FACEBOOK DI CHIARA APPENDINO / link sotto — 18 ottobre ORE 20.07 + articolo di REMO BODEI IL REALISMO ANTI-POPULISTA DEL MACHIAVELLI -da Il Sole 24 ore del 24 marzo 2013

 

 

 

Chiara Appendino 

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Il Movimento 5 Stelle mi ha accolta quando ero poco più di una ragazza.

È qui che ho imparato a mettermi al servizio della mia comunità.

È, e resterà sempre, la mia casa politica.

Ed è proprio per amore di questa casa che ho deciso di rimettere il mio incarico di Vicepresidente del Movimento 5 Stelle.

Non è una scelta leggera, è una scelta sofferta. Ma in una politica dove troppi restano aggrappati alla poltrona, noi del Movimento 5 Stelle ragioniamo secondo altri schemi.

Perché lo faccio? Perché voglio dare un segnale politico: dobbiamo aprire una discussione vera e invertire la rotta. E perché non sono mai scappata dalle mie responsabilità, soprattutto quando è in gioco la nostra comunità.

Dopo l’ennesimo risultato deludente alle regionali, non possiamo continuare a dirci che è tutto normale e che va tutto bene.

Il problema non è fuori da noi.

Il problema è nella nostra identità, nella direzione politica, nel modo in cui stiamo parlando – o non parlando – al Paese.

Abbiamo il dovere di guardarci dentro. Perché mentre la destra governa male, il carovita divora stipendi e pensioni, le imprese soffocano sotto il peso dei dazi e l’economia arretra, il Movimento 5 Stelle non riesce a intercettare chi si sente ai margini, a trasformare la rabbia in speranza e voglia di riscatto.

E questo non è normale. La colpa non è mai degli elettori: è nostra, quando smettiamo di rappresentarli.

Ho creduto – e credo ancora – nel progetto dei progressisti indipendenti: un Movimento libero, coerente, radicale nei valori e indipendente nelle scelte. Ma quella spinta oggi sembra essersi esaurita. Siamo diventati troppo attenti agli equilibri interni, troppo preoccupati degli accordi di palazzo, troppo distanti dalle persone e dai nostri principi.

E non è neanche una questione di alleanze in sé. È questione di come ci stiamo dentro. Perché non possiamo essere, allo stesso tempo, l’alternativa al sistema e il puntello del sistema. Se ci normalizziamo, smettiamo di essere ciò che siamo nati per essere.

Il nostro compito non è portare acqua al mulino di un sistema che siamo nati per combattere, ma dare voce e ascolto a chi vive nei mercati, nelle periferie, davanti ai cancelli delle fabbriche, ai piccoli imprenditori e alle partite IVA.

La nostra sfida non può essere snaturarci per conquistare qualche posto di potere in più. La nostra sfida è riconquistare la fiducia di chi non vota più, di chi ha smesso di credere che la politica possa servire a qualcosa.

Ogni giorno tantissimi attivisti, consiglieri e parlamentari lo fanno con dedizione. Ma dobbiamo chiederci perché chi si sente tradito dalla politica non riconosce più in noi la speranza di un cambiamento.

Forse abbiamo paura di essere radicali.

Forse ci siamo dimenticati come andare controcorrente.

Ma il Movimento 5 Stelle non è nato per adattarsi, è nato per rompere gli schemi, anche quando il mainstream prova a farci abbassare la testa.

E una cosa è certa: senza radicalità non c’è cambiamento.

Solo un Movimento 5 Stelle con le mani libere, con una forte identità, può essere davvero parte di un fronte progressista capace di cambiare le cose e battere la destra di Meloni. E solo se sapremo di nuovo rappresentare chi oggi si sente invisibile, potremo tornare a cambiare il Paese.

Ma prima dobbiamo avere il coraggio di cambiare traiettoria.

Io ci sarò, con la stessa passione e lo stesso impegno di sempre.

Insieme, nella nostra casa comune.

Viva il Movimento 5 Stelle!

Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone e folla

CHIARA APPENDINO – FOTO DAL SUO FACEBOOK SUBITO DOPO IL TESTO

 

 

 *****

 

CHIARA — timidamente suggeriamo la lettura di questo testo che per me, fornisce una parte di spiegazione a questa vicenda.

