trailer del film-documentario
I GRAFFITI DELLA MENTE
https://www.youtube.com/watch?v=N2VRfj3oZVA
di Pier Nello Manoni regia Erika Manoni e Pier Nello Manoni
prodotto da BLUE FILM
articolo
www.swissinfo.ch/ita–
La voce svizzera nel mondo dal 1935
https://www.swissinfo.ch/ita/cultura/art-brut-
il-libro-di-pietra-di-oreste-fernando-nannetti/30405208
Art Brut: il libro di pietra di Oreste Fernando Nannetti

La Collezione Art Brut di Losanna presenta il lavoro di Oreste Fernando Nannetti, che ha inciso per nove anni, con la fibbia del suo gilet, i muri dell’ospedale psichiatrico toscano dove era internato. Da questo gesto ribelle è nato un libro di pietra di 70 metri.
Piove sulle facciate dell’ospedale psichiatrico di Volterra, in Italia. All’esterno della Collezione Art Brut, le gocce scendono lentamente sulle fotografie in grande formato di Mario Del Curto. Svaniscono come lacrime spesse sulla pietra dell’ istituzione italiana, oramai chiusa e abbandonata. Opera sibillina e aria cupa. Un po’ come la vita di Oreste Fernando Nannetti autoproclamata “colonnello astrale”, “ingegnere astronautico minerario del sistema mentale”
Un uomo a cui all’età di 27 anni viene diagnosticata la schizofrenia, detenuto dal 1958 al 1973 nell’ospedale psichiatrico di Volterra, in Toscana. Ma, soprattutto, un diarista magistrale che durante nove anni con la punta della fibbia del suo gilet ha inciso delle iscrizioni sulle mura della sua “prigione”. «L’ardiglione, elemento dell’uniforme obbligatoria identica per tutti, che annienta identità e personalità, diventa uno strumento di libertà e diventa la chiave di uscita», ha scritto nel libretto della mostra Lucienne Peiry, direttrice della Collezione Art Brut.
La scrittura del libro di pietra
Vaganbondo nella sua natìa Roma, Nannetti si chiude nel silenzio non appena varca la soglia dell’ospedale toscano. Userà quindi i muri che lo imprigionano come mezzo di espressione e spazio di libertà. Comincia sempre con il tracciare la sua pagina, un grande rettangolo che accoglierà le sue incisioni affrancate. “Come una Farfalla Libero sono, Tutti sono miei e faccio Sognare tutti”.
Scrittura lapidaria, le parole che sembrano iscrizioni etrusche, intervallate da disegni, costituiscono un libro di pietra di 70 metri. Condannato a vivere chiuso con centinaia di uomini 23 ore su 24, è durante l’ ora quotidiana di passeggiata, che Nannetti evade. Non attraversando le pareti, ma appropriandosene. «C’erano due guardie per ogni 200 uomini, siccome non dava fastidio a nessuno, lo si lasciava in pace. Anzi, era incoraggiato da un custode infermiere (Aldo Trafeli, l’unico con cui ha condiviso una certa complicità, ndr) che aveva studiato arte prima di svolgere questo lavoro», osserva Lucienne Peiry.
Una poesia libera e ribelle
Nella pietra Nannetti incide la propria identità, cifrata con lettere danzanti. Calligrafia stravagante che, una volta decifrata, lascia il posto a una poesia libera, misteriosa e ribelle. Priva di codici che impediscono al pensiero e alla scrittura di spezzarsi. Alla parole Nannetti preferisce spesso il respiro dello spazio: “Sono Materialista e Spiritualista, amo come tale il mio essere materiale perché sono grande e amorevole con il mio Spirito”.
Al centro dei suoi scritti, l’uomo, abbandonato dal padre e accolto da un ente di beneficenza all’età di sette anni, descrive se stesso, inventando una famiglia, delle origini a volte papali o reali. Scientifico lunatico, afferma di essere collegato a onde elettriche e magnetiche. E di ricevere informazioni, “in diretta telepatica”. Evoca anche l’universo siderale e biblico, la guerra, l’erotismo, la morte. Persino la rivolta, quando parafrasa Emiliano Zapata: E’ meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.
Il salvataggio dell’opera
Tante parole scolpite che Pier Nello Manoni ha salvati dall’oblio. Quando nel 1979 gli viene commissionato il compito di produrre un documentario fotografico sull’ospedale psichiatrico di Volterra prima della sua chiusura, scopre i “graffiti” del detenuto geniale. Affascinato dall’opera di questo pazzo, di notte fotografa le pagine del libro di pietra una dopo l’altra. Poi, con l’aiuto dell’infermiere Aldo Trafeli, cerca di decifrare le frasi enigmatiche scritte sulle pareti.
Un lavoro dettagliato che dura cinque mesi. Appassionato da questa figura, Manoni decide successivamente di realizzare con la figlia un film dedicato a Fernando Oreste Nannetti (I graffiti della Mente. N.O.F.4 Moro Secco Spinaceo). Un documentario che ha fatto conoscere in Italia l’autore di Art Brut. Poi ecco Lucienne Peiry, che ha deciso di presentare questo capolavoro. ( vedi video intero sotto )
Sette anni. Questo il tempo impiegato per preparare questa prima retrospettiva, costituita dal fac-simile del muro, da letture sonore che danno corpo a questa poesia atipica, dal modello dell’ istituzione psichiatrica e, soprattutto, dalle immagini di Pier Nello Manoni.
