Chiara Appendino
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Il Movimento 5 Stelle mi ha accolta quando ero poco più di una ragazza.
È qui che ho imparato a mettermi al servizio della mia comunità.
È, e resterà sempre, la mia casa politica.
Ed è proprio per amore di questa casa che ho deciso di rimettere il mio incarico di Vicepresidente del Movimento 5 Stelle.
Non è una scelta leggera, è una scelta sofferta. Ma in una politica dove troppi restano aggrappati alla poltrona, noi del Movimento 5 Stelle ragioniamo secondo altri schemi.
Perché lo faccio? Perché voglio dare un segnale politico: dobbiamo aprire una discussione vera e invertire la rotta. E perché non sono mai scappata dalle mie responsabilità, soprattutto quando è in gioco la nostra comunità.
Dopo l’ennesimo risultato deludente alle regionali, non possiamo continuare a dirci che è tutto normale e che va tutto bene.
Il problema non è fuori da noi.
Il problema è nella nostra identità, nella direzione politica, nel modo in cui stiamo parlando – o non parlando – al Paese.
Abbiamo il dovere di guardarci dentro. Perché mentre la destra governa male, il carovita divora stipendi e pensioni, le imprese soffocano sotto il peso dei dazi e l’economia arretra, il Movimento 5 Stelle non riesce a intercettare chi si sente ai margini, a trasformare la rabbia in speranza e voglia di riscatto.
E questo non è normale. La colpa non è mai degli elettori: è nostra, quando smettiamo di rappresentarli.
Ho creduto – e credo ancora – nel progetto dei progressisti indipendenti: un Movimento libero, coerente, radicale nei valori e indipendente nelle scelte. Ma quella spinta oggi sembra essersi esaurita. Siamo diventati troppo attenti agli equilibri interni, troppo preoccupati degli accordi di palazzo, troppo distanti dalle persone e dai nostri principi.
E non è neanche una questione di alleanze in sé. È questione di come ci stiamo dentro. Perché non possiamo essere, allo stesso tempo, l’alternativa al sistema e il puntello del sistema. Se ci normalizziamo, smettiamo di essere ciò che siamo nati per essere.
Il nostro compito non è portare acqua al mulino di un sistema che siamo nati per combattere, ma dare voce e ascolto a chi vive nei mercati, nelle periferie, davanti ai cancelli delle fabbriche, ai piccoli imprenditori e alle partite IVA.
La nostra sfida non può essere snaturarci per conquistare qualche posto di potere in più. La nostra sfida è riconquistare la fiducia di chi non vota più, di chi ha smesso di credere che la politica possa servire a qualcosa.
Ogni giorno tantissimi attivisti, consiglieri e parlamentari lo fanno con dedizione. Ma dobbiamo chiederci perché chi si sente tradito dalla politica non riconosce più in noi la speranza di un cambiamento.
Forse abbiamo paura di essere radicali.
Forse ci siamo dimenticati come andare controcorrente.
Ma il Movimento 5 Stelle non è nato per adattarsi, è nato per rompere gli schemi, anche quando il mainstream prova a farci abbassare la testa.
E una cosa è certa: senza radicalità non c’è cambiamento.
Solo un Movimento 5 Stelle con le mani libere, con una forte identità, può essere davvero parte di un fronte progressista capace di cambiare le cose e battere la destra di Meloni. E solo se sapremo di nuovo rappresentare chi oggi si sente invisibile, potremo tornare a cambiare il Paese.
Ma prima dobbiamo avere il coraggio di cambiare traiettoria.
Io ci sarò, con la stessa passione e lo stesso impegno di sempre.
Insieme, nella nostra casa comune.
Viva il Movimento 5 Stelle!
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CHIARA — timidamente suggeriamo la lettura di questo testo che per me, fornisce una parte di spiegazione a questa vicenda.
REMO BODEI, IL REALISMO DI MACHIAVELLI
- un testo- un po’ troppo dotto per essere un articolo di giornale- ma il Professore era così negli articoli e nei suoi libri, aveva bisogno di molti riferimenti per esprimere il suo parere diciamo, ” circonstanziato “.

da:
Remo Bodei
Chi, eletto nel partito più giovane di questa legislatura, si è comportato nel Senato come il nostro “popolare” fiorentino e, appellandosi alla libertà di coscienza, è andato contro le direttive della maggioranza del suo movimento, ha rischiato e forse rischierà ancora di passare per traditore. È intuibile la preoccupazione di impedire che i gruppi parlamentari si sfaldino e di consolidare la disciplina, specie all’esordio. Eppure, una volta che i singoli siano entrati nelle istituzioni e abbiano trascorso un certo periodo in una sorta di camera di decompressione per abituarsi al nuovo clima politico, diventa alla lunga controproducente, specie nelle emergenze, negare loro la capacità di decidere sulla base di una «più vera cognizione delle cose».
E, dunque, solo finché dura il prestigio di chi comanda e non è scalfita la fede di chi ubbidisce.
Solo con il Guicciardini del dialogo Del reggimento di Firenze si procede, in nome della «ragione degli Stati», a trasformarla in una tecnica simile a quella esposta nel Principe.
Seguire le «verità effettuale della cosa», piuttosto che «andar drieto all’immaginazione di essa», vuol dire capire la direzione dei vettori di forza in atto e inserirvisi, nei limiti del possibile, per orientarli, depurandoli dai nostri desideri, ma mantenendo in tensione virtù e fortuna, ragione e passione, pensiero e azione.
Va capita così anche la famigerata, ma fraintesa proposizione hegeliana della Filosofia del diritto: «ciò che è razionale (vernùnftig) è reale (wirklich) e ciò che è reale è razionale».
Ad esempio, la famiglia, lo Stato, l’esercito o la religione sono Wirklichkeiten (Realtà in azione ), istituzioni nate migliaia di anni fa, ma che, pur modificandosi, continuano a esistere, producendo i loro effetti.
Ma è sufficiente demonizzarlo, esaltarlo o banalizzarlo?
Non sarebbe meglio esaminarlo più a fondo, tenendo conto della linea di faglia che si è aperta tra il “popolo” e le élite,della crisi della rappresentanza tradizionale e della connessa, tormentata transizione da una democrazia dei partiti a una democrazia del pubblico? Anche questa analisi sarebbe realismo
oggi niente note sui personaggi citati, sollevati ? con grande simpatia, chiara


chiara, è un testo da leggere per chiunque si sia avvicinato alla politica con cuore curo, come credo abbiamo fatto tutti noi che ancora crediamo nella giustizia oltre che nella libertà.