 

 

 

 

REMO BODEI, IL REALISMO DI MACHIAVELLI

  • un testo- un po’ troppo dotto per essere un articolo di giornale- ma il Professore era così negli articoli e nei suoi libri,  aveva bisogno di molti riferimenti per esprimere il suo  parere diciamo, ” circonstanziato “.

 

NICCOLO’ MACHIAVELLI
(Firenze, 3 maggio 1469 – Firenze, 21 giugno 1527) è stato uno storico, scrittore, drammaturgo, politico e filosofo italiano.

da:

Il Sole 24 Ore Domenica 24.3.13::: 
Il realismo anti-populista di Machiavelli
Niente a che vedere con l’uso spregiudicato dell’astuzia e della violenza a vantaggio di chi comanda: essere realisti, per il segretario fiorentino, è saper comprendere le cose nei particolari e quindi agire con responsabilità. Quando uno del «popolo», ribelle verso i «signori» corrotti, assume una carica pubblica, agisce sempre in maniera meno radicale di quanto avrebbe immaginato. E i suoi compagni gli danno del traditore.

Remo Bodei

 


remo bodei (Cagliari, 3 agosto 1938– Pisa7  novembre 2019 ) è stato un filosofo italiano
 
Nei Discorsi Machiavelli descrive una situazione che ricorda, per analogia, quella che stiamo vivendo in Italia. A Firenze – scrive – dopo la cacciata dei Medici, venuto meno un governo ordinato e peggiorando di giorno in giorno le condizioni della città, i “popolari” ne attribuivano la colpa alle ambizioni e alla corruzione dei “signori”. Non appena, tuttavia, uno di loro giungeva a occupare un’alta magistratura e cominciava a procurarsi gradualmente idee più adeguate sulla realtà, finiva per abbandonare i pregiudizi e le astrazioni con cui si era affacciato alla vita pubblica.
Agli occhi dei popolari, tale mutamento lo rendeva però un traditore:
«E come egli era salito in quel luogo e che ei vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano ed i pericoli che soprastavano e la difficultà del rimediarvi. E veduto come i tempi e non gli uomini causavano il disordine, diventava subito d’un altro animo e d’un altra fatta: perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoché quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi» (1,47).

Chi, eletto nel partito più giovane di questa legislatura, si è comportato nel Senato come il nostro “popolare” fiorentino e, appellandosi alla libertà di coscienza, è andato contro le direttive della maggioranza del suo movimento, ha rischiato e forse rischierà ancora di passare per traditore. È intuibile la preoccupazione di impedire che i gruppi parlamentari si sfaldino e di consolidare la disciplina, specie all’esordio. Eppure, una volta che i singoli siano entrati nelle istituzioni e abbiano trascorso un certo periodo in una sorta di camera di decompressione per abituarsi al nuovo clima politico, diventa alla lunga controproducente, specie nelle emergenze, negare loro la capacità di decidere sulla base di una «più vera cognizione delle cose».

 

Quanti fanno attivamente politica non possono appoggiarsi sull’esclusiva e indiscutibile autorità di un “capobastone”. Se è disposto a ragionare con lungimiranza, anche chi li guida dovrà alla fine riconoscere i vantaggi della relativa autonomia degli eletti, perché, come osserva Max Weber, oltre a seguire «un minimo di interesse personale», gli uomini ubbidiscono sulla base della «fede nel “prestigio” di colui o di coloro che detengono il potere».
E, dunque, solo finché dura il prestigio di chi comanda e non è scalfita la fede di chi ubbidisce.
Machiavelli sarebbe stato d’accordo su questa diagnosi weberiana. Il suo “realismo” non è sinonimo di spregiudicato uso della violenza e dell’astuzia a vantaggio unicamente di chi comanda. Questa è un’interpretazione riduttiva che deriva, fra l’altro, dal giudicare il Principe un libro di politica, mentre si tratta – in maniera per noi paradossale – di un’opera che s’inserisce in un genere letterario diffuso e che contiene precetti indirizzati a un privato per conquistare, espandere o recuperare il potere.
Sebbene conosca benissimo i modi crudeli e scaltri con cui spesso il potere si esercita, la politica è ancora da Machiavelli classicamente intesa quale arte di governare secondo ragione e giustizia o di contemperare, come nei Discorsi, conflitto e ordine.

