nere al braccio che Albert rifiuta di indossare, i piselli e il riso trasformati in eserciti immaginari, la guerra miniaturizzata nel piatto mentre gli adulti mangiano senza guardarsi. Il bambino vorrebbe sparire, oppure dormire a lungo, aspettare che il tempo passi.
Le visite di parenti vestiti a lutto lo soffocano con abbracci e regali inutili. Le parole si accumulano come macerie. Un amico di scuola arriva impacciato, cerca notizie divertenti, nomina un film visto al cinema. La conversazione procede a tentoni, come se entrambi avessero paura di urtarsi. Il cinema diventa un rifugio: la sala buia, le risate che scoppiano fragorose, anche se l’angoscia non se ne va. Per le strade in salita, tra muri scrostati e marciapiedi irregolari, le gambe funzionano e almeno questo dà un senso al corpo, cammina. Davanti al cancello del cimitero, una margherita sfogliata, anziché “m’ama” o “non m’ama” Albert pensa alla mamma, “tornerà, un po’, molto, tantissimo…”; il verdetto promette un ritorno minimo: “un po’”. Un po’ tornerà, un po’ resterà per sempre l’attesa.
A casa, il padre oscilla tra premure e fragilità: baci goffi e un’ossessione per la cura del corpo, pediluvi bollenti, lotta ai microbi, ma nulla riesce a curare il silenzio. Ad Albert le parole fanno male, certe più di altre. A scuola, tra buffonate e smorfie, il ragazzo impara a mascherarsi. Nuove amicizie nascono nei corridoi, sotto i binari della metro, in passeggiate serali illuminate dai lampioni a gas. Mani che si cercano e si lasciano, gesti non detti, un affetto che resta sospeso. Intanto il lutto continua a scavare, come una galleria che non arriva da nessuna parte.
Pubblicato a distanza di quasi ottant’anni dalla sua stesura, L’anno ha perso la sua primavera nasce nel 1946 come tentativo narrativo precoce e rimane a lungo inedito, recuperato e ricomposto a partire da materiali d’archivio. La pubblicazione tardiva non ne attenua la forza, anzi ne accentua il valore documentario e letterario. Più che un semplice inedito, il libro appare come una tessera mancante: il racconto di un inizio, di una primavera strappata, da cui prenderanno forma un pensiero e una vita intera. Un romanzo di formazione che prende avvio da un trauma infantile e lo segue nelle sue ramificazioni emotive, corporee e immaginative. Il risultato conserva una tensione giovanile evidente, una scrittura che alterna registri realistici e improvvise accensioni oniriche, senza mai perdere il contatto con l’esperienza vissuta.
Lo stile è secco, mobile, capace di cogliere il dettaglio minimo — un gesto a tavola, una frase detta a mezza voce, un oggetto dimenticato in un armadietto — e di caricarlo di significato. La scelta della terza persona – attraverso il personaggio di Albert Mercier – introduce una distanza che raffredda il materiale autobiografico e lo rende racconto condivisibile, sottraendolo al confessionale. La perdita non viene spiegata né elaborata: viene mostrata nei suoi effetti quotidiani, nelle bugie degli adulti, nell’educazione sentimentale che passa attraverso il cinema, i libri, il corpo che cresce e cerca riparo.
Il libro si colloca in modo singolare all’interno della produzione di Edgar Morin, classe 1921, noto soprattutto per la successiva produzione saggistica e per l’elaborazione del pensiero complesso. Qui non c’è teoria esplicita, ma si riconoscono in filigrana i nuclei che attraverseranno tutta la sua opera: il rapporto tra vita e morte, individuo e società, immaginario e realtà. La scuola, la famiglia allargata, la città diventano microcosmi in cui si riflette una formazione etica e intellettuale ancora in divenire.
L’anno ha perso la sua primavera è segnato dalla Storia che irrompe nelle vite private: la Parigi degli anni Trenta, osservata dal basso, prepara il terreno a scelte future che il lettore sa essere imminenti. Il romanzo prosegue con l’adolescenza di Albert, la frequentazione del liceo, i primi amori e si conclude con l’occupazione nazista della Francia e la scelta del protagonista, ventenne, di unirsi alla Resistenza. La perdita della primavera avviene a livello personale con la morte della madre e la fine della fanciullezza e a livello collettivo con lo scoppio della guerra e l’invasione nazista dell’Europa. I due piani si compenetrano senza soluzione di continuità.

