DONATELLA
Geniale, struggente, appassionata questa musica immortale, violenta e dolce allo stesso tempo.
TEATRO PETRELLA A LONGIANO
DAL FAI — https://fondoambiente.it/luoghi/castello-di-longiano?ldc=
CASTELLO DI LONGIANO

Il Castello Malatestiano domina, assieme alla Torre Civica, il centro storico di Longiano. Di origini altomedioevali, dal XIII al XV secolo il Castello è stato residenza dei Malatesta, che lo ampliarono e fortificarono. In seguito, papa Leone X diede Longiano in feudo perpetuo ai conti Rangoni di Modena, che modificarono radicalmente l’esterno dell’edificio. Nel XIX secolo gran parte degli interni furono ristrutturati. Il castello è costituito da numerose stanze, una grande Sala dell’Arengo, due torrioni, un’elegante loggetta,una terrazza che domina la pianura fino al mare Adriatico e una suggestiva corte interna con l’antica torre civica., Il Castello è stato, nei secoli, sede del governo della città. Fino al 1989, infatti, ospitò gli uffici comunali, poi dai primi anni Novanta, divenne sede della Fondazione Tito Balestra onlus, importante collezione d’arte che annovera artisti del Novecento italiano quali Guttuso, Morandi, De Pisis, Sironi, Mafai e numerosi altri, e anche una piccola ma significativa selezione di opere di Chagall, Goya, Matisse, Kokoschka, Rouault.


FONDAZIONE, PIAZZA MALATESTIANA 1– dal:
FAI- link
La Fondazione è legata al nome di Tito Balestra (Longiano 1923-1976), Poeta fra i maggiori del Novecento italiano. Tito Balestra ha assemblato la collezione nel corso del lungo periodo durante il quale ha vissuto a Roma: essa comprende più di duemila opere, fra dipinti, sculture e grafiche, alcune delle quali particolarmente importanti per la storia dell’arte italiana del XX secolo. Il 30 dicembre del 1989 la Fondazione Tito Balestra ottenne il riconoscimento giuridico dal Presidente della Repubblica. La collezione si trova all’interno del Castello Malatestiano di Longiano e negli adiacenti spazi espositivi. Gran parte delle opere che costituiscono la originaria collezione di Tito Balestra, sono firmate da Mino Maccari (ben 1903 “pezzi” fra olii e grafica); la raccolta inoltre include opere di Mafai, Rosai, De Pisis, Morandi, Guttuso, Vespignani, Bartolini, Zancanaro, Ziveri, Campigli, Fantuzzi, Sironi, Vangelli ed altri maestri del Novecento italiano.
Una sala inoltre è interamente dedicata alle opere di artisti stranieri fra cui Chagall, Kokoschka, Matisse ed Heckel. La collezione è nata grazie ai numerosi rapporti di “scambio”, di amicizia e di interessi culturali fra Tito e il mondo artistico del secondo dopoguerra.
La Fondazione Tito Balestra / Castello Malatestiano è visitabile tutti i giorni, eccetto il lunedì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 19.00 (nel mese di agosto ore 16.00-20.00). Ingresso a pagamento. Info: tel. 0547 665850
tito balestra
IL MANIFESTO 11 novembre 2023
Tito Balestra, la sua stagione rivelatrice in due soli libri, tra satira e malinconia.
Niccolò Nisivoccia
POESIA. Le sue sillogi riunite in una con La Nave di Teseo

Al di là di una plaquette composta da appena undici poesie e pubblicata in appena cinquantadue esemplari (Le gambe del serpente, L’Arco Edizioni d’Arte, 1975), Tito Balestra è stato un poeta di una brevissima stagione, e di due soli libri: Quiproquo, uscito da Garzanti nel 1974, e Se hai una montagna di neve tienila all’ombra, uscito prima, in poche copie, nello stesso 1974 e poi, sempre da Garzanti, nel 1979.
Entrambi erano introvabili da tempo, e dunque va reso merito alla Nave di Teseo per averli ora ripubblicati, in un volume unico (pp. 290, euro 20): ed è un merito da celebrare, perché questa nuova edizione ci restituisce praticamente nella sua interezza, per quanto così esigua, un poeta fra i più grandi in assoluto del nostro secondo Novecento.
Balestra era nato a Longiano, sulle colline intorno a Cesena, nel 1923; e a Longiano è morto, a soli cinquantatré anni, nel 1976, dopo aver vissuto a lungo a Roma. Era stato partigiano, e per un certo periodo, dopo la guerra, proprio a Longiano aveva ricoperto l’incarico di assessore e di vicesindaco.
A ROMA, dove si era trasferito per seguire i corsi del Centro di educazione professionale per assistenti sociali diretti da Guido Calogero e dove aveva conosciuto Anna Maria De Agazio, che sarebbe diventata sua moglie, perlopiù si era occupato d’arte, curando mostre presso la Galleria La Vetrina (in via del Babuino). A Roma aveva anche stretto amicizia con pittori e scrittori. Era una persona discreta, non gli interessava la ribalta. Oggi, prima di questa nuova edizione delle sue opere, era stato quasi dimenticato, nonostante il fatto che Elisabetta Sgarbi alcuni anni fa avesse intitolato un film a ciascuna delle sue due raccolte e che, più di recente, la rivista Laboratori critici gli abbia dedicato una retrospettiva.
ESSENDO COSÌ poche le sue poesie, menzionarne qui alcune a discapito di altre è molto difficile e perfino doloroso, perché si potrebbe dire che non c’è poesia, fra quelle che aveva pubblicato, che non sia perfetta e rivelatrice. E quindi, se è vero che le preferenze di ciascuno sono sempre il frutto anche di una geografia sentimentale, nel caso di Balestra questo è vero a maggior ragione. Ciò che si può aggiungere è che la sua poesia sembra retta da un criterio di equilibrio fra due registri, spesso mischiati e sovrapposti uno all’altro: uno più satirico (implacabile e fulminante, per rimandare a parole a suo tempo usate da Attilio Bertolucci), l’altro più dolce e malinconico, talvolta al limite della rassegnazione.
Un esempio del primo di questi due registri può essere dato dai versi di Parassita:
«Eternamente loda/
eternamente dice/
rapidamente mangia/
e posa ad infelice».
UN ESEMPIO DEL SECONDO è invece nei versi rivolti alla moglie, semplici nella forma com’è semplice il sentimento che incarnano, come può essere semplice l’amore:
«Anna, ho comprato un pezzo di terra,/
ho un cavallo, una frusta e sollevo la polvere/
e chiamo il vicino e gli tocco la spalla/
oppure un altro, un sogno più piccolo,/
io e te insieme abitiamo una stanza/
e abbiamo vetri contro il vento e la pioggia/
e un cuscino un po’ grande che basta per due;/
guardami in faccia ho gli occhi castani».
Ma sono solo esempi, appunto. E comunque esiste lungo tutte le poesie di Balestra, pur fra i due registri che le connotano, anche un elemento comune (oltre agli elementi formali): ed è un certo senso di saggezza che sempre ne promana.
Ma è una saggezza mai moralistica, mai altezzosa: è una saggezza che Balestra non elargiva ad altri che a sé.
E basterebbe leggere versi come questi:
«Come un albero saggio/
che non muore e non vive/
sei d’ingombro a chiunque/
la tua ombra non piace./
Delicati di bocca
/grassi bruchi ti spolpano,/
è un piacere da saggi/
il sentirsi mangiato».

Che belli questi versi!