Solo con il Guicciardini del dialogo Del reggimento di Firenze si procede, in nome della «ragione degli Stati», a trasformarla in una tecnica simile a quella esposta nel Principe.

 

Per Machiavelli ciò che chiamiamo realismo, consiste soprattutto nella conoscenza delle«cose particulari» (la «verità effettuale della cosa»), ossia nel non basarsi né su idee generiche e preconcette, né su aspettative inconsistenti, né su singoli eventi che perdono di vista la complessità dei processi in corso.
Lo aveva già compreso Spinoza, definendo Machiavelli acutissimus vir e ponendo – su un altro piano – la conoscenza delle res singula-res come la più alta di tutte.
L’invito ad attenersi alla «verità effettuale della cosa» assume un senso più perspicuo se scomponiamo l’espressione nei suoi elementi costitutivi.
Intanto, la parola “cosa”, non va confusa con l'”oggetto”. Nell’italiano di Machiavelli conserva ancora il sapore del latino causa, da cui deriva per contrazione,ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa (come mostra l’espressione “combattere per la causa”).


Seguire le «verità effettuale della cosa», piuttosto che «andar drieto all’immaginazione di essa», vuol dire capire la direzione dei vettori di forza in atto e inserirvisi, nei limiti del possibile, per orientarli, depurandoli dai nostri desideri, ma mantenendo in tensione virtù e fortuna, ragione e passione, pensiero e azione.

La «verità effettuale» non è, poi, un dato immobile, un semplice fotogramma isolato di una serie, bensì un flusso di energie storiche in atto.

Va capita così anche la famigerata, ma fraintesa proposizione hegeliana della Filosofia del diritto: «ciò che è razionale (vernùnftig) è reale (wirklich) e ciò che è reale è razionale».
La ragione non implica affatto un’accettazione passiva della realtà empirica (Realitàt), bensì la presa di coscienza della Wirklichkeit (realtà), di qualcosa che wirkt, agisce, producendo effetti nel tempo e nel mondo, almeno finché non perde la sua energia.

Ad esempio, la famiglia, lo Stato, l’esercito o la religione sono Wirklichkeiten (Realtà in azione ), istituzioni nate migliaia di anni fa, ma che, pur modificandosi, continuano a esistere, producendo i loro effetti.

 

Peraltro, sia Machiavelli che Hegel (ammiratore del Segretario fiorentino) riprendono, approfondendola, la tematica aristotelica dell’effettualità (energheia, opposta alla dynamis, semplice potenzialità), vale a dire di quanto continua ad agire e rinnovarsi senza esaurirsi perché esiste solo in forma, non congelata, di
Anche il realismo presuppone, di conseguenza, un progetto che si innesti nella realtà effettuale, non concepita come qualcosa di istantaneo e immodificabile:
«Essere realisti, che utopia!», affermava provocatoriamente il grande storico Bernard Groethuysen.
Tornando al nostro presente, oggi il termine “populismo” viene spesso evocato non solo per designare il movimento politico di cui si è detto, ma anche fenomeni diversissimi. Di norma, è associato all’idea di una degenerazione della democrazia e visto come uno spettro o, al contrario, come una calamita che attrae tutti gli scontenti e gli indignati.

Ma è sufficiente demonizzarlo, esaltarlo o banalizzarlo?

Non sarebbe meglio esaminarlo più a fondo, tenendo conto della linea di faglia che si è aperta tra il “popolo” e le élite,della crisi della rappresentanza tradizionale e della connessa, tormentata transizione da una democrazia dei partiti a una democrazia del pubblico? Anche questa analisi sarebbe realismo

 

oggi niente note sui personaggi citati, sollevati ? con grande simpatia, chiara

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1 risposta a FACEBOOK DI CHIARA APPENDINO / link sotto — 18 ottobre ORE 20.07 + articolo di REMO BODEI IL REALISMO ANTI-POPULISTA DEL MACHIAVELLI -da Il Sole 24 ore del 24 marzo 2013

  1. Chiara Salvini scrive:

    chiara, è un testo da leggere per chiunque si sia avvicinato alla politica con cuore curo, come credo abbiamo fatto tutti noi che ancora crediamo nella giustizia oltre che nella libertà.

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