Vasto panorama che rende la dimensione del libro scritto da Nannetti. Opera effimera, alla lettura oggi quasi impossibile. Perché con il tempo le mura di Volterra sono andate in rovina. E le persone che venivano a prenderne dei pezzi, non hanno contribuito a preservarle. Presto l’integralità del lavoro di questa singolare introspezione, scomparirà. Ad ogni modo a Pier Nello Manoni Nannetti aveva detto che l’opera non gli apparteneva più.
Lasciando chiavi di lettura per esplorare la sua galassia, il “colonnello astrale” se n’era nel frattempo andato verso un altro mondo. “I soli le Lune e le Stelle si alzano e calano e possono assumere qualsiasi forma e qualsiasi colore”.
video, 51 min. ca–
Fernando Nannetti – Graver sur les murs de l’asile
Lucienne Peiry — Notes d’Art Brut
una foto

immagine da : https://www.pisatoday.it/cronaca/recupero-graffiti-nannetti-volterra.html
NOF4
Non si hanno notizie precise sulla sua vita fino al 1948, quando fu processato per oltraggio a pubblico ufficiale, accusa dalla quale fu prosciolto il 29 settembre dello stesso anno per vizio totale di mente. Trascorse i successivi anni nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma, prima di essere trasferito, nel 1958, nell’ospedale psichiatrico di Volterra.
Nel 1959 fu trasferito nella sezione giudiziaria “Ferri” del complesso volterriano.
Dal 1961 al 1967 fu invece nella sezione civile “Charcot” del manicomio, per poi tornare al “Ferri” fino al 1968.
Fu affidato alternativamente alle due strutture fino alla dimissione.
Nel 1973 fu assegnato all’Istituto Bianchi e, come molti altri ex-pazienti, visse a Volterra fino alla morte, avvenuta nel 1994
Negli anni di degenza al Ferri, Nannetti incise una serie di graffiti sugli intonaci del complesso, utilizzando le fibbie delle cinture che facevano parte della divisa degli internati. Uno, lungo 180 metri e alto in media due, correva intorno al padiglione dell’istituto. L’altro, lungo 102 metri e alto in media 20 centimetri, occupava il passamano in cemento di una scala. I due cicli erano organizzati come un sorta di racconto per immagini.
I graffiti hanno per tema visionari racconti fantascientifici spesso incoerenti o di difficile interpretazione.
Fra i testi è possibile leggere:« io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale »
(Trascrizioni a cura di A. Trafeli)
« il vetro le lamiere i metalli il legno le ossa dell’essere umano e animale e l’occhio e lo spirito si controllano attraverso il riflessivo fascio magnetico catotico »
(Trascrizioni a cura di A. Trafeli)
« grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera 10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse 40% per malattie varie trasmesse o provocate 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi »
(Trascrizioni a cura di A. Trafeli)
« amo il mio essere materiale come me stesso »
(Trascrizioni a cura di A. Trafeli)
Nei “racconti” Nannetti afferma di poter comunicare telepaticamente con alieni (definiti alti, spinacei, naso ad Y) e narra la conquista di mondi sconosciuti e terribili guerre combattute con armi altamente tecnologiche in cui si intrecciano magie alchemiche, selve di tralicci metallici e antenne.
LA RISCOPERTA DI NOF4
A seguito della legge Basaglia, il manicomio fu chiuso nel 1979. Nel 1980 l’ex infermiere Aldo Trafeli, riconoscendo l’importanza dell’opera di Nannetti, commissionò al fotografo Pier Nello Manoni delle riproduzioni fotografiche dei graffiti, oggi conservate nel museo Lombroso di Volterra. Nel 1985 l’Unità sanitaria locale numero 15 della Toscana acconsentì alla pubblicazione del volume N.O.F. 4 Il Libro della Vita, a cura di M. Trafeli, con le trascrizioni di A. Trafeli e le foto di Manoni.
A Nannetti venne riconosciuto un compenso di due milioni di lire. Nannetti non gradì la ricompensa, manifestando, invece, apprezzamento per l’articolo pubblicato dal settimanale «l’Espresso» il 14 settembre 1986, firmato da Antonio Tabucchi e dal titolo Caro muro ti scrivo.
Nel 1998 i graffiti sono stati filmati ed inseriti nel film Prima la musica, poi le parole di Fulvio Wetzl, in alcune sequenze narrative e, soprattutto, anche a scopo di memoria visiva, integralmente filmati in pianosequenza sotto i titoli di coda del film.
Lo Studio Azzurro dedicò all’opera di Nannetti un film-documentario, intitolato L’osservatorio nucleare del signor Nanof, girato da Paolo Rosa. Negli anni si sono susseguite diverse mostre e convegni dedicati a quello che viene oggi considerato un raro e importante esempio di Art Brut.
Le lettere e gli scritti di Nannetti (circa 1700 pagine), in ossequio alle normative vigenti, furono distrutti dopo la sua morte, non essendoci alcun parente in vita che potesse reclamarne la proprietà. Erano, tuttavia, stati fotocopiati per tempo.
I graffiti, dopo la chiusura e l’abbandono dell’ospedale psichiatrico, sono andati incontro a un rapido deterioramento; al 2011 si stima che ne rimangano integri solo 53 metri.
Al 21.03.2012 i graffiti, anche se coperti da una tettoia in lamiera, in modo alquanto precario per lo scopo di volerli preservare nel tempo, sono vistosamente danneggiati e rimangono ancor meno di quei 53 metri. ed ogni giorno che passa un pezzo di quel muro si stacca, cancellando in modo definitivo quest’opera unica.
Fonti
NOF4 – Tratto da wikipedia
foto del manicomio di Volterra di: MATTEO BINI 2012






















