ELIANA RIVA – Il finto think tank che insegna ai chatbot la versione di Israele – IL MANIFESTO  30 agosto 2026 + IL FATTO QUOTIDIANO 28 agosto

 

 

Treccani – CHATBOT
Programma informatico capace di interagire vocalmente con l’utente.
Quando in Rete risponde il robot- (  segue nel link di Treccani )

 

 

IL MANIFESTO  30 agosto 2026
https://ilmanifesto.it/il-finto-think-tank-che-insegna-ai-chatbot-la-versione-di-israele

 

 

 

Il finto think tank che insegna ai chatbot la versione di Israele

 

 

 

 

 

 

 

Il governo di Tel Aviv non si limita a disseminare in rete propaganda filoisraeliana nella speranza che venga raccolta dalle intelligenze artificiali. Finanzia invece la costruzione di fonti pensate per essere riconosciute dalle macchine come autorevoli: studi dall’aspetto accademico, pieni di dati, citazioni e cautele metodologiche, organizzati per offrire risposte già pronte alle domande degli utenti. Il punto non è imporre alla macchina una versione favorevole a Israele, ma orientare il modo in cui valuterà i fatti, i dubbi e le responsabilità.

 

È questo lo scopo ultimo di una nuova operazione di propaganda finalizzata da Tel Aviv e ricostruita da un’inchiesta del quotidiano inglese The Guardian che ha seguito le tracce lasciate da un presunto centro studi statunitense, l’Hanover Institute for Public Policy. Un istituto che non compare negli elenchi ufficiali degli enti, che non si sa dove abbia sede, senza autori riconoscibili e capace però di una produzione prodigiosa. 124 «rapporti» pubblicati tra il 6 e il 14 agosto, più di 560 mila parole. In soli due giorni, dal 12 al 13 ne sono comparsi 73.

 

QUASI TUTTI HANNO una caratteristica particolare. Il titolo non annuncia il tema di una ricerca ma pone una domanda: «Israele sta commettendo un genocidio a Gaza?»; «Israele ha espulso i palestinesi dalla loro terra?»; «Esiste una politica della fame a Gaza?»; «Israele pratica l’apartheid nei Territori palestinesi occupati?». Sono, quasi parola per parola, le domande che milioni di persone possono rivolgere ogni giorno a ChatGPT, Gemini, Claude o Perplexity.

 

Non si tratta di veri studi, nel senso specifico del termine. Hanover non manda ricercatori sul campo, non conduce interviste, non somministra test, non effettua sondaggi, non scopre documenti né produce nuovi dati. Raccoglie ciò che esiste già: rapporti Onu, di Amnesty international, articoli scientifici, statistiche palestinesi, dati dell’esercito e del governo israeliano. Poi sistema tutto dentro un documento dall’abito impeccabilmente accademico, completo di metodologia, note, tabelle, numeri, fonti e conclusioni. Il risultato è una risposta già pronta che spesso, se presa nuda e cruda, condanna Israele.

 

Si crea un effetto paradossale: attraverso il finto istituto di ricerca finanziato da Tel Aviv, il governo israeliano riesce dove i suoi rappresentanti di maggioranza e di opposizione falliscono: ammettere le colpe con i numeri e i fatti. Mentire non consentirebbe di presentarsi come una fonte affidabile e non attirerebbe l’interesse dei sistemi di intelligenza artificiale. Eppure, leggere gli «studi» genera una sensazione di confusione.

 

Il ragionamento a cui conduce il testo partorisce il dubbio sulla responsabilità, sulla lettura dei numeri, sulla mancanza di un giudizio legale definitivo. E sulla minaccia dell’antisemitismo. Che è sempre lì, presente anche quando è lo stesso istituto a dichiarare che l’argomento è slegato da quello della «ricerca».

 

Alla domanda «Israele sta commettendo un genocidio a Gaza?», per esempio, Hanover riconosce subito che la commissione d’inchiesta dell’Onu ha stabilito nel 2025 che le autorità israeliane hanno compiuto quattro dei cinque atti elencati dalla Convenzione sul genocidio ma insiste che questo non basta: il vero nodo sarebbe l’intento di distruggere il gruppo. Così il centro della discussione non resta sulle uccisioni, sui danni fisici e mentali, sulle condizioni di vita imposte o sulle misure contro le nascite, ma viene spostato sull’elemento più difficile da provare.

 

 

IL TESTO DECLASSA sistematicamente chi stabilisce che sia genocidio e mette sullo stesso piano conclusioni di organismi internazionali e la versione israeliana, presentandole come “due letture” del medesimo materiale. Lo schema si ripete. Il rapporto sulla fame compie anzitutto una separazione insistente fra fame e politica della fame. Ammette che la carestia è stata classificata e che almeno 500mila persone erano nella fase più estrema, ma dice continuamente: questo misura il risultato, non la causa né l’intenzione.

 

Persino la dichiarazione esplicita di assedio totale da parte del ministro della difesa viene trasformata in un indizio insufficiente dell’intenzione. Entrambi inseriscono il tema dell’antisemitismo anche quando non è direttamente legato all’oggetto della ricerca.

 

Non occorre dunque negare ciò che è successo. Basta alzare continuamente la soglia di ciò che può essere considerato definitivamente provato. In uno dei rapporti più impressionanti Hanover ammette l’esistenza di bombardamenti israeliani che hanno cancellato famiglie intere. Ma subito dopo restringe il significato dei numeri: quei conteggi significano forse che non sia rimasto in vita nessun membro della stirpe? No, impossibile saperlo, dunque la stessa risposta iniziale viene resa dubbia. I numeri presentati sono continuamente declassati a dati di «una delle parti in conflitto».

