+++ FRANCESCO STRAZZARI, LA GUERRA GRANDE. Ucraina-Iran, due guerre al prezzo di una. La vera posta dei due conflitti. IL MANIFESTO 28 luglio 2026

 

 

 

 

IL MANIFESTO 28 luglio 2026 

https://ilmanifesto.it/ucraina-iran-due-guerre-al-prezzo-di-una

 

 

Ucraina-Iran, due guerre al prezzo di una

 

 

 

 

 

 

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Chi cerca due grandi guerre, una in Ucraina e una nel Golfo, sta contando male.

Non si tratta di conflitti paralleli con qualche interconnessione occasionale. La competizione tra potenze (e aspiranti tali) ha superato i confini tra il campo militare, l’energia, le rotte, la finanza e la tecnologia. Leggerle separatamente rischia di far perdere la trama.

Ce lo conferma la cronaca di guerra quasi con puntiglio didattico: sabato Zelensky ha annunciato di aver colpito nel Mar Caspio navi russe impegnate nel trasporto di carichi militari “che riguardano l’Iran”.

 

Chi combatte sul campo sa bene che i teatri non sono separati e colpisce i punti in cui i fronti si incontrano. Nessuno dei due teatri si lascia più circoscrivere.

 

In Ucraina, la guerra non si combatte solo nel Donbass, ma anche nelle raffinerie russe, nei depositi, nelle petroliere, nella rete elettrica ucraina, nel grano del Mar Nero e persino nel greggio kazako che transita attraverso infrastrutture russe. Kiev ha smesso di colpire il fronte e ha cominciato a colpire il bilancio del nemico, puntando non ai chilometri di territorio ma ai ricavi energetici. Nel Golfo Persico, la stessa logica, ma rovesciata: gli Houthi impongono

 

L’OGGETTO della guerra non è tanto il territorio, quanto il funzionamento delle reti.

 

Porti, oleodotti, semiconduttori, satelliti, assicurazioni e sistemi di pagamento sono, al contempo, risorse economiche e bersagli strategici. L’interdipendenza, che secondo la liturgia liberale avrebbe dovuto moderare i conflitti e offrirci linee di rifornimento ridondanti e interscambiabili, si è trasformata nello strumento con cui combattere i conflitti stessi.
Colpire una strozzatura vale più di una brigata.

 

E quando più strozzature sono minacciate insieme, come nel caso di Hormuz, del Mar Rosso e del Mar Nero, la vulnerabilità non deriva dalla scarsità di petrolio, ma dall’impossibilità di trasportarlo, raffinarlo e assicurarlo a costi normali. Il barile di greggio è tornato sopra i 100 dollari, e con lui corrono i prezzi di carburanti, fertilizzanti, noli marittimi e infine il fantasma della stagflazione (INFLAZIONE + DECLINO ECON. ).

La mappa è politica e l’effetto è asimmetrico. La Russia e gli altri esportatori guadagnano dai prezzi alti, a condizione che mantengano aperte le rotte, motivo per cui Kyiv ha interesse a distruggere proprio quella capacità.

Europa, Giappone, Corea e India importano inflazione e deficit. I paesi poveri subiscono il colpo peggiore: energia cara, cibo caro, valuta debole e casse vuote. La crisi redistribuisce il potere.

 

CHI PARLA di “ritorno del multipolarismo” in realtà sta semplificando. Il sistema è in effetti multipolare per il numero di soggetti in grado di perturbare, ma resta profondamente asimmetrico se si considerano le capacità. Washington, che con l’ultima legge di spesa militare ha integrato le proprie capacità di difesa con quelle di Tel Aviv, conserva una superiorità indiscussa in termini militari, finanziari e tecnologici, ma ha perso la libertà politica di stabilizzare tutti i teatri contemporaneamente.

 

Ai suoi rivali non serve eguagliarla, ma basta moltiplicare i costi, saturare le difese, minacciare i nodi e dividere le coalizioni.

 

Chiamiamolo “potere negativo diffuso”: diversi soggetti hanno la capacità di costruire un ordine nuovo, ma sanno anche impedire a chiunque di governare quello esistente.

È la stessa erosione strategica dietro la superiorità tattica, la logica di Hormuz applicata al pianeta.

 

INTANTO, la deterrenza funziona male, a metà. Impedisce ancora lo scontro diretto NATO-Russia la soglia nucleare. Tuttavia, tutti hanno imparato a combattere appena sotto quella soglia: attacchi profondi ma calibrati, sabotaggi non attribuibili con certezza, droni, proxy e pressione sulle rotte.

 

È bene essere chiari: questa “zona grigia” non è l’anticamera della guerra, ma è essa stessa guerra.

 

In un sistema privo di consenso normativo e regole, con troppi soggetti significativi, catene decisionali frammentate e proxy autonomi ( INTERMEDIARI ), il vero rischio oggi non dipende dalla volontà di escalation, ma dall’errore di calcolo, che è diventato molto più probabile rispetto alla geometria bipolare della Guerra fredda.

C’è poi un costo che nessuna di queste contabilità registra e che merita di essere preso in considerazione.

 

LE FORZE ARMATE del mondo valgono da sole circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra (più dell’aviazione e della navigazione civili messe insieme) e questa cifra è quasi certamente sottostimata, perché i bilanci militari restano un buco nero volontariamente escluso dai rendiconti climatici. La sola guerra in Ucraina, tra il 2022 e il 2024, ha generato oltre 230 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente delle emissioni di un intero paese di media grandezza. Inoltre, ogni euro speso in armamenti produce più del doppio delle emissioni di un euro speso altrove. La corsa al riarmo europeo e il record mondiale di 2.700 miliardi di spesa militare nel 2024 sono anche un acceleratore climatico che avrà conseguenze per decenni, mentre la soglia di un innalzamento delle temperature di 1,5 gradi è ormai vicina.

 

SIAMO di fronte a qualcosa di più insidioso di una guerra mondiale nel senso classico del termine: un conflitto sistemico e diffuso, in cui nessuna guerra resta locale, perché energia, finanza e logistica collegano istantaneamente i vari fronti. C’è sicuramente in gioco la posta di chi conquisterà territori in Ucraina, o chi prevarrà su Teheran.

Tuttavia,

la vera posta è chi riuscirà a mantenere in funzione le proprie reti, spezzando quelle altrui, senza far crollare, per un calcolo sbagliato, l’intero sistema che tutti stanno saccheggiando. Salvo continuare ad armarsi prendendosela con l’assenza di senso della realtà dei pacifisti.

 

 

 

RIVISTA DI FUMETTI DEL MANIFESTO:

TITOLO : LA FINE DEL MONDO

 

Copertina La fine del mondo 7 con Dylan Dog

Oggi in edicola Dylan Dog e la fine del mondo. 28 LUGLIO

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