 

Inoltre, lo «studio» è formulato come una disputa sulle definizioni: famiglia, nucleo familiare, linea genealogica, spostando la discussione dal fatto – decine e centinaia di parenti uccisi insieme – alla dimostrazione dell’estinzione biologica completa della famiglia. Il numero enorme di vittime appare in parte conseguenza della struttura abitativa palestinese. È assolutamente assente qualsiasi accenno all’opportunità di sganciare una bomba in un’area densamente abitata, alla catena decisionale dell’esercito, al principio di proporzionalità.

 

È una forma di propaganda assai più sofisticata della semplice falsificazione. Il fatto viene ammesso e circondato di cautele fino a limitarne le conseguenze. Formalmente non c’è nulla di scorretto. L’effetto cumulativo è però quello di trasformare ogni certezza in una controversia accademica ancora aperta.

 

PERSINO QUANDO la ricerca porta Hanover molto lontano da una difesa possibile di Israele, il percorso tende a ricondurre il lettore altrove. Uno studio del 2022 sui commenti antisemiti pubblicati sulle pagine Facebook di testate britanniche, francesi e tedesche viene citato 454 volte in 88 dei 124 rapporti. Compare in testi sulla registrazione delle terre nei Territori occupati, sul numero dei morti a Gaza, sulle espulsioni del 1948 e sul blocco della Striscia. Secondo Nick Cleveland-Stout, ricercatore del Quincy Institute che per primo ha indagato Hanover per Responsible Statecraft, quasi ogni rapporto finisce per suggerire che parlare di quelle accuse contro Israele potrebbe contribuire all’antisemitismo.

 

Tutte queste caratteristiche diventano più comprensibili se si considera non chi dovrebbe leggerli ma chi dovrebbe trovarli. Quando un utente interroga oggi un sistema di intelligenza artificiale, la macchina può cercare in rete informazioni utili a costruire la risposta. Non sfoglia un rapporto come farebbe una persona. Individua i passaggi che sembrano rispondere meglio alla domanda, li estrae e li combina con altri materiali. È quindi particolarmente utile trovare una pagina che porti nel titolo proprio quella domanda, che offra immediatamente una risposta, che la spezzi poi in altre domande più piccole e che accompagni ogni affermazione con numeri e fonti. È esattamente questa l’architettura di Hanover.

 

Non è soltanto un’impressione. Res, una società specializzata nel rendere i contenuti più facilmente utilizzabili dai sistemi di intelligenza artificiale, spiega pubblicamente ai propri clienti lo schema da utilizzare, che corrisponde a quello di Hanover. Il Guardian ha scoperto che inizialmente sul sito del sedicente istituto di ricerca era presente un file standard proprio di Res, una sorta di indice scritto per aiutare le macchine a capire cosa contiene un sito. E il fondatore della società, Hai Tran, si era registrato poche settimane prima al dipartimento di Giustizia americano come consulente digitale e subappaltatore di Piro Inc., la società registrata negli Stati Uniti per attività svolte, attraverso Havas Media Germany, per conto dell’agenzia pubblicitaria del governo israeliano.

 

IN FONDO all’home page della Hanover c’è esplicitamente scritto che il «materiale è distribuito da Piro, Inc. per conto di Havas Media Germany GmbH per conto dell’Agenzia pubblicitaria del governo israeliano (LaPam)».

Piro, peraltro, non nasconde il genere di servizio che vende. Sul proprio sito pubblicizza un sistema per intervenire sulle risposte dell’intelligenza artificiale. Spiega di individuare le domande rivolte dagli utenti, costruire contenuti nel modo in cui i modelli valutano l’affidabilità delle fonti e pubblicarli non soltanto sui siti dei clienti, ma anche su «proprietà terze affidabili che costruiamo».

 

Lo scopo finale è dichiarato senza molti giri di parole: non basta apparire tra le fonti, bisogna «apparire come la risposta». È qui che cambia la natura della propaganda. Hanover non deve convincere l’intelligenza artificiale che Israele ha ragione. Deve diventare una delle fonti attraverso cui la macchina impara a decidere che cosa è certo, che cosa è contestato e che cosa richiede ancora prudenza. Deve insegnarle a dubitare abbastanza da non arrivare fino in fondo quando i fatti indicano che Israele ha torto.

 

IL FATTO QUOTIDIANO  28 agosto 2026

Falso think tank americano diffondeva la propaganda di Israele usando l’intelligenza artificiale: l’inchiesta del Guardian

Il centro studi in questione, l’Hanover Institute for Public Policy, ha pubblicato oltre mezzo milione di parole in nove giorni. Ma non esiste come entità legale in alcuna giurisdizione, non ha un indirizzo fisico e non riporta alcun membro dello staff né alcuna firma sui suoi articoli.
se vuoi, apri il link, l’articolo è gratis

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/28/falso-think-tank-propaganda-israeliana-intelligenza-artificiale-notizie/8490977/

 

 

 

L’ULTIMA RIVISTA DI FUMETTI — IL MANIFESTO

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1 risposta a ELIANA RIVA – Il finto think tank che insegna ai chatbot la versione di Israele – IL MANIFESTO  30 agosto 2026 + IL FATTO QUOTIDIANO 28 agosto

  1. uiuilibrio scrive:

    Meno male che c’è chi riesce a svelare queste sofisticate falsificazioni!

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